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Archive for the ‘Circolo dei Lettori’ Category

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L’ebbrezza non si improvvisa. Rientra nel campo dell’arte, che esige talento e cura.

Dalla porta alle nostre spalle, una ragazza con addosso la divisa del Circolo entra a passo svelto, facendosi largo tra le persone che ancora devono prendere posto. Regge in mano un secchiello con del ghiaccio. Dentro c’è una bottiglia di champagne, del quale non riesco a scorgere la marca.

Vuol dire che ormai ci siamo.

Dal pianoforte nell’angolo a destra si levano le note di Comptine d’un autre été, l’après-midi di Yann Tiersen – dalla colonna sonora de Il favoloso mondo di Amélie – e finalmente lei arriva.

Entra piano, quasi in punta di piedi. Un’espressione di allegra curiosità dipinta sul volto bianchissimo e incorniciato dal cappello a tesa larga – neanche tra i più eccentrici, in verità. Il colore predominante del suo abbigliamento è, come sempre, il nero.

Amélie Nothomb è minuta e una delle prime cose che penso, vedendola per la prima volta dal vivo, è che le numerose foto che la ritraggono, soprattutto quelle recenti, non le rendono giustizia. Non rendono quello strano carisma che emana da questa figuretta aggraziata, dai grandi occhi e dai modi vivaci.

A presentare l’incontro con lei c’è la sua editrice di Voland, Daniela di Sora, e la giornalista Farian Sabahi. Avrebbe dovuto esserci anche Lella Costa ma all’ultimo ha dovuto rinunciare per un problema di salute.

Mentre ancora le sue interlocutrici si stanno sistemando, Amélie si protende curiosa verso la bottiglia di champagne e la prima cosa che fa per cominciare è stapparla e servirsene un bicchiere.

Pétronille è il 23esimo romanzo pubblicato di Amélie, ma lei scrive moltissimo, è una macchina, per sua stessa ammissione.

Scrive di solito quattro romanzi all’anno e, verso fine anno, decide quale vedrà la luce e quali invece rimarranno nell’ombra, ad aumentare la sua collezione di manoscritti conservata in scatole da scarpe.

Il totale effettivo dei suoi romanzi ammonta a 84.

Ha iniziato a scrivere prestissimo ed è stato nelle parole di Rilke che ha trovato l’incoraggiamento per non sentirsi indegna di questa aspirazione.

Inizialmente, tuttavia, la scrittura per lei è un fatto essenzialmente privato. Non pensa alla pubblicazione. Quello che vuole, sopra ogni altra cosa, è essere giapponese. Ci prova, ma l’esperienza disastrosa, raccontata in Stupore e tremori (1999), dell’anno di lavoro per una grande multinazionale giapponese contribuisce a dare una svolta diversa alla sua vita.

Amélie dorme poco. Scrive abitualmente dalle 4 alle 8 del mattino. Ha provato tutte le sostanze e le tecniche possibili per trovare la sua routine di scrittura ideale e alla fine si è assestata su queste quattro ore di lavoro mattutino (quasi notturno, in effetti) e grandi quantità di tè nero del Kenya. Che in realtà non le piace neanche, ma è molto forte e la rende efficacemente produttiva.

Quando scrive, in genere, parte dal finale. Di solito ha ben chiaro dove vuole arrivare. E’ il come ci arriverà che è misterioso e si svela gradualmente.

La paura di non riuscire a scrivere è una costante, anche adesso che è affermata. L’ideale dell’artista che vive tra le nuvole e viene colto da improvvisi raptus creativi privi di sforzo o preparazione è un mito romantico e decadente di cui ci siamo nutriti per decenni ma che ha ben poco fondamento.

Per scrivere ci va disciplina. E ci va un enorme forza di volontà. Non è una questione di talento. E’ una questione di quello che si vuole e di quanto lo si vuole.

E la solitudine. Sua compagna costante per anni, soprattutto durante l’adolescenza.

