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Archive for the ‘Cose che fanno incazzare’ Category

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Non c’è mai una sparachiodi quando serve.

Io ho dei colossali discreti problemi di gestione della rabbia.

Sono consapevole del fatto che questo può essere un male.

Di positivo c’è che ho anche una discreta istintiva tendenza alla relativizzazione che mi mette al riparo dalle conseguenze peggiori. In parole povere, è difficile che perda il lume con altre persone se prima non ho escluso tutte le diverse prospettive dalle quali si può affrontare un qualcosa che pure, istintivamente, mi fa girare i coglioni.

Per dire. Se qualcuno fa una cazzata che di primo acchito mi irrita oltre misura, riesco anche a non ricoprirlo di miserie perché mi rendo conto delle n. circostanze che avrebbero potuto portare anche me a fare la medesima cazzata.

Poi magari tiro giù le peggio cose per conto mio ma, diciamo, limito i danni.

Perché anche le persone migliori del mondo fanno cose insopportabili, perché oggettivamente non sono una bella persona e mi danno fastidio davvero tante cose e lo so, perché sono io la prima a fare cose per le quali mi sopporto a stento. E via così.

Poi ci sono gli altri casi.

Quelli in cui ho, in coscienza, esaurito tutte le possibili attenuanti.

Quelli per i quali, in tutta onestà, mi sento di aver rigirato la situazione in tutti i modi possibili, di sotto e di sopra, per dritto e per storto, e comunque la metti, non è salvabile.

E non si tratta necessariamente di questioni di alto valore morale.

Perché ok, aver voglia di spaccar la testa a chi si fa uscire di bocca qualche considerazione razzista (tanto per dirne una) o robe così è persin troppo ovvio.

A volte sono questioncelle che molti considererebbero minori. Magari irrilevanti.

A volte è un branco di teppisti adolescenti più o meno sui tredici anni che non avendo evidentemente un cazzo di meglio da fare decide di infestare una sala cinematografica e di appestare tutto il film con urla, risa sguaiate, commenti idioti a voce altissima, rumori di vario genere, rimanendo peraltro indifferente ai ripetuti e alterati richiami da parte degli altri spettatori o del personale del cinema stesso, intervenuto a seguito della mia uscita dalla sala e della mia pacatissima comunicazione (sottolineata dall’ombrello che brandivo in mancanza di altri oggetti contundenti) che, se non facevano qualcosa loro, avrei cominciato a spaccare qualcuna di quelle teste di cazzo.

In un barlume di lucidità ho anche accarezzato l’idea di chiamare i carabinieri ma, onestamente, devo documentarmi su quali siano gli estremi legali per una denuncia. Teppismo? Vandalismo? Molestie? Boh. In realtà quando sono uscita dal cinema ero talmente avvilita che non mi sono più informata di niente. Il personale del cinema (che era l’Ariston di Saremo) era mortificato e ci ha fatto subito dei biglietti omaggio per un prossimo spettacolo e si stava attrezzando per fermare il gruppo che ancora doveva scendere. Anche lì. Non so quanta libertà di movimento abbia in questo caso il gestore del cinema. Può sbattere fuori chi disturba? O rischia di beccarsi una denuncia, visto che in Italia sembra che gli unici ad aver diritto di denunciare qualcosa sian quelli che rompono il cazzo agli altri.

Non so. Non so neanche come sia andata a finire la cosa. Sono praticamente fuggita dal cinema senza neanche vedere i titoli di coda – che per me è un pessimo segnale.

E davvero, stavolta ci è mancato veramente poco che facessi qualche stronzata.

E continuavo a pensare che, per legge, dovrebbero proiettare questa scena, prima dell’inizio dei film.

And enjoy the cinema experience!!!

E finalmente, dopo questa sacchettata gratuita di cazzi miei arriviamo anche al film.

Team di ricercatori conduce studi sulla rianimazione.

