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Archive for the ‘J.K. Simmons’ Category

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E dopo (ben) tre giorni di tribolazioni, sono riuscita ad andare a vedere quello che pare essere il caso cinematografico del momento.

E però.

Facciamo finta di niente e dimentichiamoci per un momento i 7 globes e le 14 candidature agli Oscar.

Andiamo a vedere il film solo perché – com’era in origine – è di Damien Chazelle – il regista di Whiplash – e ci sono Ryan Gosling ed Emma Stone.

Mia e Sebastian.

Lei aspirante attrice che colleziona provini andati male e sbarca il lunario lavorando come cameriera in un bar all’interno degli studi della Warner.

Lui pianista perso per il jazz, reduce da un’esperienza fallimentare che aspira ad aprire un proprio locale, dove tutti possano suonare, purché sia jazz.

Si incontrano per caso in diverse occasioni. Si conoscono con diffidenza, si avvicinano e si trovano in un punto imprecisato di quelle loro strade prive di riferimenti che, si spera, alla fine dovrebbero condurli al Sogno. Quello con la S maiuscola. Quello per cui vale la pena vivere.

La La Land, è un musical e racconta una storia d’amore e di sogni. Mai combinazione fu più rischiosa in termini di melensaggini. Se a questo si aggiunge l’impostazione dichiaratamente retrò del tutto, bé, il rischio se possibile aumenta ancora.

Eppure La La Land se ne frega altamente di tutto ciò. Ti cattura fin da subito e non ti molla fino alla fine. E nel frattempo non hai avuto modo di pensare che è romantico, né che è un musical, né che la faccenda dell’inseguire i propri sogni l’abbiamo già vista e rivista, né tanto meno che è un supercandidato agli Oscar.

Perché dal momento in cui comincia, tu sei lì con Mia e Sebastian e li segui, e li senti, e vivi davvero la speranza a l’amarezza di quel Sogno.

La La Land è un film che sicuramente fa un gran regalo ai nostalgici dei vecchi fasti musicali – per impostazione e per la quantità di riferimenti e richiami – ma è una perla inaspettata anche per chi storce il naso di fronte al troppo classico.

E’ un film al tempo stesso semplice e molto articolato. Ha una trama lineare e, tutto sommato, nient’affatto originale. Ma ha un modo di darle vita che è nuovo e fresco.

E’ un film di raro equilibrio. Garbato e divertente. Commuove ma non è melenso. Fa ballare e cantare ma in modo sempre strettamente funzionale alla storia – non ci sono i grandi balli corali estemporanei alla Greese, per capirci. E’ un mix perfetto tra retrò e contemporaneo e questo lo rende una cosa nuova con quel tocco di familiarità che in qualche modo risveglia la memoria e i ricordi di qualcosa che assomiglia molto all’essere a casa.

Ottimi anche gli interpreti con Ryan Gosling strepitoso ed Emma Stone sicuramente molto brava anche se non ai livelli di Gosling.

Piccola parte – ovviamente da carogna – per J.K.Simmons.

Bellissime anche le musiche, ben impiegate come supporto alla trama e non come mero elemento decorativo/diversivo.

Un gran bel film, dunque. Leggero, originale e divertente come non se ne vedevano da un po’.

Ora veniamo alla questione Oscar.

Benché mi sia piaciuto moltissimo, confermo la mia sensazione iniziale e trovo eccessive 14 nominations.

Prima fra tutte quella per Emma Stone, che sì, è brava, bella e io l’adoro, ma secondo me qui non è da Oscar.

E direi anche che si potevano evitare quelle per i costumi, per due canzoni – City of Stars bastava mentre Audition mi pare un tantino forzata – e anche per la fotografia e la scenografia.

Meritate invece le candidature – la vittoria è poi un altro discorso ancora e devo vedere ancora moltissimi film per avere un’idea – per miglior film, regia, attore protagonista, sceneggiatura originale, colonna sonora. E anche montaggio, via.

Ecco, se si fermavano a 6 era più equilibrato.

Anyway, queste rimangono comunque speculazioni per amor di chiacchiera, e sempre in quest’ottica aggiungo anche che ogni tanto fa piacere che l’Academy mostri di apprezzare film non necessariamente impegnati.