I suoi manoscritti che non legge nessuno, da quando non vive più con la sorella. Lo sdoppiamento di personalità che richiede l’essere lettori di se stessi.

E le associazioni a Tim Burton – che pure le piace.

E il bisnonno – conosciuto da un anziano signore presente in sala – che ha scritto un romanzo di fantascienza su un missionario che vuole andare a diffondere il cattolicesimo su Marte.

Pétronille è la storia di Amélie Nothomb e della sua passione per lo champagne. Una passione che peraltro ricorre periodicamente e che già era stata affrontata – seppur in forme e modi differenti – in Causa di forza maggiore (2008).

Qui Amélie si sofferma sull’esigenza di condividere l’ebbrezza di questa afrodisiaca bevanda. Non si può bere da soli. Decide che ha bisogno di una compagna o compagno di bevute.

Inizia la sua ricerca e si imbatte in Pétronille, giovane scrittrice agli esordi, studiosa di Shakespeare, di aspetto androgino e di modi spicci e, quel che più conta, sincera amante dello champagne.

Prende vita così …quella strana forma d’amore così misteriosa e così pericolosa, la cui posta in gioco sfugge continuamente: l’amicizia.

Elementi biografici ed elementi creati a scopo narrativo.

Realtà, finzione e, soprattutto, mezze verità.

Pétronille Fanto non esiste ma il suo personaggio è modellato sulla scrittrice francese Stephanie Hocet.

Origini opposte (aristocratica una, proletaria comunista l’altra) ma percorsi analoghi di rifiuto del cammino prestabilito (carriera diplomatica per una e crescita come militante per l’altra) accomunano e separano le due donne in un gioco di specchi studiato per far perdere l’orientamento.

Amélie si diverte a giocare con il lettore. Lo prende per mano, lo convince a seguirla, fiducioso, e lo porta esattamente dove vuole lei, cioè dove lui non è più in grado di distinguere cosa è reale e cosa non lo è. Lo porta ad un finale dove mai si aspetterebbe di arrivare.

Una signora, in sala, le ha chiesto se sia consapevole dell’effetto spiazzante che ha sui suoi lettori. Amèlie ha amato smisuratamente la domanda perché quello dell’effetto sul pubblico è un altro di quegli argomenti che la ossessionano.

A seguito di un’altra domanda sulla somiglianza o meno del concetto di ‘compagno/a di bevute’ e ‘drinkin’buddy’ americano, Amèlie è stata più che pronta nel precisare che no, assolutamente non sono la stessa cosa. Anche solo per il fatto che gli americani non bevono champagne. E già questo di per sé la dice lunga.

E poi il compagno/a di bevute inteso da lei deve avere tre requisiti fondamentali:

1) deve saper bere – se dopo due bicchieri si ferma non ha senso.

2) deve avere la sbronza allegra – non si sta a bere insieme per piangere.

3) deve essere affidabile – quando si beve si diventa loquaci e si finisce sempre per rivelare qualcosa di personale. Preferirebbe di gran lunga non ritrovare le sue confidenze su qualche giornale scandalistico il giorno seguente la bevuta.

Di sicuro c’è che, dopo la pubblicazione di Pétronille, le candidature per questo ruolo sono decisamente aumentate.

Dopo la presentazione è seguita la consueta firma delle copie e, anche in questo, Amélie si è dimostrata adorabile. Gentile, disponibile a scambiare due parole – anche in italiano (non lo parla molto ma lo capisce piuttosto bene) – e a scattare foto insieme.

L’esercizio della firma delle copie verte su una fondamentale ambiguità: nessuno sa quello che vuole l’altro. Quanti giornalisti mi hanno rivolto questa domanda: “Cosa si aspetta da questo genere d’incontri?” A mio avviso, l’interrogativo è anche più pertinente per la parte avversa. Al di là dei rari feticisti per i quali la firma dell’autore conta davvero, cosa vengono a cercare gli amanti degli autografi? Quanto a me, provo una profonda curiosità nei confronti di chi viene a trovarmi. Cerco di capire chi sono e cosa vogliono. Questo aspetto non finirà mai di affascinarmi.

