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Archive for the ‘2015’ Category

Abel è un giovane naufrago, tratto in salvo da una nave inglese sulle spiagge del Siam. Non sa come sia arrivato lì, non sa chi sia. Non ricorda niente a parte il suo nome.

La nave lo porta a Plymouth, in Inghilterra, sulle orme di un capitano scomparso e accusato di tradimento, nella locanda gestita dalle sue tre figlie, ora rimaste sole.

La memoria di Abel non sembra volerne sapere di tornare ma nel frattempo il ragazzo impara a conoscere le tre sorelle che lo ospitano e la bellissima Rebecca, padrona di una casa d’appuntamenti.

Dalle parole di Teresa Radice e dalle illustrazioni di Stefano Turconi prende vita una storia delicata e avvincente che ha tutto il fascino delle avventure ottocentesche.

In un mosaico fitto di citazioni letterarie, musicali, cinematografiche, tra l’Isola del Tesoro di Stevenson e Master and Commander di Patrick O’Brien, tra versi di Blake, Coleridge, Wordsworth e vecchie canzoni marinaresche, tra rimandi biblici e leggende popolari, la storia di Abel cattura fin da subito, con la potenza emotiva di una fiaba avventurosa d’altri tempi.

Una storia che tocca corde profonde e sensibili e che lascia commossi e frastornati.

Una galleria di personaggi incredibilmente vivi, veri, indimenticabili come la bellissima Rebecca, con le sue ragazze e la sua chioma rossa, o Nathan, con la sua solitudine e la sua forza.

Una storia di vera bellezza, che ben si incarna nel tratto semplice ed efficacissimo dei disegni a matita, non inchiostrati, ricchissimi di dettagli e particolari.

Molto bella anche l’edizione di Bao Publishing, cartonata rigida, rilegata proprio come un vecchio libro d’avventure.

Un fumetto decisamente insolito, non una storia per ragazzi, non una graphic novel, forse un misto di entrambe, sicuramente una lettura consigliatissima.

Teresa Radice, Stefano Turconi, Il porto proibito, Bao Publishing 2015

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Questo esce il 28 aprile, ossia la prossima settimana.

Resta da capire come sia possibile che, pur passando l’esistenza a guardare trailer, cercare film e altre amenità a tema, io non mi sia assolutamente accorta del fatto che Gus Van Sant stesse facendo un film con Matthew McConaughey e Naomi Watts.

Un film che, tra l’altro, ha partecipato a Cannes 2015.

Boh, ogni tanto vengo rapita dagli alieni.

Resta anche da capire in quale lingua The Sea of Trees voglia dire La foresta dei sogni.

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I premi Nobel sono quella cosa su cui la proprietaria del blog è molto ignorante.

Anche limitandomi solo a quelli per la letteratura, io ci provo tutti gli anni a seguirli in modo sensato ma inevitabilmente esce fuori un nome che non ho mai sentito.

Morale che ne ho letti molto pochi e in ogni caso post premio.

Non fa eccezione quello del 2015 a Svetlana Aleksievič, autrice bielorussa, considerata una delle maggiori giornaliste e scrittrici contemporanee.

Ho spulciato i suoi titoli – pubblicati in Italia da edizioni e/o – e ho scelto Preghiera per Černobyl’, uscito per la prima volta nel 1997 e edito in Italia nel 2002.

Ho scelto questo perché probabilmente tra gli argomenti che affronta nei suoi libri, è quello con cui mi pareva di avere maggior dimestichezza. Perché di Černobyl’ mi ricordo anch’io. Ero piccola ma ricordo i miei che ne parlavano. Oltre ovviamente ad una parte di ricordi indotti da quello che si sente dire, si legge, periodicamente viene ricordato, magari strumentalizzando e stigmatizzando il tutto in sede di discussione pro o contro il nucleare.

Pensavo di sapere qualcosa di Černobyl’.

