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Posts Tagged ‘Libri’

le sue fondamenta avevano cominciato a cedere. Così si era prodotta nell’edificio un’inclinazione verso ovest, bizzarra e fastidiosamente vistosa, e nelle giovani donne della città, le cui energiche questue avevano sostentato il museo, una sconfinata vergogna e la tendenza a incolparsi a vicenda. Al tempo stesso, il cedimento aveva divertito non poco il personale, le cui diverse attività erano state alterate dalla decisa pendenza assunta dai pavimenti. Il responsabile del dinosauro, in effetti, aveva descritto con molto spirito la disposizione quasi fetale assunta dalle auguste ossa a lui affidate; e il numismatico, i cui esemplari mostravano la tendenza a scivolare battendo gli uni contro gli altri, fu sentito proferire commenti – fino alla noia – sugli armoniosi accostamenti venutisi così a creare. Il naturalista che si occupava degli uccelli impagliati e l’astronomo, le cui vite potevano quasi prescindere dall’equilibrio terreno, non risentirono in alcun modo del cedimento, se si eccettua la necessità di procedere come imboccando una curva inclinata per bilanciare il pavimento sghembo; camminare era, in ogni caso, un’attività poco familiare a entrambi, giacché l’uno si interessava solo al volo e l’altro a ruotare pago di sé delle sfere. Il dottissimo professore di archeologia, percorrendo distratto i corridoi obliqui, era stato visto mentre contemplava speranzoso le disgregate fondamenta. L’ingegnere e l’architetto, insieme alle stizzite cittadine, tentarono di dare la colpa in primo luogo alla scarsa qualità dei materiali utilizzati per la costruzione, in secondo luogo al peso eccezionale di alcune antichità ospitate all’interno; sul quotidiano locale un editoriale criticò la direzione del museo, la quale aveva consentito che le raccolte di meteoriti e minerali e un intero arsenale della Guerra Civile, disseppellito appena fuori città e comprendente due cannoni, venissero collocati nella parte occidentale dell’edificio; l’articolo sottolineava in tono asciutto che, se quell’ala avesse accolto invece l’esposizione di firme celebri e quella di abiti storici, forse le fondamenta non avrebbero ceduto o, quanto meno, non mentre i benefattori del museo erano ancora in vita. Poiché il quotidiano – contingente e non durevole – non era ammesso al di sotto del terzo piano, ovvero quello degli uffici, i cannoni e il resto poterono conservare la loro maldestra collocazione in barba agli editoriali, benché gli impiegati del terzo piano continuassero a leggere tutti i giorni le vignette e scorressero la prima pagina sperando di scoprirci le modalità della propria morte. La gente del terzo piano era portata alla riflessione, e credeva quasi a tutto quello che leggeva. In ciò, naturalmente, differiva poco o punto dagli eruditi residenti del primo e del secondo piano, i quali vivevano fra le vestigia imperiture del passato e facevano argute battutine sulla disintegrazione.

Elizabeth Richmond occupava un cantuccio in uno degli uffici; quella era la sezione del museo più vicina, per così dire alla superficie, dove la corrispondenza col vasto mondo esterno veniva condotta liberamente, e dove meno trovavano protezione i tipi studiosi e tremebondi. Seduta alla sua scrivania lì all’ultimo piano, nell’angolo più occidentale, giorno dopo giorno Elizabeth rispondeva alle lettere che offrivano al museo raccolte di fiori pressati o vetusti bauli da marinaio riportati dal Catai. Non è dimostrato che il suo equilibrio personale venisse alterato dalla pendenza del pavimento, né si poté dimostrare che fosse stata lei a svellere il palazzo dalle fondamenta; è innegabile tuttavia che l’uno e l’altro cominciarono a smottare all’incirca nello stesso periodo.

Shirley Jackson, Lizzie, 1954, ed. Adelphi 2014

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Non gli passa.

E’ difficile che la collera passi. Esiste il verbo incollerirsi, far montare dentro di sé la collera, ma non il suo contrario. Perché? Perché la collera è preziosa, protegge dalla disperazione.

Siamo negli anni Settanta e Dominique e Claude si incontrano.

Lei è schiva e riservata, poco incline a coinvolgimenti emotivi.

Lui è spavaldo, quasi sfacciato nel modo di corteggiarla.

Lei è confusa e un po’ diffidente.

Lui è determinato, senza l’ombra di un dubbio.

