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Archive for aprile 2015

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Allora. Premesso che questa serie continua a piacermi, la seconda stagione mette in luce se non proprio qualche difetto vero e proprio, quanto meno qualche debolezza che tradisce un po’ l’impronta televisiva di tutto l’insieme.

Praticamente da subito, per il fatto che Sophia scompare e Carl viene ferito, tutto nella prima puntata, l’imbattersi casuale nella fattoria di Hershel, isolata e apparentemente sicura, pone le basi per la creazione di un sistema chiuso, per quanto temporaneo. E difatti tutta la stagione ruota intorno all’evoluzione del microsistema sociale che si forma intono alla fattoria.

La cosa di per sé non è ne buona né cattiva. Se la previsione della serie non è breve, non è plausibile portare avanti una trama in una condizione di fuga costante anche perché le situazioni di attacco zombie, per quanto si sia creativi, son pur sempre limitate. Ergo ci sta che si punti su fasi alterne di tentata stabilità – pur in una condizione di assedio – rottura dell’equilibrio, cambio scenario.

Il problema è però che, tolti i primi episodi, una volta che il gruppo si stabilisce intorno alla fattoria, il ritmo rallenta e gli episodi centrali trasmettono l’impressione di una specie di buco in cui le cose vengono tirate per le lunghe per aumentare il numero di puntate in attesa della svolta finale. Per dire, la ricerca di Sophia è veramente troppo forzata e si capisce che è piuttosto una scusa per tenere tutto il gruppo fermo.

Non che negli episodi centrali non succedano cose importanti, dal punto di vista della trama centrale, quello no, ma questi eventi sono troppo diluiti in mezzo ad un trascinare eccessivamente dilemmi morali che lasciano il tempo che trovano e beghe relazionali che a lungo andare hanno un po’ il retrogusto della fiction di serie b. Con questo mi riferisco in particolare alla situazione di Lori, divisa tra Rick e Shane e pure incinta non si sa di chi dei due.

Ora, a me Lori non piace. Non mi piace l’attrice, Sarah Wayne Callies, con la sua magrezza fuori luogo, e non mi piace il personaggio, con quella spocchia di sottofondo che dà ad intendere che tutto le è dovuto, che lei è la femmina e tutti si devono fare il culo per proteggerla, sempre pronta a giocarsi la carta di Carl per giustificare qualsiasi egoismo o per sfoggiare un coraggio tutto sommato fasullo. Sì, ok. Lori mi sta profondamente sul culo. Ma non è questo il punto. La situazione Shane-Rick ci sta, è plausibile. E ci sta anche che questo genere di problemi personali sia portato avanti nonostante le condizioni al contorno. Ma in certi momenti si ha l’impressione che il contorno non ci sia praticamente più. Che sia solo una cornice ininfluente all’interno della quale si svolgono meschini giochi di potere e miserie paraconiugali.

Salvo poi riservare un’accelerazione improvvisa e quasi frenetica negli ultimi episodi, in cui succede un po’ di tutto e le carte vengono rimescolate in un modo che forse avrebbe meritato un maggior cura.

Muoiono talmente tanti personaggi in talmente poco tempo che vien da chiedersi se non abbiano avuto noie con i rinnovi dei contratti e non si siano trovati a dover riarrangiare di corsa la sceneggiatura. Se la stessa rivoluzione fosse stata un po’ più diluita sicuramente ne avrebbe guadagnato. Per dire, la morte di Dale avrebbe anche potuto arrivare un po’ prima.

Poi per carità, la scena dell’assalto alla fattoria è fighissima e si vede che volevano fornire un supplemento di splatter per il gran finale di stagione.

Gran finale che di fatto agisce un po’ come un reset. Riduce drasticamente il nucleo centrale dei personaggi – un po’ variato rispetto a quello di partenza – e riapre lo scenario sia fisicamente – perché devono trovarsi un nuovo posto dove stare – sia psicologicamente, perché cambia la prospettiva del contagio e perché Rick non è – comprensibilmente – uscito indolore dalla morte di Shane e comincia a subire gli effetti del peso che gli hanno scaricato sulle spalle trattandolo come capo.