Ufficialmente rivolti a pazienti in coma, di fatto condotti su animali morti.

Tentano di rianimare un maiale ma la cosa finisce in grigliata.

Uno di loro (Evan Peters di American Horror Story) ha un colpo di genio, modificano una cosa nel siero che iniettano e ritentano su un cane morto.

Sembra che la cosa non funzioni ma poi il cane si rianima.

Ora bisogna solo tenerlo sotto controllo per vedere che sia normale. Il siero iniettato gradualmente scomparirà dall’organismo.

Il cane tanto normale non è, ma non fanno in tempo a capire cosa c’è esattamente che non va che tutta una serie di casini portano il gruppo a trovarsi di notte in laboratorio a fare nuovi esperimenti.

Manco a dirlo, qualcosa va storto e si passa forzatamente alla sperimentazione umana tentando di riportare indietro dall’aldilà la povera Olivia Wilde (che è sempre brava e bella anche se la parte non è poi chissà che).

Anche lei torna. Anche lei ha qualcosa che non va. Solo che è un po’ più complicata di un cane.

Girato quasi interamente in laboratorio, cast ridotto all’osso e composto praticamente solo dalla squadra di ricercatori. Impostazione slasher – anche se un po’ all’acqua di rose – e un miscuglio di un po’ tutto quello che si è già visto e detto sul genere ritorno-dall’aldilà. Un po’ di patemi religiosi-spirituali, la luce in fondo al tunnel e i propri fantasmi in agguato. Un po’ Linea mortale e un po’ Lucy e un po’ chiunque abbia tirato in ballo questioni irrisolte da affrontare una volta per tutte al momento della morte e percentuali del cervello non utilizzate ma in attesa di salti evolutivi.

Sicuramente non nuovo ma tutto sommato neppure brutto. Ha l’intelligenza di essere breve e di non sbrodolare troppe teorie scientifiche col rischio di incartarsi. Suppongo che un paio di salti li faccia anche fare – anche se per i motivi di cui sopra non ho potuto immedesimarmi a sufficienza per valutare di persona.

Insomma senza infamia e senza lode.

Nota per i musers all’ascolto. Alzi la mano chi non ha cominciato a canticchiare Dead Inside vedendo Olivia Wilde con gli occhi neri.

Nessuno?

Come pensavo.

Cinematografo & Imdb.

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M208  (Left to right.) Mark Duplass, Donald Glover, Evan Peters  and Sarah Bolger star in Relativity Media's "The Lazarus Effect". © 2013 BACK TO LIFE PRODUCTIONS, LLC  Photo Credit:   Justin Lubin

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Qui di seguito l’elenco di tutti i film premiati in questa edizione del festival.

In fondo trovate le lamentele della proprietaria del blog – che sostanzialmente riguardando poi un solo film.

Alla fine non ho visto quasi nessuno dei film vincitori ma di alcuni avevo sentito giudizi entusiasti già nel corso della settimana e vedrò di recuperarmeli perché mi incuriosiscono.

TORINO 32

La Giuria di Torino 32 – Concorso Internazionale Lungometraggi, composta da Ferzan Ozpetek, Geoff Andrew, Carolina Crescentini, Debra Granik e György Pálfi assegna i premi:

Miglior Film a:

Mange tes morts di Jean-Charles Hue (Francia, 2014)

Premio Speciale della giuria – Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a:

For Some Inexplicable Reason di Gábor Reisz (Ungheria, 2014)

Menzione speciale della giuria a:

N-Capace di Eleonora Danco (Italia, 2014)

Con la seguente motivazione: abbiamo attribuito una menzione speciale a quest’opera prima perché dimostra di essere una grande promessa per il futuro e perché ci ha colpito emotivamente e intellettualmente con un ritratto, così lirico e penetrante, dell’Italia di oggi.