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Sono ancora solo, sono ancora io.

E’ stato un po’ un regalo inaspettato, questa autobiografia.

Amo moltissimo Dario Argento e già da ragazzina avevo divorato tutti i suoi film. Sono profondamente legata al suo lavoro ed è uno di quei posti dove ritorno periodicamente. Perché suona familiare. Perché è un po’ un pezzo di casa.

Ieri sera, 18 novembre, Dario Argento ha presentato Paura, la sua autobiografia, al Circolo dei Lettori qui a Torino.

Insieme a lui, Luca Beltrame, Giulia Carluccio e Marco Peano (editor del libro presso Einaudi).

E’ stato un incontro ricco e divertente. Mi era già capitato di assistere a qualche presentazione di Argento e, dal vivo, Dario è una persona di rara gentilezza e dai modi quieti e garbati. E poi, sarà anche l’accento romano, ma il suo tono sempre leggero trasmette la piacevole sensazione di partecipare ad una chiacchierata informale.

Il libro ho cominciato a leggerlo effettivamente da poco, per cui non posso ancora parlarne per intero.

Alcune cose che avevo già letto sono emerse dai racconti di Dario, ad altre non sono ancora arrivata.

Paura è un testo piacevole e avvincente. La scrittura fluida e fortemente narrativa ripercorre da un punto di vista privilegiato la storia di uno dei più grandi registi italiani contemporanei, ne fa emergere la passione incondizionata. Al tempo stesso è uno spaccato lucido e vivissimo della vita culturale italiana dagli anni Quaranta ad adesso.

Sulla traccia delle domande poste da Beatrice e Carluccio, Dario ha ripercorso episodi ed aneddoti della sua infanzia, della sua formazione, della sua carriera.

L’odore pungente della cipria e dei trucchi di una volta nello studio fotografico Luxardo, di proprietà della famiglia materna. Lo studio fotografico dove passavano tutte le grandi dive di allora e dove il suo amore per quei corpi femminili perfetti e reali – che raffigurerà costantemente nei suoi film – prese vita prima ancora che ne fosse cosciente.

Gli eccessi, la frenesia ma anche il pensiero del suicidio.

Il suo dialogo costante  e diretto con la sua metà oscura, come direbbe il suo amico King.

Aneddoti imbarazzanti ma buffi, qualche tresca sul set e qualche retroscena poco poetico sulle effettive abitudini di alcune attrici del passato.

Le influenze e le collaborazioni con Leone e Bertolucci.

La fuga parigina e la Cinémathèque française.

Il cinema europeo e americano. Tutto il cinema.

Il modo in cui le sue immagini vengono prima di tutto dai sogni e alla logica del sogno fanno riferimento, e il suo sperimentalismo visivo.

L’evoluzione dal thriller, seppur inquietante, alla ricerca dell’orrore puro.

Il perfezionismo e le sfide con se stesso, tra cui quella di Suspiria di non fare nessuna inquadratura uguale all’altra. 1600 inquadrature, tutte diverse.

E la sua indole solitaria, le sue idiosincrasie, la paura dei corridoi.

La paura.

Ero così rapito dal mio fantasticare, che una mattina accadde un fatto curioso. Ricordo che ero solo in casa e, come sempre non appena sveglio mi ero messo subito a lavorare al film. A un certo punto, nel pieno di una scena – l’assassino è appostato dietro una porta e attende la sua vittima – m’immedesimai così tanto da convincermi che in casa ci fosse qualcuno. Cessai per un attimo di battere sui tasti come un forsennato, e mi misi in ascolto. Silenzio. Sapevo che Marisa non sarebbe rientrata prima di sera, eppure quando mi immersi nuovamente nella storia sentii un rumore di passi.