Lei abbandona le sue reticenze, persa in una bottiglia di Chanel N.5.

Lui pianifica il matrimonio e la partenza per Parigi.

Entrambi condividono un nome da cui non si deduce il genere di appartenenza.

Nomi epiceni si chiamano, dalla commedia di Ben Johnson intitolata appunto Epicoene.

E proprio per questo tratto comune – e anche un po’ per Ben Johnson – Claude e Dominique decidono di chiamare la loro figlia Épicène.

Il tempo dell’infanzia obbedisce ad altre leggi. La sia densità è pari solo al suo senso del tragico.

Épicène è una ragazza attenta e intelligente. E capisce subito che c’è qualcosa che non va nel padre. Qualcosa che la madre non riesce a vedere, accecata dal troppo amore per il suo uomo. Qualcosa che ha a che fare con una certa distanza di Claude.

Amélie torna e mette in scena un affascinante balletto di amore e vendetta, di perdita e ossessione. Un gioco di specchi ed equilibri in cui la verità si nasconde e si dissimula, persa in mezzo a domande che esigerebbero una risposta ma generano solo altre domande.

Cosa vuol dire amare? Quand’è che l’amore diventa ossessione? Quanto può durare il desiderio di vendetta?

Quanto hanno in comune questi tre diversi sentimenti?

Non gli passerà mai

Amélie Nothomb, I nomi epiceni, Voland 2019

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Tratto dall’omonimo libro di Ian Mc Ewan e sceneggiato dall’autore stesso, Chesil Beach è davvero un bellissimo film.

In un perfetto adattamento dalla pagina scritta allo schermo, siamo spettatori della storia di Florence ed Edward e, soprattutto, della loro prima notte di nozze.

Siamo nel 1962, in Inghilterra. La rivoluzione sessuale è alle porte ma non è già realmente arrivata e i due giovani sono ancora il frutto di una società borghese fatta di convenzioni, schemi predefiniti e soprattutto enormi tabù.

Edward e Florence si amano. Si amano davvero.

Ma non sanno nient’altro.

Sanno parlare di musica e di storia.

Ma non sanno da che parte cominciare quando si trovano in camera da letto da soli.

E quello che avrebbe dovuto essere il coronamento della loro indipendenza, del loro ingresso nella vita adulta, si trasforma in un vicolo cieco in cui rimangono incastrati.

In un alternarsi sempre più dissonante e doloroso tra presente – nella camera dell’albergo della luna di miele a Chesil Beach – e passato – nel periodo felice e spensierato della loro conoscenza – si delineano i tratti di una vicenda che precipita rapidamente verso la tragedia.

L’enorme potere dei condizionamenti sociali impedisce ai due ragazzi di superare lo scoglio delle inibizioni fisiche.

Soli e abbandonati a loro stessi con l’unico bagaglio di nozioni bislacche e di seconda mano, Florence ed Edward rimangono impantanati. Nessuno dei due riesce a superare i condizionamenti che si porta dietro a proposito di ciò che pensano debba essere fatto e detto. Una volta marito e moglie, è come se fossero diventati due estranei.

Se non ci fossero i flashback, la narrazione sarebbe quasi teatrale. Il dialogo serrato di una coppia che non riesce realmente a parlare.

Lei è Saoirse Ronan, che pensavo potesse puntare all’Oscar per questa parte e che invece si è rivelata brava ma non particolarmente sopra le righe come mi sarei aspettata.

Lui è Billy Howle e a vederlo dal trailer non mi piaceva come scelta. Invece ho dovuto ricredermi perché, oltre ad essere fisicamente adatto, è anche dannatamente bravo. In proporzione ha finito col piacermi molto più lui di lei. Non so se addirittura da nomination ma vedremo.

L’atmosfera sempre più oppressiva della camera va di pari passo con il convergere di passato e presente.

Le interpretazioni di entrambi i protagonisti sono ottime e restituiscono perfettamente la sensazione di impotenza e di claustrofobia che imprigiona Edward e Florence all’interno di muri mentali sempre più alti e sempre più insormontabili.

Nel resto del cast, particine anche per Emily Watson e Anne-Marie Duff.

Regia del quasi esordiente Dominic Cooke che riesce a mantenersi delicato ed equilibrato.

Assolutamente da non perdere.

Cinematografo & Imdb.

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Cosa abbiamo imparato oggi.

