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Archive for aprile 2014

Comunicazione di servizio: sparisco per tre settimane. 🙂

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Gemma e Diego. Una storia d’amore di quelle a cui è impossibile sfuggire. Ci provano. Soprattutto Gemma. Ma il loro è quell’amore travolgente, egoista, che si mangia tutto, le distanze, le miserie quotidiane, le domande.

Roma-Sarajevo. Un viaggio a ritroso nel tempo che Gemma intraprende insieme a suo figlio Pietro per raccontargli una verità che, in realtà, non sa nemmeno lei.

Un passato prepotente, che non si accontenta di rimanere sepolto. E il dolore. Tanto dolore, che esige di essere raccontato e ascoltato, che non accetta semplicemente l’oblio.

Gojko e la sua Sarajevo. Diego e le sue fotografie. Gemma e il suo segreto.

Una maternità cercata fino allo sfinimento, voluta con un’intensità tale da superare qualunque ostacolo, fisico o morale. Un desiderio di maternità cui Gemma e Diego non sanno rinunciare e che è esattamente come il loro amore, totalizzante ed egoista nel pretendere tutto dalle loro vite.

Venuto al mondo è una storia difficile. Nasce come libro di Margaret Mazzantini – uno dei pochi suoi che non ho ancora letto peraltro – e arriva sullo schermo con la sua sceneggiatura, a quattro mani col marito, Sergio Castellitto che è anche regista, come già fu per Non ti muovere. E sempre come in Non ti muovere si replica anche il felice connubio con Penelope Cruz, nei panni della bella e tormentata Gemma.

Una storia struggente, a tratti straziante, a cavallo tra due mondi apparentemente vicini ma poi sempre più distanti, divisi da quell’abisso incolmabile che è la realtà della guerra. Sarajevo. Prima, durante e dopo la guerra. Gemma. Prima, durante e dopo la sua personale guerra per Pietro, suo figlio. Una città e una donna bellissime che si riuniscono e si ritrovano a fare i conti con le macerie e le cicatrici. Perché il passato è più facile viverlo che ricordarlo. E’ più facile correrci attraverso che ripensarci, farci i conti, accettarlo.

Una galleria di personaggi vivissimi, complessi, impossibili da dimenticare. Ovviamente Penelope-Gemma, di una bravura commovente, ma anche Diego, interpretato da Emile Hirsch Рche come personaggio in s̩ mi ̬ risultato antipatico fin quasi alla fine, quando lo si capisce. E poi Gojko e Aska, due figure fortissime e disperate.

Unica critica per quel che riguarda il cast va alla scelta di Pietro Castellitto per la parte del figlio Pietro. Ok, han voluto coinvolgere il pargolo nella lavorazione familiare ma decisamente o non era pronto o non è proprio portato per quel mestiere perché è piuttosto inguardabile. Va bene che la sua è una parte relativamente minore.

Per il resto, regia impeccabile, immagini di grande delicatezza e intensità – anche le più crudeli durante la guerra – e soprattutto un perfetto equilibrio, senza eccessi da melodramma, impresa tutt’altro che facile, data la storia da raccontare.

Bello. Bellissimo. Assolutamente da vedere.

Doloroso, quello sì. Ma Margaret non è mai facile.

Cinematografo & Imdb.

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Sono alla seconda influenza di fila ed è ormai un fatto che il mio corpo non mi risponde più e le mie capacità espressive ne risentono, motivo per cui mi limito a qualche segnalazione, seppur un po’ tardiva.

Tornano i Wu Ming e questo è in libreria dall’8 aprile.