Avevo bisogno di aiuto, di una presenza umana che mi confermasse se stavo impazzendo o meno, ma a quell’ora tutti erano al lavoro. Se avessi gridato chi mi avrebbe sentito? Chi avrei potuto chiamare per tranquillizzarmi un po’, per darmi coraggio? Sollevai il telefono, convinto di trovarlo staccato: invece il tu-tu della linea libera mi inquietò ancora di più. Riattaccai.

Da solo non ci volevo più stare, questo mi era chiaro. E allora presi l’unica decisione possibile: scesi giù dal portiere così com’ero – in pigiama, con le ciabatte – e mi misi a chiacchierare con lui del più e del meno. Era molto simpatico, anche lui come me tifava Lazio e ogni volta ci confrontavamo sulle partite. Mi offrì un caffè che consumammo in piedi, nella guardiola. Io non avevo il coraggio di arrivare al punto, ma neppure quello di tornare a casa. Esaurito l’argomento calcio, mi disse che gli dispiaceva tanto dovermi salutare ma aveva varie faccende da sbrigare. Deglutii prima di parlare. “Ma non è che per caso c’è posta per me? – improvvisai. – Perché aspetto una lettera da un po’ e non è ancora arrivata…”

Insomma, alla fine con una scusa lo feci salire. Lui venne su, gli feci girare tutta la casa e poi lo mandai via. Quella fu la prima volta in cui intuii che se qualcosa che avevo scritto io stesso riusciva a terrorizzarmi così tanto, forse sugli altri poteva avere il medesimo effetto.

E i ricordi della sua Torino, cui è legato da prima ancora di diventare regista. Torino che finisce nei suoi film non tanto per il suo pur affascinante lato di occultismo, quanto perché è proprio bella e soprattutto adatta per farci del cinema. 

La location di pizza Cln sarebbe stata il luogo in cui il killer avrebbe ucciso la medium. Ho sempre avuto una fascinazione per gli scorsi inusuali, e quella piazza così geometrica sembrava appartenere a una città aliena. Marc e il suo collega e amico Carlo (un giovane Gabriele Lavia) si sarebbero trovati lì nei primi minuti del film, vicino alla fontana del Po – sotto gli occhi vigili e minacciosi di quelle due enormi statue risalenti agli anni Trenta. Ormai pensavo molto all’estero, e mi dissi che uno spettatore straniero sarebbe stato certamente colpito da un luogo simile: non era la tradizionale cartolina italiana, quella piazza possedeva qualcosa di insolito, di suggestivo. La illuminai quasi a giorno, e per riprenderla usai la Chapman: un dolly capace di raggiungere i dodici metri di altezza – questo espediente la fece apparire ancora più grande e profonda di quanto è in realtà.

Ma non mi bastava. In quel periodo uscì un libro fotografico su Edward Hopper, e mi venne il desiderio di omaggiare uno dei suoi quadri più famosi: Nighthawks, “i nottambuli”. Consideravo quell’opera d’arte una specie di manifesto dell’iperrealismi che il film aveva al suo interno; e così, poco più in là rispetto alla fontana, fra le colonne dei portici di piazza Cln, feci ricostruitre con precisione assoluta (nelle forme, nei colori, persino nella posa degli avventori) il locale dipinto dal pittore americano. Quello nella mia immaginazione era il Blue Bar, e ora che tutto era allestito alla perfezione la sventurata Helga – interpretata da Macha Méril -, colpevole soltanto di aver avvertito grazie ai suoi poteri la presenza dell’assassino, poteva essere uccisa con una mannaia da macellaio. L’omicidio, dal punto di vista della composizione fotografica vagamente ispirato al celebre Urlo di Munch, sarebbe avvenuto proprio dietro una di quelle finestre che davano sulla piazza.

Proiettata la scena di piazza Cln da Profondo Rosso, oltre a quella delle due vetrate dell’Uccello dalle piume di cristallo e a quella della stanza sommersa di Inferno, sulla quale ha raccontato alcuni dettagli del retroscena per la selezione dell’attrice – sostanzialmente come prima cosa al provino chiedeva all’aspirante come se la cavasse sott’acqua, dal momento che la scena è girata esattamente come la si vede.