Che il raffreddore può materializzarsi all’improvviso – tipo che un secondo prima stai bene e quello dopo hai smesso di respirare come se ti avessero cacciato la testa in un sacchetto di nylon.

Che il raffreddore non si cura a furia di bestemmie – dovrei essere super guarita.

Che forse tentare di fare il bagno al mare questo weekend non è stata tra le idee più luminose del secolo.

Anyway.

Nell’attesa di andare a vedere Venom – che mi sto trattenendo dal leggere recensioni in giro perché me lo sto pregustando parecchio -, nell’attesa che esca il dvd del Don Chisciotte di Gilliam – dato che, manco a dirlo, in sala è stato pochissimo e in orari demmerda sicché non son riuscita ad andare a vederlo – e nell’attesa che il gatto si tolga dalla tastiera, possiamo ingannare il tempo con questo fumettino che ho recuperato a Torino Comics di quest’anno.

Scritto da Neil Gaiman, illustrato da Michael Zulli – già collaboratore di Gaiman nell’illustrazione di Sweeney Todd, progetto poi naufragato – e adattato da Todd Klein, pubblicato per la prima volta nel 2008 da Dark Horse Comics e arrivato in Italia con Magic Press nel 2009.

Le vicende relative al caso della scomparsa di Miss Finch, o più semplicemente Miss Finch, per gli amici, è una piccola e intensa storia di descensio.

Un po’ sogno, un po’ visione, un po’ discesa nella tana del Bianconiglio e un po’ (molto in verità) Nessundove.

Appena sotto la superficie della quotidianità,  in un mondo sotterraneo in cui si perde gradualmente la cognizione del tempo e – cosa più importante – della realtà, il gruppo di protagonisti si imbatte nelle figure e nelle ambientazioni assurde, grottesche e surreali di uno strano tipo di circo.

Le stanze si susseguono, ognuna con le sue stranezze, ognuna con il suo tema. Nel gruppo di amici c’è Miss Finch, che non pare essere la compagnia più gradita per nessuno.

Una volta entrati nel circo, si può solo proseguire, non si può tornare indietro. Una volta entrati nel circo, quelli che sembravano normali artisti di strada sembrano qualcosa di più e di diverso.

E allora? Fin dove arriva la suggestione? Quanto può essere sottile la realtà – per usare un’espressione cara allo zio Steve?

Nelle potenti, coloratissime e trascinanti immagini di Michael Zulli prende vita un mondo incredibile, onirico eppure concreto.

E si delinea sullo sfondo il vecchio adagio del fare attenzione a ciò che si desidera, perché si lo si potrebbe ottenere.

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Ho comprato questo libro nell’autunno dell’anno scorso e quando l’ho preso non avevo la più pallida idea di chi fosse Marina Abramović. E’ stato uno di quegli acquisti istintivi che ogni tanto faccio. Uno di quei libri che ti chiamano dagli scaffali senza una ragione precisa.

Poi, come al solito, l’ho lasciato lì a decantare un po’ nella sempre più ingestibile coda di lettura che mi ritrovo.

E poi, ad un certo punto, tutti parlavano di Marina Abramović.

Perché probabilmente Cate Blanchett la interpreterà nella serie Documentary Now!

Perché a Firenze, a Palazzo Strozzi, dal 21 settembre 2018 al 21 gennaio 2019 ci sarà The Cleaner, una mostra a lei dedicata.

E poi non lo so bene perché ma da un paio di mesi a questa parte me la ritrovo sempre fra i piedi.

La mostra di Firenze però è stata l’elemento decisivo per decidermi a leggere il libro. Voglio andare a vederla e voglio andarci preparata, per quanto possibile.

 

Ora, io di arte non ne capisco niente. Ci tengo a dirlo per mettere subito le cose in chiaro. In particolare di arte contemporanea.

Ciò non significa che l’argomento non mi interessi.

L’arte contemporanea è qualcosa che mi affascina, in incuriosisce e mi attira ma della quale non sono capace di parlare con reale cognizione.

I miei giudizi sono prevalentemente di pancia.

Le mie impressioni sono istintive e spesso non so motivarle e non so difenderle con argomentazioni oggettive.

Per dire, adoro Damien Hirst ma se qualcuno mi attacca dicendo che è una stronzata mettere uno squalo in formaldeide, esporlo e chiamarla arte io non sono capace di controbattere in modo convincente. A me lo squalo in formaldeide piace. Posso dire solo questo. Sul fatto che valga milioni di dollari…boh, fa parte del gioco. Un gioco che non capisco appieno ma che, ripeto, mi affascina per il suo miscuglio di leggi che sono in parte significato sostanziale e in parte mera arbitrarietà.

