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Archive for the ‘J. Moore’ Category

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Ultimo capitolo.

Regia sempre di Francis Lawrence, che ha diretto tutta la saga tranne il primo e che, per la cronaca, non è parente di Jennifer, si tratta solo di omonimia.

Ero partita con l’intenzione di evitare spoiler ma finirei solo col ripetere quello che ho già detto su tutti gli altri capitoli. Buon film, estrema fedeltà ai libri, ottima resa visiva (la scena dell’onda di petrolio è fighissima), e via così.

In realtà quest’ultima parte del terzo libro è parecchio delicata e richiede un discorso a parte. Non è solo una questione di complessità di intreccio.

Il finale di tutta la saga è di un’amarezza profonda e che non può essere riscattata da niente e da nessuno.

Ne avevo parlato qui, quando lessi il libro.

Ora, nel film gli avvenimenti ci sono tutti, non manca niente. E questo già è un bene perché temevo sinceramente che potessero addolcire il tutto per ragioni di marketing. Però, non so, non ha lo stesso impatto emotivo del libro.

E non per le ovvie differenze tra libro e film.

Forse non sono neanche ancora riuscita ad identificare bene cos’è che mi ha trasmesso questa impressione, ma ho avuto chiara la sensazione che alcuni passaggi fossero tirati via un po’ troppo in fretta.

La parte sulla votazione degli ultimi Hunger Games, l’abbozzo di ascesa della Coin e la freccia di Katniss sono ben articolate. Così come il fatto che la Coin fosse una minaccia. La sua ambiguità è palese fin da quando entra in scena.

E va bene.

E’ la parte delle bombe sui bambini che arriva troppo in fretta. Talmente in fretta che non si capisce bene che cosa stia succedendo se non si è già letto il libro. E’ vero che quel punto è un pugno nello stomaco e forse non han voluto calcare troppo la mano. Però secondo me meritava una costruzione più lineare. Anche perché, di conseguenza, risulta poco chiara anche la faccenda della bomba a scoppio ritardato che uccide Prim. La bomba di Gale, che uccide Prim. Sì, lo spiegano. Lo fanno dire a Katniss. Ma sentir spiegare una cosa non ha lo stesso impatto di comprenderla mentre la si vede succedere.

Poi, per il resto è tutto perfetto. Fermo restando il fatto che siamo invasi da saghe aventi per protagonisti giovani eroi ed eroine alle prese con futuri distopici più o meno tragici e destinati a riscattare le sorti dell’umanità, questa di Suzanne Collins rimane una delle più intelligenti e meglio strutturate in cui mi sia imbattuta nell’ultimo decennio. E lo stesso vale per la trasposizione cinematografica, che risulta quasi totalmente libera dai difetti che solitamente tendono a colpire i film di questo genere – primi fra tutti eccessi di enfasi eroica e ammiccamenti a troppe fasce d’età contemporaneamente.

Di certo viene trasmessa molto bene la paradossalità della situazione finale. Il conflitto raggiunge proporzioni tali che si annullano le differenze. Non ci sono più oppressori e ribelli. Non ci sono più buoni o cattivi. Non ci sono più motivazioni e non ci sono più limiti. Tutto diventa lecito e tutto perde senso.

Ci sono solo persone che ammazzano persone e sono convinte di avere una ragione per farlo. Ci sono persone convinte di poter avere il controllo. Non importa da che parte stiano. E’ l’orrore della guerra. L’abisso insondabile di una violenza che non può essere per una giusta causa. La bomba di Gale è l’esempio di tutto ciò ed è l’esempio più crudele che potesse materializzarsi.

E’ il passo oltre il confine. E’ il punto di non ritorno. Tutti i legami sono spezzati. E’ il tempo che non può tornare indietro e non può essere cambiato.

E’ il male irreversibile per il quale non c’è redenzione. Al quale forse si può sopravvivere ma che non si può superare.

Il libro lascia sicuramente più spazio a questa desolazione rispetto al film. Ecco, forse l’unico tentativo di ammorbidimento nella versione cinematografica è proprio il fatto di passare subito piuttosto in fretta al dopo. A quel futuro che Katniss e Peeta si trovano a condividere.

Il cast è il solito e di altissimo livello. Continuo a ripetere che Woody Harrelson per Haymitch è una delle scelte più azzeccate della storia del cinema.

Cinematografo & Imdb.

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In uscita il 5 novembre. Lo so, il taglio del trailer è forse un filo troppo drammatico ma confidiamo in Julianne Moore (e anche nel resto del cast, che comunque è egregio).

Questo invece arriva l’11 febbraio.

Diretto da Todd Haynes (Velvet Godlmine) e tratto da Patricia Highsmith.

Miglior interpretazione femminile a Rooney Mara a Cannes di quest’anno.

Uscita per il 26 novembre. Remake de La Piscina di Jacques Deray, del ’69. Mi incuriosisce. E non solo perché c’è Tilda Swinton. In concorso a Venezia di quest’anno.