In ogni caso, La La Land è da vedere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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Miglior film

  • Birdman, regia di Alejandro González Iñárritu
  • American Sniper, regia di Clint Eastwood
  • Boyhood, regia di Richard Linklater
  • Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel), regia di Wes Anderson
  • The Imitation Game, regia di Morten Tyldum
  • Selma – La strada per la libertà (Selma), regia di Ava DuVernay
  • La teoria del tutto (The Theory of Everything), regia di James Marsh
  • Whiplash, regia di Damien Chazelle

Miglior regia

  • Alejandro González IñárrituBirdman
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Richard Linklater – Boyhood
  • Bennett Miller – Foxcatcher
  • Morten Tyldum – The Imitation Game

Miglior attore protagonista

  • Eddie RedmayneLa teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Steve Carell – Foxcatcher
  • Bradley Cooper – American Sniper
  • Benedict Cumberbatch – The Imitation Game
  • Michael Keaton – Birdman

Miglior attrice protagonista

  • Julianne MooreStill Alice
  • Marion Cotillard – Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit)
  • Felicity Jones – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Rosamund Pike – L’amore bugiardo – Gone Girl (Gone Girl)
  • Reese Witherspoon – Wild

Miglior attore non protagonista

  • J. K. SimmonsWhiplash
  • Robert Duvall – The Judge
  • Ethan Hawke – Boyhood
  • Edward Norton – Birdman
  • Mark Ruffalo – Foxcatcher

Migliore attrice non protagonista

  • Patricia ArquetteBoyhood
  • Laura Dern – Wild
  • Keira Knightley – The Imitation Game
  • Emma Stone – Birdman
  • Meryl Streep – Into the Woods

Migliore sceneggiatura originale

  • Alejandro González Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris e Armando BoBirdman
  • Richard Linklater – Boyhood
  • Dan Futterman e E. Max Frye – Foxcatcher
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Dan Gilroy – Lo sciacallo – Nightcrawler (Nightcrawler)

Migliore sceneggiatura non originale

  • Graham MooreThe Imitation Game
  • Paul Thomas Anderson – Vizio di forma (Inherent Vice)
  • Damien Chazelle – Whiplash
  • Jason Hall – American Sniper
  • Anthony McCarten – La teoria del tutto (The Theory of Everything)

Miglior film straniero

  • Ida, regia di Paweł Pawlikowski (Polonia)
  • Leviathan (Leviafan), regia di Andrej Petrovič Zvjagincev (Russia)
  • Mandariinid, regia di Zaza Urushadze (Estonia)
  • Storie pazzesche (Relatos salvajes), regia di Damián Szifrón (Argentina)
  • Timbuktu, regia di Abderrahmane Sissako (Mauritania)

Miglior film d’animazione

  • Big Hero 6, regia di Don Hall e Chris Williams
  • Boxtrolls – Le scatole magiche (The Boxtrolls), regia di Graham Annable e Anthony Stacchi
  • Dragon Trainer 2 (How to Train Your Dragon 2), regia di Dean DeBlois
  • Song of the Sea, regia di Tomm Moore
  • La storia della principessa splendente (かぐや姫の物語), regia di Isao Takahata

Migliore fotografia

  • Emmanuel LubezkiBirdman
  • Robert Yeoman – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Ryszard Lenczewski e Lukasz Zal – Ida
  • Dick Pope – Turner (Mr. Turner)
  • Roger Deakins – Unbroken

Miglior scenografia

  • Adam StockhausenGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Maria Đurkovic – The Imitation Game
  • Nathan Crowley – Interstellar
  • Dennis Gassner – Into the Woods
  • Suzie Davies – Turner (Mr. Turner)

Miglior montaggio

  • Tom CrossWhiplash
  • Joel Cox e Gary D. Roach – American Sniper
  • Sandra Adair – Boyhood
  • Barney Pilling – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • William Goldenberg – The Imitation Game

Migliore colonna sonora

  • Alexandre DesplatGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Alexandre Desplat – The Imitation Game
  • Jóhann Jóhannsson – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Gary Yershon – Turner (Mr. Turner)
  • Hans Zimmer – Interstellar

Migliore canzone

  • Glory, musica e parole di John Stephens e Lonnie Lynn – Selma – La strada per la libertà (Selma)[5]
  • Everything Is Awesome, musica e parole di Shawn Patterson – The LEGO Movie
  • Grateful, musica e parole di Diane Warren – Beyond the Lights
  • I’m Not Gonna Miss You, musica e parole di Glen Campbell e Julian Raymond – Glen Campbell: I’ll Be Me
  • Lost Stars, musica e parole di Gregg Alexander e Danielle Brisebois – Tutto può cambiare (Begin Again)