Premio per la Miglior attrice ex aequo a:

Sidse Babett Knudsen, nel ruolo di Cynthia in The Duke of Burgundy di Peter Strickland (UK, 2014)

e a:

Hadas Yaron, nel ruolo di Meira in Felix & Meira di Maxime Giroux (Canada, 2014)

Premio per il Miglior attore a:

Luzer Twersky, nel ruolo di Shulem in Felix & Meira di Maxime Giroux (Canada, 2014)

Menzione speciale ai personaggi intervistati di N-Capace di Eleonora Danco (Italia, 2014)

Con la seguente motivazione: a tutte le persone intervistate dalla regista, incluso suo padre. Abbiamo apprezzato i loro contributi al film, che sono divertenti e onesti e che ci hanno insegnato moltissimo.

Premio per la Miglior sceneggiatura a:

What We Do in the Shadows di Jemaine Clement e Taika Waititi (Nuova Zelanda, 2014)

Premio del pubblico a:

For Some Inexplicable Reason di Gábor Reisz (Ungheria, 2014)

TFFdoc

INTERNAZIONALE.DOC

La Giuria di Internazionale.doc, composta da Marek Hovorka, Fred Keleman e Jean-Baptiste Morain, assegna i seguenti premi:

Miglior Film per Internazionale.doc a:

Endless Escape, Eternal Return di Harutyun Khachatryan (Armenia/Olanda/Svizzera, 2014)

Con la seguente motivazione: con la sua sensibilità verso gli elementi più autentici del cinema e il loro uso consapevole e attento, il regista avvicina il pubblico al flusso mutevole della Storia e lo porta quasi a contatto fisico con la realtà. Attraverso la profonda bellezza delle immagini, l’uso del tempo, dei suoni atmosferici e della musica, la solitudine dell’essere umano in questo mondo trascende a un livello metafisico che connette il pubblico con la nudità dell’essere umano, la sua ricerca e la sua lotta per la felicità, la libertà e il desiderio di essere comunità.

Premio Speciale della giuria per Internazionale.doc a:

Snakeskin di Daniel Hui (Singapore/Portogallo, 2014)

Con la seguente motivazione: per sostenere il regista verso la sua ricerca della verità e di un cinema immaginifico capace di raccontare la complessa storia del suo paese, piena di fantasmi. In “Snakeskin”, Daniel Hui riesce a creare un’atmosfera che permette al pubblico di entrare nella realtà spirituale di quella regione.

ITALIANA.DOC

La Giuria di Italiana.doc, composta da Maria Bonsanti, Jacopo Quadri e Marco Santarelli, assegna i seguenti premi:

Miglior Film per Italiana.doc a:

Rada di Alessandro Abba Legnazzi (Italia, 2014)

Con la seguente motivazione: per la volontà di raccontare e confrontarsi in uno spazio cinematografico con storie di vita e personaggi.

Premio Speciale della giuria per Italiana.doc a:

24 heures sur place di Ila Bêka e Louise Lemoine (Francia/Italia, 2014)

Con la seguente motivazione: un film che si inscrive nella tradizione cinematografica riuscendo ad attualizzarla con generosità nello stile e nel contenuto.

ITALIANA.CORTI

La Giuria di Italiana.corti, composta da Silvia Calderoni, Niccolò Contessa e Rä Di Martino, assegna i seguenti premi:

Premio Chicca Richelmy per il Miglior film a:

Panorama di Gianluca Abbate (Italia, 2014)

Con la seguente motivazione: per la ben riuscita riappropriazione e rielaborazione di immagini trovate, che diventano inaspettatamente flusso narrativo, componendo un collage urbano dove il presente si trasfigura nella visione di un futuro distopico.

Premio Speciale della giuria a: Il mare di Guido Nicolás Zingari (Italia, 2014)

Con la seguente motivazione: per aver saputo coniugare forza dell’immagine e delicatezza dello sguardo, muovendosi fluidamente tra pura osservazione e spunti drammaturgici.

