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Archive for the ‘M. McConaughey’ Category

Vagamente ispirato alla vera storia di uno scandalo minerario e finanziario dell’inizio degli anni  Novanta, Gold – al quale mi rifiuto di aggiungere lo spoilerosissimo sottotitolo italiano – narra le gesta di tale Kenny Wells che, ormai ben oltre la soglia del completo tracollo economico e nella totale impossibilità di mantenere in vita l’impresa di famiglia, sogna – letteralmente – di trovare l’oro in Indonesia.

A metà tra incoscienza e vaneggiamento, Kenny salta su un aereo in cerca di tale Michael Acosta, geologo di abilità quasi leggendaria e lo convince ad imbarcarsi in una ricerca su cui nessuno sembra disposto a scommettere.

E poi l’oro si trova. E non solo un po’. Si trova quello che sembra essere il più grande giacimento d’oro del decennio.

E con l’oro arrivano i soldi. A palate. E le quotazioni in borsa, in quella che sembra essere un’ascesa vertiginosa e fuori controllo.

Stephen Gaghan – regista di Syriana (2005) e sceneggiatore dell’ottimo Traffic (2000) – mette insieme un film dall’impostazione magari non originalissima – per molti versi richiama alla mente La grande scommessa, tanto per fare un esempio recente – ma comunque ben congegnata, dal ritmo veloce, scorrevole e avvincente.

Centrale – quasi totalizzante – la presenza scenica di un Matthew McConaughey mezzo calvo, ingrassato e rovinatissimo per vestire i panni del protagonista Kenny in un ruolo forse a tratti un po’ sopra le righe ma innegabilmente riuscito e trascinante.

Accanto a lui, Edgar Ramirez per Michael Acosta e Bryce Dallas Howard per la compagna di Kenny.

Sulla storia vera alla base della sceneggiatura – che peraltro nel 2009 venne inserita nella Blacklist di Hollywood delle migliori sceneggiature ancora non prodotte – non vengono forniti dettagli e, da quel che sembra, ci sono state motivazioni legali – oltre che narrative – alla base della scelta di modificare nomi, personaggi ed esiti della vicenda. Ragioni che non escludo possano aver anche influito sui ritardi di produzione.

Cinematografo & Imdb.

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Quest’anno non sono riuscita a inserire nel mio programma del TFF neanche un horror, motivo per cui il Weekly Horror va in pausa per un po’, altrimenti finisco di smaltire i titoli del festival dopo Natale.

Ad essere onesti, quest’anno è già stato un miracolo riuscire a metterlo insieme, il mio programma del TFF, ma questo è un altro discorso e non necessariamente interessante.

Dunque.

Free State of Jones.

Regia di Gary Ross e un bel ruolo eroico per Matthew McConaughey.

Diciamo che è il tributo del festival al mainstream, per quanto non ami mai molto usare questa parola, per lo meno non seriamente.

Ma tant’è.

Sì, c’è anche Sully di Eastwood che fa il filmone di richiamo, ma Eastwood, a ragione o a torto che sia, mantiene comunque un tono un po’ più snob.

Free State of Jones decisamente no. E sicuramente in buona parte per colpa del buon Matthew – tralascerò di narrare del branco di quasi-cinquantenni infoiate esaltate che a momenti mi calpestano per entrare in sala, probabilmente convinte di trovare Matthew in carne e ossa a tener loro il posto.

Anyway.

Storia vera di Newton Knight, contadino della contea di Jones, nel Mississippi, che durante la Guerra Civile disertò dall’esercito e si ribellò al governo dei confederati, rifiutando di combattere per una causa non sua e opponendosi allo sfruttamento da parte dei ricchi padroni delle piantagioni di cotone.

A guerra finita e ancora dopo l’abolizione della schiavitù, Newt non smise mai di lottare e fu dalla parte degli schiavi liberati, animato da principi, al tempo, rivoluzionari quanto semplici. Perché un uomo possiede di diritto ciò che ha ottenuto dalla terra col proprio lavoro. Perché un uomo è un uomo, e non c’è bisogno di altre distinzioni.