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E alla fine sono andata a vedere anche questo. Ho provato a snobbarlo fino all’ultimo ma poi Julianne si è presa pure l’oscar e niente, andava visto.

Il tema malattia è rischioso. Se fa piangere è un cliché, se è troppo razionale non fa presa, non lascia traccia, non coinvolge.

Devo dire che temevo seriamente di imbattermi nella coltellata strappalacrime sulla scia di tutti i film a tema malattia incurabile che andavano tanto di moda negli anni Novanta.

In realtà, almeno questo è stato evitato. Non che non faccia venire il magone – quello è abbastanza inevitabile, dato il tema – ma il pathos delle scene drammatiche è ragionevolmente contenuto e i fatti che si svolgono sullo schermo parlano da soli, senza che si scivoli in eccessi di melodrammaticità.

Posto questo, Still Alice non è un brutto film ma è innegabile che sarebbe un film mediocre se non fosse per Julianne Moore.

Basato sul romanzo di Lisa Genova – neuroscienziata statunitense, a dispetto del nome – Still Alice racconta la storia di una brillante docente universitaria, una ricercatrice stimata, una moglie e una madre felice che, a cinquant’anni, scopre di essere affetta da una rara forma di Alzheimer precoce.

I vuoti improvvisi di memoria. Perdersi. Non sapere più dove si trova. Non riuscire a dire quello che vuole dire.

E le visite. Gli esami. Le conoscenze mediche, che, in questo caso, forniscono a lei e al marito una sorta di corsia preferenziale per rendersi conto subito di che cosa si prospetta loro.

E la sensazione di pezzi di memoria, di passato, di identità che vengono strappati via, inghiottiti da un nulla nero, vuoto e silenzioso.

La regia è asciutta, la trama quasi fin troppo lineare, con il susseguirsi degli eventi che viene presentato più come una cronaca precisa che come una storia vera e propria. Tutto questo fa sì che sia la Moore a doversi far carico sulle proprie spalle di tutto, primo fra tutti del compito di coinvolgere lo spettatore senza ucciderlo subito a forza di lacrime. E lo fa in modo impeccabile, su questo non c’è dubbio.

Poi, anche qui possiamo stare a discutere che se a Hollywood vuoi l’oscar basta fare il malato ed è praticamente fatta, ma resta il fatto che i ruoli di malattia sono, per forza di cose, ruoli difficili e non è così ovvio saperli gestire, saperli far rendere. A me piace anche pensare al ruolo di malato o al ruolo che prevede uno stravolgimento fisico di qualche tipo (che è l’altro elemento chiave per questo genere di polemiche) come ad una sorta di prova. Un’occasione di dimostrare qualcosa in più rispetto ai ruoli standard.

Julianne Moore è perfetta nel dosare dramma e quotidianità.

Ok, ci sono alcune scene (tre in particolare, quella della considerazione sul cancro, quella del bagno nella casa al mare e quella del video a se stessa – per chi l’avesse visto) che sì, ti spezzano il cuore. Ma non ti lasciano sopraffatto dalla disperazione perché il personaggio di Alice è forte e saldamente ancorato alla realtà concreta. Alice è una donna che ha sempre avuto il controllo della propria vita e lo spaesamento sul suo bel volto è l’emozione che più colpisce. L’incredulità di Alice che vede spazzati i via i suoi ricordi senza poter fare nulla è qualcosa di profondamente umano e profondamente reale e l’interpretazione della Moore lo porta fuori e al di sopra degli standard delle consuete rappresentazioni del dolore.

In definitiva, sono contenta di averlo visto.

Nel cast anche Alec Baldwin, in una parte non bellissima ma di sicuro molto realistica nella sua debolezza e nei suoi egoismi autoconservativi.

Nei panni di una delle figlie di Alice c’è invece Kirsten Stewart che, sebbene normalmente mi provochi istinti omicidi, in questo caso è passabilmente tollerabile, dato che il suo ruolo è sostanzialmente quello di un’adolescente scazzata e monoespressiva – cosa che, si sa, alla Stewart viene naturale.

Mi incuriosiva anche il libro e sono andata a leggermi il primo capitolo online. Devo dire però che l’impostazione non mi ha ispirata granché quindi non so se me lo recupererò. Quanto meno non a breve.

Cinematografo & Imdb.