Da un lato, è vero, ci sono i meccanismi di un sistema chiuso, autoalimentato e autocelebrativo, ma è anche vero che ci sono ragioni più profonde nelle forme d’espressione e che le grandi esposizioni di arte moderna e contemporanea sono pezzi di storia che spesso diventano realmente comprensibili solo a distanza di tempo.

Tutto questo per dire che cosa? Che anche per Marina Abramović il mio approccio è stato assolutamente di pancia.

Ero attirata in modo quasi ossessivo dal libro.

Quando ho saputo della mostra ho cercato in rete qualcosa sulle opere di Marina e quello che ho visto mi ha lasciata perplessa.

Se già di arte contemporanea capisco poco, con la performance art brancolo decisamente nel buio.

Istintivamente, la performance art mi trasmette una sensazione di disagio. Mi disturba. Mi impaurisce, anche. Per l’imprevedibile utilizzo del corpo, credo. Ma anche questo sarebbe un argomento da approfondire a parte.

Morale. Ho deciso di non cercare altro materiale sulle performance della Abramović ma di andare con ordine e cominciare proprio da Attraversare i muri.

Direi che ho fatto bene.

Ho amato moltissimo questo libro e, benché continui tuttora a provare sensazioni contrastanti di fronte alle performance di questa artista – pur avendo capito cosa c’è all’origine alcune mi risultano comunque ostiche (e anche molto disturbanti, anche se probabilmente questo è uno degli scopi delle performance) – mi sono trovata ad ammirare profondamente la sua filosofia di arte e di vita.

Marina Abramović nasce a Belgrado il 30 novembre del 1946.

Figlia di due ferventi partigiani di Tito e del regime inflessibile della Jugoslavia post seconda guerra mondiale. Marina cresce in uno strano contesto, tra il grigiore ossessivo del suo paese, le violente contraddizioni della sua famiglia, un rapporto con la madre che la segnerà – nel bene e nel male – per il resto della sua vita.

Il racconto della sua giovinezza e delle suoi primi tentativi di fare arte offre, tra le altre cose, uno spaccato incredibilmente interessante del contesto artistico e culturale dell’Europa degli anni Sessanta e Settanta, nonché delle profonde ferite che il mondo slavo ha elaborato e incorporato attraverso i mezzi di una tradizione diversa da tutto il resto d’Europa.

Proprio in quegli anni si assiste anche alla nascita del concetto di performance art, un concetto complesso che implica l’unione intrinseca di arte e azione, di arte come forma di protesta/rivoluzione, di arte come concetto legato allo spazio ed al tempo ma al tempo stesso in grado di trascendere e annullare sia spazio che tempo.

Marina è stata una pioniera in questo campo.

Ha unito la stoica disciplina ereditata dalla sua educazione ad una spinta creativa di rara potenza e ad un desiderio di conoscenza e consapevolezza spinti all’estremo.

Potrei parlare delle sue singole opere – alcune delle quali, come Rhythm 0 hanno realmente fatto storia – ma diventerebbe un discorso interminabile.

Potrei però più proficuamente parlare di come, al di là dell’apprezzare o meno le singole opere, quello che mi ha affascinato tantissimo è l’insieme di elementi da cui queste opere sono scaturite.

La ricerca di una dimensione di consapevolezza e contatto con se stessi, con il proprio corpo e con il pubblico portata all’estremo.

Il rapporto con il corpo e con il dolore.

La forte consapevolezza della connessione corpo e mente. La gestione del dolore – in particolare dolore autoinflitto o autoimposto – e il suo superamento con disciplina – sono questi i muri cui si fa riferimento nel titolo, quei muri che la rigorosa disciplina sovietica, nonché quella di sua madre, l’hanno addestrata ad attraversare senza battere ciglio.

L’assoluta mancanza di paura nello spingersi sempre oltre i limiti. La consapevolezza dell’assenza di limiti.

 

Il dolore era come un muro che avevo attraversato uscendo dall’altro lato.

 

E ancora.

La totale, completa, profonda apertura mentale verso tutto e tutti. La sete insaziabile di sperimentare e conoscere. E anche la fragilità, la simpatia e la toccante umanità di questa donna forte e strana, dal naso troppo grande – lo dice lei – e dalla volontà incrollabile.

