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Archive for the ‘C. Hemsworth’ Category

Cosa ci fanno un prete, una cantante, un rappresentante di aspirapolvere e una hippie in un hotel piazzato a cavallo del confine tra Nevada e California?

No, non è l’inizio di una barzelletta ma la domanda a cui Drew Goddard si propone di dare una risposta con questo curioso film che ha aperto l’ultimo Festival del Cinema di Roma.

Goddard – prevalentemente sceneggiatore e ricordato principalmente per The Martian e Quella casa nel bosco (ma che io ricorderei più volentieri per Cloverfield e World War Z) – si cimenta qui anche alla regia con risultati direi più che meritevoli.

Una galleria di personaggi ambigui e indecifrabili.

Un’ambientazione meravigliosamente anni Settanta – a giudicare dai riferimenti siamo all’inizio del 1969.

Un albergo diviso in due in modo molto scenografico con arredi e allestimenti degni di Las Vegas.

Un puzzle di storie slegate che vanno a ricomporsi pezzo per pezzo in un unico quadro.

Molto tarantiniano nei presupposti, un po’ meno forse nella realizzazione – da non intendersi come una critica – 7 Sconosciuti a El Royale è divertente e ben equilibrato.

Se la stranezza del posto attira subito l’attenzione, il ritmo veloce non consente distrazioni, tra flash back che saltano nel passato dei personaggi, scene viste e riviste dalle diverse prospettive di ciascuno di loro e ironici riferimenti (ammiccamenti) sparsi ai principali fatti di cronaca che hanno caratterizzato la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta.

Buono anche il cast, con Jeff Bridges che spicca sopra tutti e la bella voce di Cinthya Erivo.

E poi Chris Hemsworth – alleggerito di circa 13 chili di muscoli per l’occasione – John Hamm e un Lewis Pullman semi-sconosciuto ma che ho trovato particolarmente degno di nota.

C’è anche Dakota Johnson che continua a starmi sul culo a livelli stratosferci per cui non riesco ad apprezzare la sua monoespressività da triglia nonostante il ruolo potenzialmente interessante. Trovo molto più apprezzabile – in tutti i sensi – Cailee Spaeny nel ruolo della sorella di Dakota.

Resta da capire cosa ci fa lì in mezzo Xavier Dolan nei panni di un viscido discografico.

Divertente e pieno di spunti interessanti.

Consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Un po’ prequel e un po’ sequel di Biancaneve e il Cacciatore del 2012.

Ovvero, ogni scusa è buona per godersi ancora una po’ di Charlize Theron in versione Regina Cattiva.

Si comincia prima dei fatti di Biancaneve e si racconta di come Ravenna (Charlize Theron), già crudele e usurpatrice grazie al potere dello Specchio, avesse una sorella, Freya (Emily Blunt), mite, non ambiziosa e innamorata.

La principessa, a causa di un crudele tradimento si ritrova però con il cuore irrimediabilmente spezzato e poiché un cuore infranto è il catalizzatore più potente per il manifestarsi di poteri sopiti, Freya scopre di possedere il potere del freddo e del ghiaccio.

Lascia sua sorella e si rifugia a Nord, dove regna su una terra gelida, strappa i figli del suo popolo e li alleva senza amore e senza legami. Un esercito imbattibile e libero dai sentimenti.

Tra questi giovani combattenti ci sono Sara (Jessica Chastain), imbattibile con arco e frecce, e Eric (Chris Hemsworth), futuro Cacciatore.

Sara e Eric ovviamente si innamorano, infrangendo così le leggi della Regina di Ghiaccio e causandone l’ira.

Vengono separati, Eric riesce a fuggire, diventa il Cacciatore ed è in questo lasso di tempo che hanno luogo gli avvenimenti di Biancaneve – che per fortuna viene solo menzionata e ripresa brevemente solo di spalle, dal momento che, evidentemente, anche alla Universal non hanno piacere di ricordare l’infelice scelta di Kirsten Stewart.

Si salta direttamente al dopo, con Ravenna teoricamente sconfitta ma lo Specchio che emana malvagità e crea problemi.

Biancaneve decide di spostare lo Specchio in un posto sicuro ma i soldati cui viene affidato non giungono a destinazione.

Serve di nuovo l’aiuto del Cacciatore. Anche perché nel frattempo Freya ha saputo che lo Specchio è in circolazione e, se se ne impossessasse lei, sarebbe inverno per sempre e dovunque.