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Miglior film

  • Birdman, regia di Alejandro González Iñárritu
  • American Sniper, regia di Clint Eastwood
  • Boyhood, regia di Richard Linklater
  • Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel), regia di Wes Anderson
  • The Imitation Game, regia di Morten Tyldum
  • Selma – La strada per la libertà (Selma), regia di Ava DuVernay
  • La teoria del tutto (The Theory of Everything), regia di James Marsh
  • Whiplash, regia di Damien Chazelle

Miglior regia

  • Alejandro González IñárrituBirdman
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Richard Linklater – Boyhood
  • Bennett Miller – Foxcatcher
  • Morten Tyldum – The Imitation Game

Miglior attore protagonista

  • Eddie RedmayneLa teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Steve Carell – Foxcatcher
  • Bradley Cooper – American Sniper
  • Benedict Cumberbatch – The Imitation Game
  • Michael Keaton – Birdman

Miglior attrice protagonista

  • Julianne MooreStill Alice
  • Marion Cotillard – Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit)
  • Felicity Jones – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Rosamund Pike – L’amore bugiardo – Gone Girl (Gone Girl)
  • Reese Witherspoon – Wild

Miglior attore non protagonista

  • J. K. SimmonsWhiplash
  • Robert Duvall – The Judge
  • Ethan Hawke – Boyhood
  • Edward Norton – Birdman
  • Mark Ruffalo – Foxcatcher

Migliore attrice non protagonista

  • Patricia ArquetteBoyhood
  • Laura Dern – Wild
  • Keira Knightley – The Imitation Game
  • Emma Stone – Birdman
  • Meryl Streep – Into the Woods

Migliore sceneggiatura originale

  • Alejandro González Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris e Armando BoBirdman
  • Richard Linklater – Boyhood
  • Dan Futterman e E. Max Frye – Foxcatcher
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Dan Gilroy – Lo sciacallo – Nightcrawler (Nightcrawler)

Migliore sceneggiatura non originale

  • Graham MooreThe Imitation Game
  • Paul Thomas Anderson – Vizio di forma (Inherent Vice)
  • Damien Chazelle – Whiplash
  • Jason Hall – American Sniper
  • Anthony McCarten – La teoria del tutto (The Theory of Everything)

Miglior film straniero

  • Ida, regia di Paweł Pawlikowski (Polonia)
  • Leviathan (Leviafan), regia di Andrej Petrovič Zvjagincev (Russia)
  • Mandariinid, regia di Zaza Urushadze (Estonia)
  • Storie pazzesche (Relatos salvajes), regia di Damián Szifrón (Argentina)
  • Timbuktu, regia di Abderrahmane Sissako (Mauritania)

Miglior film d’animazione

  • Big Hero 6, regia di Don Hall e Chris Williams
  • Boxtrolls – Le scatole magiche (The Boxtrolls), regia di Graham Annable e Anthony Stacchi
  • Dragon Trainer 2 (How to Train Your Dragon 2), regia di Dean DeBlois
  • Song of the Sea, regia di Tomm Moore
  • La storia della principessa splendente (かぐや姫の物語), regia di Isao Takahata

Migliore fotografia

  • Emmanuel LubezkiBirdman
  • Robert Yeoman – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Ryszard Lenczewski e Lukasz Zal – Ida
  • Dick Pope – Turner (Mr. Turner)
  • Roger Deakins – Unbroken

Miglior scenografia

  • Adam StockhausenGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Maria Đurkovic – The Imitation Game
  • Nathan Crowley – Interstellar
  • Dennis Gassner – Into the Woods
  • Suzie Davies – Turner (Mr. Turner)

Miglior montaggio

  • Tom CrossWhiplash
  • Joel Cox e Gary D. Roach – American Sniper
  • Sandra Adair – Boyhood
  • Barney Pilling – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • William Goldenberg – The Imitation Game

Migliore colonna sonora

  • Alexandre DesplatGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Alexandre Desplat – The Imitation Game
  • Jóhann Jóhannsson – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Gary Yershon – Turner (Mr. Turner)
  • Hans Zimmer – Interstellar

Migliore canzone

  • Glory, musica e parole di John Stephens e Lonnie Lynn – Selma – La strada per la libertà (Selma)[5]
  • Everything Is Awesome, musica e parole di Shawn Patterson – The LEGO Movie
  • Grateful, musica e parole di Diane Warren – Beyond the Lights
  • I’m Not Gonna Miss You, musica e parole di Glen Campbell e Julian Raymond – Glen Campbell: I’ll Be Me
  • Lost Stars, musica e parole di Gregg Alexander e Danielle Brisebois – Tutto può cambiare (Begin Again)

Migliori effetti speciali

  • Paul Franklin, Andrew Lockley, Ian Hunter e Scott FisherInterstellar
  • Dan DeLeeuw, Russell Earl, Bryan Grill e Dan Sudick – Captain America: The Winter Soldier
  • Joe Letteri, Dan Lemmon, Daniel Barrett e Erik Winquist – Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie (Dawn of the Planet of the Apes)
  • Stephane Ceretti, Nicolas Aithadi, Jonathan Fawkner e Paul Corbould – Guardiani della Galassia (Guardians of the Galaxy)
  • Richard Stammers, Lou Pecora, Tim Crosbie e Cameron Waldbauer – X-Men – Giorni di un futuro passato (X-Men: Days of Future Past)