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«Te lo si conta noi, com’è che andò. Noi che s’era in Piazza Rivoluzione. Qualchedun altro te lo conterebbe – e magari te l’ha già contato – come son buon tutti, cioè a dire col salinzucca di poi, dopo aver occhiato le stampe sui libri, varda, c’è Madama Ghigliottina, c’è il ritratto di Robespierre, volti la pagina e c’è la mappa delle battaglie, e dal capo alla coda si snocciano gli anni cosí, come fossero olive: 1789, 1793…»

1794. Parigi ha solo notti senza luna. Marat, Robespierre e Saint- Just sono morti, ma c’è chi giura di averli visti all’ospedale di Bicêtre. Un uomo in maschera si aggira sui tetti: è l’Ammazzaincredibili, eroe dei quartieri popolari, difensore della plebe rivoluzionaria, ieri temuta e oggi umiliata, schiacciata da un nuovo potere. Dicono che sia un italiano. Orde di uomini bizzarri riempiono le strade, scritte enigmatiche compaiono sui muri e una forza invisibile condiziona i destini, in città e nei remoti boschi dell’Alvernia. Qualcuno la chiama «fluido», qualcun altro Volontà. Guarda, figliolo: un giorno tutta questa controrivoluzione sarà tua. Ma è meglio cominciare dall’inizio. Anzi: dal giorno in cui Luigi Capeto incontrò Madama Ghigliottina.

***

In questo romanzo troverete:

La torre di Piazza Rivoluzione. Da lassú si vede persino il Belgio, ma non la Vandea.

La ghigliottina. Ça va sans dire!

Il fluido magnetico. Funzionerebbe anche se non esistesse. Sono sempre gli uomini a magnetizzare le donne, sono sempre i nobili a magnetizzare i contadini.

Il castigamatti. Va bene slegare gli alienati, ma bisogna avere un piano B.

Il gladio della legge. Tutti lo invocano. Se non colpisce chi accaparra e affama, ci penserà lo «Spirito di Marat».

Lo spirito di Marat. L’Amico del Popolo è sempre con noi.

Lo «Spirito di Marat». Si abbatte sulle teste dei monopolatori, dei muschiatini, di tutti i nemici del popolo. Si dice sia un femore umano placcato d’argento.

La Festa dell’Unità. Si chiama proprio cosí, ma non è la stessa.

La lettera R. Viene dopo la Q. Alcuni si rifiutano di pronunciarla, pa’ola mia!

Il pane dell’uguaglianza. Se lo scagli contro un muro ci rimane appiccicato, ma altro non c’è.

Il folgoratore. Gira la manovella: la scossa può stendere una schiera di soldati.

Il potere esecutivo. Si abbatte sulle teste dei giacobini, dei sanculotti, dei terroristi.

I ferri da calza. Possono arrecare gravi danni. Le Streghe della Montagna mirano alla faccia.

L’uomo della merda. Esce dal gabinetto con il suo seguito di topi e scarafaggi, per trascinarti giú.

Poi.

Questo in realtà è uscito il 20 febbraio ma siccome credo di esser stata rapita dagli alieni proprio in quei giorni, non me ne sono accorta.

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“…sono a Tokyo, la città delle pazze avventure della mia giovinezza.”

Un bizzarro e coinvolgente viaggio sentimentale: sedici anni dopo le tragicomiche peripezie raccontate in Stupore e tremori e in Né di Eva né di Adamo, Amélie Nothomb torna in Giappone. È l’occasione per rivedere i luoghi e le persone amati dopo lo spaventoso terremoto di Fukushima del 2011.

Vorrà dire che saranno altri due titoli da inserire nella lista della spesa per il Salone del Libro di quest’anno.

 

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Avevo le mie perplessità già sul trailer e sull’effettiva opportunità di andare a ravanare in ambito biblico e perplessa rimango anche dopo aver visto il film.

Non posso dire che sia brutto però ha sicuramente dei limiti e anche piuttosto consistenti.

Sostanzialmente si divide in due, con una prima parte dedicata alla costruzione dell’arca e alla preparazione pre-diluvio e una seconda parte chiusi dentro l’arca in attesa di vedere quali sorti attenderanno i sopravvissuti.

La prima parte nel complesso funziona abbastanza bene, c’è la giusta tensione pre-catastrofe, l’arca è visivamente bella e imponente, insomma si crea la dovuta atmosfera di aspettativa.

La seconda parte, invece, stagna un po’. Noè si intestardisce sul fatto che il Creatore voglia salvare soltanto la parte pura della creazione, ossia gli animali, e si fissa che neanche lui e la sua famiglia debbano sopravvivere.