Comincia la caccia, saltano fuori nuovi personaggi e, ovviamente, salta fuori di nuovo anche Sara.

Un po’ di malintesi da chiarire e mostri di vario genere da affrontare, fino allo scontro finale che però è su tre fronti perché ovviamente ritorna in gioco anche Ravenna.

A raccontarlo sembra tutto parecchio incasinato ma di fatto il ritmo veloce fa sì che la trama scorra bene e non si perda nelle molteplici deviazioni.

Il livello generale è quello che ci si aspetta. Azione, divertimento, ottimi effetti visivi. Niente di particolarmente originale ma comunque un prodotto di intrattenimento di tutto rispetto e, in ogni caso, la bravura di tutti gli attori compensa ampiamente la mancanza di originalità.

Costumi e trucchi bellissimi, in particolare, ovviamente, quelli di Charlize che è perfetta anche quando perde bave nere e urla imbestialita.

Carini i personaggi dei nani. Anzi no. Più che carini sono piuttosto irritanti, ma è divertente il fatto che siano parecchio sboccati, il che costituisce una nota insolita per un tipo di film a target tipicamente disneyano.

La Regina di Ghiaccio è visivamente molto bella e Emily Blunt è anche molto adatta alla parte. Avrebbero potuto sfruttare un po’ di più il personaggio e creare qualche effetto un po’ più scenografico anche per il suo potere.

E niente, se piace il genere, non è male.

Di fatto è in tono con il precedente capitolo con l’eliminazione del principale difetto che era Kirsten Stewart.

Cinematografo & Imdb.

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Oddio ma ti sembra il caso?

Frances! A cosa devo il dubbio piacere della tua ricomparsa?

Senti, io provo a farmi i fatti miei e a lasciarti esprimere ma, seriamente, non puoi continuare a guardare cagate del genere…

Ci sono Charlize Theron e Jessica Chastain.

Oltretutto sapendo che sarà l’ennesima cosa fatta con lo stampino, molto bella da vedere ma probabilmente vuota…

Ci sono Charlize Theron e Jessica Chastain.

E come se non bastasse c’è pure quel bellimbusto di Thor in versione bruna…

Ci sono Charlize Theron e Jessica Chastain.

Ok, ci rinuncio, torno nella mia scatola. Quando esce?

Ci sono Charlize Theron e Jessica Chastain.

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Regia di Ron Howard.

Tratto dal libro di Nathaniel Philbrick, In the Heart of the Sea: The Tragedy of the Whaleship Essex, pubblicato nel 2000 e a sua volta basato sulle testimonianze dirette scritte da Thomas Nickerson e Owen Chase, rispettivamente marinaio e primo ufficiale sulla Essex e tra i pochi superstiti tratti in salvo nel febbraio del 1821.

Da queste stesse vicende Herman Melville trasse ispirazione per il suo Moby Dick (1851).

E il film comincia proprio con un giovane Melville (Ben Whishaw) che cerca di comprare a Thomas Nickerson (Brendan Gleeson), ormai anziano, il racconto della vera storia del naufragio dell’Essex, al tempo un caso di cronaca che ebbe una discreta risonanza. Tre mesi di paga per una notte di racconto. E per la verità.

Nickerson inizialmente rifiuta. Non ha mai parlato a nessuno di quello che accadde veramente né di come fecero a sopravvivere coloro che furono salvati.

La baleniera Essex salpò da Nantucket il 12 agosto 1819.

Dopo più di un anno di navigazione, la scarsità di barili d’olio spinse l’equipaggio ad avventurarsi al largo del Pacifico dove trovarono i capodogli ma trovarono anche un enorme esemplare maschio di balena che si scagliò contro la nave provocandone l’affondamento.

Siamo nel novembre del 1820.

I pochissimi naufraghi sopravvissuti vennero salvati il 18 febbraio 1821.

Tre mesi di naufragio in cui gli uomini dovettero affrontare l’impossibile. Si spinsero al limite e poi oltre. Fecero le scelte che furono costretti a fare e, i pochi che ne uscirono, furono condannati a conviverci per il resto della loro esistenza.

La storia che Nickerson racconta è la storia delle tenebre chiuse nei ricordi inesprimibili di un sopravvissuto. Del distorto senso di colpa che è insito nella condizione di sopravvivenza. Dell’abisso di orrore in cui non si può guardare senza rimanere segnati per sempre.