Miglior sonoro

  • Craig Mann, Ben Wilkins e Thomas CurleyWhiplash
  • John Reitz, Gregg Rudloff e Walt Martin – American Sniper
  • Jon Taylor, Frank A. Montaño e Thomas Varga – Birdman
  • Gary A. Rizzo, Gregg Landaker e Mark Weingarten – Interstellar
  • Jon Taylor, Frank A. Montaño e David Lee – Unbroken

Miglior montaggio sonoro

  • Alan Robert Murray e Bub AsmanAmerican Sniper
  • Martin Hernández e Aaron Glascock – Birdman
  • Brent Burge e Jason Canovas – Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (The Hobbit: The Battle of the Five Armies)
  • Richard King – Interstellar
  • Becky Sullivan e Andrew DeCristofaro – Unbroken

Migliori costumi

  • Milena CanoneroGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Colleen Atwood – Into the Woods
  • Anna B. Sheppard e Jane Clive – Maleficent
  • Jacqueline Durran – Turner (Mr.Turner)
  • Mark Bridges – Vizio di forma (Inherent Vice)

Miglior trucco e acconciatura

  • Frances Hannon e Mark CoulierGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Bill Corso e Dennis Liddiard – Foxcatcher
  • Elizabeth Yianni-Georgiou e David White – Guardiani della Galassia (Guardians of the Galaxy)

Miglior documentario

  • Citizenfour, regia di Laura Poitras
  • Alla ricerca di Vivian Maier (Finding Vivian Maier), regia di John Maloof e Charlie Siskel
  • Last Days in Vietnam, regia di Rory Kennedy
  • Il sale della terra (The Salt of the Earth), regia di Juliano Ribeiro Salgado e Wim Wenders
  • Virunga, regia di Orlando von Einsiedel

Miglior cortometraggio documentario

  • Crisis Hotline: Veterans Press 1, regia di Ellen Goosenberg Kent
  • Joanna, regia di Aneta Kopacz
  • Nasza klatwa, regia di Tomasz Sliwinski
  • La parka, regia di Gabriel Serra
  • White Earth, regia di Christian Jensen

Miglior cortometraggio

  • The Phone Call, regia di Mat Kirkby
  • Aya, regia di Oded Binnun e Mihal Brezis
  • Boogaloo and Graham, regia di Michael Lennox
  • La lampe au beurre de yak, regia di Wei Hu
  • Parvaneh, regia di Jon Milano

Miglior cortometraggio d’animazione

  • Winston (Feast), regia di Patrick Osborne
  • The Bigger Picture, regia di Daisy Jacobs
  • The Dam Keeper, regia di Robert Kondo e Daisuke Tsutsumi
  • Me and My Moulton, regia di Torill Kove
  • A Single Life, regia di Joris Oprins

 

Appunti sparsi.

E anche quest’anno è andata.

Alla fine ieri ho ceduto verso le 3.30 – per mere ragioni tecniche, a dir la verità, perché in effetti ero ancora piuttosto garrula – il che significa che sono arrivata più o meno al miglior film straniero, se non faccio confusione con l’ordine dei premi.

Ho poi finito di vedermi la premiazione oggi e devo dire che, tutto sommato, non mi son neanche ridotta tanto male.

Ok, sì, Redmayne mi ha distrutta ma perché tra un po’ si metteva a piangere lui e così non vale, per forza poi io lacrimo. E anche la Julianne. Come si fa a rimanere impassibili? Eh?

Nel complesso sono soddisfatta di questa edizione. Forse ho sentito un po’ meno il pathos rispetto all’anno scorso ma non escludo che sia dovuto al fatto che l’anno scorso c’era di mezzo Dallas Buyers Club che è un film che mi ha coinvolto in modo tragicamente viscerale.

E poi c’erano Martin e Leo. E io che mi sentivo in colpa a fare il tifo per McConaughey.

E poi c’era stata l’incazzatura per Gravity – che, seppur in senso negativo, pure quello è pathos.

Quest’anno mi ha dato l’impressione che fosse tutto in qualche modo un po’ più calmo. Che i conflitti e le competizioni fossero meno aspri.

Patrick Harris si è rivelato un bravo conduttore, anche se non aveva sicuramente la verve di una DeGeneres.

Ho sinceramente esultato per quasi tutti i premi.

J.K. Simmons è stato quasi inaspettato. Sperato, e tanto, quello sì ma non ci credevo davvero. Meritatissimo. Per quanto ami Norton, Simmons con Whiplash è su un altro pianeta.

Still Alice non l’ho visto ma un premio a Julianne Moore mi fa esultare a prescindere. E, a forza di sentirne parlare, andrà a finire che mi andrò a vedere anche questo.

Forse mi avrebbe fatto piacere qualcosetta in più a Imitation Game ma non mi sentirei neanche di togliere niente di quello che è stato assegnato a Birdman o a Grand Budapest perché meritavano tutto.

Sono così contenta per miglior film e miglior regia a Birdman.

E anche per le quattro statuette a Grand Budapest, tra cui quella alla Canonero – il suo quarto oscar, tra l’altro.