La realtà è che non sapevo niente di niente.

Certo, le macro tappe del disastro sono note a tutti e la sua ricostruzione sommaria si può trovare ovunque in rete.

La scarsa preparazione tecnica a monte. La rapida diffusione delle radiazioni. Danni trasmessi alle generazioni future. Malformazioni, tumori, cibo contaminato, pioggia radioattiva e l’insalata che era meglio non mangiare, anche da noi. E i rischi troppo alti. E via così, insomma.

Verità, certo. Ma una verità che è una parte infinitesimale di una realtà di cui si sa poco o niente. Di cui non si è parlato e non si parla.

Il disastro fa notizia. La paura immediata di conseguenze punta i riflettori sullo scenario della catastrofe quel tanto che basta a rassicurare le coscienze di essere sufficientemente lontani. Come per Fukushima, nel 2011. (Tra l’altro la nuova edizione di questo libro ha una nuova introduzione dell’autrice scritta dopo Fukushima).

Poi tutto rientra nella normalità.

Preghiera per Černobyl’ è una raccolta di testimonianze di coloro che hanno vissuto il disastro in prima persona.

A dieci anni di distanza dall’incidente del reattore 4, la Aleksievič ha viaggiato in lungo e in largo per quei luoghi raccogliendo ricordi, stralci di esistenze, impressioni, emozioni, dati.

E quello che emerge è qualcosa che mi ha colto impreparata.

Perché c’è il disastro, certo, in primo piano.

Ma alle sue spalle prende vita e forma il quadro di un paese e di un contesto storico-sociale che per certi versi amplifica le proporzioni della catastrofe.

E’ una mentalità radicatamente sovietica, quella che (non)elabora Černobyl’. E’ un popolo votato al bene comune, all’obbedienza e al sacrificio, quello che affronta le conseguenze di qualcosa che non sa capire.

Le autorità da un lato non erano preparate tecnicamente ad affrontare l’incidente, dall’altro, anche avendo i mezzi, anteponevano sempre e comunque l’immagine del regime alla sicurezza delle persone.

Per dire, non si potevano diffondere i reali dati di contaminazione perché si sarebbe scatenato il panico. Il popolo andava rassicurato.

E così i soldati, il personale, i liquidatori, reclutati nell’immediato per cercare di limitare i danni.

I primi pompieri ad essere chiamati a spegnere l’incendio sul tetto del reattore son stati chiamati come per un normale incendio. Non è stato dato loro nulla per proteggersi (anche se non sarebbe comunque servito).

Le autorità organizzavano le missioni ragionando in termine di elementi sacrificabili. Si calcolava quante vite sarebbe costato andare a lavare o interrare una zona.

A un certo punto si è profilato il pericolo di un’esplosione atomica e l’esigenza, per scongiurarla, di svuotare il serbatoio d’acqua sotto il reattore; se la massa fusa di uranio e grafite fosse sprofondata nell’acqua si sarebbe innescata una reazione di fissione incontrollata. Ci sarebbe stata un’esplosione da tre a cinque megaton. Non solo Kiev e Minsk sarebbero state ridotte a un deserto senza vita, ma gran parte dell’Europa sarebbe diventata inabitabile.

Han cercato dei volontari che si immergessero nel serbatoio per azionare la valvola di svuotamento. Li han trovati subito. Nessuno sa nulla di loro. Nessuno ricorda i loro nomi.

E l’insensatezza delle operazioni per cercare di rimediare a qualcosa di irrimediabile. Per dare ed avere l’illusione del controllo. Di poter fare qualcosa.

Le case e le strade lavate. La profilassi a base di ioduro di potassio. L’interramento di interi villaggi.

Sotterravamo la foresta. Segavamo gli alberi in pezzi da un metro e mezzo, li impacchettavamo in fogli di plastica e li seppellivamo in fosse.

E le persone.

