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Archive for the ‘2016’ Category

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Che dire…

Di certo sono in sette.

Definirli addirittura magnifici mi par che sia un tantino eccessivo ma non sono male, ecco.

Remake dell’omonimo film del 1960 di John Sturges, che a sua volta era un tributo – più che un vero e proprio remake – ai Sette Samurai di Akira Kurosawa.

Anche in questo caso, contesto e dettagli della storia cambiano, ma non cambia la dinamica centrale: pistolero-giustiziere assoldato da una piccola comunità di oppressi per vendicarsi dei torti subiti e riprendersi terra e libertà.

Il pistolero-giustiziere recluta a sua volta altri sei compari e insieme fanno il culo ai cattivi. Amen.

Nel caso specifico, il Cattivo con la C maiuscola è Bartholomew Bogue (Peter Sarsgaard), spietato cercatore d’oro che per ottenere la terra che gli interessa non si fa scrupoli a massacrarne gli abitanti. E che pare coltivare queste cattive abitudini da anni, tant’è che il nome non giunge nuovo ai sette pistoleri che si imbarcano nella difesa del villaggio di Rose Creek.

In particolare è proprio il giustiziere Sam Chisolm (Denzel Washington) che sembra avere un conto in sospeso con Bogue.

Anche per quel che riguarda l’approccio tematico, pur con le varianti dovute all’ammodernamento della sensibilità, non ci si allontana poi molto dal vecchio modello, con il prodotto ibrido della mescolanza di utilitarismo – i sette son lì per soldi, non per amore del villaggio – e idealismo – alla fine la causa del villaggio diventa causa comune perché il passato di Bogue e quello di Chisom sono legati.

Antoine Fuqua (già regista, tra le altre cose, di Training Day, sempre con Denzel Washington e Ethan Hawke, e King Arthur) tenta una maggior caratterizzazione psicologica dei personaggi ma non vuole esagerare e stempera il tutto con generose dosi di ironia che conferiscono un tono leggero e divertente, pur senza scadere nella baracconata.

Le scene d’azione sono ben costruite, cosa che si nota in particolare alla fine, dove sono parecchio lunghe.

Molte le citazioni da altri esponenti del western, sia classici che meno classici. A onor del vero va detto che io non sono particolarmente ferrata sul western e, sebbene riuscissi ad individuare le tracce, non sono in grado di identificarne l’esatta provenienza. Per dire, l’entrata in scena di Denzel Washington nel saloon e la rivelazione della sua identità come cacciatore di taglie a me ha ricordato in modo sfacciato l’analoga scena di Django con Christoph Waltz, ma sono anche abbastanza sicura che essa fosse a sua volta una citazione, seppur non sappia bene di cosa. Così come immagino di essermi persa del tutto una serie di riferimenti ai Magnifici Sette del ’60, dal momento che l’ho visto solo una volta e tantissimo tempo fa.

Ad ogni modo, il film funziona e fa il suo onesto mestiere di intrattenere gradevolmente per i 130 minuti che gli sono concessi.

Bello il personaggio di Ethan Hawke, Goodnight Robicheaux, alle prese con i suoi fantasmi, e divertente anche Jack Horne (Vincent D’Onofrio), una sorta di cacciatore-predicatore che elargisce citazioni bibliche nel mezzo delle sparatorie e altre cose così.

Le situazioni non sono il top dell’originalità e l’esito di alcuni dialoghi e di alcune scene è ben più che telefonato, ma, come dicevo, nel complesso il film regge e diverte.

Pare ci sia aria di candidature tra Globes e Oscar. Devo verificare se sia vero o meno, anche se, in ogni caso, parlare di candidature mi sembrerebbe un po’ esagerato.

Introdotto anche un personaggio femminile di cui mi pare non vi fosse traccia precedentemente e che è interpretato da Haley Bennett.

Cinematografo & Imdb.