Si unì inoltre con Rebecca, una ex schiava, quando di unioni miste non era lecito neanche parlare. Ebbero un figlio e, a distanza di più di ottant’anni, il suo discendente si troverà ancora a dover lottare nella democraticissima America a causa del sangue negro che gli scorre nelle vene.

Gary Ross dirige un film impeccabile, ben calibrato sotto ogni aspetto, per un totale di 139 minuti che filano lisci senza appesantire.

McConaughey è fenomenale, immenso con il suo accento del sud strettissimo e la sua presenza che riempie sempre totalmente la scena in un ruolo che sarebbe anche da oscar se non fosse troppo normale considerarlo da oscar e che offusca un tantino tutto il resto del pur meritevole cast.

Resta il fatto che a) decisamente non era un film adatto a questo festival e b) è sempre la solita salsa di patriottismo americano e grandi valori umani e civili.

Per carità, magari al momento l’America ha anche bisogno di ripassarseli un po’ i suoi presunti valori, e sì, il personaggio di Knight è effettivamente interessante e poco conosciuto, però annega nell’impostazione di quello che è ormai un formato standard per questo genere di argomento.

E su questo genere di argomento devo dire che, pur non riuscendo a trovare degli effettivi difetti, ho visto film più coinvolgenti.

Oltretutto è rientrato al festival proprio per il rotto della cuffia, visto che il 1 dicembre arriva già nelle sale.

Cinematografo & Imdb.

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Matthew McConaughey and Bill Tangradi star in FREE STATE OF JONES

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Moses (Mahershala Ali) wearing the slave collar in the maroon camp

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Arthur Brennan (Matthew McConaughey), americano, scienziato, compra un biglietto di sola andata per Tokyo.

Non ha bagaglio con sé. Non ha accompagnatori.

E’ diretto ad Aokigahara.

Aokigahara è un posto bellissimo e terribile. Ed esiste davvero. E’ conosciuto in tutto il mondo, eppure è quasi dimenticato.

Aokigahara è una foresta immensa e intricata ed è nota come la foresta dei sucidi.

Perché è bellissima, appunto. Perché una volta entrato, è molto raro uscirne. E forse questo aspetto costituisce una sorta di garanzia contro i ripensamenti. Chi si reca ad Aokigahara lo fa per una ragione, nella maggior parte dei casi.

Aokigahara è il posto perfetto per morire.

All’ingresso della foresta ci sono dei cartelli che mettono in guardia contro la pericolosità dei sentieri, il rischio di perdersi, l’irrimediabilità del gesto che presumibilmente molti si apprestano a compiere.

Arthur entra nella foresta.

Seguiamo i suoi passi e seguiamo i suoi ricordi.

Attraverso una serie di flashback conosciamo la sua vita di prima. Rivediamo sua moglie Joan (Naomi Watts) e riattraversiamo la loro vita insieme. Riviviamo la storia che lo ha portato fin lì.

A disturbare i suoi piani però arriva Takumi Nakamura (Ken Watanabe). Malconcio e disperato, Takumi cerca una via d’uscita che non riesce a trovare e Arthur non può fare a meno di aiutarlo.

Persi nella foresta, Arthur e Takumi vagano lungo i sentieri di quella che è una realtà sempre più labile, sempre più sottile.

La foresta non li lascia andare. I ricordi non li lasciano andare.

C’è qualcosa. Qualcosa che la cultura giapponese di Takumi sa chiamare per nome. Qualcosa per cui la cultura americana e scientifica di Arthur non è preparata.

Riguardavo la filmografia di Gus Van Sant ed è veramente molto varia, sia come toni che come argomenti. Non sono sicura che il suo filone drammatico sia quello che preferisco.

La foresta dei sogni – che oltre ad essere un titolo di merda è anche vergognosamente esplicativo e che quindi d’ora in poi mi rifiuterò di usare – quindi, meglio The See of Trees – titolo, oltretutto, così meravigliosamente adatto – è indubbiamente un bel film. Perfetto e misurato in ogni sua parte. Delicato nell’affrontare un tema che poteva scappare di mano da un momento all’altro. Solo che è un po’ come Restless (L’amore che resta, 2011): bello ma un po’ troppo.

Non so, forse sono io, ma alla terza disgrazia di fila che si abbatte su un solo personaggio finisco col perdere empatia.