Una popolazione contadina, reduce dalla guerra. Abituata al regime. Abituata ad avere paura di un nemico armato. Abituata all’idea di patire la fame. Ecco, questa popolazione non la capiva l’evacuazione. Soprattutto le persone anziane, non capivano perché mai, di punto in bianco non potessero mangiare la roba che nel loro orto cresceva così bene. Loro non la vedevano questa radiazione, non faceva loro paura. Avevano lavorato i loro campi, non volevano lasciare tutto in malora.

Chi ci è riuscito, si è opposto all’evacuazione.

Molti di coloro che sono stati evacuati a forza, sono ritornati dopo poco tempo alle loro case – se non erano state distrutte – perché non avevano altro posto dove andare.

Vastissime aree della zona contaminata sono attualmente abitate.

Queste persone ricordano gli orrori della guerra – e non stiamo parlando solo del fantasma della seconda guerra mondiale ma anche di tutta una serie di conflitti seguiti al disfacimento dell’URSS dei quali si sa poco o niente.

Queste persone non riescono a percepire Černobyl’ come un pericolo. Anzi. Vivono nelle zone evacuate e sperimentano per la prima volta una libertà e una sicurezza che non conoscevano. Hanno cibo in abbondanza e nessuno che venga a dir loro cosa fare o non fare.

E anche per chi invece cerca di comprenderla, Černobyl’, il percorso è tutt’altro che semplice.

Perché Černobyl’ è stata l’apocalisse della coscienza sovietica. Era qualcosa che nessuno, in nessuna parte del mondo, era pronto a capire, e meno che mai il popolo cui è toccata.

E’ stato il disastro di ideali politici, scientifici, storici. E’ stato un tassello importantissimo nella disgregazione dell’identità sovietica.

E’ stato il catalizzatore di una miscela di inadeguatezza tecnica, istituzionale ma anche (soprattutto) psicologica ed emotiva.

Il popolo di Černobyl’ è un mondo a parte per tante ragioni. E’ la vittima di un sacrificio insensato e forse impossibile da capire fino in fondo.

Preghiera per Černobyl’ ha una costruzione perfetta e impeccabile.

E’ un frammento di una realtà sconosciuta riportato a noi grezzo e spogliato da false retoriche.

E’ un coro di voci dal passato – il 26 aprile di quest’anno saranno trent’anni. Ma forse anche dal futuro.

Noi ci preparavamo alla guerra, alla guerra nucleare, costruivamo rifugi antiatomici. Pensavamo di trovare riparo dall’atomo come ci si protegge dalle schegge di un obice. Ma questo è dappertutto…Nel pane, nel sale…Respiriamo la radiazione, mangiamo la radiazione…Ero arrivato a concepire che pane e sale potessero anche mancare del tutto, e che si potesse arrivare a mangiare qualsiasi cosa, addirittura a far bollire una cintura, per sentirne l’odore, per cibarsi del suo odore. Ma questo no…E’ tutto quanto avvelenato? L’importante adesso è capire come continuare a vivere.

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E anche quest’anno ci siamo.

Qui c’è il programma.

E questo è il film d’apertura.

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Era tanto che non rimanevo così irreversibilmente folgorata da un pezzo degli Editors.

Sto facendo rituali propiziatori perché tutto l’album sia di pari livello.

 

 

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Diciamolo subito. Youth è un film tutt’altro che perfetto. E’ un film che ha un sacco di difetti, alcuni anche macroscopici. Eppure è un film bellissimo. Di una bellezza prepotente che si impone su tutte le pecche e che neanche la più scontata delle banalità riesce a scalfire.

Per certi versi Youth è una sorta di seguito ideale de La grande bellezza. E’ come se fosse La grande bellezza all’ennesima potenza.

Ancora. E’ Sorrentino stesso ad essere all’ennesima potenza. E’ tanto, forse anche troppo, se stesso. E’ un po’ come se stesse cercando il limite, come se volesse vedere fin dove può spingersi con le sue ossessioni, con l’amplificazione del suo modo di girare.