La morte di Shane mi ha decisamente sorpresa. Non che mi sia strappata i capelli dal dispiacere, ma era comunque un personaggio forte, centrale. Era l’elemento imprevedibile, la scintilla del disaccordo. Da un lato la sua morte è il contraltare di quella di Dale, perché così sono morte entrambe le coscienze del gruppo, quella buona e quella cattiva, ma non pensavo che l’avrebbero eliminato. Per lo meno non così presto. Di sicuro la cosa serve a mettere le basi per un cambiamento nel rapporto di Rick con Lori, visto che l’ultimo colloquio Lori-Shane alludeva palesemente ad una riapertura. Però non so. Non sono sicura che mi garbi che Shane sia morto.

Daryl continua a rimanere il mio personaggio preferito, anche se non dovrei dirlo, visto che ai miei personaggi preferiti non spettano mai sorti particolarmente propizie. Mi piace il fatto che è tutto sommato sempre piuttosto fuori dal gruppo. Con la sua balestra e il suo passato cattivo. Mi stupisce un po’ il rapporto che si sta instaurando con Carol, che non mi convince ancora del tutto e che comunque sembra non c’entrare un tubo con lui.

Andrea mi ha sempre lasciata piuttosto diffidente perché non era chiaro se il suo atteggiamento fosse solo scena ma guadagna punti su punti sul finale che la vede veramente cazzuta.

Gli effetti sono bene o male sempre gli stessi e sono utilizzati con misura, in modo da non infastidire con l’eccessiva ripetizione dei soliti splatteramenti. In ogni caso la scena che mi ha fatto più impressione in assoluto è quella della figura incappucciata che porta incatenati due zombie senza braccia.

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Bon, arriva un nuovo film di Shyamalan e io sono contenta a prescindere.

Il trailer mi garba già parecchio e sono curiosa di vedere come riuscirà a non fare quello che invece sembra voglia fare, con tanto di ammiccamento fiabesco annesso.

Chiaro, no?

Scoccia solo dover aspettare fino a ottobre (sempre se confermano la previsione d’uscita).

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Ma quanto ci piacciono questi Avengers. E dire che mi rammaricavo che in questo secondo capitolo non ci fosse Loki. Ad essere onesta mi è piaciuto anche più del primo.

Sulla saga di Ultron originale del fumetto non sono ferratissima ma a quanto sento in giro da chi ne sa, pare che il tutto sia stato reso in modo più che soddisfacente in termini di fedeltà.

Di certo c’è che alcune scene di combattimento, per impostazione e costruzione, sembrano la trasposizione animata di alcune tavole Marvel e la cosa già di per sé è oltremodo gustosa. Quelle tavole fitte, dense di azioni e particolari in ogni angolo, di quelle che devi stare a spulciartele con una lente di ingrandimento per cogliere davvero tutti i dettagli e i riferimenti.

Il fatto che sia un secondo capitolo offre la possibilità di giocare su tutta una serie di dinamiche interne consolidate tra i vari personaggi che Whedon sfrutta bene, mantenendo il giusto equilibrio. Le battute sono divertenti e in certi momenti si ride anche di gusto, ma non si scade mai nel caricaturale e non si smette mai neanche per un momento di prendere sul serio quel che sta succedendo. Quel tanto che basta di autoironia proprio per evitare il caricaturale, in un senso e nell’altro.

Il tutto con il supporto di un cast ormai definitivamente consolidato nei panni dei vari supereroi. Rischio di rovinarsi la carriera finendo associati irrimediabilmente a un eroe mascherato? Via facile per adagiarsi su guadagni sicuri con relativamente poco sforzo? Forse. Ma forse anche no.