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Haley Bennett in Metro-Goldwyn-Mayer Pictures and Columbia Pictures' THE MAGNIFICENT SEVEN.

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Va bene. Se dopo vent’anni (gggghhhh!) son tornati pure gli alieni di Emmerich, direi che posso darmi una mossa e riemergere anch’io dagli abissi dello spazio profondo.

Lo abbiamo aspettato. Lo abbiamo temuto.

Lo abbiamo visto e direi che, tutto sommato, ci è pure piaciuto.

Non da strapparsi i capelli e gongolare ululando sulla poltrona, quello magari no, ecco. Però ci è piaciuto.

Independence Day – Resurgence è quello che doveva essere, pur con qualche pecca.

E’ un filmone, non nel senso di capolavoro ma nel senso proprio fisico delle dimensioni. E’ tutto più grande, più spettacolare, più rumoroso, più esagerato, più americano e la lista può essere allungata a piacere.

Ma d’altronde, è esattamente questo il motivo per cui si vanno a vedere i catastrofici di Emmerich. Per essere aggiornati, per così dire, sullo stato dell’arte del genere catastrofico. Per vedere cosa si inventa stavolta. Per avere quel più.

Sono passati vent’anni, dunque e l’America si appresta a festeggiare il suo 4 luglio dai molteplici significati.

E qui il buon Roland (aiutato di certo dalla sua schiera di sceneggiatori) si gioca subito una buona carta perché sceglie di seguire coerentemente la linea temporale interrotta nel ’96 generando quindi un’America (e un mondo) parallela più che contemporanea a quella odierna, in perfetto stile AU (Alternative Universe).

Non abbiamo solo sconfitto gli alieni. Li abbiamo imprigionati. Li abbiamo studiati. Ne abbiamo assimilato la tecnologia, il che ci ha permesso di fare passi da gigante in termini di mezzi, armi e giocattoli vari. Ci muoviamo agilmente nello spazio, si fa avanti e indietro dalla Luna come fosse andare al supemercato fuori città.

Gli eroi della vittoria non sono più i veri protagonisti ma la loro memoria è ovunque e viene reso loro costante tributo. O quasi.

E mentre tutti si sentono invincibili e al sicuro, cominciano ad emergere i segnali di qualcosa che non va.

L’ex presidente Whitmore (sempre Bill Pullman) e, manco a dirlo, David (sempre Jeff Goldblum), sono i primi ad accorgersene.

La prima parte di film è quella che più spudoratamente ammicca al pubblico del ’96 e che fa dichiaratamente di Resurgence un secondo capitolo non autonomo.

E la cosa ci poteva anche stare, se non fosse che Emmerich evidentemente non era del tutto sicuro di voler puntare solo sul pubblico vecchio e genera così quella che è un po’ la pecca principale di tutta la struttura: butta lì un riferimento e poi lo liquida in fretta e furia, manco dovesse spuntare un checklist di elementi obbligatori per poi potersi dedicare agli effetti speciali.

E lo stesso errore lo fa con tutta una serie di passaggi che arrivano e se ne vanno talmente in fretta che non si fa in tempo ad assimilarli emotivamente. Per dire, non fai in tempo a preoccuparti per il fatto che stan per far esplodere delle testate nucleari (ma pensa) che son già saltate e han già fatto fiasco (ma dai).

Palesemente l’intenzione è quella di dimostrare che le estreme risorse della prima volta ora sono superate e bisogna trovare nuove vie, però dai, un’inquadratura in più sul volto del presidente e una ruga di incertezza in più potevano pure starci.

Detto ciò, il resto è pura azione e puro spettacolo.

Esagerato, come dicevo prima, e divertente.

Speravo forse in qualche trovata originale in più, mentre alla fine risulta che la maggior novità è proprio quella che si bruciano già nel trailer della doppia gravità creata dalla super nave. Che rimane comunque una figata, per carità.