Di buono c’è sicuramente Russell Crowe, molto adatto a questi ruoli forti e solitari, con la sua espressività malinconica e rassegnata, la sua sofferenza contenuta e la dolorosa consapevolezza del suo ruolo.

Giudizio positivo anche per Jennifer Connelly nei panni della moglie, con il suo bel volto quieto ma estremamente intenso.

Ho trovato molto apprezzabile il fatto che Aronofsky abbia relativamente limitato le aspirazioni fantasy, non esagerando con effetti speciali, mega-battaglie, riprese aeree e creature sovrannaturali. Non che non ce ne siano eh, solo che, visto l’andazzo di Hollywood da Peter Jackson in poi, temevo molto ma molto peggio.

Bella la scena del diluvio.

Bella anche l’idea dei Vigilanti come giganti di pietra in quanto angeli caduti (si vedono gli scheletri delle ali) e rimasti invischiati nella lordura fisica della terra che ne appesantisce fisicamente le sembianze.

Però.

E qui cominciano le note dolenti.

I giganti di pietra sono fighi, sì, peccato che si muovano esattamente (e voglio proprio dire esattamente, non che gli somigliano un po’) come gli Ent di Jackson. Stessa andatura, stessa gestualità, persino gli stessi piedoni.

Lo scontro con gli uomini bruti discendenti dalla stirpe di Caino è assolutamente superfluo ed è un mero tributo al canone hollywoodiano per cui almeno una battaglia e un nemico dobbiamo metterceli sennò non va bene.

Così come superfluo è Tubal-Cain sull’arca (di fatto funge dal catalizzatore per la vendetta di Cam ma, decisamente, si poteva fare anche senza).

Sempre per la stirpe di Caino, ho trovato un tantino forzato il sottofondo vagamente ecologista per cui i cattivi son quelli che si cibano dei poveri animali – ora, ammetto di non essere proprio una grande conoscitrice del testo sacro ma che la Bibbia promuovesse il vegetarianesimo me l’ero proprio perso un po’. E già che siamo in tema di attinenza al testo, ecco, direi che l’espressione “liberamente ispirato a” calza più che a pennello, dove la parola chiave è liberamente.

E se proprio vogliamo dirla tutta, poteva anche venirci risparmiato il riassuntino sulla faccenda della creazione, che, è vero che serve a far discendere Noè da Seth e quindi a farne l’ultimo dei giusti, ma non se ne sentiva proprio la necessità.

Poi. Se da un lato il dilemma morale di Noè sulla sopravvivenza della specie umana è ben interpretato da Crowe ed è ricco di valenze simboliche potenzialmente interessanti – prima fra tutte quella relativa al peso dell’essere i sopravvissuti – d’altro canto è anche vero che questo elemento non viene ben sfruttato e si trascina per tutta la seconda parte senza riuscire ad essere veramente coinvolgente. Si finisce, anzi, invischiati in una specie di drammone familiare dai risvolti persino un po’ stucchevoli, inframmezzati dai tentativi di Noè di ottenere risposta dal Creatore che richiamano tutta una serie di altri personaggi e altre situazioni bibliche, in un miscuglio un po’ poco armonico.

C’è anche Emma Watson che, mi spiace dirlo, continua a mantenere la sua consueta espressività pari a quella di una ciotola di minestra liofilizzata.

Particina anche per Anthony Hopkins, nei panni di un Matusalemme un po’ svampito.

Da vedere? Non lo so.

In effetti non se ne sentiva la necessità.

Un po’ di fantasy, un po’ di new age e un po’ di gladiatore in salsa biblica. Troppi elementi e troppi canoni che si amalgamano fra loro solo a tratti ma più spesso cozzano e risultano slegati.

Cinematografo & Imdb.

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In uscita il 6 maggio.

In Italia sarà edito sempre da Bompiani ma non riesco a trovare una data di pubblicazione. Mi piacerebbe pensare che arriverà già per il salone del libro e quindi praticamente in contemporanea con l’uscita statunitense ma non trovo conferme.