E poco importa la razionalità. Poco importa sapere che non avrebbe potuto essere diversamente. Rimane un fondo di oscurità che non potrà più essere rischiarato.

Uomini che pagano il prezzo di essersi spinti troppo oltre.

Non è forse una storia eterna?

In the Heart of the Sea è buon film.

Non ne sono uscita esaltata, quello no. Ma è un buon film.

Avventura, azione, un ritmo veloce e poche elucubrazioni. Poco eroismo gratuito, anche. Il che è molto gradito.

Chris Hemsworth è apprezzabilmente sobrio nella sua recitazione e, benché sia alto grosso e biondo non fa la parte scontata dell’eroe figo di turno.

In generale, tutto il cast è molto sobrio e la recitazione non lascia spazio a eccessi di sentimentalismi in nessuna direzione.

E’ un film coinvolgente, che fa il suo mestiere e ti tiene col fiato sospeso. E che ti fa anche venir voglia di approfondire la storia vera dietro la ricostruzione.

Ottima la coppia Gleeson-Whishaw. Parte relativamente minore per Cillian Murphy.

Cinematografo & Imdb.

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Ma quanto ci piacciono questi Avengers. E dire che mi rammaricavo che in questo secondo capitolo non ci fosse Loki. Ad essere onesta mi è piaciuto anche più del primo.

Sulla saga di Ultron originale del fumetto non sono ferratissima ma a quanto sento in giro da chi ne sa, pare che il tutto sia stato reso in modo più che soddisfacente in termini di fedeltà.

Di certo c’è che alcune scene di combattimento, per impostazione e costruzione, sembrano la trasposizione animata di alcune tavole Marvel e la cosa già di per sé è oltremodo gustosa. Quelle tavole fitte, dense di azioni e particolari in ogni angolo, di quelle che devi stare a spulciartele con una lente di ingrandimento per cogliere davvero tutti i dettagli e i riferimenti.

Il fatto che sia un secondo capitolo offre la possibilità di giocare su tutta una serie di dinamiche interne consolidate tra i vari personaggi che Whedon sfrutta bene, mantenendo il giusto equilibrio. Le battute sono divertenti e in certi momenti si ride anche di gusto, ma non si scade mai nel caricaturale e non si smette mai neanche per un momento di prendere sul serio quel che sta succedendo. Quel tanto che basta di autoironia proprio per evitare il caricaturale, in un senso e nell’altro.

Il tutto con il supporto di un cast ormai definitivamente consolidato nei panni dei vari supereroi. Rischio di rovinarsi la carriera finendo associati irrimediabilmente a un eroe mascherato? Via facile per adagiarsi su guadagni sicuri con relativamente poco sforzo? Forse. Ma forse anche no.

Tolto Chris Evans, che effettivamente è l’unico un po’ incastrato nel ruolo di Capitan America – e che lo è perché, diciamo la verità, non sa fare poi molto altro, con quella sua monoespressione da bellimbusto – gli altri sono tutti attori che nulla tolgono alle loro carriere e alle loro capacità pur avendo acconsentito all’associazione con una figura Marvel. Insomma, speculazione che lascia un po’ il tempo che trova.

New entry in questa allegra combriccola che, manco a dirlo, si trova per l’ennesima volta a salvare il mondo, Paul Bettany, nel ruolo di Jarvis/Visione, cosa che non può che rendermi felice, vista la mia pluriennale adorazione per Jarvis, le cui radici affondano in aneddoti che ho ancora il buon gusto di risparmiare ai più.

Altre new entry sono Aaron Taylor-Johnson e Elizabeth Olsen, nei ruoli dei gemelli superpotenziati, lui Quicksilver, lei Scarlet Witch – per inciso, personaggio fighissimo.

Piccola parte per Thomas Kretschmann nei panni del cattivo della parte iniziale che, tra le altre cose, è stata girata in Italia al Forte di Bard.

Altra curiosità, nella versione originale, la voce di Hulk è quella di Lou Ferrigno, il vero Incredibile Hulk del telefilm.

Effetti speciali spettacolari e abbondanti – non l’ho visto in 3D ma non penso avrebbe poi aggiunto granché; scene d’azione lunghe, articolate, complesse; ritmo velocissimo e trama ben strutturata secondo le logiche di coerenza interna da fumetto – prima o poi dovrò mettermi seriamente a ripassare tutte le varie diramazioni dei crossover Marvel tra Avengers e singoli fumetti.