Migliori effetti speciali

  • Paul Franklin, Andrew Lockley, Ian Hunter e Scott FisherInterstellar
  • Dan DeLeeuw, Russell Earl, Bryan Grill e Dan Sudick – Captain America: The Winter Soldier
  • Joe Letteri, Dan Lemmon, Daniel Barrett e Erik Winquist – Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie (Dawn of the Planet of the Apes)
  • Stephane Ceretti, Nicolas Aithadi, Jonathan Fawkner e Paul Corbould – Guardiani della Galassia (Guardians of the Galaxy)
  • Richard Stammers, Lou Pecora, Tim Crosbie e Cameron Waldbauer – X-Men – Giorni di un futuro passato (X-Men: Days of Future Past)

Miglior sonoro

  • Craig Mann, Ben Wilkins e Thomas CurleyWhiplash
  • John Reitz, Gregg Rudloff e Walt Martin – American Sniper
  • Jon Taylor, Frank A. Montaño e Thomas Varga – Birdman
  • Gary A. Rizzo, Gregg Landaker e Mark Weingarten – Interstellar
  • Jon Taylor, Frank A. Montaño e David Lee – Unbroken

Miglior montaggio sonoro

  • Alan Robert Murray e Bub AsmanAmerican Sniper
  • Martin Hernández e Aaron Glascock – Birdman
  • Brent Burge e Jason Canovas – Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (The Hobbit: The Battle of the Five Armies)
  • Richard King – Interstellar
  • Becky Sullivan e Andrew DeCristofaro – Unbroken

Migliori costumi

  • Milena CanoneroGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Colleen Atwood – Into the Woods
  • Anna B. Sheppard e Jane Clive – Maleficent
  • Jacqueline Durran – Turner (Mr.Turner)
  • Mark Bridges – Vizio di forma (Inherent Vice)

Miglior trucco e acconciatura

  • Frances Hannon e Mark CoulierGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Bill Corso e Dennis Liddiard – Foxcatcher
  • Elizabeth Yianni-Georgiou e David White – Guardiani della Galassia (Guardians of the Galaxy)

Miglior documentario

  • Citizenfour, regia di Laura Poitras
  • Alla ricerca di Vivian Maier (Finding Vivian Maier), regia di John Maloof e Charlie Siskel
  • Last Days in Vietnam, regia di Rory Kennedy
  • Il sale della terra (The Salt of the Earth), regia di Juliano Ribeiro Salgado e Wim Wenders
  • Virunga, regia di Orlando von Einsiedel

Miglior cortometraggio documentario

  • Crisis Hotline: Veterans Press 1, regia di Ellen Goosenberg Kent
  • Joanna, regia di Aneta Kopacz
  • Nasza klatwa, regia di Tomasz Sliwinski
  • La parka, regia di Gabriel Serra
  • White Earth, regia di Christian Jensen

Miglior cortometraggio

  • The Phone Call, regia di Mat Kirkby
  • Aya, regia di Oded Binnun e Mihal Brezis
  • Boogaloo and Graham, regia di Michael Lennox
  • La lampe au beurre de yak, regia di Wei Hu
  • Parvaneh, regia di Jon Milano

Miglior cortometraggio d’animazione

  • Winston (Feast), regia di Patrick Osborne
  • The Bigger Picture, regia di Daisy Jacobs
  • The Dam Keeper, regia di Robert Kondo e Daisuke Tsutsumi
  • Me and My Moulton, regia di Torill Kove
  • A Single Life, regia di Joris Oprins

 

Appunti sparsi.

E anche quest’anno è andata.

Alla fine ieri ho ceduto verso le 3.30 – per mere ragioni tecniche, a dir la verità, perché in effetti ero ancora piuttosto garrula – il che significa che sono arrivata più o meno al miglior film straniero, se non faccio confusione con l’ordine dei premi.

Ho poi finito di vedermi la premiazione oggi e devo dire che, tutto sommato, non mi son neanche ridotta tanto male.

Ok, sì, Redmayne mi ha distrutta ma perché tra un po’ si metteva a piangere lui e così non vale, per forza poi io lacrimo. E anche la Julianne. Come si fa a rimanere impassibili? Eh?

