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Archive for the ‘D. Washington’ Category

Pittsburgh, anni Cinquanta.

Periferia.

Il piccolo cortile sul retro di una casa modesta. Anzi, povera, a vederla dall’esterno, ma accogliente quando ci si entra.

Una casa dove c’è un’atmosfera di famiglia.

Una casa nel senso umano del termine.

Troy Maxson vi abita con sua moglie, Rose, e il figlio Cory.

Troy lavora come netturbino e il venerdì porta a casa la paga e si concede una bevuta di gin chiacchierando con Jim Bono, collega e amico di una vita.

Il venerdì spunta anche sempre Lyons, il figlio più grande di Troy, avuto da una precedente relazione. Arriva un po’ per batter cassa, mentre cerca di guadagnarsi da vivere suonando nei locali e raccogliendo prevalentemente la totale disapprovazione del padre.

Cory va a scuola ed è bravo a football. Così bravo che potrebbe entrare in una squadra. Pensare di andare al college. Anche se Troy non vuole. Per Troy è più importante che Cory aiuti a finire lo steccato intorno al cortile. Perché Troy era bravo a giocare a baseball. Potenzialmente un campione. Ma tanto la vita è quella che è, e un negro in squadra viene lasciato in panchina. E quindi no, neanche Cory deve perder tempo dietro queste illusioni.

Tratto dall’omonima pièce teatrale di August Wilson – accreditato come sceneggiatore benché morto nel 2005 – Fences mantiene quasi intatta la struttura del teatro con la quasi totale unità di luogo intorno e dentro la casa, cuore fisico e simbolico di tutta la vicenda.

I dialoghi fittissimi, quasi sfiancanti, delineano gradualmente i contorni di una vita portata avanti a calci, se necessario. Accennano i tratti di una felicità faticosa e non scontata.

Regia e interpretazione di un ottimo Denzel Washington che, palesemente, nell’Oscar ci sperava proprio. E non tanto per la presunta reazione la sera della cerimonia, quanto piuttosto perché la sua parte era davvero meritevole di riconoscimento – non meno di quasi tutti gli altri candidati, in effetti.

Un ruolo densissimo, gigantesco, che riempie lo schermo, che si mangia tutto lo spazio intorno. Un personaggio forte, solitario e al tempo stesso piccolo e insignificante.

Accanto a lui l’altrettanto ottima Viola Davis che, di fatto, sarebbe una coprotagonista ma che fortunatamente è rientrata nella categoria non protagonista, il che le ha permesso di prendere la meritatissima statuetta, nonostante Emma Stone.

Appunti sulla versione italiana: con la traduzione – seppur corretta e, incredibilmente, senza sottotitoli – Barriere si perde la doppia accezione di Fences come barriera e come steccato – quello che Troy e Cory stanno costruendo per Rose.

E poi. Denzel Washington è doppiato da Pannofino che sì, ha una gran voce e una forte espressività ma, in questo caso, data la presenza di lunghi tratti quasi monologati, è davvero troppo invasiva sulla connotazione del personaggio e dell’intonazione.

Tolte queste annotazioni – che, ripeto, riguardano meramente la versione italiana – Fences è un film perfetto in ogni sua parte. Ti cattura e ti coinvolge nel ritmo serrato e implacabile dei dialoghi. Ti chiude dentro quello steccato in costruzione e ti costringe a esplorare i limiti. Dei legami. Dei sentimenti. Della sopportazione. Della vita.

Uno di quei film da non perdere.

Imdb.

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Che dire…

Di certo sono in sette.

Definirli addirittura magnifici mi par che sia un tantino eccessivo ma non sono male, ecco.

Remake dell’omonimo film del 1960 di John Sturges, che a sua volta era un tributo – più che un vero e proprio remake – ai Sette Samurai di Akira Kurosawa.

Anche in questo caso, contesto e dettagli della storia cambiano, ma non cambia la dinamica centrale: pistolero-giustiziere assoldato da una piccola comunità di oppressi per vendicarsi dei torti subiti e riprendersi terra e libertà.

Il pistolero-giustiziere recluta a sua volta altri sei compari e insieme fanno il culo ai cattivi. Amen.