Divertente. Se piace il genere è assolutamente da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Dilemma serale: come riuscire a scrivere una recensione di Thor2 senza farla diventare un’ode a Loki. Teorie e metodi di applicazione.

Vediamo chi indovina qual è il mio personaggio preferito.

Vabbè, cazzate a parte, secondo capitolo – del primo non ho mai parlato ma mi sa che a questo punto non potrò esimermi dal propinarlo – della saga del supereroe peggio vestito della storia della Marvel, forse secondo solo a Captain America in fatto di pessimo gusto nell’abbigliarsi.

La realtà è che quel mantellino rosso alla Superman unito all’armatura plasticosa stile Narnia, è stato una delle cause principali per cui ho snobbato Thor per un sacco di tempo.

Che invece non è affatto male, anzi, per quel che mi riguarda, la saga del forzuto martelloforo se la gioca tranquillamente con quella di Iron Man.

La parola chiave è ironia. Che è vero che ormai è un elemento ampiamente sfruttato in tutto il filone, visti i buoni risultati che porta il far vedere che sì, si è fighi e potenti ma non ci si prende mica troppo sul serio, però nel caso specifico ne viene fatto un utilizzo ampiamente azzeccato.

Thor – The Dark World ha una buona trama, è visivamente sempre più spettacolare – soprattutto per la struttura di Asgard – ed è davvero parecchio divertente.

Si riparte dalla situazione lasciata dal primo, con Thor e Jane separati presumibilmente per sempre, Loki smascherato e imprigionato, Asgard che vive un periodo di pace e prosperità e, ovviamente, un nuovo cattivo, Malekith, che ha in programma di far sprofondare tutto quanto nell’oscurità – che comunque è sempre un classico.

Congiunzione astrale favorevole – davvero, non è uno scherzo – e una serie di altri elementi fanno sì che i passaggi tra i mondi siano di nuovo aperti e bene o male percorribili avanti e indietro, dando la possibilità a Jane e Thor di rincontrarsi e soprattutto al cattivo di fare danni in più di un universo.

Se Chris Hemsworth nei panni di Thor è forse fin troppo adatto alla parte (=grosso, biondo e imbalsamato), Natalie Portman nel ruolo di Jane è fantastica. E’ spassosissimo il suo personaggio e particolarmente ben riuscita la sua interpretazione. Come già nel primo, funzionano benissimo le dinamiche paradossali sulle quali si articola il rapporto tra gli scienziati terreni e gli ospiti asgardiani; si ride, e anche tanto, senza che questo danneggi in alcun modo la buona struttura della storia. Stellan Skarsgård, in particolare, nella veste dello scienziato stralunato, mi ha fatto morire.

Anthony Hopkins sempre in versione Odino e poi Tom Hiddleston in quello che è uno dei semi-antagonisti più riusciti della storia delle trasposizioni da fumetto a grande schermo. E’ un insieme di cose a renderlo così ben riuscito. Un attore particolarmente adatto di sicuro, e un personaggio per sua natura ambiguo, sfuggente, difficile da inquadrare davvero e ricchissimo di sfumature. Un personaggio che non sai mai veramente da che parte sta ma comunque ti sta simpatico. In un modo o nell’altro si finisce tutti a fare il tifo per Loki.

La parte centrale degli scambi Thor-Loki vale da sola tutto il film, fosse anche solo per la presa un giro di Captain America e per il riferimento agli Avengers.

Effetti speciali come se piovesse, 3D, che però ormai passa quasi inosservato. Carina l’idea dei passaggi spaziali che si spostano, anche se nel pieno dell’azione l’hanno forse incasinata un tantino a discapito della plausibilità – che è un po’ quello che hanno fatto anche in Iron Man 3 con il discorso delle armature indipendenti e dei pezzi che si assemblano in volo – ma pazienza, non è pecca sufficiente a distrarre.

Cinematografo & Imdb.

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Son stata indecisa fino all’ultimo su questo film. Non tanto per il tema in sé, ché anche se son decisamente più per le due ruote che per le quattro, la Formula 1, soprattutto quella storica, ha comunque la sua attrattiva.