Ora sono ancora più curiosa di andare a vedere la mostra. So cosa aspettarmi ma so (e spero) che dal vivo la mia opinione su alcune opere cambierà ancora.

Quello che non cambierà sarà l’ammirazione per una donna incredibile, per una vita intera dedicata all’arte ma non come vuoto estetismo. Ad un concetto di arte come vita nella sua più alta espressione. Vita come connessione e comunione di tutte le forme viventi. Vita come vincolo indissolubile di umanità. Arte come mezzo, luogo e momento per migliorarsi, per creare speranza, per celebrare l’energia vitale.

Quali che siano le opinioni artistiche, una lettura bellissima, ricca, fortemente consigliata.

 

La soverchiante importanza degli imponderabili determina il comportamento umano.

 

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Una forza silenziosa che l’accecava e guidava le sue giornate. Persino una forma di stordimento, di distruzione.

Era successo gradualmente. Era arrivata a quel punto senza rendersene davvero conto. Senza riuscire a reagire. Ricorda lo sguardo della gente, la paura nei loro occhi. Ricorda quel senso di onnipotenza, che spostava sempre più in là i limiti del digiuno e della sofferenza. Le ginocchia che si toccano, le giornate intere senza mai sedersi. In astinenza, il corpo vola veloce sui marciapiedi. Più tardi sono iniziate le cadute per strada, in metropolitana, e l’insonnia che accompagna la fame, una sensazione che non si riesce più a riconoscere.

E poi un freddo incredibile le entrato dentro. Un freddo che diceva che era giunta al capolinea e che doveva scegliere tra la vita e la morte.

Visto che ormai ho cominciato con Da una storia vera, continuiamo con Delphine de Vigan, che in fin dei conti è stato a tutti gli effetti il mio amore estivo di quest’anno.

Giorni senza fame è il romanzo d’esordio di Delphine ed esce in Francia nel 2001 con lo pseudonimo di Lou Delvig.

E’ la storia di Laure, una giovane donna anoressica e di come, in un ultimo barlume di lucidità abbia avuto ancora la forza di chiedere aiuto a un medico e farsi ricoverare.

E’ la storia di tre lunghi mesi di ospedale. Una risalita lenta e faticosa dalle profondità di una voragine nera e ghiacciata.

E, soprattutto, è una storia autobiografica.

Laure è Delphine e, anche se i nomi sono cambiati e magari qualche aneddoto modificato, il suo racconto è il ricordo dei volti e delle voci che hanno popolato quei suoi tre mesi di rinascita, di ritorno dall’inferno.

La scrittura di Delphine de Vigan per certi versi mi ricorda un po’ Jeanette Winterson. Non so dire se ci sia un’effettiva somiglianza. E’ più un’impressione lasciata dal modo in cui le parole fanno presa senza filtri e senza artifici. E’ una scrittura asciutta, lucida, estremamente efficace. E’ un modo di riuscire a trattare argomenti delicatissimi e potenzialmente a rischio di eccessi in termini emotivi e non uscire mai neanche una volta dai binari. Niente lacrime. Niente sentimentalismi. C’è una storia. C’è una realtà. C’è quello che si prova e che si è provato. C’è quello che si può sopportare. Fine.

C’è Laure che cammina per ore e ore. Che mangia sempre meno e poi non mangia più. Che infila maglioni su maglioni e non riesce a staccarsi dal calorifero perché sa che il freddo che le si è attaccato dentro è quello che la porterà via.

C’è un lungo e impietoso ritratto di come sia semplice e leggero lasciarsi prendere per mano. Cominciare a dipendere da qualcosa. Dalla sensazione di controllo che dà il digiuno. Un controllo totale sul proprio corpo.

E c’è una figlia. Una figlia che porta sulle spalle il peso di un’eredità materna e familiare insostenibile. Una figlia che fa da contrappunto alla madre che verrà raccontata in Niente si oppone alla notte e che, di fatto, comincia a pagare sul proprio corpo un prezzo la cui origine sarà l’oggetto di anni di dolorosa rielaborazione.

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E’ un periodo strano, questo.

Forse non più di altri, però è strano comunque e lo è per diverse ragioni che non credo di aver voglia di approfondire più di tanto.

E’ un periodo di musica che ritorna da anni a cui non pensavo da molto, di libri in cui cercare risposte, di strade (relativamente) nuove – non metaforicamente, proprio in senso geografico – e silenzi da ascoltare senza avere fretta di capire.