Cast misto di volti vecchi e nuovi, anche se l’atmosfera che si crea è quella di una tale rimpatriata che ad un certo punto non sapevo più chi effettivamente c’era già prima e chi no.

Ero convinta che la nuova presidente (Sela Ward) fosse la stessa che nel ’96 era l’ex di David, ma la realtà è che mi era familiare perché c’era in The Day After Tomorrow, sempre di Emmerich.

Allo stesso modo, ero contenta di rivedere William Fitchner in un ruolo più importante, per poi ricordarmi che il buon William c’era nel momento della catastrofe, ma in Armageddon.

Insomma, comincio a confondere le catastrofi.

Will Smith ha rinunciato ma rimane comunque impagabile la sua gigantografia (peraltro quella delle locandine dell’altro film) che troneggia alla Casa Bianca.

C’è anche Vivica Fox, giusto perché Will Smith è degnamente sostituito dal figliolo (Jessie T. Usher), che nel ’96 era un bambino e in qualche modo la continuità della famiglia va preservata.

New entry Charlotte Gainsbourg, che però ha una particina un po’ insignificante.

Ritorna la coppia (in tutti i sensi) di scienziati Okun-Isaac (sempre Spiner-Storey) anche se è mancato il coraggio di portare fino in fondo quella che palesemente era una scena che esigeva un bacio.

Ruolo principale per Liam Hemsworth, che ultimamente è un po’ dappertutto e che pare aver miglior fortuna del suo troppo biondo fratellone.

Un’ultima considerazione e poi chiudo.

La mia scena preferita.

L’inseguimento alieno-scuolabus.

Sono convinta che Roland abbia un Grande Libro Degli Inseguimenti dove sono elencati tutti i mezzi di trasporto mai usati nella storia del cinema in una scena di fuga/inseguimento e che si applichi sistematicamente per trovare qualche mezzo mai usato e possibilmente improponibile.

Pensavamo di aver visto tutto con la corsa in limousine tra le placche tettoniche che saltavano per aria in 2012? E invece no.

Mancava la fuga nel deserto del Nevada di uno scuolabus inseguito da un alieno gigante.

E comunque non stavo scherzando. E’ davvero la mia scena preferita. E’ fighissima.

Cinematografo & Imdb.

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La Palma d’Oro di quest’anno a Cannes.

Non è ancora prevista un’uscita italiana.

A dire la verità non è neanche un vero e proprio trailer ma non ho trovato di meglio.

 

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Jack ha cinque anni e vive con la sua Ma’ in una stanza di 9 metri quadri. La stanza non ha finestre, solo un lucernario. La stanza, anzi, Stanza è tutto il mondo. Fuori c’è Cosmo. E nient’altro.

Dentro Stanza c’è una TV e quello che la TV mostra non esiste.

E poi c’è Old Nick. L’unico che possa entrare e uscire da Stanza con un codice per procurarsi cibo e altre cose con la Magia.

Quando c’è Old Nick, quando Old Nick dorme con la sua Ma’, Jack deve rimanere dentro Armadio. Old Nick sa che lui c’è ma non lo deve vedere.

E poi tutto cambia.

Perché cinque anni sono abbastanza per la verità.

Quello che la TV mostra è vero. Fuori c’è il mondo. Ci sono altre persone. Anche Ma’ una volta viveva nel mondo. Sette anni fa. Prima di entrare in Stanza. Prima che Old Nick la prendesse.

Jack ci mette un po’ a metabolizzare la nuova verità ma è essenziale che lo faccia. E’ essenziale che creda alle parole della sua Ma’ perché, di colpo, diventa la loro unica possibilità di salvezza.

Tutti i trailer di questo film sono incentrati sulla sequenza della fuga di Jack. Secondo me è stata un po’ una stronzata perché è uno spoiler bello grosso e perché l’effetto della prima parte nella stanza sarebbe stato molto più straniante senza sapere niente del perché erano lì. Ma tant’è, immagino che ci siano di mezzo anche ragioni di marketing.