Non vedo l’ora di metterci le zampe.

Dal sito dell’autore:

Michael Cunningham’s luminous novel begins with a vision. It’s November 2004. Barrett Meeks, having lost love yet again, is walking through Central Park when he is inspired to look up at the sky; there he sees a pale, translucent light that seems to regard him in a distinctly godlike way. Barrett doesn’t believe in visions—or in God—but he can’t deny what he’s seen.

At the same time, in the not-quite-gentrified Bushwick neighborhood of Brooklyn, Tyler, Barrett’s older brother, a struggling musician, is trying—and failing—to write a wedding song for Beth, his wife-to-be, who is seriously ill. Tyler is determined to write a song that will be not merely a sentimental ballad but an enduring expression of love.

Barrett, haunted by the light, turns unexpectedly to religion. Tyler grows increasingly convinced that only drugs can release his creative powers. Beth tries to face mortality with as much courage as she can summon.

Cunningham follows the Meeks brothers as each travels down a different path in his search for transcendence. In subtle, lucid prose, he demonstrates a profound empathy for his conflicted characters and a singular understanding of what lies at the core of the human soul. 

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Voce?

——

Voceeee?

——

Voceeeee!

Mmm, che vuoi?

Supporto.

Ma l’hai vista l’ora?

Sta in basso a destra sul monitor, sarebbe un po’ difficile non vederla…

Era per farti gentilmente notare che…lascia stare, sei senza speranza.

Supporto per cosa?

In realtà niente. E’ solo che non sapevo come cominciare il post.

Ma vaff…

La solita asociale. Non servi quasi più a niente, tornatene a dormire.

Ormai sono sveglia. Fammi vedere la locandina di oggi…Skeleton Key?

Guarda che non è che adesso devi cominciare a propinare robe ambientate in Louisiana solo perché…

Ma che c’entra quello. Ho fatto male a svegliarti, vai sempre fuori tema.

Dimmi che la Louisiana non c’entra niente

Certo che c’entra. Ci è ambientato il film.

Senza speranza, come dicevo prima. Ma all’epoca del film Kate stava già col Bellamy?

No, stanno insieme dal 2010, il film è del 2005.

Ma aveva già avuto Ryder?

Sì lo ha avuto nel 2004 ma…

Ma era in forma perfetta!

E grazie, aveva anche 26 anni, però…

Perché, di che anno è?

Del ’79. Ma dobbiamo fare del gossip fino alle quattro del mattino o mi lasci parlare del film?

—–

Caroline ha 25 anni e il rimorso per un padre scomparso prima che lei potesse rendersene conto. Morto da solo, portato via dalla malattia mentre lei era troppo presa dalla sua vita e dal suo orgoglio. In una sorta di percorso di espiazione, cercando di fare i conti con quello che ha sbagliato, mentre studia per diventare infermiera lavora come assistente per anziani o malati terminali.

Nessuno dovrebbe morire solo. Questo è quello che crede.

Stufa degli ospedali e del loro protocollo poco incline all’umanità e all’empatia, accetta un lavoro in casa di una coppia di anziani. Il marito è stato colpito da un ictus. Non gli rimane molto e la moglie ha bisogno di aiuto per accudirlo.

A fare da tramite per gli aspetti legali del lavoro è un giovane notaio che cura gli interessi della signora Devereaux.

Caroline così si trasferisce nella grande casa dei due anziani coniugi, una villa isolata, sperduta nelle paludi fuori New Orleans.

Ben, il marito, è completamente paralizzato, non parla, non reagisce. Violet Devereaux è burbera, scontrosa, piena di fissazioni, e brontola col giovane notaio perché è certa che Caroline non capirà la sua casa.

Comincia una convivenza dagli equilibri incerti e delicati. Diffidenza è la parola d’ordine. Da parte di Violet ma anche da parte di Caroline, che non capisce il perché di alcune domande e non è del tutto convinta delle motivazioni che Violet fornisce per le sue stranezze. La casa ha una chiave universale che apre tutte le porte tranne una, in solaio. Ben era in solaio quando ha avuto l’ictus. Nella casa non ci sono specchi ma ci sono le foto dei precedenti proprietari. Ben sembra voler comunicare qualcosa e ci sono strani vinili con incisioni che Caroline non capisce.