SPAZIO TORINO – CORTOMETRAGGI REALIZZATI DA REGISTI NATI O RESIDENTI IN PIEMONTE

Premio Achille Valdata per il Miglior cortometraggio in collaborazione con La Stampa – Torino Sette a:

Mon baiser de cinéma di Guillaume Lafond e Gianluca Matarrese (Francia, 2014)

Con la seguente motivazione: perché è un omaggio ai film senza età attraverso uno sguardo innocente e sentimentale.

PREMIO FIPRESCI

La Giuria del Premio Fipresci, composta da Gerard Casau, Alberto Castellano e Eithne O’Neill assegna il

Premio per il Miglior film a:

Mercuriales di Virgil Vernier (Francia, 2014)

Con la seguente motivazione: perché unisce un originale senso di realtà, luogo ed estraneità con estro cinematografico e una poetica umanità multietnica.

PREMIO CIPPUTI

La Giuria, composta da Francesco Tullio Altan, Antonietta De Lillo e Carlo Freccero assegna il

Premio Cipputi 2014 – Miglior film sul mondo del lavoro a:

Triangle di Costanza Quatriglio (Italia, 2014)

Con la seguente motivazione: per la sua capacità di intrecciare in maniera non rituale, storie che si legano in un filo che danno continuità alla memoria del tempo. Il tutto con un’idea forte di regia, attraverso la storia di un personaggio “unico”. Un documentario che dimostra quanto ci sia bisogno di immagini che facciano riflettere lo spettatore.

Dicevamo. Le lamentele.

Sono tutte per questa cosa qui.

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Ora, cercando di andare a vedere cose di vario genere nell’ambito di un festival, è normale che non sia sempre tutto fantastico. Nel mio caso, questa volta sono stata più che fortunata perché mi è piaciuto praticamente tutto quello che ho visto. Magari qualcosa con riserva e certamente non è che sia sempre uscita esaltata, ma, nell’insieme, ho visto un sacco di cose interessanti.

Solo uno non mi è piaciuto. N-Capace. E non solo non mi è piaciuto. Mi ha fatto proprio incazzare. Sono uscita dalla sala profondamente amareggiata per tutta una serie di ragioni che adesso vado anche a spiegare.

Va da sé che stamattina, quando ho letto la notizia delle ben due menzioni speciali a questo film, ci sono rimasta talmente male che me la sono presa neanche fosse una questione personale.

Non so. Sono abbastanza allibita di fronte a questa scelta.

Poi, per carità, magari sono io che non ho capito un tubo, che l’ho preso tutto per il verso sbagliato e che mi sono persa qualcosa di assolutamente fondamentale, però boh, per quanto faccia, non riesco a trovare un punto di vista per salvare questo film. Figuriamoci per menzionarlo.

N-Capace è una via di mezzo tra performance, pièce teatrale e documentario. Eleonora Danco, regista e interprete, veste i panni di questo personaggio che chiama Anima in Pena e viaggia per l’Italia parlando con le persone secondo un copione-traccia di domande che pone e di cose che fa fare o dire a queste persone, con il presunto scopo di tracciare un quadro rappresentativo e autentico dell’Italia di oggi e, nel contempo, magari risolvere anche qualche grande quesito esistenziale.

La parte di performance vera e propria riguarda le riprese di lei, prevalentemente in pigiama, che dorme da qualche parte per strada, a volte con un letto piazzato in posti improbabili, a volte per terra. Oppure di lei seminuda che si aggira urlando qualcosa o semplicemente sta ferma da qualche parte.

E vabbé, qui immagino sia anche questione di gusti, però, personalmente ho trovato tutta la costruzione di questa , nel migliore dei casi, banale. Le riprese per strada, il personaggio stralunato con il mondo che scorre intorno. Niente che non si sia già visto e rivisto e, spesso, fatto anche meglio di così.

