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Archive for the ‘T. Chalamet’ Category

E dunque ci siamo.

Anche quest’anno, notte degli Oscar, elenchi, pronostici e litri di caffè.

Intanto che sfila il red carpet, inganniamo l’attesa con l’ultimo titolo che sono riuscita a vedere in tempo utile prima della cerimonia e col quale completo almeno le categorie di miglior film e miglior regia.

Lady Bird. Ovvero, dell’avere (quasi) diciott’anni. Del dover scegliere il college, dei rapporti con i genitori, di amore e amicizia.

Christine è un’adolescente irrequieta…

No. Non è esatto. Ricomincio.

Christine è un’adolescente. Punto. Il che implica che sia irrequieta.

Nel caso specifico la sua irrequietezza ruota intorno al dover frequentare una scuola cattolica a Sacramento, California.

Christine trova mediocre Sacramento, la California in generale, la sua scuola, la sua intera vita e aspira ad un College sulla East Coast, a fare qualcosa di artistico della sua vita, ad essere più di quello che è, insomma.

A partire dal nome, che si cambia, decidendo di farsi chiamare Lady Bird.

Le sue ambizioni sono contrastate o controbilanciate – a seconda di come la si vuol vedere – da sua madre, ossessionata da questioni pratiche ed economiche e decisamente poco incline ad assecondare le velleità artistico-culturali della figlia.

Prima regia di Greta Gerwig – almeno, prima regia singola, visto che nel 2008 aveva codiretto Nights and Weekends con Joe Swanberg – Lady Bird è una commedia intelligente, brillante e garbata che diverte senza essere caricaturale, riesce ad essere molto realistica senza scadere nel cliché e molto toccante senza essere stucchevole.

Al centro di tutto spicca l’indiscutibile potenza scenica di una Saroirse Ronan bravissima, affiancata da una non meno meritevole Laurie Metcalf nel ruolo della mamma.

Cinque candidature in totale. Meritate quelle di attrice protagonista e non protagonista per Ronan (già vincitrice del Globe) e Metcalf. Meritata anche la sceneggiatura. Un filo esagerate, a mio avviso, quelle per miglior film e miglior regia.

Staremo a vedere…ormai manca poco.

Buona Notte degli Oscar a tutti! 🙂

Cinematografo & Imdb.

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Bello. Bello. Bello.

Non avevo mai visto nulla di Guadagnino. Ricordo che mi aveva incuriosito il trailer di A Bigger Splash nel 2015, sostanzialmente perché c’era Tilda Swinton, ma poi non ero riuscita a vederlo al cinema e ho finito col dimenticarmelo. Quanto agli altri titoli, non mi è mai capitato nulla per le mani.

Ora mi toccherà fare i compiti e recuperare un po’ di arretrati.

Chiamami col tuo nome è un film da cui non sapevo bene cosa aspettarmi. Mi incuriosiva la forte attenzione mediatica che ha riscosso fin da subito ma, proprio per lo stesso motivo, mi restava anche un po’ di diffidenza.

Tratto dal romanzo omonimo di André Aciman, sceneggiato da James Ivory, candidato agli Oscar come miglior film, miglior attore protagonista Timothée Chalamet, miglior sceneggiatura non originale e miglior canzone.

Io ci avrei aggiunto senza indugio anche miglior regia, miglior attore non protagonista Michael Stuhlbarg e miglior scenografia ma, a quanto pare, non ho voce in capitolo.

Spero davvero tanto che vinca qualcosa. A naso direi che la più probabile è la sceneggiatura perché c’è il nome di Ivory, ma anche film e attore sono dannatamente meritate. Forse la canzone – Mistery of Love di Sufjan Stevens –  non mi ha esaltata granché, però ha un bel testo.

Timothée Chalamet è veramente fantastico ma ha anche una concorrenza spietata e io continuo ad essere fissata sulla predestinazione di Gary Oldman – anche se, a questo punto, non sarebbe la mia scelta.

Sproloqui a parte, il film.

Siamo nel 1983, “da qualche parte nel Nord d’Italia”, come dice la didascalia iniziale. E in effetti siamo nei dintorni di Crema.

In una grande e bella villa (Villa Albergoni a Moscazzano, in realtà) vive la famiglia Perlman, americani trapiantati in Italia, gente colta, amante della bellezza e della storia. Il padre, professore universitario, specializzato nello studio della cultura greco-romana, ospita ogni estate uno studente dall’America. Questa del 1983 è l’estate in cui a casa Perlman arriva Oliver, per finire la sua tesi di dottorato.

Elio Perlman ha diciassette anni. Passa il tempo a leggere, a suonare e a trascrivere la sua musica. E deve cedere la sua camera allo studente ospite del  padre.

Elio è piuttosto solitario e riflessivo. Assorbe quanto più può dall’ambiente che lo circonda. E’ molto colto e partecipe delle attività del padre. Sembra che siano ben poche le cose che non sa.

Oliver è il classico ragazzone americano. Attraente, spigliato. Con quell’arroganza americana un po’ tipica ma sufficientemente misurata per risultare simpatico a tutti (anche se a me all’inizio stava antipatico, ma fa lo stesso).

Elio è dapprima incuriosito, poi attratto da Oliver.

Oliver è un insieme di segnali contrastanti.

Elio e Oliver e le cose dette con i tempi sbagliati.

Oliver e Elio e le corse in bici.

Elio e Oliver e la musica cambiata.

Oliver e Elio e i loro nomi.

Una storia delicata e bellissima di conoscenza, formazione e amore. Una storia enorme e vera in ogni suo dettaglio, in ogni sensazione.

Niente significati nascosti, niente contesto, niente da dimostrare, niente da rivendicare.

Due persone e quello che si crea tra loro.

E’ un film di una bellezza disarmante sotto tutti i punti di vista.

Per la storia tra e di Elio e Oliver.

Per l’ambientazione – la casa meravigliosa e il paese, la ricostruzione meticolosa fino ad essere maniacale dell’Italia del 1983, dove ogni singolo oggetto ti lancia una coltellata di nostalgia e dove ogni più piccolo dettaglio si porta dietro un mondo, dalla confezione del Nesquik agli spezzoni di un Beppe Grillo ancora solo comico che fa satira su Craxi.

Per l’assoluta purezza di sguardo con cui Guadagnino è riuscito a tirare fuori il nucleo vivo e pulsante di uno scorcio d’estate e di quell’attimo esatto in cui tutto cambia e tutto si capovolge.

Per la lentezza buona, quella che ti prende per mano e ti accompagna nel cuore profondo dei personaggi.

Per i personaggi, forse non tutti perfetti – non mi è piaciuta molto la madre di Elio, non riesco a mettere a fuoco se per colpa dell’attrice, Amira Casar, o del ruolo in sé – ma (proprio per questo) incredibilmente veri.

Per il cast di altissimo livello – Timothée Chalamet, come dicevo prima, è un mostro di bravura ma anche Armie Hammer (che finora avevo sempre trovato piuttosto insignificante) non è assolutamente da meno e Michael Stuhlbarg nel ruolo del Sig. Perlman regala una parte memorabile.

Più ci rifletto e più amo questo film.

Tra quelli che ho visto finora forse se la gioca con i Manifesti per miglior film.

Assolutamente da non perdere.

Cinematografo & Imdb.

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