Il cuore creolo della Louisiana, hoodoo, magia e suggestione, tutta l’atmosfera densa e opprimente degli stati del sud e una trama costruita benissimo. La tensione cresce gradualmente, il ritmo è incalzante e il film cattura ma, cosa più importate, la storia prende una direzione assolutamente inaspettata. E’ originale e crudele. Insolito, nel modo in cui utilizza tutta una serie di elementi canonici dell’horror e li mescola in una struttura a metà tra horror e thriller.

Caroline è Kate Hudson, come si sarà vagamente intuito dallo sproloquio di prima, ed è brava, bella e molto credibile nel ruolo.

Violet Devereaux è interpretata da Gena Rowlands e nei panni di Ben c’è John Hurt.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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In uscita il 29 maggio.

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Prima considerazione. Se non ci fosse stata Torino nel titolo probabilmente non mi sarei neanche accorta di questo film. E, anche nel caso, non sarei sicuramente andata a vederlo.

Seconda considerazione. Vorrei sapere chi è quel giornalista che ha scritto (la frase è riportata nel trailer) che “Ferrario è per Torino quel che Woody Allen è per Manhattan” o qualcosa di simile. Ecco. Vorrei sapere chi è e dirgli due parole. Giuro che non gli faccio niente. Solo qualche domanda.

Il film.

Bocciato, bocciato e ancora bocciato. Mi pareva brutto non andare a vedere un film tutto girato nella mia città, ma la prossima volta che mi viene in mente di andare a vedere un film italiano solo sull’onda emotiva e senza un minimo di garanzia di tollerabilità spero sinceramente che qualcuno mi narcotizzi finché il film in questione non sparisce dalle sale.

La luna su Torino è pretenzioso, vuoto e assolutamente inutile.

Vorrebbe tanto. Si vede che vorrebbe. E già il fatto che si veda lo rende patetico.

Gli si può concedere una buona realizzazione tecnica, quella sì. Belle la fotografia, le inquadrature, le ambientazioni, le scenografie, insomma, quello che riguarda gli aspetti estetici. Anche se. C’è un’osservazione da fare anche qui, vale a dire che il fatto di scegliere una Torino non convenzionale – non quella delle piazze e dei palazzi storici ma quella post-industriale dell’Igloo di Merz e del Palavela – è troppo ostentato e, quindi, indice troppo rivelatore dell’aspirazione ad un intellettualismo alternativo che ha francamente un po’ rotto i coglioni.

In questo rientra anche la scelta di location volutamente periferiche: il 45° parallelo, centro commerciale di Moncalieri, Zoom, il bioparco (parola che sta a zoo esattamente come operatore ecologico sta a spazzino ma vabbè) di Pinerolo, la villa in una non meglio identificata zona fuori città.

E anche il fatto di non nominare mai Torino ma di continuare a chiamarla la città sul 45° parallelo cercando con questo di attribuirle una dimensione al tempo stesso fiabesca e universale risulta forzato e, a lungo andare, anche irritante. Che poi, questa benedetta faccenda del parallelo equidistante da Polo Nord e Equatore, ok, può essere una curiosità carina, puoi infilarla da qualche parte, in qualche dialogo ma non può essere il filo rosso di tutta la narrazione perché obiettivamente non è una cosa abbastanza consistente. Non regge tutto il significato, più o meno metaforico, di cui la si vuole caricare.

La trama e gli attori.

*la proprietaria del blog tira capocciate alla scrivania*

Tre coinquilini. Due ragazzi e una ragazza. Tre giovani che galleggiano in esistenze che non si sa dove vogliano andare ma che sentono il bisogno di dare una svolta alla propria vita. Tre storie di crisi e di cambiamento. Tre evoluzioni personali.

Queste, almeno, parrebbero le intenzioni.