L’artista che usa se stesso e il suo corpo davanti alla telecamera, che fa di sé l’oggetto della sua arte è allo stesso tempo un presupposto e un espediente già troppo sperimentato per essere affrontato sperando di apportarvi davvero qualcosa di nuovo. Non è più d’impatto perché non è più nuovo quindi per funzionare dovrebbe veicolare un significato di tale potenza da far dimenticare tutto il resto. Manco a dirlo, non è questo il caso, e anche i monologhi con cui vengono accompagnate le parti di riprese non sono altro che un vuoto parlarsi addosso.

La parte di piéce-documentario coinvolge prima di tutto il padre della Danco che, per quanto possa anche essere simpatico, risulta una scelta infelice a prescindere. Uno sbrodolante eccesso di autoreferenzialità mascherata da spontaneità. Un peccato di ego troppo sfacciato. Un cliché da artista alternativo di serie b.

Le altre persone coinvolte sono o molto anziane o molto giovani, tutte rigorosamente di bassa estrazione sociale.

Per quanto riguarda le persone anziane, sono lo specchio di un certo retroterra culturale che era quello dell’Italia povera e ignorante del centro-sud, con conseguente repertorio di aneddoti e mentalità. Non che fossero sgradevoli di per sé, anzi. Fanno tenerezza, incuriosiscono. Ma dicono e sono esattamente quello che devono dire ed essere. Sono personaggi naturali, provenienti da un certo tipo di passato. Dove sta la novità? Dove il senso di prenderli come campione rappresentativo dell’Italia di oggi?

Poi ci lamentiamo che quando un regista estero deve rappresentare l’Italia ci raffigura ancora come sessant’anni fa e ci appiccica addosso gli stereotipi delle donne col velo di pizzo nero, succubi del marito e dalla personalità sguardo-a-terra-e-mente-a-dio. Poi ci lamentiamo di finire rappresentati in stile Mangia prega ama. Ma cazzo, se siamo noi i primi a continuare ad esportare un certo tipo di immagine per parlare di noi stessi.

I colloqui con le persone molto giovani sono la parte peggiore.

Non voglio fare discorsi razzisti o classisti, ma è un fatto che il campionario umano che la Danco prende in considerazione non è rappresentativo dell’Italia di oggi. E’ solo una parte ed è la parte peggiore in molti casi. Il peggio della tamarraglia ignorante delle periferie. Che o me la fai vedere con un qualche scopo di riflessione del tipo “c’è ancora chi pensa/dice certe cose ed è triste”, ma non puoi, categoricamente e assolutamente non puoi spacciarla per l’Italia di oggi. Per una rappresentazione genuina e verace di chi siamo.

Ascoltavo le risposte e continuavo a pensare che si stava delineando un perfetto riassunto di tutto ciò che mi fa venire quotidianamente voglia di andarmene via dall’Italia. Tutta quella parte di cose a cui non devo pensare perché mi viene la depressione. E’ vero, l’Italia è anche quella, ma non è solo quella. Non posso pensare che sia solo quella né tanto meno mi passerebbe mai per la testa di andarla pure a nobilitare spacciando la bieca ignoranza per lirica spontaneità. Perché poi il tono di fondo di tutta l’operazione era quello.

Non è un discorso di sentirsi superiori, né di scelte di vita migliori o peggiori. E’ proprio un problema di stato della mentalità.

Il ragazzotto – forse neanche maggiorenne – che, serio, dice che la donna che dimostra di provare piacere a letto non va sposata, perché quelle sono insaziabili.

Il ragazzo – forse neppure lui maggiorenne – che ammette ridendo che se gli nasce un figlio omosessuale si butta di sotto.

Non so se è stato più agghiacciante sentire delle cosiddette “generazioni del futuro” esprimere ancora questo tipo di mentalità o la gente in sala che rideva come se avessero detto le cose più divertenti di questo mondo.