Tolto Chris Evans, che effettivamente è l’unico un po’ incastrato nel ruolo di Capitan America – e che lo è perché, diciamo la verità, non sa fare poi molto altro, con quella sua monoespressione da bellimbusto – gli altri sono tutti attori che nulla tolgono alle loro carriere e alle loro capacità pur avendo acconsentito all’associazione con una figura Marvel. Insomma, speculazione che lascia un po’ il tempo che trova.

New entry in questa allegra combriccola che, manco a dirlo, si trova per l’ennesima volta a salvare il mondo, Paul Bettany, nel ruolo di Jarvis/Visione, cosa che non può che rendermi felice, vista la mia pluriennale adorazione per Jarvis, le cui radici affondano in aneddoti che ho ancora il buon gusto di risparmiare ai più.

Altre new entry sono Aaron Taylor-Johnson e Elizabeth Olsen, nei ruoli dei gemelli superpotenziati, lui Quicksilver, lei Scarlet Witch – per inciso, personaggio fighissimo.

Piccola parte per Thomas Kretschmann nei panni del cattivo della parte iniziale che, tra le altre cose, è stata girata in Italia al Forte di Bard.

Altra curiosità, nella versione originale, la voce di Hulk è quella di Lou Ferrigno, il vero Incredibile Hulk del telefilm.

Effetti speciali spettacolari e abbondanti – non l’ho visto in 3D ma non penso avrebbe poi aggiunto granché; scene d’azione lunghe, articolate, complesse; ritmo velocissimo e trama ben strutturata secondo le logiche di coerenza interna da fumetto – prima o poi dovrò mettermi seriamente a ripassare tutte le varie diramazioni dei crossover Marvel tra Avengers e singoli fumetti.

Divertente. Se piace il genere è assolutamente da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Vision-Avengers-Age-of-Ultron-Poster

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tremava tutto. Io me ne stavo lì schiaffato davanti alla tele, cercando di non dargli retta, a quel coglione. Mi buttava giù. Provai a concentrarmi sulla cassetta di Jean-Claude Van Damme.

Come in tutti i film del genere, l’inizio era drammatico: era quasi obbligatorio. Poi, nel pezzo che veniva dopo c’era un grande sforzo per creare atmosfera, facendo tra l’altro entrare in scena il cattivo, e per far stare in piedi una trama proprio scacata. Comunque, Jean-Claude sembrava pronto a menare le mani da un momento all’altro.

“Rents, devo vedere la Madre Superiora”, fa Sick Boy col fiato corto, scuotendo la testa.

“Ah”, faccio io. Volevo mandarlo affanculo. Perché non si levava dai coglioni? Io volevo restarmene lì con Jean-Claude. Però già sapevo che stavo per sfasciarmi anch’io, non ci mancava molto, e se quello andava a farsi adesso poi mi lasciava a secco. Lo chiamano Sick Boy non perché sta sempre male per crisi d’astinenza, ma perché è un coglione che ha la testa fuori posto.

“Andiamo, cazzo.”

“Aspetta un momento.” Volevo vedere Jean-Claude farlo a pezzi, quello stronzo, che se la tirava tanto. Se ce ne andavamo adesso, rischiavo di non vederlo più. Al ritorno sarei stato troppo fottuto, e poi magari non tornavamo prima di due o tre giorni. Così gli dovevo pagare anche la multa a quel negozio del cazzo, per una cassetta a cui non avevo dato neanche un’occhiata.

“Devo andare, cazzo, e subito!” ulula lui, alzandosi in piedi. Se ne va alla finestra e ci si appoggia contro: respira pesante, da animale braccato. Negli occhi ha un bisogno disperato e nient’altro.

Io allora spengo il video col telecomando. “Cazzo, che spreco”, ringhio in faccia a quel coglione, a quel colossale rompipalle.

Lui getta la testa all’indietro, con uno scatto, e tira su gli occhi verso il soffitto. “Te li do io i soldi per riaffittarla. E’ solo per questo che sei tanto incazzato? Per cinquanta miseri pence?”

Il coglione ha quel modo tutto suo di farti sentire un vero bastardo.

“Non è questo il punto”, gli dico, ma senza troppa convinzione.