Poi, per carità, McConaughey e Watts sono dei mostri di bravura – lui in particolare – e la costruzione della storia è tale per cui, nonostante i toni tristi, riesce a evitare bene i rallentamenti. Però…

Però.

C’è un momento preciso in cui capisci dove sta andando a parare e dici no, cazzo, non può farlo davvero. Eppure il buon Gus lo fa. E forse pecca un po’ di eccesso di dramma – quanto meno a livello di trama visto che il fronte della recitazione rimane molto contenuto.

Cinematografo & Imdb.

THE SEA OF TREES

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Questo esce il 28 aprile, ossia la prossima settimana.

Resta da capire come sia possibile che, pur passando l’esistenza a guardare trailer, cercare film e altre amenità a tema, io non mi sia assolutamente accorta del fatto che Gus Van Sant stesse facendo un film con Matthew McConaughey e Naomi Watts.

Un film che, tra l’altro, ha partecipato a Cannes 2015.

Boh, ogni tanto vengo rapita dagli alieni.

Resta anche da capire in quale lingua The Sea of Trees voglia dire La foresta dei sogni.

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Interstellar è bellissimo.

Di quei film che esci dalla sala con l’occhio pallato, l’espressione vacua e incredula continuando a balbettare reiterate espressioni di sgomento e ammirazione.

Ok. E’ un film di Nolan e noi tutti lo si aspettava in diligente trepidazione sapendo che sarebbe arrivata una gran bella cosa. Ma, davvero, mi ha stesa. E’…troppo. E giuro che non è perché è Nolan e allora bisogna gridare per forza al miracolo – che tanto so già che sarà una delle obiezioni che andrà per la maggiore tra le critiche negative del film. E’ come guardare 169 minuti di sport estremo. Perché quello che fa Nolan è mettersi a giocare con un materiale che più esplosivo non potrebbe essere per moltissime ragioni. Perché tira in ballo i grandi, Kubrick in primis, e dichiara esplicitamente di volercisi confrontare, oltre che rendervi omaggio. Perché sei lì che guardi e dici, oddio, non andarti a cacciare in certi argomenti perché nove volte su dieci, per quanto bravo sia il regista, viene fuori un bagno di sangue. E invece lui ci si butta a capofitto e dimostra di essere quell’uno su dieci che non fa cazzate. Anzi. Perché sceglie un genere inflazionato e difficile e dimostra non solo di esserne all’altezza ma di saper anche dire qualcosa di nuovo.

E io che non amo particolarmente né la fantascienza né le ambientazioni spaziali mi sono trovata ad amare incondizionatamente ogni secondo di questo film. Ogni dettaglio, ogni inquadratura. Ogni implicazione.

Interstellar è un film estremamente complesso, impegnativo.

Non come poteva esserlo Inception, la cui difficoltà – pur essendo anch’esso un film a suo modo perfetto – risiedeva soprattutto nella molteplicità dei livelli di trama. In questo caso è una complessità che riguarda più la sfera dei significati.

Il punto di partenza è distopico. Siamo in un futuro in cui l’umanità è dovuta regredire ad un’economia essenzialmente agricola. Un mondo minacciato da tempeste di sabbia e da una piaga che brucia le coltivazioni. Una distopia anche qui, fuori dal canone standard, senza particolari effetti visivi o scene di catastrofe. Si comincia con la fotografia di un’umanità rassegnata. Con il fantasma incombente di un’estinzione in sordina.

E un fantasma pare abitare anche nella stanza di Murph, figlia minore di Cooper, ingegnere, ex pilota e ora, come tutti, agricoltore. Un fantasma che fa cadere i libri e che crea strani accumuli di sabbia. Che sembra comunicare qualcosa con la forza di gravità. Con l’alfabeto morse e forse in qualche altro modo.

Tentare di riassumere la trama in modo lineare vorrebbe dire svelare troppi risvolti che si chiariscono solo alla fine.

Cooper deve partire. In quanto pilota – uno dei migliori piloti di cui la NASA disponesse prima dei cambiamenti – è chiamato a prendere parte ad un estremo tentativo di salvare l’umanità trovando un nuovo mondo. Un nuovo pianeta in grado di sostenere la vita.