Ma a qualcuna di quelle persone che ridevano è passato vagamente per il cervello che quelle sullo schermo erano persone vere? Che quei due ragazzi tra qualche anno potrebbero rendere la vita un inferno ad un’eventuale moglie o figlio? Che siamo nel 2014 ed esiste davvero ancora gente in grado di dire certe cose? E non persone anziane, cresciute secondo altri principi, ma ragazzi giovani. Che trasmetteranno quello ai loro figli.

Bon. La smetto perché mi ritorna l’incazzatura e la mia misantropia peggiora esponenzialmente. Tanto immagino che si sarà capito perché le due menzioni mi abbiano profondamente disturbata.

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Sto cercando di recuperare un minimo di concentrazione dopo aver avuto la brillante idea di vedere Mangia Prega Ama in onda questa sera su Cielo. Penso di non aver fatto così tanta fatica ad arrivare alla fine di un film dai tempi di Inland Empire. E comunque preferirei rivedere tre volte di fila Inland Empire. Imbarazzante è la parola più calzante che mi viene per definirlo. E poi qualunque epiteto che denoti stupidità. Era parecchio che non mi imbattevo in un tale cumulo di beceri luoghi comuni. Il peggior film visto nell’anno. Forse anche nel decennio. Giuro, non è solo che non mi è piaciuto, mi ha fatto proprio incazzare. La parte sull’Italia è praticamente denunciabile per diffamazione.

No. Seriamente. La pianto perché se ne parlo davvero vado avanti a smadonnare per tre ore.

E niente. Io sono definitivamente e perdutamente addicted ai libri di Joe Hill. Oggi mi sono anche stati recapitati Ghosts, La vendetta del diavolo e i primi cinque volumi di Locke & Key, il che probabilmente significa che i miei programmi di lettura andranno di nuovo a farsi benedire.

Che poi le consegne di Amazon – o in generale le consegne degli acquisti online – hanno questo fascino perverso di arrivare ad una distanza dal pagamento tale da farti dimenticare di aver sborsato dei soldi. Con la conseguenza che io accolgo sempre i pacchi come se fossero dei regali di Natale (mai paragone fu più appropriato) e sorrido festosa alla collega del centralino che me li recapita osservando con sospetto le mie esternazioni di giubilo.

Anyway.

NOS4A2. O NOSfourAtwo. O Nosferatu pronunciato all’anglosassone e un po’ storpiato. E’ la targa di una Rolls-Royce Spettro del 1938 con cui Charlie Manx va in giro a rapire bambini per portarli a Christmasland. A Christmasland è sempre la vigilia di Natale e l’infelicità e vietata per legge. Charlie Manx è vecchio ma non si sa quanto. E a volte, a bordo della sua macchina, non sembra poi neanche così vecchio.

Vic è una bambina con una fervida immaginazione. O con uno strano potere, a seconda di come la si voglia vedere. Vic ha un ponte. Un ponte tutto suo che le serve per trovare sempre quello che cerca. Un ponte che colma la distanza tra smarrito e ritrovato.

Un giorno Vic esce in cerca di guai e finisce col trovare Charlie Manx, cambiando in un certo senso il destino di entrambi e non solo.

Realtà esterna, concreta. Realtà mentale, meno dimostrabile, forse, più difficile da raggiungere, ma non meno concreta. Talmente concreta da far male. Da mangiarsi pezzi di vita, di parole, di lucidità. Da far venire la febbre e lacrimare sangue.

Ricordi veri e ricordi costruiti per soffocare quello che altrimenti non si riuscirebbe a spiegare. La continua, estenuante lotta tra l’accettazione di quello che si è il tentativo di essere quello che si dovrebbe. Lo squarcio appena sotto la normalità. La finestra sulla verità, al di là dei fatti.

NOS4A2 è un horror agghiacciante, che ti prende dalla prima riga e non ti lascia andare finché non sei arrivato in fondo.