“Già. Il punto è che io sto da cani, ma il mio amico perde tempo, sta lì a farsi pregare, e intanto se la gode, perfino!” Ha gli occhi grossi come due palloni, ostili e supplicanti allo stesso tempo, che mi guardano male per il mio vile tradimento. Se campo abbastanza da avere un figlio, non mi deve guardare mai come mi guardava Sick Boy in quel momento. In occasioni del genere è irresistibile, il coglione.

“Ma io non…” protesto.

“Allora infilati la giacca, cazzo!”

All’inizio del viale non c’era neanche un taxi. Ce n’erano sempre un sacco solo quando uno non se ne faceva un cazzo. E’ agosto, in teoria, ma ho le palle talmente gelate che quasi mi si staccano. Non sto ancora male ma mi sta arrivando, cazzo, poco ma sicuro.

I. Welsh, Trainspotting, 1993

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Have mercy

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PoltergeistLoc

Il termine poltergeist deriva dal tedesco e significa spirito rumoroso (geist significa spirito, poltern bussare). Esso si manifesterebbe sostanzialmente con il presunto movimento improvviso di oggetti: quadri che cadono, mobili che si spostano, elettrodomestici che si accendono e si spengono, pietre e sassi che volano con traiettorie insolite. Gli episodi di poltergeist, secondo i sostenitori di tale teoria, tendono inoltre ad essere accompagnati da altre manifestazioni soprannaturali come l’autocombustione, levitazione di persone, comparsa di pozze d’acqua e di scritte sui muri fino alla produzione di voci.

In genere i racconti e le testimonianze sui poltergeist sono accomunati da tre caratteristiche costanti:

  • Gli oggetti in movimento colpiscono raramente le persone presenti o danneggiano gravemente la casa.
  • Le manifestazioni durerebbero alcune settimane o alcuni mesi al massimo.
  • Si verificherebbe quasi sempre in presenza di una particolare persona, detta persona focale, che, nella maggior parte dei casi, sarebbe in età adolescenziale.

Tali caratteristiche consentono di effettuare una distinzione netta tra casi di poltergeist e casi di infestazione.

Le cose che si dimenticano. E quando te le ricordi rimetti a posto i pezzi e diventano chiare le origini di un sacco di cose.

Erano secoli che non riguardavo Poltergeist e mi ero dimenticata di quanto fosse un punto di riferimento nel suo genere. Al di là del fatto che è rimasto famoso per la bambina davanti allo schermo senza segnale, non ricordavo quanti fossero i dettagli e gli elementi che sono poi diventati canonici per tutto un filone.

Ora. Il tema della casa infestata è vecchissimo ma la spiegazione tradizionale dell’infestazione in genere sono i fantasmi. Qualcuno morto male che non si da pace o semplicemente che non ha capito bene cosa deve fare e rimane attaccato in qualche modo al mondo reale cercando di comunicare o di vendicarsi, a seconda, in modi prevalentemente incomprensibili.

Con i poltergeist è come se il filone si biforcasse in due sottocategorie simili sotto moltissimi aspetti ma con differenze sostanziali che vanno poi a modificare le possibilità di esito e di gestione.

Stavo spulciando un po’ tra i vecchi film e, onestamente, non mi sentirei di metter la mano sul fuoco a dire che Hooper e Spielberg sono stati i primi a mettere un poltergeist su grande schermo, ma sicuramente con il loro film hanno impostato la cifra stilistica di riferimento per tutte le infestazioni da demoni del trentennio successivo.

Nel Poltergeist del 1982, diretto da Hooper su un soggetto ideato da Spielberg, c’è tutto quello che abbiamo visto e continuiamo a vedere in ogni casa corredata di presenza sovrannaturale che si rispetti.

Il poltergeist muove gli oggetti, e qui abbiamo la scena delle sedie della cucina che dà il la a tutte le future scene di oggetti che si muovono da soli. Inquadratura sulla cucina a posto. Telecamera che segue la protagonista in quello che fa e si sposta dalla zona appena inquadrata. Protagonista che ritorna sui suoi passi e trova le sedie disposte a piramide sopra il tavolo. Non si vede niente di spaventoso in sé ma l’effetto è così prepotentemente sbagliato che la potenza terrorizzante dell’inquadratura e totale.

