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Moneyball

Fatte le dovute proporzioni, suppongo che il baseball per gli americani sia l’equivalente del calcio in Italia/Europa. Non c’è ragazzino americano che sia cresciuto senza aver acchiappato qualche tiro con un guantone un po’ come da noi non ce n’è uno che non abbia mai dato quattro calci a un pallone. Resta il fatto che, sarà pure la vecchia storia dell’erba del vicino, ma di film sul baseball (o sul football americano se è per questo) ne ho visti una discreta quantità mentre è fuor di dubbio che non resisterei cinque minuti di fronte ad un qualsivoglia film di argomento calcistico. E’ anche vero che – per fortuna –  non mi risulta ce ne siano poi molti.

Moneyball in realtà è carino ma non è niente di particolarmente notevole. Senza infamia e senza lode, trae sicuramente vantaggio dalla presenza di due attori come Brad Pitt e Philip Seymour-Hoffman.

Decisamente esagerate le sei candidature agli Oscar nel 2012 tra cui miglior film – forse si sentivano in colpa per non aver premiato Miller per Truman Capote? – miglior attore protagonista Brad Pitt – con tutte le parti che ha fatto sicuramente questa non è poi così rilevante – e non protagonista Jonah Hill – forse un incoraggiamento a non fare più i film semi-demenziale di cui pullula il suo curriculum?

Resta comunque un film gradevole perchè è curiosa la storia che viene raccontata. Una vicenda personale apparentemente insignificante che è andata ad intrecciarsi con la storia di uno degli sport nazionali d’America.

Tratto dal libro di Michael Lewis, ripercorre la carriera di Billy Beane, giocatore mancato, General Manager degli Oakland Athletics che, nel 2002, per cercare di risollevare le sorti della sua squadra cambia radicalmente metodo sia nella scelta dei giocatori sia nell’attribuzione loro dei ruoli in campo. Cercando di districarsi in un mondo di atleti strapagati e inarrivabili, Billy si avvale dell’aiuto di un giovane economista – il classico nerd a cui nessuno dà retta – che gli propone l’impiego di una teoria basata su numeri e formule e che rivoluziona alla base i principi per la formazione delle squadre.

Ci sono un po’ tutte le situazioni del caso, i contrasti, l’ostilità che Billy incontra da parte di coloro che hanno effettivamente più esperienza di lui, la sfiducia, il conflitto con se stesso e con i fantasmi del suo passato. Si apre uno spaccato su quello che è il dietro le quinte di quel complicato meccanismo gestionale e burocratico che manda avanti i grandi sport.

E poi c’è il salto. Gli Oakland che cominciano a vincere. La proposta da Boston (parliamo di Red Sox). La possibilità di concretizzazione di quella parte di sogno americano che è la realizzazione personale. Il successo. Indipendentemente da come poi vada a finire.

Il metodo adottato da Billy si dimostra vincente. Si diffonde. Cambia per sempre le regole del management del baseball.

Apprezzabile il fatto che il regista abbia evitato tutta una serie di cliché da situazione sportiva pre o post partita e abbia invece dato più spazio all’aspetto umano e conflittuale della vicenda senza tuttavia cedere alla tentazione di scenografici picchi emotivi di esaltazione o disperazione.

Cinematografo & Imdb.

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