Nel complesso sono soddisfatta di questa edizione. Forse ho sentito un po’ meno il pathos rispetto all’anno scorso ma non escludo che sia dovuto al fatto che l’anno scorso c’era di mezzo Dallas Buyers Club che è un film che mi ha coinvolto in modo tragicamente viscerale.

E poi c’erano Martin e Leo. E io che mi sentivo in colpa a fare il tifo per McConaughey.

E poi c’era stata l’incazzatura per Gravity – che, seppur in senso negativo, pure quello è pathos.

Quest’anno mi ha dato l’impressione che fosse tutto in qualche modo un po’ più calmo. Che i conflitti e le competizioni fossero meno aspri.

Patrick Harris si è rivelato un bravo conduttore, anche se non aveva sicuramente la verve di una DeGeneres.

Ho sinceramente esultato per quasi tutti i premi.

J.K. Simmons è stato quasi inaspettato. Sperato, e tanto, quello sì ma non ci credevo davvero. Meritatissimo. Per quanto ami Norton, Simmons con Whiplash è su un altro pianeta.

Still Alice non l’ho visto ma un premio a Julianne Moore mi fa esultare a prescindere. E, a forza di sentirne parlare, andrà a finire che mi andrò a vedere anche questo.

Forse mi avrebbe fatto piacere qualcosetta in più a Imitation Game ma non mi sentirei neanche di togliere niente di quello che è stato assegnato a Birdman o a Grand Budapest perché meritavano tutto.

Sono così contenta per miglior film e miglior regia a Birdman.

E anche per le quattro statuette a Grand Budapest, tra cui quella alla Canonero – il suo quarto oscar, tra l’altro.

Onestamente non avrei dato miglior attrice non protagonista a Patricia Arquette. Boyhood mi è piaciuto parecchio ma non ho trovato nessuna interpretazione così sopra le righe da meritare un oscar. L’avrei dato più volentieri a Emma Stone (e non solo perché ha gli occhioni 😛 ).

Gianni Canova a seguire la telecronaca di Cielo è stata una gran bella cosa. Una di quelle cose che ti riappacificano con la critica cinematografica.

Le sue considerazioni sul fatto che in questa edizione degli oscar andava premiata la creatività (più che il biopic o la storia vera) visti gli esempi di grande livello che si presentavano (Birdman e GBH per l’appunto); l’essersi ricordato di Nolan e l’aver espresso il giusto rammarico per l’esclusione di Interstellar praticamente da tutto; l’aver fatto riferimento a Jersey Boys come esempio più significativo (rispetto ad American Sniper) della grandezza di Clint Eastwood. Ecco. Già solo queste considerazioni mi han fatto venir voglia di alzarmi e andare ad abbracciare la tv.

A seguire un po’ di foto random da red carpet e premiazione.

Ho volutamente evitato foto di Melanie Griffith e Dakota Johnson perché mi veniva un ictus ogni volta che le inquadravano.  Ma io non avevo mica capito che la monoespressiva interprete del purtroppo tanto reclamizzato 50 sfumature fosse la figlia di Melanie Griffith. E, a parte il fatto che se sentivo nominare ancora una volta quel titolo cominciavo a sbavare verde e a bestemmiare in sanscrito al rovescio, non mi ha turbato la parentela in sé – il cinema è pieno di figli d’arte tutt’altro che immeritevoli – ma mi ha infastidito il fatto che il nepotismo fosse così evidente perché privo di fondamento. La Dakota Johnson non è un attrice che viene da una famiglia di attori. E’ solo una che ha avuto un calcio in culo e ha tentato il colpo con una roba per casalinghe frustrate e tamarre con velleità (di cosa poi, rimane un mistero). E poi Melanie Griffith così rifatta e nerovestita sembrava veramente una strega/matrigna cattiva e la cosa mi è dispiaciuta.

Anyway, se mi è concesso di prolungare ancora un momento l’angolo del gossip, per me il vestito più bello rimane quello di Rosemund Pike.

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Andrew Neiman, 19 anni, studia al prestigioso conservatorio di Manhattan. Non vuole solo diventare un batterista jazz. Vuole diventare uno dei grandi.