Onestamente non avrei dato miglior attrice non protagonista a Patricia Arquette. Boyhood mi è piaciuto parecchio ma non ho trovato nessuna interpretazione così sopra le righe da meritare un oscar. L’avrei dato più volentieri a Emma Stone (e non solo perché ha gli occhioni 😛 ).

Gianni Canova a seguire la telecronaca di Cielo è stata una gran bella cosa. Una di quelle cose che ti riappacificano con la critica cinematografica.

Le sue considerazioni sul fatto che in questa edizione degli oscar andava premiata la creatività (più che il biopic o la storia vera) visti gli esempi di grande livello che si presentavano (Birdman e GBH per l’appunto); l’essersi ricordato di Nolan e l’aver espresso il giusto rammarico per l’esclusione di Interstellar praticamente da tutto; l’aver fatto riferimento a Jersey Boys come esempio più significativo (rispetto ad American Sniper) della grandezza di Clint Eastwood. Ecco. Già solo queste considerazioni mi han fatto venir voglia di alzarmi e andare ad abbracciare la tv.

A seguire un po’ di foto random da red carpet e premiazione.

Ho volutamente evitato foto di Melanie Griffith e Dakota Johnson perché mi veniva un ictus ogni volta che le inquadravano.  Ma io non avevo mica capito che la monoespressiva interprete del purtroppo tanto reclamizzato 50 sfumature fosse la figlia di Melanie Griffith. E, a parte il fatto che se sentivo nominare ancora una volta quel titolo cominciavo a sbavare verde e a bestemmiare in sanscrito al rovescio, non mi ha turbato la parentela in sé – il cinema è pieno di figli d’arte tutt’altro che immeritevoli – ma mi ha infastidito il fatto che il nepotismo fosse così evidente perché privo di fondamento. La Dakota Johnson non è un attrice che viene da una famiglia di attori. E’ solo una che ha avuto un calcio in culo e ha tentato il colpo con una roba per casalinghe frustrate e tamarre con velleità (di cosa poi, rimane un mistero). E poi Melanie Griffith così rifatta e nerovestita sembrava veramente una strega/matrigna cattiva e la cosa mi è dispiaciuta.

Anyway, se mi è concesso di prolungare ancora un momento l’angolo del gossip, per me il vestito più bello rimane quello di Rosemund Pike.

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Stavo scorrendo un po’ di recensioni e notavo che, per lo più, questo povero Mockingjay ha avuto un’accoglienza tiepida nel migliore dei casi, quando non proprio ostile.

Sì, va bene, siamo tutti d’accordo – mi ero lamentata anch’io di questa cosa a suo tempo – che dividere in due l’ultimo capitolo di una trilogia è una moda che sta prendendo piede per mere ragioni commerciali.

Però, a un certo punto, questo aspetto non può neanche diventare l’unico parametro per giudicare il film, anche perché in tal caso ha poco senso proprio andarlo a vedere. Lo si condanna a prescindere come prodotto di marketing e amen. Se si va a vederlo si potrebbe anche far caso a qualche altra cosa. Per esempio che è un buon film.

Il terzo libro della saga della Collins ha materiale sufficiente per tirarci fuori due film? Di fatto sì.

Il materiale in questione è ben utilizzato?

Anche qui la risposta è sì.

Ergo, fatte le dovute considerazioni, non capisco tutto questo accanimento.

Questa prima parte del Canto della Rivolta è in parte interlocutoria, esattamente come lo era la prima parte del libro ma è essenziale. Non sarà tutta azione in senso stretto ma è densissima di elementi. Ed è tutt’altro che lenta.

A me, personalmente, questa serie di film sta piacendo sempre di più ad ogni nuovo capitolo. Perché è resa in modo estremamente fedele ed estremamente per adulti, pur derivando da un cosiddetto young adult. Nel complesso è molto più adult che young.

E non mi stancherò mai di ripetere che, anche visivamente, hanno fatto un gran lavoro perché, soprattutto nei due capitoli precedenti ma anche qui, tutta l’elaborazione di costumi e trucchi se non era più che equilibrata rischiava di ridursi ad una gran carnevalata.

In questo capitolo i colori sgargianti di Capitol City e di tutto il circo mediatico degli Hunger Games spariscono, sostituiti dalle atmosfere grigie del Distretto 13, dove persino l’eccentrica ed esteticamente inflessibile Effie Trinket è costretta ad indossare un’anonima tuta da lavoro.

Dopo la conclusione degli ultimi giochi, Katniss è stata salvata e si trova di colpo ad essere il fulcro e il simbolo della resistenza e della lotta per la liberazione di Panem dalla tirannia di Capitol City.

Si muove tra i claustrofobici ambienti del Distretto 13 e la devastazione seminata da Snow nei distretti che si sono sollevati, con particolare accanimento per il Distretto 12.

L’aspetto mediatico di tutta la faccenda è essenziale. Così come lo è la sua valenza ambigua. E trovo che anche questo elemento sia stato reso benissimo.