Mi rendo conto che detta così, la faccenda sembra banale, o quanto meno già sentita. E forse sì, il punto di partenza è la solita vecchia ricerca di salvezza per un’umanità sull’orlo dell’estinzione. E’ questo ma è anche tanto, tantissimo altro.

Il viaggio spaziale presuppone l’attraversamento di un wormhole, il che implica che si va a tirare in ballo il concetto di relatività del tempo. E poi buchi neri, gravità e fisica quantistica.

Ora, non mi azzardo neanche lontanamente a cercare di addentrarmi nella parte scientifica perché, benché sia sempre stata estremamente affascinata da questi argomenti, è purtroppo una realtà innegabile che non ne so un bel niente. E anche quel poco che posso capire da profana, non sarei in grado di esporlo a mia volta.

Mi limito a dire che tra i produttori figura Kip Thorne, che è anche, di fatto, creatore del soggetto, e, da quel che ho letto, la plausibilità scientifica dei presupposti alla base di tutta la teoria esposta è più che solida.

Il che conferma anche l’impressione, che si ha durante tutto il film, di qualcosa che magari non si capisce fino in fondo ma che ha una sua credibilità. Per dire, anche se non conosci un argomento, ti rendi conto quando in un film le stanno sparando grosse – e qui, mi spiace, ma parte inevitabilmente l’esempio di Gravity, con il suo cumulo di invenzioni più che dozzinali. Parentesi. Altra cosa inevitabile è stata pensare, quando la parte spaziale del film entra nel vivo, qualcosa che suonava molto come: ‘ecco, Alfonso, ti sarebbe piaciuto vero fare una cosa così, eh? Era vagamente questo quello a cui aspiravi? Bè, guarda come si fa e impara’. Tanto per dire. Che poi io non ce l’ho neanche particolarmente con Cuaròn. Ce l’ho col fatto che Gravity ha ricevuto tutti quei premi immeritati. Chiusa parentesi.

Torniamo al film.

Il diverso scorrere del tempo nelle diverse dimensioni dello spazio crea il presupposto per lo sviluppo parallelo di diversi piani che si trovano a coesistere sempre più sfasati eppure sempre, in qualche modo, connessi.

La storia personale di Cooper e Murph non smette mai di essere determinante, anche quando il centro della narrazione si sposta.

Interstellar è un film di un’umanità straziante nella sua concretezza. E’ un film di legami e solitudine.

E’ un film dalle immagini potenti e visionarie.

Gli omaggi a 2001: Odissea nello spazio sono tanti ed espliciti, a partire dalla prima sequenza di rotazione.

Bellissima anche la colonna sonora, di Hans Zimmer.

Il cast. Eh, cosa si può dire ancora di buono su Matthew McConaughey che non abbia già detto? Non lo so, ma è sempre più bravo ad ogni pellicola che vedo. Non so se voglia puntare ad un altro oscar, in ogni caso è sulla strada buona con un’interpretazione che lascia senza parole in un ruolo fortemente emotivo, fortemente empatico ma sempre in perfetto equilibrio, senza mai un eccesso o una sbavatura né di sentimentalismo né di eroismo.

Accanto a lui Anne Hataway, Michael Caine e una sempre meravigliosa e perfetta Jessica Chastain. E una piccola parte anche per Matt Damon.

Bon, mi fermo prima di cedere alla tentazione di esprimermi su altri dettagli e finire così col rivelare troppo.

Da vedere. Più e più volte.

Cinematografo & Imdb.

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Presentato in concorso a Cannes nel 2012, peraltro non senza un discreto successo, e poi dimenticato dalla distribuzione finché – è lecito supporre – McConaughey non ha vinto l’oscar per i Dallas Buyers. Per la serie, i tristi meccanismi che possono condannare un film all’oblio.

E se, da un lato, un po’ di sana diffidenza verso le uscite proposte sulla scia di un successo può anche essere legittima, d’altro canto va detto che ogni riserva viene messa da parte dopo i primi cinque minuti.

Perché sì, Mud è davvero un gran bel film. E se c’è qualche recriminazione da fare, è solo perché avrebbe dovuto arrivare subito nelle sale e non come traino.