I campi lunghi e le inquadrature fisse che creano l’equivalente di fotografie viventi. L’estetica portata all’estremo con la costruzione maniacale di ogni singolo dettaglio. L’ossessione per il corpo con i nudi sicuramente non volgari ma a volte un po’ estemporanei. Una bellezza artificiale e ultraricercata che vuole essere struggente a tutti i costi, che esige la totalità. Una grande bellezza davvero. Enorme.

E’ anche un film molto pretenzioso, questa Giovinezza. A partire dal titolo ambiguo che di fatto non viene davvero motivato ma apre alla più ampia molteplicità possibile di significati oltre all’ovvio contrasto con la condizione dei protagonisti.

Sullo sfondo di un lussuosissimo albergo nelle Alpi si intrecciano scorci di esistenze che nulla paiono avere in comune se non l’esigenza di ritirarsi momentaneamente dalla vita.

I residenti della struttura sono tutte persone ricche, più o meno di successo. Tutte in pausa, per così dire. O al termine della propria carriera o in un momento di svolta, o temporaneamente in cerca di nuove energie per ripartire.

Attori, modelle, sportivi. Non c’è niente che li lega, se non il fatto di essere lì.

Fred Ballinger e Mick Boyle sono amici da tutta la vita. Fred (Michael Caine) è un direttore d’orchestra e compositore ormai ritiratosi mentre Mick (Harvey Keitel) è un regista alle prese con la sceneggiatura di quello che dovrebbe essere il suo film-testamento.

La figlia di Fred, Lena (Rachel Weisz) è sposata al figlio di Mick e si occupa di gestire gli interessi e gli strascichi residui della vita professionale del padre.

E poi c’è Jimmy Tree (Paul Dano), un attore che cerca il senso del nuovo ruolo che dovrà interpretare.

E Maradona (o il suo fantasma).

E un monaco buddista che dovrebbe saper levitare.

Il ritmo delle giornate è quello di Fred e Mick, la voce quella dei loro dialoghi stanchi e familiari allo stesso tempo. Dialoghi di miserie quotidiane e di grandi verità buttate lì in modo troppo ostentatamente casuale per risultare davvero efficaci ma che comunque non riescono a stonare.

Una continua, ininterrotta riflessione sull’esistenza e sull’arte che presenta diversi punti deboli – perché ci sono passaggi che, si intuisce, si vorrebbero memorabili ma, di fatto, non sono nulla di nuovo – e che tuttavia coinvolge, e avvolge con la delicata e forse ingenua malinconia di chi ha fatto tutto e forse non ha fatto niente. Con l’umanità immediata di grandi personaggi che non sono altro che piccoli uomini e ai quali, per questo, si perdona anche la banalità.

Molta riflessione del cinema su se stesso. E se è vero che il cinema che si autoanalizza è cosa già vista in tutte le salse, fa comunque uno strano effetto presentata da un regista italiano che sembra a tratti prendere in prestito problematiche non proprie. Moltissime citazioni. Riferimenti incrociati e a più livelli – dalla scena esplicita della galleria di donne dirette da Mick che simboleggia, omaggia e riassume quasi un secolo di film, ai riferimenti più o meno sottili disseminati tra inquadrature o accenni di personaggi. Un po’ Birdman con la dicotomia celebrità commerciale vs celebrità intellettuale. E la realizzazione personale che vaga nel mezzo e non si sa dove collocarla.

E una Jane Fonda decadente e maestosa che pare incarnare in un certo senso una nuova Marchesa du Merteuil.

E le emozioni, che forse sì, sono sopravvalutate, ma in definitiva sono tutto quello che abbiamo.

E i silenzi.

E i ricordi.

E quello che si nasconde in tutte le cose non dette.

E i gesti fraintesi da tutta la vita.

E le lacrime che ho versato.