Nel caso specifico, il Cattivo con la C maiuscola è Bartholomew Bogue (Peter Sarsgaard), spietato cercatore d’oro che per ottenere la terra che gli interessa non si fa scrupoli a massacrarne gli abitanti. E che pare coltivare queste cattive abitudini da anni, tant’è che il nome non giunge nuovo ai sette pistoleri che si imbarcano nella difesa del villaggio di Rose Creek.

In particolare è proprio il giustiziere Sam Chisolm (Denzel Washington) che sembra avere un conto in sospeso con Bogue.

Anche per quel che riguarda l’approccio tematico, pur con le varianti dovute all’ammodernamento della sensibilità, non ci si allontana poi molto dal vecchio modello, con il prodotto ibrido della mescolanza di utilitarismo – i sette son lì per soldi, non per amore del villaggio – e idealismo – alla fine la causa del villaggio diventa causa comune perché il passato di Bogue e quello di Chisom sono legati.

Antoine Fuqua (già regista, tra le altre cose, di Training Day, sempre con Denzel Washington e Ethan Hawke, e King Arthur) tenta una maggior caratterizzazione psicologica dei personaggi ma non vuole esagerare e stempera il tutto con generose dosi di ironia che conferiscono un tono leggero e divertente, pur senza scadere nella baracconata.

Le scene d’azione sono ben costruite, cosa che si nota in particolare alla fine, dove sono parecchio lunghe.

Molte le citazioni da altri esponenti del western, sia classici che meno classici. A onor del vero va detto che io non sono particolarmente ferrata sul western e, sebbene riuscissi ad individuare le tracce, non sono in grado di identificarne l’esatta provenienza. Per dire, l’entrata in scena di Denzel Washington nel saloon e la rivelazione della sua identità come cacciatore di taglie a me ha ricordato in modo sfacciato l’analoga scena di Django con Christoph Waltz, ma sono anche abbastanza sicura che essa fosse a sua volta una citazione, seppur non sappia bene di cosa. Così come immagino di essermi persa del tutto una serie di riferimenti ai Magnifici Sette del ’60, dal momento che l’ho visto solo una volta e tantissimo tempo fa.

Ad ogni modo, il film funziona e fa il suo onesto mestiere di intrattenere gradevolmente per i 130 minuti che gli sono concessi.

Bello il personaggio di Ethan Hawke, Goodnight Robicheaux, alle prese con i suoi fantasmi, e divertente anche Jack Horne (Vincent D’Onofrio), una sorta di cacciatore-predicatore che elargisce citazioni bibliche nel mezzo delle sparatorie e altre cose così.

Le situazioni non sono il top dell’originalità e l’esito di alcuni dialoghi e di alcune scene è ben più che telefonato, ma, come dicevo, nel complesso il film regge e diverte.

Pare ci sia aria di candidature tra Globes e Oscar. Devo verificare se sia vero o meno, anche se, in ogni caso, parlare di candidature mi sembrerebbe un po’ esagerato.

Introdotto anche un personaggio femminile di cui mi pare non vi fosse traccia precedentemente e che è interpretato da Haley Bennett.

Cinematografo & Imdb.

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Haley Bennett in Metro-Goldwyn-Mayer Pictures and Columbia Pictures' THE MAGNIFICENT SEVEN.

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Io ho paura di volare. E’ un fatto ed è inutile girarci intorno. Fortunatamente però, non ho così tanta paura da rinunciarvi. Quando organizzo un viaggio e so che dovrò prendere un aereo, so anche che affronterò la mia brava dose di paranoie e che se mai dovessi incappare in una turbolenza mi ridurrò ad uno straccetto pigolante e privo di dignità per tutta la durata dell’evento. E’ anche probabile che mi ritrovi a pronunciare voti e solenni giuramenti che se mi va bene viaggerò via terra per il resto dei miei giorni. Fino al volo successivo. Basta conoscersi.

Tutto ciò per dire che se già di mio tendo a partecipare molto ai film dal punto di vista emotivo – sì, sono di quelli che piangono e all’occorrenza zompano sulla poltrona – la prima mezz’ora di Flight mi ha decisamente provata.