Il problema è che questo genere di film – quelli che trasudano eroismo già da ogni singolo secondo del trailer per capirci – sono terribilmente a rischio. Rischio di finire nel cliché più che abusato dello sport come mezzo salvifico e redentore di qualsiasi colpa. Rischio di scadere in quella distorta idealizzazione della competizione intesa come reale metro di misura di se stessi in toto. Rischio di una maldestra mescolanza di tutti questi elementi che, generalmente condita con un po’ di love story di sottofondo offre come risultato in tavola in classico e indigesto polpettone che ti deve far commuovere per forza. L’eroismo è un tema che difficilmente esce fuori dall’ovvietà.

E’ pur vero che il nome di Ron Howard una soglia minima di professionalità la garantisce sempre – sì, ok, sto volutamente ignorando tutta la faccenda dell’antimateria di Angeli e Demoni.

Rush è un gran bel film, questo va detto prima di ogni altra cosa. Forse non mi sento di poter dire che è al cento percento al di fuori dei cliché che il suo genere richiama (e richiede), ma di certo ne sfrutta al meglio le potenzialità, spogliandoli della parte maggiormente scontata.

La storia che racconta è nota a tutti. La rivalità tra Niki Lauda e James Hunt fino al mondiale del ’76 e al tragico incidente in cui Lauda rimase gravemente ustionato.

Non è facile raccontare una storia molto conosciuta. Son sempre tutti pronti a scovare l’errore nella ricostruzione dei fatti. Oltretutto, trattandosi di gare, non è facile trasmettere suspense nel raccontare qualcosa che si sa già come va a finire. Io per prima sono una fissata del non sapere i risultati di una competizione di qualsiasi tipo prima di averla vista.

Howard ha mestiere e si vede perché gestisce in modo esemplare tutta una serie di elementi che, se sbagliati, avrebbero potuto rendere il film mortalmente noioso.

Le gare, per prime. Banalmente, riprodurre in un film una gara di Formula 1 rischia di diventare una patetica scimmiottatura delle vere gare che si vedono in tv quasi settimanalmente. Howard sceglie invece di non riprendere veramente le corse. Quando i piloti corrono parte un susseguirsi di immagini velocissime e estremamente ravvicinate di parti delle macchine, dei motori, dei piloti stessi. Inquadrature storte e montate in modo discontinuo. Non si capisce niente della gara di per sé, ma non è importante perché tanto il risultato si sa comunque. Quello che conta è l’effetto adrenalinico trasmesso da questo genere di riprese, qualcosa che vorrebbe essere vicino alle sensazioni stesse della corsa. Oltretutto sono inquadrature esteticamente curate in modo maniacale. Sono perfette e bellissime.

Grandi macchine, sia in pista sia fuori. Ottima ricostruzione della vicenda, fedele fin nel dettaglio per quanto riguarda i fatti automobilistici. Non ho modo di verificare l’attendibilità di quegli elementi che riguardano invece l’aneddotica privata anche se i toni non diventano mai eccessivamente sentimentali e questo è un bene in ogni caso.

Cast estremamente valido e soprattutto molto azzeccato per le parti. Daniel Brühl nei panni di Lauda è piaciuto persino a Lauda stesso, mentre Chris Hemsworth  – una volta superata la fase di attesa per la ricomparsa del mantello rosso di Thor – si conferma in grado di recitare davvero anche senza dover picchiare qualcuno o lanciare martelli.

Bellissima anche la ricostruzione non solo a livello meccanico ma dal punto di vista dell’atmosfera che si respirava in quegli anni intorno alla Formula 1, quando parlare di eroismo era forse un po’ eccessivo, ma non così fuori luogo.

Howard racconta le gesta di due cavalieri d’altri tempi, quando correre richiedeva ancora più coraggio di quello che richiede oggi; ma soprattutto racconta una vicenda umanissima di superamento dei propri limiti. Una storia di correttezza, rispetto e perché no, anche amicizia.

Rush è un film che appassiona senza bisogno di romanzare eccessivamente i fatti che racconta ed è un film che coinvolge anche chi di Formula 1 abbia conoscenze vaghe o nulle.

E’ un film di grande pathos raggiunto senza bisogno di eccessi o di forzature. Ben costruito, ha una struttura solida e semplice che funziona senza bisogno di ricorrere ad ulteriori espedienti narrativi che non siano la storia stessa.

Da vedere, davvero. Non mi aspettavo un brutto film, ma pensavo che sarebbe stato più banale. Invece è una gran prova di equilibrio per il regista, oltre che un meritato tributo a quegli anni e quei piloti.

Cinematografo & Imdb.

RUSH

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