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Archive for the ‘2012’ Category

2012. Scritto da Antony Johnston e illustrato da Sam Hart, The Coldest City, La città più fredda è salito alla ribalta l’anno scorso quando è uscito il film Atomica Bionda con Charlize Theron.

Film che personalmente ho trovato una gran figata ma del quale parlerò non appena riuscirò a metterci le mani, dato che ormai è passato troppo tempo da quando l’ho visto al cinema e non mi piace parlare di cose rimaste troppo a lungo a decantare.

Una graphic novel in perfetto stile spy story, ambientata in piena guerra fredda, avanti e indietro dalla cortina di ferro, tra le rovine di una Berlino divisa in due e i fantasmi di una guerra mai davvero finita.

Lorraine Broughton è un’agente dell’MI6 che viene incaricata di indagare sull’omicidio di un altro agente sotto copertura a Berlino e su una presunta lista contenente i nomi di tutti gli agenti occidentali infiltrati.

Una grafica asciutta e essenziale. Un bianco e nero che riflette la pretesa di schieramenti univoci e inequivocabili, coerentemente con l’ideologia illusoria del periodo. I buoni e i cattivi. Ma il bianco e i nero sono anche i toni ideali per le ombre. E le ombre cambiano le prospettive e possono giocare strani scherzi.

Una scrittura avvincente e un ritmo serratissimo.

Figure affascinanti che saltano fuori dalla pagina in poche e parole e pochi dettagli scelti con cura.

Una spirale discendente di dubbi, menzogne sepolte e verità fin troppo incustodite.

E allora chi sta dalla parte di chi? Chi sono i buoni e chi i cattivi?

Una storia avvincente, che ti butta nell’azione fin dalle prime righe e un piccolo gioiello di pulizia stilistica.

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E dunque c’è ancora vita in queste lande abbandonate da mesi.

Forse anche troppa in verità, visto che il mio antivirus ha deciso di andare in sciopero e nell’attesa di capire cosa gli è preso forse è meglio se faccio un backup delle ultime cose.

Mesi che avrei voluto più lenti e allo stesso tempo più produttivi.

L’ansia di concludere qualcosa che sia in qualche modo spendibile come giustificazione di notti insonni, di tempo perso, di lavori non fatti e di umori tetri.

L’ansia di uniformarsi ai parametri di un personaggio che credo di dover incarnare. Il fantasma di quello che sono e che non posso essere.

Le stesse domande che rimbalzano impazzite tra le sinapsi del mio cervello.

Le domande urlate.

Che non coprono il rumore di fondo.

Cieli lontani e di un azzurro diverso. Il cielo non è sempre lo stesso, è una puttanata, quella faccenda del cielo.

Il cielo cambia, e anche tanto, a seconda di dove sei.

Le parole affastellate nella mente, così in fretta. E ancora non basta. Non è abbastanza in fretta. Perché bisogna aggiungerne altre. Bisogna scoprirne altre.

La ricerca della Torre Nera – mi sto cautamente avvicinando alla fine e ho fatto i salti mortali per schivare trailer, recensioni, e tutto quanto inerente il film mi potesse vagamente spoilerare qualcosa.

I libri francesi sulla costa francese – a volte riesco ancora a stupirmi delle mie coerenze da sceneggiatura di serie b.

I nomi annotati, perché devo saperne di più.

Pauline Dubuisson e l’eredità della sua verità distorta e svenduta. Pauline Dubuisson che è assassina oltre che suicida e quindi non posso che andarci a nozze con le mie ossessioni per i profili psicologici di assassini e suicidi.

Philippe Dijan, e le sue parole che in Oh sembrano effettivamente tagliate addosso a Isabelle Huppert in Elle – se riesco uno di questi giorni mi garberebbe mettere insieme un pezzo su libro e film in parallelo perché è un lavoro di trasposizione veramente buono.

Appunti sparsi. Senza un ordine preciso.

Fantasmi che viaggiano fino all’altro capo del mondo.

Ricordi portati indietro.

Pezzi di vita lasciati per strada.

Un paio di orecchini nuovi.

Un orecchino perso sul nastro al check-in di un aeroporto.

La seconda stagione di Penny Dreadful e la mia fissa per i tarocchi – di cui dovrò comprarmi un nuovo mazzo, in un modo o nell’altro.

Josephine Baker e le vite che si scoprono per caso.

La scoperta inaspettata di esseri umani meravigliosi mi restituisce – anche se per poco – un senso di pace. Mi concede una tregua dalla continua estenuante tensione. Una pausa dal terrore profondo di fronte ai gesti inconsulti di un’umanità per buona parte impazzita.

Atomica Bionda e il fumetto da recuperare.

Monolith e il fumetto da recuperare.

Ma sto facendo astinenza (quasi totale) da Amazon e quindi dovranno aspettare.

Ciao, sono Valeria, sono quasi due mesi che non faccio acquisti compulsivi online.

Ciao Valeria.

Dunkirk e i colori di Nolan.

Fantasmi che si ostinano a seguirti dall’altra parte del mondo e orari sballati.

Ho bisogno di più libri, di più film, di più musica, di più tempo.

Di spazi di silenzio per sentire le parole che mi arrivano da altri luoghi nel tempo.

Di altri colori, di altri pennelli.

Molto horror, come da copione estivo, compreso l’ultimo capitolo della mia adorata (?) Annabelle – cui dedicherò un Weekly Horror se riesco a non mandare subito a monte la mia programmazione.

Il mio esaurimento nervoso per la devastazione di aNobii – prima o poi mi deciderò anche a mettermi seriamente in pari con commenti e discussioni e potrò dare sfogo al mio disappunto ma, onestamente,  mi sento stanca già solo a scrivere di pensare di farlo.

La città deserta e le vie nascoste di cui non sospettavo l’esistenza.

La rete di strade sommerse, appena sotto lo strato delle abitudini quotidiane.

Gli scorci di palazzi decadenti e bellissimi. Facciate scrostate e balconi arrugginiti.

Le parole spezzate di Chris Cornell e Chester Bennington e io, che i Linkin Park li ho sempre un po’ tenuti da parte.

Le lettere di Frida Kahlo. Sempre per tornare agli esseri umani meravigliosi.

Una casa piena di ricordi. Legami che impregnano i muri, si sostituiscono ai mattoni, diventano densi e palpabili in ogni spigolo, ogni irregolarità dell’intonaco.

Il silenzio delle mattine di agosto.

Il silenzio.

L’immensa e letale bellezza dei dettagli.

Dei frammenti di tempo.

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