Ad ogni modo. Il film è diviso nettamente in due parti e la fuga di Jack è uno spartiacque.

La seconda parte è fuori dalla stanza. E’ il lento avanzare di Jack e della sua Ma’ nel mondo. E’ un delicato e lento oscillare tra la meraviglia di Jack in un mondo che è completamente nuovo e il disorientamento di Ma’.

Per Ma’ il senso di ritrovamento di ciò che ha lasciato dietro di sé lascia quasi subito il posto alla sensazione di perdita per ciò che non trova più.

Per Jack c’è la libertà.

Per Ma’ c’è un lungo tour tra le macerie di una vita spezzata per sempre.

Finché erano nella stanza, Ma’ doveva tenerli in vita. Finché erano nella stanza, c’era solo la sopravvivenza. Ora che sono fuori, Ma’ deve fare i conti con i suoi sette anni di prigionia. Con le sue scelte, per quanto obbligate, con la rabbia e il dolore che ha tenuto a freno per tutto quel tempo. E deve fare i conti anche con il giudizio degli altri, per quanto sembri paradossale. Perché gli occhi degli altri presuppongono domande e risposte. Esigono catene di eventi ed elementi da classificare.

Room è un film bellissimo e terribile.

Claustrofobico, e non solo nella prima parte.

Perché la stanza rimane nella testa di Ma’. La stanza non la lascia andare.

E’ l’orrore, che quando ti tocca troppo in profondità, lascia un segno che ti porterai dietro per sempre. E non puoi fare altro che imparare a conviverci o soccombere.

Meritatissimo l’oscar a Brie Larson, ottima in un ruolo che non sfiora mai, neanche per un istante, il patetico.

Avrebbe meritato la candidatura anche Jacob Trembley, che è veramente fenomenale e che regge tutto il film non meno della Larson. Pensavo che non l’avessero nominato per un problema di età (ha 9 anni) ma adesso stavo riguardando le candidature e nel 2003 c’è stata la nomination per Quvenzhané Wallis (per Re della terra selvaggia) che aveva 9 anni è che è stata la più giovane attrice mai candidata.

Non so. Forse l’oscar sarebbe stato troppo ma, davvero, l’interpretazione del piccolo Trembley – con tanto di voce fuori campo – è impressionante. Sempre credibile, equilibrata, in simbiosi perfetta con la Larson.

Il film è tratto dal libro di Emma Donoghue, Stanza, letto, armadio, specchio, che è a sua volta ispirato al caso Fritzl, anche se in modo molto libero. In particolare, il personaggio di Jack, nato e vissuto i primi anni senza avere percezione del mondo, è ispirato al piccolo Felix, l’ultimo dei figli di Elisabeth Fritzl nati nel bunker dove il padre la tenne sequestrata per ventiquattro anni, e che venne liberato all’età di sei anni.

Le altre candidature per Room erano miglior Film, Regia, Sceneggiatura Non Originale. Almeno film o regia gliel’avrei dato.

Lenny Abrahamson dirige un film difficilissimo e riesce a tenerlo sempre in perfetto equilibrio.

Room è un film di una potenza emotiva devastante perché riesce ad essere coinvolgente ad un livello viscerale. Sulla scena della fuga ad un certo punto pensavo mi venisse un colpo tanto ero tesa – e poco importava che già ne conoscessi l’esito. E’ un film profondamente inquietante per il suo presupposto, scioccante, delicato e toccante.

Assolutamente da non perdere.

Cinematografo & Imdb.

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Miglior film

  • Il caso Spotlight (Spotlight), a Michael Sugar, Steve Golin, Nicole Rocklin e Blye Pagon Faust

Ok, ci può stare. Onestamente pensavo che avrebbe preso la regia ma va anche bene così. L’unica cosa che temevo era che lo sovraccaricassero perché il più impegnato dell’edizione.