Avverto che ne parlerò in modo piuttosto dettagliato. Non che questo vada a svelare particolari determinanti nello svolgimento del film – tanto più che molto dell’incidente viene detto anche nel trailer – in ogni caso ve lo segnalo.

Penso sia una delle sequenze di incidenti aerei più belle e in assoluto fatte meglio nella storia di questo genere cinematografico. E il motivo principale penso sia il fatto che è di un realismo estremo. Sembra veramente di vivere quei momenti. Non è solo una questione di telecamera che si agita, passeggeri legati ai sedili e sballottati qua e là come al luna park e magari anche di qualche esplosione. Sì, certo, ovviamente si balla, ma quello che rende tutto così terrificante sono i particolari, gli elementi veri di tutta la situazione. La posizione d’emergenza che le hostess fanno assumere ai passeggeri come avvio di quelle procedure che normalmente ci si augura di vedere sempre solo stampate a colori nella tasca del sedile antistante. Non ricordo un solo altro film a tema in cui venga rappresentata questa cosa qui. Generalmente si passa da uno stato di normalità ad uno stato totalmente fuori controllo. Non ci sono mai i passaggi intermedi del personale che cerca in qualche modo di gestire la situazione.

Ma andiamo con ordine. Questo benedetto volo, diciamocelo, è parecchio sfigato, su questo non ci sono dubbi. Si alza in volo nel bel mezzo di una turbolenza di quelle serie e già qui si ha un assaggio sia di quello che si vive tra i passeggeri sia di quello che succede tra i piloti. In particolare, colpisce l’estrema lucidità professionale di Whip Whitaker (Denzel Washington) che risulta fin da subito estremamente credibile.

Quando il grosso del volo è ormai alle spalle e devono cominciare la discesa, arriva il casino vero e proprio. Guasto tecnico. L’aereo precipita.

Parentesi. Notevole davvero l’assoluta precisione dei dettagli tecnici – tutto quello che viene rappresentato è plausibile quando non addirittura possibile. Chiusa parentesi.

Per frenare la caduta, Whip tenta una manovra estrema e porta l’aereo in volo rovescio, per poi raddrizzarlo nuovamente e farlo planare – ormai senza quasi più nessun motore funzionante – in una zona disabitata.

Risultato. Niente vittime a terra e quasi nessuna vittima a bordo. Un caso più unico che raro ma tecnicamente e teoricamente possibile.

La lunga sequenza della manovra è un capolavoro. Anche tralasciando il fatto che io ero artigliata al sedile e tra un po’ mi mettevo a piangere da quanto me la stavo facendo sotto, è davvero coinvolgente anche perchè non si perde mai la dimensione umana delle persone che stanno facendo di tutto per evitare il disastro. La freddezza, mai spaccona, di Whip (la stessa che gli fa pronunciare la frase sulla scatola nera – poi capirete) e la prontezza – nonostante il panico – dell’assistente di volo contribuiscono a dare alla scena quell’equilibrio che la rende verosimile.

Poi certo, c’è anche il resto del film. Che è un po’ diverso da quello che il trailer lascia intendere. C’è il problema dell’alcool e c’è Denzel Washington che dà un’ottima prova, alternando momenti di lucidità a momenti in cui sprofonda tra i suoi demoni.

Molto (forse persino troppo?) politically correct dal punto di vista dei contenuti, Zemeckis riesce tuttavia a bilanciare bene tutti gli elementi in gioco evitando di scadere nel solito cliché da redenzione. O per lo meno, un po’ lo fa ma senza darlo troppo a vedere.

Nel cast troviamo anche Kelly Reilly – nei panni di un personaggio triste che forse avrebbe potuto avere un po’ più di spazio – e John Goodman, in un ruolo che fornisce anche diversi spunti divertenti.

Un buon film. Meritata la candidatura di DW anche se non credo sarebbe altrettanto meritata la vittoria – è una buona parte, è vero, ma non così tanto sopra le righe, soprattutto per lui.

Anche questo è abbastanza lungo ma il ritmo è buono e la narrazione scorrevole.

Da vedere. Magari non proprio prima di prendere un aereo, ma comunque da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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