Tutto il film ruota intorno allo scambio di messaggi, più o meno diretto, più o meno esplicito, tra Capitol City e la Resistenza. Ed entrambi hanno un simbolo con cui veicolare questi messaggi. Katniss è la voce della Resistenza ma Capitol City è riuscita a riprendersi Peeta prima che potesse essere salvato. E Peeta compare sulle reti della capitale propagandando inspiegabili messaggi di pace. Katniss, dal canto suo, più che per combattere sembra esser stata ingaggiata solo per esortare le folle e questo, manco a dirlo, contrasta con la spontaneità dei suoi precedenti gesti di ribellione.

Questa prima parte è una preparazione alla guerra finale ma è anche, essa stessa, già una guerra. Una guerra mediatica dove la potenza dell’immagine è più forte e ancora più pericolosa della realtà stessa. Dove l’immagine rischia di soffocare quello che dovrebbe trasmettere a favore dell’ambigua natura del potere.

Interpreti validissimi, come sempre. Haymitch, in particolare, mi dà sempre grandi soddisfazioni. Già nel libro era un personaggio che adoravo e qui Woody Harrelson lo rende benissimo.

La Lawrence è brava. Anche se non è una parte da oscar e non è un film impegnato. Poi non lo so, sarò io che con gli anni sto diventando più emotiva, ma la scena in cui lei si fa prendere dal panico perché teme di perdere sia Gale che Peeta mi ha massacrata. E’ una scena relativamente corta ma risulta di una spontaneità disarmante. Ti arriva dritta al cuore. E arriva al cuore del personaggio di Katniss. Che non è la solita eroina pronta a salvare tutti. Katniss è un personaggio complesso e con un’individualità fortissima. Katniss è egoista, alla fin fine. Perché si muove sostanzialmente all’interno di parametri di valore che sono quasi sempre quelli del suo universo personale. Le sue motivazioni, non sono quasi mai nobili ideali ma affetti privati. Lei non vuole sfidare Capitol City. Lei vuole salvare Peeta. Tanto per fare un esempio. E poi c’è tutto l’aspetto psicologico della sua attrazione per le situazioni di sofferenza. La sua incapacità di restare a guardare. Tutti elementi che fanno di lei il perfetto simbolo della ribellione, in teoria, ma anche una mina vagante nel momento in cui il nuovo potere a capo della resistenza – incarnato dall’ex stratega Plutarch (Seymour-Hoffman) e dalla presidente Coin (Julianne Moore) – cerca di farne una marionetta al suo servizio.

Cinematografo & Imdb.

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Ah. Dimenticavo. Brano sui titoli di coda Yellow Flicker Beat di Lorde.

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Maps to the Stars è bellissimo.

Crudele, impietoso, morboso anche, come ogni film di Cronenberg che si rispetti. Ma assolutamente, totalmente meraviglioso.

L’ho amato dall’inizio alla fine. Ogni dettaglio, ogni inquadratura, ogni parola. Forse, razionalmente, non so neanche spiegare del tutto questo amore così viscerale, resta il fatto che era parecchio che non rimanevo così folgorata da Cronenberg. Forse addirittura dai tempi degli Inseparabili.

La mappa delle stelle cui fa riferimento il titolo è il percorso tra le ville delle celebrità a Hollywood. Il percorso segnato sulle mappe per i turisti.

Agatha (Mia Wasikowska) arriva a Hollywood da sola, con poco bagaglio, cicatrici da ustioni sul volto e sul corpo, un passato con cui fare i conti, una limousine prenotata e un contatto “importante” rimediato su twitter. Alla guida della limousine c’è Jerome (Robert Pattinson), aspirante attore-sceneggiatore-qualcosa-purché-sia-Hollywood, con cui Agatha stringe amicizia.

Parentesi. Perché Cronenberg si sia poi così affezionato a Pattinson è cosa che non mi è del tutto chiara e che, secondo me, non è neanche del tutto giustificata dalla buona resa di Cosmopolis. Resta il fatto che ho trovato quanto meno buffo il fatto che l’abbia di nuovo chiuso in una limousine, anche se stavolta almeno gliela fa guidare. Chiusa parentesi.

La famiglia Weiss è ricca e socialmente affermata. Sanford Weiss (John Cusack) è una specie di fisioterapista-guru che predica e massaggia benessere in giro per le ville delle celebrità e tramite trasmissioni televisive; sua moglie Christina si occupa di gestire la carriera del figlio tredicenne, Benjie (Evan Bird) già star di Hollywood e già alle prese con una disintossicazione.

Havana Sergrand è un’attrice che probabilmente ormai si avvia al declino, ossessionata dal torbido e irrisolto rapporto con la madre (ormai defunta) e dal desiderio patologico di reinterpretare il ruolo che fu proprio di sua madre nel remake di un film di prossima lavorazione. Havana concentra la sua ossessione sull’ottenere quella parte come tappa di un percorso di liberazione dal fantasma materno. Percorso sul quale è guidata dal Sanford Weiss.