Miglior regia

  • Alejandro González Iñárritu– Revenant – Redivivo (The Revenant)

E il buon Alejandro fa il botto due anni di fila. Nello specifico, è il primo regista messicano a ricevere l’Oscar per la regia in due edizioni consecutive.

Revenant continua a non essere tra i miei film preferiti ma è comprensibile perché meriti riconoscimenti.

Miglior attore protagonista

  • Leonardo DiCaprio – Revenant – Redivivo (The Revenant)

Devo veramente dire qualcosa?

Mi pare il minimo che gliel’abbiano dato, ecco.

E continuo a ripetere che Revenant non è il top e ci sono un sacco di altre interpretazioni di Leo che avrebbero meritato molto di più il riconoscimento. Però a questo punto va bene così.

Quando Iñarritù lo ha menzionato al ritiro della sua statuetta pensavo che il povero Leo stesse per esplodere. Stavo veramente male per lui.

Chissà se adesso finiranno le prese in giro o si troverà il modo di riadattarle.

In ogni caso, degne di nota rimangono 1) la molla che evidentemente aveva sotto le chiappe e che lo ha fatto praticamente schizzare sul palco prima ancora che il suo nome fosse pronunciato per intero, e 2) l’abilità con cui è riuscito a infilare un pippone ambientalista tra i ringraziamenti.

Ma noi gli si vuole bene anche per questo.

Miglior attrice protagonista

  • Brie Larson – Room

Eh. Immaginavo. Se la Universal Italia è d’accordo lo vedrò finalmente questa settimana.

E io avevo anche scritto eh, alla Universal, chiedendo di anticipare la distribuzione nelle sale. Ma, guarda un po’, non mi han minimamente considerata.

Miglior attore non protagonista

  • Mark Rylance – Il ponte delle spie (Bridge of Spies)

Questo non me lo aspettavo. Ero davvero convinta che avrebbe vinto Stallone. Poi, per carità, non è che sia immeritato. Quella di Rylance è una bellissima interpretazione e mi è piaciuta un sacco la considerazione di Gianni Canova sul lavoro di sottrazione che Rylance fa sul suo volto e sulla sua espressività.

Però mi dispiace un po’ per l’unica occasione di Stallone.

Miglior attrice non protagonista

  • Alicia Vikander – The Danish Girl

Gnaaaaaaaaa! (=scomposta manifestazione di giubilo).

Migliore sceneggiatura originale

  • Tom McCarthy e Josh Singer – Il caso Spotlight (Spotlight)

Son contenta. E’ quello che avrei dato io.

Migliore sceneggiatura non originale

  • Charles Randolph e Adam McKay – La grande scommessa (The Big Short)

E sono ancora più contenta per questo. Sempre perché è un mio pronostico azzeccato e poi perché sì. Era difficilissimo da portare su schermo.

Miglior film straniero

  • Il figlio di Saul (Saul fia), regia di László Nemes (Ungheria)

Non l’ho visto.

Miglior film d’animazione

  • Inside Out, regia di Pete Docter e Ronnie del Carmen

E’ l’unico di animazione che ho visto ma tanto se c’è Disney-Pixar non c’è nessun tipo di competizione.

Non che non sia meritato. Mi è piaciuto moltissimo e ha delle trovate geniali. Però era comunque ovvio che vincesse.

Miglior fotografia

  • Emmanuel Lubezki – Revenant – Redivivo (The Revenant)

E sono tre di fila. Primo caso nella storia degli Oscar. Meritatissimo, secondo me.

Miglior scenografia

  • Colin Gibson e Lisa Thompson – Mad Max: Fury Road

Mad Max ha sbancato gli Oscar tecnici ed è riuscito a diventare il film più premiato di questa edizione, con 6 statuette su 10 cui era candidato.

Non ci trovo nulla da ridire, anzi. Apprezzo il fatto che gli abbiano dato molti riconoscimenti tecnici – perché obiettivamente, dal punto di vista visivo e scenografico è fenomenale – lasciando perdere le categorie più grosse che sarebbero state un po’ fuori luogo.