La presentazione si è chiusa con un ricordo di suo padre e del loro rapporto dapprima un po’ problematico e poi molto stretto, quando hanno iniziato a lavorare insieme.

A seguire la consueta firma delle copie, con Dario ancora una volta gentilissimo e disponibile a far due parole e a farsi fotografare con tutti.

Mercoledì 19 (oggi) mi pare sia in programma un’altra presentazione alla scuola Holden mentre la prossima settimana assisterà alla proiezione della versione restaurata di Profondo Rosso nell’ambito del Torino Film Festival.

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Segnalazione di iniziativa fighissima tra il 3 e il 13 maggio a Torino.

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Questo http://www.tofringe.it/ il sito ufficiale.

Qui, il programma completo.

In particolare, all’interno del programma, segnalo questa cosa bellissima che si rappresenterà al Caffè del Progresso.

Dalla pagina ufficiale.

Un palcoscenico. Applausi. Ma subito accade qualcosa di inaspettato: il tempo passa e i due personaggi si ritrovano in un’altra opera. La scena non è più la stessa e dietro di loro, in una videoproiezione, i loro interpreti si interrogano sul senso del loro lavoro. Sono Hamm e Clov di Finale di partita, ma non si chiamano più così, sono stati ribattezzati Al e Clay. I loro volti sono bianchi come quelli dei clown. Al posto dei bidoni due televisori in cui scorrono ininterrottamente immagini; anche le finestre non ci sono più: ”Al: Dev’essere il teatro di ricerca… straccioni”. Non rimane che una soluzione, fosse anche quella definitiva.
Lo spettacolo indaga i meccanismi della ripetizione nell’essere umano. La rilettura immagina una possibile evoluzione dei personaggi di Beckett ai giorni nostri. Nel testo nulla si muove, quasi per non morire, per non cambiare: “…e intanto si va avanti”. Nel 2010 però la partita si gioca con carte diverse: c’è un mondo che non si nasconde più dietro al nulla, ma che si maschera con il troppo, un mondo dove non è più la bomba atomica il pericolo imminente, ma il quotidiano produrre superfluo dell’essere umano e la sua innata capacità di auto-distruzione. Ma ci sono i due autori, i due attori e ci sono anche Al e Clay, insieme in scena, tentano tutti di dare un finale alla loro esistenza, giocandosi il confine tra scena e realtà, tra video e teatro.

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Mi sono imbattuta in Crab grazie ad un breve ciclo di conferenze-spettacolo al Circolo dei Lettori e se capitate da queste parti vale veramente la pena andarli a vedere. Ieri sera il ciclo si è concluso e ho potuto assistere ad una breve anteprima di Un finale per Sam – che è geniale davvero, oltre ad essere un’impresa tutt’altro che facile mettersi in gioco con un testo così imponente come Endgame di Beckett. Morale. Andate a vederlo.

Poi. Altra segnalazione che non c’entra con il Fringe ma c’entra con Crab perché ne vede coinvolta una dei membri, Eloisa Perone.

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Ho dato anche un esame su quest’opera, all’università. E ricordo che dovetti studiarla su fotocopie perché il testo nella traduzione edita da De Donato del 1973 era irreperibile già da diversi anni.

Non era mai più stato tradotto e questa edizione, nata in occasione della messa in scena di Studio Caino – è stata veramente una sorpresa.

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Ho un rapporto conflittuale con il Circolo dei Lettori di Torino.

E’ un posto bellissimo – ha sede nel palazzo Granieri della Roccia (fine 1600) – dove si tengono corsi, conferenze e iniziative culturali, dove semplicemente si può passare il tempo a leggere, studiare, rilassarsi in mezzo ai libri.