E’ vero che Mud è arrivato nello stesso anno di Magic Mike e ad appena un anno di distanza da Killer Joe, vale a dire quando la fama di Matthew era costruita più sui pettorali che sulle effettive doti recitative. Però continuo a non vederlo come un motivo effettivamente valido per snobbarlo. Anzi. Personalmente apprezzo molto gli attori che si cimentano in ruoli totalmente diversi quando non diametralmente opposti. Mi garba chi saltella da un genere all’altro, riuscendo bene in qualunque parte, da quella tamarra a quella drammatica, passando magari per qualche sfumatura intermedia.

Mud è un film garbato, a tratti divertente, toccante senza essere mai sentimentale.

Le atmosfere sono quelle pigre e sospese del Mississippi. I barconi utilizzati – abusivamente – come abitazioni. I tragitti avanti e indietro lungo il fiume.

Due ragazzini, Ellis e Neckbone, si imbattono in una barca rimasta incagliata su un albero, probabilmente a seguito di un’alluvione, su un isolotto lungo il fiume. Ne fanno la meta delle loro esplorazioni ma si rendono subito conto che la barca è abitata. Si imbattono così in Mud, strano, solitario individuo che chiede loro aiuto e racconta loro la storia della donna che ama. Mud è in fuga, si sta nascondendo e non può lasciare l’isola.

Tra l’uomo e i ragazzini si instaura un legame di sincera amicizia e Ellis e Neckbone si trovano così sempre più coinvolti nella storia di Mud, che va pian piano assumendo contorni più precisi.

I toni sono sempre delicati e in certi momenti richiamano alla mente Stand by Me (forse complice anche il fatto che Jacob Lofland – Neckbone – ricorda parecchio River Phoenix). Sia Lofland che Tye Sheridan (Ellis) sono davvero bravissimi. In particolare quest’ultimo si può dire che se la giochi alla pari con McConaughey in un ruolo di coprotagonista di tutto rispetto. L’interpretazione di McConaughey è equilibrata e credibile. Si crea subito empatia con il personaggio senza esagerazioni o scene eccessivamente emotive.

Nel cast anche Sam Shepard, Sarah Paulson e Reese Whiterspoon nel ruolo di Juniper, a dream you don’t want to wake up from, come la definisce Mud.

I legami sono al centro di tutto. E l’insostenibile difficoltà dei rapporti interpersonali unita alla loro insostituibilità. Uomini e donne, padri e figli, amici.

La regia è di Jeff Nichols che ha il grande merito di affrontare tutto ciò tenendosi ben distante da sentimentalismi e luoghi comuni.

Davvero da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Film Review Mud

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Miglior film

  • 12 anni schiavo (12 Years a Slave), regia di Steve McQueen
  • American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle), regia di David O. Russell
  • Captain Phillips – Attacco in mare aperto (Captain Phillips), regia di Paul Greengrass
  • Dallas Buyers Club, regia di Jean-Marc Vallée
  • Gravity, regia di Alfonso Cuarón
  • Lei (Her), regia di Spike Jonze
  • Nebraska, regia di Alexander Payne
  • Philomena, regia di Stephen Frears
  • The Wolf of Wall Street, regia di Martin Scorsese

Miglior regia

  • Alfonso Cuarón – Gravity
  • Steve McQueen – 12 anni schiavo (12 Years a Slave)
  • Alexander Payne – Nebraska
  • David O. Russell – American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle)
  • Martin Scorsese – The Wolf of Wall Street

Miglior attore protagonista

  • Matthew McConaughey – Dallas Buyers Club
  • Christian Bale – American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle)
  • Bruce Dern – Nebraska
  • Leonardo DiCaprio – The Wolf of Wall Street
  • Chiwetel Ejiofor – 12 anni schiavo (12 Years a Slave)

Miglior attrice protagonista

  • Cate Blanchett – Blue Jasmine
  • Amy Adams – American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle)
  • Sandra Bullock – Gravity
  • Judi Dench – Philomena
  • Meryl Streep – I segreti di Osage County (August: Osage County)