Fa paura. Risveglia il terrore atavico nascosto proprio in ciò che dovrebbe essere familiare e rassicurante. Avvelena l’innocenza. O forse ne mette in luce la vera natura. I denti aguzzi.

E’ un percorso accidentato in equilibrio precario dentro e fuori dalla mente. E’ una storia di crescita, di perdita e di accettazione.

E’ un libro dalla struttura complessa, articolata e solidissima e dai personaggi vivi e incredibilmente veri.

Vic è forte, dolce e tristissima. E Manx è un cattivo terribile, degno di tutta la tradizione della famiglia King.

Per molti versi NOS4A2 è anche un richiamo e un omaggio di Hill alla produzione paterna. Un tributo al patrimonio di immaginario in cui si è formato e che fa parte della sua visione.

Le (auto)citazioni e i riferimenti incrociati sono molti, pertinenti e ben piazzati e mi strappano sempre un sorriso di immotivato compiacimento.

Tra l’altro, Christmasland e la sua dimensione compaiono già in Wraith, un fumetto di Hill del 2013, che rappresenta una sorta di prequel e che racconta le vicende di due sfortunati adulti che finiscono a Christmasland nelle grinfie di Manx e dei suoi bambini. E che ovviamente dovrò recuperare da qualche parte.

Bellissimo. Da finire e ricominciare da capo.

La sua sanità mentale era molto fragile, una farfalla intrappolata fra le mani, che lei portava ovunque con sé, timorosa al tempo stesso di lasciarla sfuggire o di schiacciarla in un momento di distrazione.

E a questo punto è un male se dico che questa frase è stata una coltellata in pieno petto per la precisione con cui mi ci sono rispecchiata?

Non va bene vero? E’ una di quelle cose che non si dicono eh?

Ok. Allora non lo dico.

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Prima di tutto. Qualcuno mi spieghi perché All Good Things è diventato Love & Secrets nella versione italiana. Please. Già il vizio di tradurre i titoli è oltremodo odioso. Ancora più irritante è la mania italiana di spiegarli cambiandoli: Legends of the Fall che diventa Vento di passioni, Horrible Bosses che diventa Come ammazzare il capo…e vivere felici – i puntini di sospensione poi sono il massimo – Restless che diventa L’amore che resta – e qui mi viene pure il dubbio di un errore grossolano;  o, peggio ancora, aggiungendovi sottotitoli che nel 99% dei casi sono al limite del demenziale: Carrie che diventa Carrie, lo sguardo di Satana, il povero Forrest Gump che a suo tempo uscì in Italia con il sottotitolo La prevalenza del cretino anche se in questo caso qualcuno si accorse della bestialità e il sottotitolo venne ritirato, Christine che diventa Christine, la macchina infernale – se a S.King non ci associamo qualcosa di esplicitamente diabolico non siamo contenti. E questo citando solo i primi che mi vengono in mente così su due piedi, perché ci sarebbe da riempirci un manuale.

Domande retoriche a parte, il perché è fin troppo ovvio, marketing, tanto per cambiare. Si cerca di carpire un target di spettatori ben preciso con meccanismi psicologici degni di Maria De Filippi e chissenefotte di com’è il film in realtà.

Anyway. Il film in questione non è una specie di Sex & The City, non è romantico e non è neanche lontanamente quello che il titolo suggerisce.

Ispirato al caso di cronaca della sparizione della giovane moglie di un ricco rampollo newyorkese, è un film dalle atmosfere ambigue e sempre più soffocanti. Ryan Gosling dà come sempre un’ottima prova con una recitazione asciutta ma estremamente significativa in un ruolo piuttosto delicato per i complessi risvolti psicologici. Anche Kirsten Dunst (alla quale io sotto sotto non riesco a perdonare di essere cresciuta e di aver lasciato Louis e Lestat per mettersi con Spiderman) è brava e riesce a rendere il suo ruolo tutt’altro che sentimentale o patetico.