Terence Fletcher è un insegnante e dirige l’orchestra jazz del conservatorio. Non vuole solo insegnare. Vuole spingere il suoi musicisti oltre i propri limiti. Oltre le proprie aspettative.

Andrew è solitario, introverso, discretamente asociale e sostanzialmente incompreso dalle persone che lo circondano. Suo padre gli vuole bene, cerca di appoggiarlo ma non capisce realmente l’importanza di quello che Andrew cerca di fare. Dal canto suo, Andrew è più o meno consapevolmente perseguitato dal fantasma del fallimento di suo padre.

Quando Terence Fletcher lo prende in prova per la sua orchestra Andrew sa che si sta giocando tutto.

Whiplash è un film musicale. E sì, sulla carta ci sono molti degli elementi canonici di questo genere (come anche del genere sportivo, se è per questo). Il sogno irraggiungibile. La sfida con se stessi. Gli ostacoli. Il rapporto conflittuale maestro-allievo. Più in generale, il concetto del superamento dei propri limiti e il mito – molto americano, certo – dell’eccellenza assoluta.

Insomma, a leggere trama e presupposti, il cliché parrebbe in agguato.

E invece no.

Whiplash non potrebbe essere più lontano dagli standard consueti del genere.

Whiplash è un film intelligente, complesso ed estremamente ricercato. E’ una piccola perla di raro equilibrio, originalità e intensità.

Il centro di tutto è sostanzialmente la dinamica del rapporto che si crea tra Neiman e Fletcher.

E’ uno scontro che si svolge nello spazio ridotto intorno alla batteria.

Fletcher è inflessibile, intransigente, crudele ai limiti del fanatismo. I suoi modi e il suo linguaggio ne fanno una sorta di sergente alla Full Metal Jacket ma il suo comportamento impossibile non è mera esibizione. Fletcher non è semplicemente lo stronzo della situazione. E’ un personaggio estremamente articolato. E’ odioso ma non si riesce davvero ad odiarlo perché trasmette una determinazione e una devozione che in qualche modo trascendono le circostanze.

A interpretare Fletcher è uno strepitoso J.K. Simmons, già vincitore del Globe per miglior attore non protagonista e meritatamente nominato anche per l’oscar.

Nel ruolo di Neiman c’è invece Miles Teller, batterista dall’età di 15 anni, che ha interpretato personalmente tutte le scene di batteria. E benché si sia ricorsi ovviamente al doppiaggio per buona parte delle scene, il 40 percento della colonna sonora è costituito dalla performance originale di Neiman.

Whiplash è un film curatissimo ed estremamente raffinato, e non solo perché si parla di jazz.

L’impostazione è quasi teatrale.

Le luci si concentrano su Andrew e Fletcher intorno alla batteria. Tutto il resto è scuro, come se, progressivamente, il resto del mondo venisse tagliato fuori. Come se non esistesse nient’altro fuori dai confini della sfida che sta avendo luogo.

La fisicità, poi, ha un’importanza fondamentale. E’ un film estremamente fisico. Lo scontro tra Andrew e Fletcher – che è costato al povero Simmons due costole rotte. La scena degli schiaffi, che i due attori hanno provato diverse volte mimando i colpi ma che, nella versione definitiva, è stata fatta davvero. Le vesciche sulle mani di Teller. Il suo sangue sulle bacchette e sulla batteria.

Il suo sudore e il suo sfinimento, con Chazelle che non stoppava mai le scene di batteria perché Teller arrivasse ad essere veramente distrutto.

La gestualità accentuata, pulita, carica di significato al pari della musica e della parola. E gli sguardi. Gli occhi di Simmons, soprattutto. In particolare, ci sono un paio di inquadrature che da sole valgono tutto il film e che racchiudono, in pochi secondi, l’infinita complessità del personaggio di Fletcher.

Whiplash è un film di lotta e superamento dei propri limiti ma non secondo i percorsi consolidati cui ci ha abituato l’iconografia americana del mito dell’eccellenza.

Quella di Whiplash è una lotta prima di tutto con se stessi. E’ una dimensione interiore, fisica e metafisica allo stesso tempo. E’ una ricerca di senso. E’ l’essenza stessa del concetto di sfida. La tensione che si crea è palpabile e quasi dolorosa. Il coinvolgimento è totale e si soffre con Andrew dall’inizio alla fine.

Notevole, davvero.

Cinematografo & Imdb.

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