E una trama solida e impietosa, che avanza inesorabile, offre ribaltamenti e cambi di prospettiva e mette in luce una relatività assoluta.

Cast strepitoso nel suo insieme con un Micheal Caine immenso.

Un po’ di amarezza per Sorrentino che esce sconfitto da Cannes anche se, onestamente, non saprei dire se a torto o a ragione, perché quest’anno ho seguito veramente poco dei film in concorso.

Da vedere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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SET DEL FILM "LA GIOVINEZZA" DI PAOLO SORRENTINO. NELLA FOTO  PAUL DANO E EMILIA JONES. FOTO DI GIANNI FIORITO

SET DEL FILM "LA GIOVINEZZA" DI PAOLO SORRENTINO. NELLA FOTO MICHAEL CAINE E  HARVEY KEITEL. FOTO DI GIANNI FIORITO

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SET DEL FILM "LA GIOVINEZZA" DI PAOLO SORRENTINO. FOTO DI GIANNI FIORITO

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Come da tradizione, il bottino di quest’anno al Salone del Libro.

E con questi

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la famiglia Nothomb è finalmente al completo, con grande giubilo mio e anche dei ragazzi dello stand di Voland Edizioni, nonché della stessa Daniela Di Sora, tutti adorabilmente entusiasti e gentili.

Poi.

Altra tappa di rito allo stand Lindau.

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Rigorosamente per la collana di cinema. Devo decidermi a stamparmi un elenco di tutti quelli che ho già perché ogni anno mi trovo sempre con qualcosa per le mani e il dubbio atroce di averlo già comprato.

Poi.

Un po’ di miscellanea.

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Sì. Mi sono di nuovo fatta fregare da Anne Rice. E quest’anno non ho neanche la scusa di essere appena stata a New Orleans. E’ che non mi puoi spiattellare Lestat in copertina così impunemente. E’ fisiologico che io lo compri. Che poi non so neanche quando lo leggerò perché ormai non riesco più a entrare in quel mondo come facevo anni fa. Però Lestat è Lestat e intanto sta lì e mi guarda dalla pila pericolante.

E ancora. Sì. Quelli in alto a sinistra sono due cofanetti con la serie completa di Lady Oscar. E’ rarissimo che mi metta a comprare cose che non siano libri al salone del libro ma, capiamoci, Lady Oscar è ancora più ineludibile di Lestat, quanto meno per una questione di anzianità. E poi, a rigore, non l’ho neanche comprato, visto che è stato un regalo di compleanno anticipato. 😛

E questo penso che lo divorerò senza indugio alcuno perché lì dentro mi ci ritrovo ancora che è un piacere.

E se comincio ancora una frase con e penso che si materializzerà qui il mio vecchio prof. di italiano del liceo per uccidermi.

Nuovo libro di Benni, fresco fresco di uscita. Anche quest’anno c’era lui lì al salone per presentazione e firme ma non sono riuscita ad andare.

Sono estremamente soddisfatta di aver trovato il libro di Costa, che era un po’ che lo cercavo e non riuscivo a procurarmelo. E provo un moto di sconclusionato orgoglio per Un tram che si chiama desiderio. Che non ha nessun senso, lo so, ma ho un rapporto viscerale con questa piéce e mi causa picchi emotivi incontrollati.

Finale con Paolo Barbieri, che è sempre cosa buona e giusta.

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Sto praticamente morendo sulle Fiabe Immortali. Adoro.

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E lo so, è l’ennesimo remake. E non se ne sentiva il bisogno e nessuno ha più idee e riciclano tutto etc., etc.

Però mi ispira. Che ci devo fare, ognuno ha le sue debolezze. Datemi case infestate, ripostigli sinistri e roba che si sposta da sola in giro qua e là e io son già lì pronta in prima fila. Aggiungeteci anche un pupazzo clown e bon, son bell’e fregata.

In uscita il 23 luglio.

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