Miglior attore non protagonista

  • Jared Leto – Dallas Buyers Club
  • Barkhad Abdi – Captain Phillips – Attacco in mare aperto (Captain Phillips)
  • Bradley Cooper – American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle)
  • Michael Fassbender – 12 anni schiavo (12 Years a Slave)
  • Jonah Hill – The Wolf of Wall Street

Migliore attrice non protagonista

  • Lupita Nyong’o – 12 anni schiavo (12 Years a Slave)
  • Sally Hawkins – Blue Jasmine
  • Jennifer Lawrence – American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle)
  • Julia Roberts – I segreti di Osage County (August: Osage County)
  • June Squibb – Nebraska

Migliore sceneggiatura originale

  • Spike Jonze – Lei (Her)
  • David O. Russell e Eric Warren Singer – American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle)
  • Woody Allen – Blue Jasmine
  • Craig Borten e Melisa Wallack – Dallas Buyers Club
  • Bob Nelson – Nebraska

Migliore sceneggiatura non originale

  • John Ridley – 12 anni schiavo
  • Richard Linklater, Julie Delpy e Ethan Hawke – Before Midnight
  • Billy Ray – Captain Phillips – Attacco in mare aperto
  • Steve Coogan e Jeff Pope – Philomena
  • Terence Winter – The Wolf of Wall Street

Miglior film straniero

  • La grande bellezza, regia di Paolo Sorrentino (Italia)
  • Alabama Monroe – Una storia d’amore (The Broken Circle Breakdown), regia di Felix Van Groeningen (Belgio)
  • Il sospetto (Jagten), regia di Thomas Vinterberg (Danimarca)
  • The Missing Picture, regia di Rithy Panh (Cambogia)
  • Omar, regia di Hany Abu-Assad (Palestina)

Miglior film d’animazione

  • Frozen – Il regno di ghiaccio (Frozen), regia di Chris Buck e Jennifer Lee
  • I Croods (The Croods), regia di Kirk De Micco e Chris Sanders
  • Cattivissimo me 2 (Despicable Me 2), regia di Pierre Coffin e Chris Renaud
  • Ernest & Celestine, regia di Stéphane Aubier, Vincent Patar e Benjamin Renner
  • Si alza il vento (Kaze tachinu), regia di Hayao Miyazaki

Migliore fotografia

  • Emmanuel Lubezki – Gravity
  • Philippe Le Sourd – The Grandmaster
  • Bruno Delbonnel – A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis)
  • Phedon Papamichael – Nebraska
  • Roger Deakins – Prisoners

Miglior scenografia

  • Catherine Martin e Beverley Dunn – Il grande Gatsby (The great Gatsby)
  • Judy Becker e Heather Loeffler – American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle)
  • Andy Nicholson, Rosie Goodwin e Joanne Woollard – Gravity
  • K.K. Barrett e Gene Serdena – Lei (Her)
  • Adam Stockhausen e Alice Baker – 12 anni schiavo (12 years a slave)

Miglior montaggio

  • Alfonso Cuarón e Mark Sanger – Gravity
  • Jay Cassidy, Crispin Struthers e Alan Baumgarten – American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle)
  • Christopher Rouse – Captain Phillips – Attacco in mare aperto (Captain Phillips)
  • John Mac McMurphy e Martin Pensa – Dallas Buyers Club
  • Joe Walker – 12 anni schiavo (12 years a slave)

Migliore colonna sonora

  • Steven Price – Gravity
  • Win Butler e Owen Pallett – Lei (Her)
  • Alexandre Desplat – Philomena
  • Thomas Newman – Saving Mr. Banks
  • John Williams – Storia di una ladra di libri (The Book Thief)

Migliore canzone

  • Let it Go, musica e parole di Kristen Anderson-Lopez e Robert Lopez – Frozen – Il regno di ghiaccio
  • Happy, musica e parole di Pharrell Williams – Cattivissimo me 2 (Despicable Me 2)
  • The Moon Song, musica e parole di Karen O e Spike Jonze – Lei (Her)
  • Ordinary Love, musica e parole di Paul Hewson, David Evans, Adam Clayton, Larry Mullen e Paul Hewson – Mandela: Long Walk to Freedom