Dietro la macchina da presa Andrew Jarecki, documentarista, alla sua prima, e direi buona, prova come regista di un film.

Cinematografo e Imdb.

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Stamattina nella posta ho trovato un messaggio che mi ha intristita infinitamente.

Ne riporto solo la parte saliente:

“Con la data del 31 marzo 2012 la C.S. Coop. Studi, libreria editrice, chiuderà definitivamente.

I motivi sono davvero tanti. Ci limitiamo qui ad enumerarli, senza entrare nel merito.

– La crisi economica che ha ridotto gli acquisti e la clientela.

– La presenza eccessiva e soffocante delle librerie di catena – Feltrinelli ecc. – che praticando campagne di sconti eccessivi, soprattutto in mancanza di una sorveglianza sul prezzo all’origine del libro, determina la chiusura dei piccoli punti vendita.

– La politica minacciosa e aggressiva delle librerie on line – Amazon ecc.

– Il fenomeno della fotocopiatura selvaggia sui testi adottati per l’università

– Lo sviluppo dell’e-book che inevitabilmente finirà per occupare un posto di rilievo nell’offerta libraria.

Per tutti questi motivi noi della C.S. abbiamo deciso che tutto sommato, era sufficiente così […]”

L’ennesima vittima. L’ennesimo caso di una piccola libreria editrice che soccombe alle logiche imperanti del marketing, alle grandi catene di supermercati del libro, alle politiche killer degli sconti – e a proposito del discorso dei prezzi dei libri, segnalo questo interessante post di qualche giorno fa.  Che soccombe ad un approccio verso tutto ciò che ruota intorno all’editoria, ai libri, al concetto stesso di lettura che ormai in Italia sta assumendo i tratti paradossali di un lento – ma poi neanche troppo – suicidio.

Oltretutto, la notizia mi tocca anche a livello personale in quanto ho collaborato con LN Libri Nuovi, edita da CS_libri, per alcuni anni e questo fa sì che sia ancora più forte la percezione del valore di quello che si sta perdendo. Che tutti stiamo perdendo.

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Sempre nell’ottica di superare i miei pregiudizi mi sono lasciata tirare a leggere l’ultimo libro di Fabio Volo (Le prime luci del mattino) che peraltro per me era anche il primo. E per inciso credo che sarà anche l’ultimo. Per la serie…non tutti i pregiudizi vengono per nuocere. Anzi.

Per farla breve. Storia banale. Una protagonista che verrebbe da prenderla a testate tanto è stupida. Una tardiva tempesta ormonale che viene spacciata per evoluzione interiore. Una scrittura mediocre e una quantità di sesso davvero fastidiosa, non perché voglia fare la moralista ma perché l’ottanta percento delle scene di sesso sono assolutamente gratuite. Tanto valeva che mi prendessi un Harmony o simili. Oltretutto a rendere se possibile ancora più sgradevole il tutto è la dubbia fama di Volo quale narratore maschile che parla da un punto di vista femminile. C’è questa irritante spocchia di sottofondo del maschio che lui-sì-che-sa-cosa-vogliono-le-donne. E cosa vogliono le donne? Ovviamente essere soddisfatte a letto come si deve. What else?

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Sono molto molto incazzata.

Ovviamente non per la notizia della data di uscita di un libro che aspetto da un anno e mezzo, ma perchè l’ultima geniale trovata di Mondadori è di farlo uscire solo in eBook.

E la mia incazzatura non è neanche per l’eBook in sè (non ho niente contro gli eBook) ma per quelli che sono i presupposti di questa decisione (peraltro definita unilaterale da parte dello stesso autore).

Qui e qui trovate discussioni interessanti sull’argomento.

Non finirò mai di rammaricarmi per la chiusura del blog di D’Andrea. Avrei sentito volentieri la sua voce in proposito.

Aggiungo ancora questo, quest’altro e quest’altro ancora.

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