Ormai questo è un giochetto che riciclano bene o male in qualsiasi film che tocchi l’argomento – tanto per dirne una, continuavo a pensare alla scena, una delle poche valide in verità, di Paranormal Activity 3, sempre in cucina, con mobili e utensili che piombano giù dal soffitto.

E poi il cane che reagisce a qualcosa che vede solo lui.

La famiglia che si trova, bene o male, isolata ad affrontare qualcosa che non si sa bene come spiegare all’esterno.

Il ricorso all’intervento di medium e investigatori del paranormale che si trovano coinvolti in qualcosa che va ben oltre le loro aspettative.

Le allucinazioni – il che consente anche di inserire un piccolo angolino splatter nella scena della faccia che si disfa.

Persone trascinate qua e la da forze invisibili – la scena della mamma che viene prima immobilizzata poi spinta su pareti e soffitto sarà pure banale da un punto di vista tecnico ma rimane fatta benissimo ed estremamente efficace.

E i bambini come canale privilegiato per l’amplificazione dei fenomeni che si manifestano prima gradualmente per poi intensificarsi.

Per certi versi questo film può forse risultare un po’ datato, soprattutto per quel che riguarda la resa delle scene più concitate – le sequenze in cui le potenze si scatenano in una sorta di bufera risultano adesso un po’ troppo lunghe perché se ne nota subito l’ingenuità tecnica; resta però il fatto che, per la qualità e la quantità di elementi messi in gioco, Poltergeist rappresenta una sorta di capostipite. E rimane tuttora un gran film horror, che ti spaventa anche se l’hai già visto e sai cosa sta per succedere.

Gli effetti speciali in generale erano comunque di buon livello, considerati gli anni. Gli oggetti volanti e i turbini non sono forse integrati benissimo nell’immagine ma di certo gli effetti ottenuti con fumo ed elettricità rendono bene. La scena dell’albero è forse un po’ troppo meccanica ma si salva perché è notturna e si svolge sotto un diluvio torrenziale, che aiuta sempre a mascherare le magagne.

Ancora. Come tutti gli horror reduci dagli anni Settanta, non si fa mancare anche una sottotraccia di più o meno velata polemica di stampo socio-culturale. Nel caso specifico, i riferimenti sono agli eccessi di un boom edilizio incontrollato e alla crescita esponenziale del fenomeno dell’inquinamento catodico che cominciava a verificarsi in quegli anni.

Heather O’Rourke, la celebre bimba che parla allo schermo dal segnale assente, è coerentemente inquietante. La sua carriera cinematografica però non va oltre Poltergeist 2, del 1986, e Poltergeist 3, uscito nel 1988, anno della morte della povera Heather a soli dodici anni per complicazioni legate al morbo di Crohn. Non è chiaro se per il finale del terzo film della serie sia stata utilizzata una controfigura. Teoricamente le riprese avrebbero già dovuto essere concluse nell’87, quando ancora Heather poteva lavorare.

Cinematografo & Imdb.

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E niente, questa settimana sono in modalità trailer horror.

Teen-horror che tira in ballo Skype – finora in effetti trascurato dal filone, se non mi son persa io qualcosa – e unisce agevolmente dinamiche adolescenziali e riprese con videocamere fisse in una sorta di mockumentary in salsa social.

Almeno, questo è quel che sembra dal trailer.

Per inciso, l’espediente dell’account della defunta non è esattamente nuovo, anche se devo andare a rispulciare il mio archivio di Notte Horror perché al momento non mi vengono in mente i titoli precisi.

In uscita il 18 giugno.

Vederlo o non vederlo? Mah. Mi sa tanto di quella cosa che finirò a vedere a Sanremo perché figuriamoci se l’Ariston se lo lascia scappare.

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