Quando ho parlato di Quello che non so di Lei di Polanski, vedendo che era tratto da un romanzo mi sono subito incuriosita e, date le tematiche e il gioco di piani a metà tra autobiografia e fiction, avevo intravisto la possibilità di una scoperta letteraria molto interessante.

Ad essere precisi avevo subodorato la potenzialità per una fissa letteraria bella e buona.

E così è stato.

Mi sono perdutamente innamorata dei libri di Delphine de Vigan e probabilmente questo non sarà l’unico post a lei dedicato.

Comincio da questo titolo perché è quello alla base del film – che, per inciso, è un’ottima trasposizione. Parentesi. E’ la seconda volta in due settimane che parlo di una trasposizione messa su schermo da Polanski. Non ci avevo fatto caso fino a questo momento. Chiusa parentesi.

Dicevo. Da una storia vera.

Non so bene come rendere l’idea di cosa effettivamente è questo libro.

Prima accennavo alla commistione tra invenzione e autobiografia ma questa è solo la classica punta dell’iceberg.

C’è la realtà.

Delphine parla in prima persona e parte da una serie di elementi della sua vita reale. In particolare, parte dal suo ultimo romanzo in cui ha raccontato la storia della sua famiglia e del suicidio di sua madre. Un romanzo che ha avuto conseguenze molto più ampie e pesanti di quelle che si era aspettata. Un romanzo che l’ha prosciugata e che ha sconvolto gli equilibri intorno a lei a causa delle rivelazioni fatte a proposito di persone della sua famiglia.

Delphine parte da se stessa. Dal suo stato d’animo, dal suo vissuto, dalle sue abitudini.

E poi c’è tutto il resto.

C’è L. – che in francese gioca sulla pronuncia elle, sia nome che pronome.

L. che entra piano nella vita di Delphine. Presenza confortante all’inizio. Talmente perfetta da sembrare un dono inaspettato. Amica premurosa. Compagna presente. Confidente affidabile.

L. che c’è sempre. I suoi occhi sono solo e sempre per Delphine.

L. che a poco a poco diventa troppo.

E poi ci sono i libri.

Parlare di scatole cinesi sarebbe banale e riduttivo.

I livelli si moltiplicano in un gioco di specchi in cui la realtà da un lato si perde ma dall’altro prende una forma ancora più forte, reale e concreta.

I riferimenti incrociati sono tantissimi, al punto che è impossibile elencarli tutti.

La situazione in cui si trova Delphine è palesemente molto kinghiana – nel filone degli scrittori alle prese con i propri demoni.

All’inizio delle tre sezioni in cui il libro si divide ci sono citazioni da romanzi di Stephen King. Delphine stessa è colta da un blocco dello scrittore simile a quello di Mike Noonan di Mucchio d’ossa – con tanto di vomito nel cestino all’apertura di Word -, è in qualche modo perseguitata da se stessa come Thad Beaumont ne La metà oscura, è incastrata nella fama portata dall’ultimo romanzo e nell’influenza di L. come Paul Sheldon è inchiodato in casa di Misery, la sua fan numero uno.

E mentre Delphine riflette e discute dello scrivere storie che è come far riemergere fossili dalla terra (sempre King), disquisisce dell’opportunità o meno dell’autobiografia e del grado di verità che lo scrittore deve (o non deve) al suo pubblico, i confini tra storie reali e storie inventate diventano sempre più vaghi e confusi.

Le citazioni e riferimenti ad altri libri e anche a svariati film sono molteplici, sia in termini di richiamo esplicito sia sotto forma di ulteriori aneddoti che entrano così a far parte della vicenda di Delphine e di L. e riproducono a loro volta altre storie narrate.

Ma allora cos’è reale? Cos’è tratto da una storia vera?

Fino a che punto la verità è tale?

E fino a che punto L. può continuare ad occupare spazio nella vita di Delphine prima che lei scompaia del tutto, soffocata da così tanta attenzione?

Da una storia vera è un capolavoro.

Caustico nel puntare il dito contro la morbosità voyeuristica – tanto di moda adesso – che ruota attorno allo specificare se gli eventi narrati siano o meno tratti da una storia vera, questo libro è una perfetta operazione di depistaggio.

La scrittura di Delphine ti risucchia e ti inchioda alle pagine alla ricerca di tracce che sembrano evidenti ma non conducono mai dove ci si aspetta.

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