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E’ un posto che però, purtroppo, spesso è frequentato per un buon ottanta percento da gente che fa della frequentazione di questa location se non proprio l’oggetto principale del suo interesse quanto meno attribuisce al contesto fin troppa importanza rispetto ai contenuti in sé.

E così finisci a seguire una serie di incontri sulla letteratura francese tra Ottocento e Novecento,  e si arriva a parlare di Proust e di quella cosa meravigliosa che è la Recherche, e mentre vorresti semplicemente ascoltare in santa pace, la tua attenzione si ritrova a dover fare una sorta di slalom tra una serie di elementi collaterali. Elementi prevalentemente femminili, ad essere onesti. Per la serie, momenti in cui vorrei appartenere ad un qualsiasi altro genere.

Quelle che siccome hanno una certa età e son sempre lì, cominciano a fare come a casa propria spostando pezzi dell’arredo qua e là.

Quelle che siccome han già fatto un altro corso con il relatore si sentono autorizzate ad interloquirvi del più e del meno nel mezzo della lezione come se fossero al bar.

Quelle che vogliono fare le ascoltatrici attive e cercano di finire le frasi del relatore ad alta voce.

Quelle che vogliono fare le ascoltatrici attive ma, siccome hanno una certa età e non ci sentono niente, fanno interventi puntualmente fuori tema. Ad alta voce.

Quelle che colgono qualsiasi spunto per andare fuori tema e far vedere così quanto sono vasti i loro interessi.

Quelle che dopo sessant’anni non hanno ancora superato la sindrome della prima della classe.

Quelle che non si può fare una battuta su Berlusconi (e però non l’hanno votato, no no).

Quelle che non si può fare una battuta sul Papa.

Quelle che arrivano tre quarti d’ora prima, aspettano l’inizio della lezione chiacchierando ad un volume assurdo con le amiche, snocciolando l’elenco di tutte le cose interessantissime che hanno fatto in settimana a beneficio degli altri presenti in sala e facendo a gara per vincere Miss Settantenne Attiva 2013. E poi però se ne vanno mezz’ora prima della fine della lezione ché alle sette si mangia sennò poi vien tardi.

Quelle che “oggi non c’è più nessuno che scrive come Proust”. Ecco, non è per fare la rompiscatole, ma se è per questo non c’è mai stato neanche a suo tempo un altro che scrivesse come Proust. Altrimenti non staremmo parlando di Proust. Ma vabbè.

Anyway. Cambiando argomento, questo dovrebbe uscire il 4 aprile e non sembra affatto male. Per la cronaca, il titolo originale è The Place Beyond the Pines.

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13 anni, 1 mese, 8 giorni – Mercoledì 18 novembre 1936                                  

Voglio scrivere il diario del mio corpo perché tutti parlano d’altro. Tutti i corpi sono abbandonati negli armadi a specchio. Quelli che tengono un diario, come Luc o Françoise, parlano del più e del meno, delle emozioni, dei sentimenti, di storie di amicizia, di amore, di tradimento, giustificazioni a non finire, quel che pensano gli altri, quel che credono gli altri pensino di loro, i viaggi che hanno fatto, i libri che hanno letto, non parlano mai del loro corpo. L’ho visto quest’estate con Françoise. Mi ha letto il suo diario “in gran segreto”, anche se lo legge a tutti, me l’ha detto Etienne. Scrive sull’onda dell’emozione, ma di rado ricorda quale emozione. Perché hai scritto questo? Non lo so. Di conseguenza non è più tanto sicura del senso di ciò che scrive. Io voglio che quello che scrivo oggi dica la stessa cosa fra cinquant’anni. Esattamente la stessa cosa! (Fra cinquant’anni avrò sessantatrè anni).

Diario Fisico – Ieri sera, al Circolo dei Lettori di Torino, Daniel Pennac – in città anche per l’inaugurazione della stagione 2012-2013 del Teatro Stabile con il suo spettacolo Le 6° Continentha presentato il suo ultimo libro,Storia di un corpo.