E tutto ciò mi ha fatto venire una gran voglia di rivederlo.

Un po’ un peccato per Star Wars che rimane il grande escluso di questa edizione ma quanto a originalità non c’è paragone con il lavoro di Miller.

Miglior montaggio

  • Margaret Sixel – Mad Max: Fury Road

v. miglior scenografia

Miglior colonna sonora

  • Ennio Morricone – The Hateful Eight

Aaaww. Mi ha fatto una tenerezza incredibile. Continuo a dire che non è sicuramente la sua migliore colonna sonora. Ma d’altronde lo dice anche lui. Però mi fa piacere.

Dedica il premio alla moglie Maria. Lascia intravedere un fugace momento di commozione che nell’intervista immediatamente successiva si affretta a sminuire ritornando ai consueti modi sbrigativi.

Non è che lui lavori per questi premi. Il difficile sarà riuscire a far ancora meglio, visto che ha già 87 anni.

Adorabile.

Miglior canzone

  • Writing’s on the Wall (Jimmy Napes e Sam Smith) – Spectre

Boh, non mi fa impazzire e la versione live durante la cerimonia non è che sia venuta un granché. Però non ho presenti tutte le altre canzoni e anche quelle che ho sentito non mi son parse così tanto meglio, quindi va bene.

Sam Smith ha dedicato il premio alla causa LGBT perché è probabilmente il primo omosessuale dichiarato a vincere l’Oscar.

Migliori effetti speciali

  • Mark Williams Ardington, Sara Bennett, Paul Norris e Andrew Whitehurst – Ex Machina

Questo mi ha colpita. E l’ho trovato un premio molto intelligente. In genere quando si parla di effetti speciali si casca sempre su cose molto scenografiche. Invece qui han – saggiamente – premiato la raffinatezza tecnica del corpo trasparente di Alicia Vikander.

Ottima scelta.

Miglior sonoro

  • Chris Jenkins, Gregg Rudloff e Ben Osmo – Mad Max: Fury Road

v. miglior scenografia

Miglior montaggio sonoro

  • Mark Mangini e David White – Mad Max: Fury Road

v. miglior scenografia

Migliori costumi

  • Jenny Beavan – Mad Max: Fury Road

v. miglior scenografia

Miglior trucco e acconciatura

  • Lesley Vanderwalt, Elka Wardega e Damian Martin – Mad Max: Fury Road

 v. miglior scenografia

Miglior documentario

  • Amy, regia di Asif Kapadia

Non l’ho visto.

Miglior cortometraggio documentario

  • A Girl In The River: The Price Of Forgiveness – regia di Sharmeen Obaid-Chinoy

Non l’ho visto.

Miglior cortometraggio

  • Stutterer, regia di Benjamin Cleary e Serena Armitage

Non l’ho visto.

Miglior cortometraggio d’animazione

  • Bear Story, regia di Gabriel Osorio Vargas

Non l’ho visto.

 

E un po’ di foto dal red carpet e dalla cerimonia.

Nel caso ci fossero dubbi, la parola chiave è #tettealvento.

E magari anche qualcos’altro (Diane Kruger mi ha lasciata perplessa).

Il top per me rimangono Charlize Theron e Cate Blanchett.

Jennifer Lawrence è quasi irriconoscibile con quel taglio e trucco, però almeno non si è spianata.

E sì, anche Alicia Vikander è notevole. Cioè, devi essere veramente gnocca per star bene con quel giallo, dai.

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HOLLYWOOD, CA - FEBRUARY 28: Actress Charlize Theron attends the 88th Annual Academy Awards at Hollywood & Highland Center on February 28, 2016 in Hollywood, California. (Photo by Jeff Kravitz/FilmMagic)

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attends the 88th Annual Academy Awards at Hollywood & Highland Center on February 28, 2016 in Hollywood, California.

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