Quando, parlando del film in termini molto vaghi, prima di documentarmi, alla domanda “di cosa parla?” ho risposto con un generico “mah, gente con problemi”, tutto sommato non ero poi così distante dalla verità.

Una Hollywood da incubo, una galleria di personaggi psicotici, vuoti, ossessionati da se stessi. Una panoramica sulle varie declinazioni della bassezza e dell’opportunismo. Uno squarcio sulle dinamiche profondamente malate che mandano avanti quella macchina dell’oro che Hollywood. Sulla sua dimensione fondamentalmente disumanizzante. I dialoghi alle feste, su questo punto, sono crudelmente significativi. Quelli di Havana, che cerca di ottenere raccomandazioni per la parte ma, soprattutto, quelli di Benjie con i suoi colleghi e coetanei. Microcelebrità infarcite di soldi. Piccoli esemplari di ego ipertrofici nutriti di fama, istinto di competizione e disprezzo del prossimo. Un miscuglio di cattiveria infantile e disagio adolescenziale potenziati da una libertà sostanzialmente illimitata. Piccoli mostri insomma cresciuti come tali da mostri ben più grandi e più consapevoli.

E poi i segreti. I fantasmi. Quello che viene nascosto. Quello che non si può dire. L’incesto è un elemento dominante fin dall’inizio del film e, al di là delle singole vicende in cui emerge, è potente la sua valenza simbolica nel fare di tutta Hollywood una comunità incestuosa e, come tale, fondata e cresciuta nel male, nell’abiezione.

Cronenberg non è sicuramente il primo a puntare il dito sui peccati di Hollywood ma lo fa in un modo talmente viscerale da risultare qualcosa di completamente altro rispetto alla solita critica socio-economica.

Maps to the Stars è una lunga e struggente poesia. Sono i versi di Liberté di Paul Éluard (1942) che attraversano tutto il film, una sorta di filo rosso che simboleggia la condizione di prigionia fisica, mentale, chimica in cui si trovano costretti tutti i personaggi e che incarna l’esigenza e il presagio di una liberazione imminente.

Bellissimo il personaggio di Agatha, una sorta di angelo folle, incarnazione della Nemesi per tutti quanti.

Fantastica Julianne Moore, miglior attrice a Cannes, invecchiata ma pur sempre bellissima, in un ruolo devastante e difficilissimo.

Ottimo anche Evan Bird, in perfetto equilibro tra cattiveria e dolore.

In generale, uno degli elementi che contribuiscono a rendere perfetto questo film è la pacatezza del dramma. Non ci sono eccessi. Non c’è mai melodramma anche laddove si tocca il fondo della drammaticità fin quasi al parossismo.

Gran cosa. Un equilibro enormemente difficile da ottenere quando stai trattando dei personaggi che sostanzialmente sono tutti dei casi umani uno peggio dell’altro.

L’autoreferenzialità di Hollywood a se stesso si spreca, come è logico che sia data l’ambientazione. A volte ho il sospetto che, per un regista, ambientare una storia inventata in un contesto così familiare sia un po’ come scrivere una fanfiction all’ennesima potenza.

Non manca neppure un bel riferimento ai Dodici Passi che generalmente sono degli Alcolisti Anonimi ma che di fatto sono applicabili a qualsiasi forma di riabilitazione da dipendenza. Al di là del fatto che io continuo ad essere perseguitata da questi benedetti Dodici Passi (Frey, King…etc., etc.) ho trovato geniale che il personaggio portatore del principio del fare ammenda fosse proprio Agatha. E con questo mi fermo, altrimenti spoilero.

Vedetelo, vedetelo assolutamente.

Libertà

Sui miei quaderni di scolaro
Sui miei banchi e sugli alberi
Sulla sabbia e sulla neve
Io scrivo il tuo nome

Su tutte le pagine lette
Su tutte le pagine bianche
Pietra sangue carta cenere
Io scrivo il tuo nome

Sulle dorate immagini
Sulle armi dei guerrieri
Sulla corona dei re
Io scrivo il tuo nome

Sulla giungla e sul deserto
Sui nidi sulle ginestre
Sull’eco della mia infanzia
Io scrivo il tuo nome

Sui prodigi della notte
Sul pane bianco dei giorni
Sulle stagioni promesse
Io scrivo il tuo nome

Su tutti i miei squarci d’azzurro
Sullo stagno sole disfatto
Sul lago luna viva
Io scrivo il tuo nome

Sui campi sull’orizzonte
Sulle ali degli uccelli
Sul mulino delle ombre
Io scrivo il tuo nome

Su ogni soffio d’aurora
Sul mare sulle barche
Sulla montagna demente
Io scrivo il tuo nome

Sulla schiuma delle nuvole
Sui sudori dell’uragano
Sulla pioggia fitta e smorta
Io scrivo il tuo nome