In realtà abbiamo tre personaggi sciatti e stereotipati e tre storie che non funzionano perché non sono vere. Non sono oneste. C’è troppa attenzione su quello che vorrebbero essere e non rimane nulla di autentico. Troppa attenzione nel cercare di costruire in qualche modo una sorta di esempio per lasciare spazio a qualcosa che non sia una patetica scimmiottatura di ciò che vorrebbe rappresentare.

Non c’è empatia per nessuno dei tre. La trama non decolla. E’ un susseguirsi di scenette staccate e prive di pathos che di per sé hanno poco contenuto e che, anche prese tutte insieme, non creano neanche per sbaglio una qualche unità dell’insieme.

La sceneggiatura ha dei buchi giganteschi. Una per tutte, la scena del pranzo a quattro: qualcuno riesce a spiegarsi perché di punto in bianco quell’oca giuliva della Parodi scoppia in lacrime pigolando che vuole un uomo che la sposi?!?

Penso che quello sia in assoluto il momento più imbarazzante di tutto il film. Sembrava che avessero saltato un pezzo di copione.

E poi. I cliché. I dannati cliché.

Il grassoccio un po’ sfigato, idealista e nullafacente che elargisce citazioni di Leopardi intanto che si dedica alla cucina.

L’universitario demotivato che lavora allo zoo e si divide tra i divertimenti dei ggggiovani e quasi-forse il vero amore? mah.

L’impiegata dell’agenzia di viaggi che – e qui arriva il peggio – sogna uno straniero fascinoso che le porti l’amore, sogna – ovviamente – di fare la modella ma in realtà vuole essere sposata e impazzisce – ma pensa un po’ – per i film d’amore. Rigorosamente quelli in bianco e nero e possibilmente muti.

E poi abbiamo ancora il vecchio burbero e saggio, l’acrobata alternativa e “libera” che ovviamente ha un furgoncino Wolkswagen con i fiori.

No, davvero, mi fermo perché tra un po’ mi butto di sotto per la banalità.

E poi, come se non bastasse, ci sono tutti i riferimenti e le pseudo citazioni disseminati qua e là ad indicare che sì, siamo giovani, scanzonati e idealisti ma siamo anche colti. Come a voler creare una sorta di specchio generazionale. Peccato che Ferrario peschi a casaccio negli ambiti più diversi, evidentemente senza le competenze per farlo, e altrettanto a casaccio rimescoli il tutto con risultati, nel migliore dei casi, deprimenti. Cultura giapponese=manga=cartoni porno. Cultura cinematografica=film di Chaplin. Citazioni, una per tutte anche qui: Maria e la sua amica/collega dell’agenzia che sognano di incontrare qualcuno di nuovo con caratteristiche ideali che sembra voler richiamare l’evocazione di Jack Nicholson del trio Cher-Pfeiffer-Sarandon delle Streghe di Eastwick. Peccato che qui il contesto non c’entri niente e che la cosa risulti, come tutto il resto, appiccicata e pretestuosa.

A tutto ciò si aggiunga una voce fuori campo – anzi le tre voci fuori campo dei tre protagonisti – la cui narrazione vorrebbe conferire unità e un certo tono sognante al tutto ma che di fatto contribuisce solo a rendere stucchevoli anche i pochi momenti che non lo sono.

Poi. Se mi fai un film su Torino, perché diavolo mi prendi degli attori con accento milanese?

Poi. Se vuoi il personaggio della fanciulla sognatrice, ingenua e confusa sul proprio futuro, perché mi prendi la Parodi (che non ho ancora capito in che grado di parentela sia con le altre due) che è vero che ha 26 anni ma con quelle tette rifatte e tutta tirata così ne dimostra almeno dieci di più? Plasticamente ben portati eh, però un tantino fuori luogo.

Qualche sorriso ogni tanto scappa, sostanzialmente sulle due o tre scene utilizzate per il trailer.

E sì, i lemuri del bioparco offrono un’ottima interpretazione, questo bisogna pur ammetterlo.

Cinematografo & Imdb.

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