Dalla quarta di copertina.

3 agosto 2010. Tornata a casa dopo il funerale del padre, Lison si vede consegnare un pacco, un regalo post mortem del defunto genitore: è un curioso diario del corpo che lui ha tenuto dall’età di dodici anni fino agli ultimi giorni della sua vita. Al centro di queste pagine regna, con tutta la sua fisicità, il corpo dell’io narrante che ci accompagna nel mondo, facendocelo scoprire attraverso i sensi: la voce stridula della madre anaffettiva, l’odore dell’amata tata Violette, il sapor del caffè di cicoria degli anni di guerra, il profumo asprigno della merenda povera a base di pane e mosto d’uva. Giorno dopo giorno, con poche righe asciutte o ampie frasi a coprire svariate pagine, il narratore ci racconta un viaggio straordinario, il viaggio di una vita, con tutte le sue strepitose scoperte, con le sue grandezze e le sue miserie: orgasmi potenti come eruzioni vulcaniche e dolori brucianti, muscoli felici per una lunga camminata attraverso Parigi e denti che fanno male, evacuazioni difficili e meravigliose avventure nel sonno. […]

Un diario tenuto costantemente dai 12 agli 87 anni, dal 1936 al 2010, un diario non di stati d’animo, eventi e intrecci di persone ma di fatti e avvenimenti, evoluzioni del corpo.

Conoscere un personaggio (esclusivamente) attraverso le esperienze del suo corpo non è faccenda da poco, non è banale.

Viviamo in un epoca in cui il corpo è diventato una specie di feticcio sul quale si proiettano tutte le aspettative di successo (estetica) e tutte le peggiori paure (malattia); l’epoca del corpo venerato non in quanto cosa in sé ma in quanto biglietto da visita e terreno di scontro; un corpo che rappresenta una delle più grandi nevrosi post-novecentesche, quella della preservazione a tutti i costi travestita da benessere ma che dal vero stare fisicamente bene non potrebbe essere più lontana.

E qui invece ci troviamo di fronte ad un corpo sincero e divertente, protagonista, senza falsi pudori, senza sovrastrutture, un corpo a cui viene restituita tutta la sua importanza, il suo essere fondamento della nostra umanità.

Pennac racconta come il narratore da bambino avverta l’esigenza di parlare del suo corpo principalmente per smettere di avere paura. Lo dipinge come uno di quei “bambini trasparenti”, sempre un po’ in disparte, sempre a disagio in mezzo ai loro coetanei spigliati e pieni di energia.

La presentazione si è svolta in gran parte come reading – con il supporto di Massimiliano Barbini per la lettura in italiano – di alcuni brani del libro/diario scelti di volta in volta dal pubblico cui Pennac ha chiesto di indicare un’età oppure una parte del corpo o magari una malattia prese dall’indice analitico alla fine del libro. E così sono saltati fuori aneddoti spassosi e iperbolici come quello dell’estrazione del polipo nasale, della diagnosi degli acufeni, fino alla curiosa teoria sull’estinzione dei dinosauri che ha fatto ridere tutti fino alle lacrime. 

Le rocce hanno fatto molto colpo.

Finale di serata rigorosamente in fila per farsi autografare la copia del libro. E’ abitudine di Pennac personalizzare le firme con dei disegni, dei semplici schizzi diversi per ciascuno. Inutile dire che sono uscita di lì sorridente e saltellante. 🙂

86 anni, 9 mesi, 23 giorni – Lunedì 2 agosto 2010

Però però, pensare che lo scheletro sia il simbolo della morte quando le nostre ossa sono il principio della vita! Infatti il cervello che cogita, il cuore che pompa, i polmoni che ventilano, lo stomaco che scioglie, il fegato e i reni che filtrano, i testicoli che progettano passano per semplici accessori a paragone delle nostre ossa. La vita vera e propria, il sangue, i globuli, il vivente, scaturisce dal midollo delle ossa!

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