Sulle forme scintillanti
Sulle campane dei colori
Sulla verità fisica
Io scrivo il tuo nome

Sui sentieri ridestati
Sulle strade aperte
Sulle piazze dilaganti
Io scrivo il tuo nome

Sul lume che s’accende
Sul lume che si spegne
Sulle mie case raccolte
Io scrivo il tuo nome

Sul frutto spaccato in due
Dello specchio e della mia stanza
Sul mio letto conchiglia vuota
Io scrivo il tuo nome

Sul mio cane goloso e tenero
Sulle sue orecchie ritte
Sulla sua zampa maldestra
Io scrivo il tuo nome

Sul trampolino della mia porta
Sugli oggetti di famiglia
Sull’onda del fuoco benedetto
Io scrivo il tuo nome

Su ogni carne consentita
Sulla fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Io scrivo il tuo nome

Sui vetri degli stupori
Sulle labbra intente
Al di sopra del silenzio
Io scrivo il tuo nome

Su ogni mio infranto rifugio
Su ogni mio crollato faro
Sui muri della mia noia
Io scrivo il tuo nome

Sull’assenza che non desidera
Sulla nuda solitudine
Sui sentieri della morte
Io scrivo il tuo nome

Sul rinnovato vigore
Sullo scomparso pericolo
Sulla speranza senza ricordo
Io scrivo il tuo nome

E per la forza di una parola
Io ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per nominarti
Libertà.

Paul Éluard

Cinematografo & Imdb.

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Decisamente quest’anno non sono riuscita a seguirlo un granché.

Anyway. Ecco i vincitori.

Concorso

  • Palma d’oro: Kış Uykusu, regia di Nuri Bilge Ceylan (Turchia, Germania, Francia)
  • Grand Prix Speciale della Giuria: Le meraviglie regia di Alice Rohrwacher (Italia)
  • Prix de la mise en scène: Bennett Miller per Foxcatcher (USA)
  • Prix du scénario: Andreï Zviaguintsev e Oleg Negin per Leviathan (Russia)
  • Prix d’interprétation féminine: Julianne Moore per Maps to the Stars (USA)
  • Prix d’interprétation masculine: Timothy Spall per Mr. Turner (UK)
  • Premio della giuria (ex-æquo): Mommy, regia di Xavier Dolan (Canada) e Adieu au Language, regia di Jean Luc Godard (Svizzera)

Un Certain Regard

  • Premio Un Certain Regard: White God, regia di Kornél Mundruczó (Ungheria, Germania, Svezia)
  • Premio della Giuria: Force majeure, regia di Ruben Östlund (Svezia)
  • Menzione Speciale: The Salt of the Earth, regia di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado (Brasile, Francia, Italia)

Settimana Internazionale della Critica

  • Gran Premio Settimana Internazionale della Critica: The Tribe, regia di Myroslav Slaboshpytskkiy (Ucraina)
  • Premio SACD: Hope, regia di Boris Lojkine (Francia)

Quinzaine des Réalisateurs

  • Premio Art Cinéma: Les Combattants, regia di Thomas Cailley (Francia)
  • Premio Europa Cinema Label: Les Combattants, regia di Thomas Cailley (Francia)
  • Premio SACD: Les Combattants, regia di Thomas Cailley (Francia)

Altri premi

  • Caméra d’or: Party Girl, regia di Claire Burger, Samuel Theis e Marie Amachoukeli (Francia)
  • Premio Fipresci:
    • Concorso: Kış Uykusu, regia di Nuri Bilge Ceylan (Turchia)
    • Un Certain Regard: Jauja, regia di Lisandro Alonso (Argentina)
    • Quinzaine des Réalisateurs: Les Combattants, regia di Thomas Cailley (Francia)
  • Premio della Giuria Ecumenica: Timbuktu, regia di Abderrahmane Sissako (Mauritania, Francia)
    • Menzione Speciale della Giuria Ecumenica (ex-æquo): The Salt of the Earth, regia di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado (Brasile, Francia, Italia) e Le Belle Jeunesse, regia di Jaime Rosales (Spagna)
  • Queer Palm: Pride, regia di Matthew Warchus (Regno Unito)
  • Trofeo Chopard:
    • Rivelazione femminile: Adèle Exarchopoulos (Francia)
    • Rivelazione maschile: Logan Lerman (USA)
  • Premio François Chalais: Timbuktu, regia di Abderrahmane Sissako (Mauritania, Francia)
  • Dog Palm: Luke e Body per White God di Kornél Mundruczó (Ungheria, Germania, Svezia)

Devo recuperare una marea di arretrati. Per ora mi limito a rallegrarmi grandemente per Julianne Moore. Tralasciando il fatto che fino alla scorsa settimana mi ero completamente persa che dovesse uscire un nuovo film di Cronenberg e questo non mi fa onore, amo tantissimo la Moore e Maps to the Stars è sicuramente tra gli obiettivi della settimana.

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