Migliori effetti speciali

  • Tim Webber, Chris Lawrence, Dave Shirk e Neil Corbould – Gravity
  • Joe Letteri, Eric Saindon, David Clayton e Eric Reynolds – Lo Hobbit – La desolazione di Smaug
  • Roger Guyett, Patrick Tubach, Ben Grossmann e Burt Dalton – Into Darkness – Star Trek
  • Christopher Townsend, Guy Williams, Erik Nash e Dan Sudick – Iron Man 3
  • Tim Alexander, Gary Brozenich, Edson Williams e John Frazier – The Lone Ranger

Miglior sonoro

  • Skip Lievsay, Niv Adiri, Christopher Benstead e Chris Munro – Gravity
  • Chris Burdon, Mark Taylor, Mike Prestwood Smith e Chris Munro – Captain Phillips – Attacco in mare aperto (Captain Phillips)
  • Skip Lievsay, Greg Orloff e Peter F. Kurland – A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis)
  • Christopher Boyes, Michael Hedges, Michael Semanick e Tony Johnson – Lo Hobbit – La desolazione di Smaug
  • Andy Koyama, Beau Borders e David Brownlow – Lone Survivor

Miglior montaggio sonoro

  • Glenn Freemantle – Gravity
  • Steve Boeddeker e Richard Hymns – All Is Lost
  • Oliver Tarney – Captain Phillips – Attacco in mare aperto (Captain Phillips)
  • Brent Burge – Lo Hobbit – La desolazione di Smaug
  • Wylie Stateman – Lone Survivor

Migliori costumi

  • Catherine Martin – Il grande Gatsby (The great Gatsby)
  • Michael Wilkinson – American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle)
  • William Chang Suk Ping – The Grandmaster
  • Michael O’Connor – The Invisible Woman
  • Patricia Norris – 12 anni schiavo (12 years a Slave)

Miglior trucco e acconciatura

  • Adruitha Lee e Robin Mathews – Dallas Buyers Club
  • Stephen Prouty – Jackass Presents: Bad Grandpa
  • Joel Harlow e Gloria Pasqua-Casny – The Lone Ranger

 Miglior documentario

  • 20 Feet from Stardom, regia di Morgan Neville
  • The Act of Killing, regia di Joshua Oppenheimer e Signe Byrge Sørensen
  • Cutie and the Boxer, regia di Zachary Heinzerling e Lydia Dean Pilcher
  • Dirty Wars, regia di Richard Rowley e Jeremy Scahill
  • The Square, regia di Jehane Noujaim e Karim Amer

Miglior cortometraggio documentario

  • The Lady in Number 6: Music Saved My Life, regia di Malcolm Clarke e Nicholas Reed
  • CaveDigger, regia di Jeffrey Karoff
  • Facing Fear, regia di Jason Cohen
  • Karama Has No Walls, regia di Sara Ishaq
  • Prison Terminal: The Last Days of Private Jack Hall, regia di Edgar Barens

Miglior cortometraggio

  • Helium, regia di Anders Walter e Kim Magnusson
  • Aquel No Era Yo (That Wasn’t Me), regia di Esteban Crespo
  • Avant Que De Tout Perdre (Just Before Losing Everything), regia di Xavier Legrand e Alexandre Gavras
  • Pitääkö Mun Kaikki Hoitaa? (Do I Have to Take Care of Everything?), regia di Selma Vilhunen e Kirsikka Saari
  • The Voorman Problem, regia di Mark Gill e Baldwin Li

Miglior cortometraggio d’animazione

  • Mr. Hublot, regia di Laurent Witz e Alexandre Espigares
  • Feral, regia di Daniel Sousa e Dan Golden
  • Possessions, regia di Shuhei Morita
  • Room on the Broom, regia di Max Lang e Jan Lachauer
  • Tutti in scena! (Get a Horse!), regia di Lauren MacMullan e Dorothy McKim

Che dire, sono mediamente soddisfatta. E il mediamente deriva dal fatto che con ben 7 statuette Gravity risulta il film più premiato di questa edizione. E se ancora posso passare sopra le nomination tecniche, miglior regia a Cuaròn per quella roba lì proprio non mi va giù. Di sicuro scala rapidamente la mia personale classifica dei film più immeritatamente premiati della storia degli Oscar.

Anyway. Ci sono invece molti altri motivi di grande giubilo.

Primo fra tutti, le due assegnazioni per Dallas Buyers. Sono spudoratamente felice che abbiano dato le statuette a quei due. Perché i loro personaggi (soprattutto Rayon) sono meravigliosi e perché quello è sicuramente uno dei migliori film dell’anno e, se fosse stato per me, gli avrei dato anche qualcos’altro. L’unico neo della faccenda è l’enorme delusione per Di Caprio che, dal canto suo, si avvia a diventare l’attore con il maggior numero di candidature a vuoto della storia di Hoollywood. Scherzi a parte, come avevo probabilmente già espresso, con tutti i film bellissimi che Di Caprio ha fatto – prevalentemente con Scorsese ma non solo – probabilmente Wolf of Wall Street era il meno adatto a portargli il riconoscimento. Soprattutto vista la concorrenza. Resta il fatto che mi dispiace. Mi è dispiaciuto il suo sorriso rigido. L’abbraccio di McConaughey. Lo sguardo di Scorsese. E anche un po’ la mia dash di tumblr invasa da gif che prendono per il culo Leo, ma vabbè.

Altra grande soddisfazione per Cate Blanchett. Premio meritatissimo.

Sono anche contenta per il fatto che 12 anni schiavo è stato premiato ma senza eccessi, senza lasciarsi trascinare dall’emotività della storia vera e dell’ingiustizia storica. Lupita Nyong’o è stata bellissima e commovente nel ritirare il suo premio. E a questo punto ci sarebbe da aprire una lunga parentesi sull’argomento premiazioni&commozione perché di anno in anno devo purtroppo constatare che la mia emotività non mi permette di assistere dignitosamente ad una qualsivoglia premiazione: appena qualcuno comincia a ringraziare io scoppio in singhiozzi. In effetti è anche piuttosto seccante. Va da sé che i discorsi di Jared e Matthew mi hanno ammazzata. Che poi. C’entrerà poco, ma vogliamo spendere due secondi ad ammirare la mamma di Jared? Io la trovo meravigliosa. E sì, sono consapevole del fatto che in questo momento potrei sembrare una comunissima fan dei 30 seconds ma no, abbiate fiducia, è l’emozione del momento, ora mi ripiglio.

Fortuna che poi è arrivato Sorrentino a stemperare un po’ il pathos delle assegnazioni. Non che non sia contenta per il suo premio eh, solo che la sua acceptance è stata un filino imbarazzante, con la lista dei ringraziamenti snocciolata a memoria alla velocità della luce (ok, a parte McConaughey parlavano tutti piuttosto in fretta ed erano tutti parecchio nervosi, è vero) e con una pronuncia dei tenchiù che faceva venire i brividi. Stasera mi deciderò finalmente anche a vederla questa Grande Bellezza.

Grande insoddisfatto risulta American Hustle, ma, in proporzione, mi aveva stupito di più l’elevato numero di nominations. Avrebbero potuto dargli almeno miglior regia. O avrebbero potuto darlo anche a Nebraska. O anche al nipote di Ellen DeGeneres, per quel che mi riguarda, qualsiasi cosa sarebbe stata meglio di Gravity.

Sono anche molto contenta per i due premi a Baz Luhrman per il suo Gatsby.

Nel complesso è stata una bella edizione. Red carpet forse non dei più sfarzosi ma interessante. Impagabile Jennifer Lawrence che si è di nuovo quasi stesa appena messo piede sul carpet e che – subito intervistata sull’accaduto – ha liquidato la cosa dicendo che almeno stavolta era intonata al pavimento, visto il suo bellissimo abito rosso. Io la adoro.

Laura Dern ha accompagnato il papà.

Ad un certo punto è spuntata fuori Goldie Hawn e io ho istintivamente pensato di informarmi su come stesse Bing, ma questi son problemi miei.

Ho sinceramente sghignazzato per la faccenda delle pizze da asporto prima della cerimonia vera e propria e ho provato moti di sincero affetto per l’entusiasmo di Ellen – selfie da collezione compresa.

Basta, mi fermo sennò tra un po’ mi ritrovo a squittire su quanto era bello il vestito di Charlize (ma quanto era bello?!?). Ok, sì vado.

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