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Archive for the ‘Il catino di zinco’ Category

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Io detesto con tutta me stessa i siti, i socialcosi, qualunque cosa siano non importa, che ti chiedono per mesi se vuoi un aggiornamento o un upgrade e se tu gli dici ripetutamente di no o proprio non li caghi, dopo un po’ te lo fanno lo stesso. Ma vaffanculo. E’ una cosa che capita più o meno ovunque e, al di là dei posti dove questa cosa ha senso per ragioni di software, in molti casi è proprio solo un’esigenza del sito stesso. E se questo può ancora lasciarmi indifferente quando non cambia sostanzialmente granché nel risultato, quando invece, dopo l’aggiornamento, saltano fuori problemi di cui non si sospettava neanche l’esistenza, ecco, allora mi girano proprio i coglioni. E’ una delle poche cose che mina seriamente i miei buoni rapporti col web. Sì, WordPress, sto parlando proprio di te. Ma d’altronde cominciavo quasi a pensare che fossi immune da queste dinamiche.

Poi. Niente, in queste settimane non c’è verso che riesca a postare qualcosa di quello che mi programmo. Salta fuori altra roba all’ultimo, alcune cose si fanno più urgenti.

Tipo questo libro. Io so di amare moltissimo la scrittura di Margaret Mazzantini, ma è incredibile come ogni volta che riprendo qualcosa di suo dopo un po’ di tempo, io rimanga nuovamente affascinata e folgorata dal suo stile. L’adoro, davvero.

Con Il catino di zinco (1994) poi, oltre a quello stilistico, c’è ancora un altro aspetto notevole, da prendere in considerazione. Quello più prettamente linguistico del dialetto. O meglio, non il dialetto vero e proprio trascritto e in qualche modo codificato, ma il dialetto che lascia tracce nella parlata e nella lingua di tutti i giorni. Un’ombra di inflessione, un’espressione che suona strana se si viene da fuori. Modi di dire. E un’aderenza alla materialità minuscola e quotidiana che solo i dialetti locali riescono ad avere.

Libro d’esordio di Margaret, Il catino di zinco è lo struggente ritratto di una donna d’altri tempi, svelato attraverso le parole della nipote.

Prende così forma una sorta di piccola saga familiare, nella quale le figure di spicco sono prevalentemente femminili, forti e sole.

Antenora entra in scena con la sua morte. Prima ancora è nonna, burbera ma vitale ed energica, prima ancora era figlia lei stessa, intraprendente, prediletta del padre. E poi affronta quel compito ingrato di essere madre in tempo di guerra.

Ci sono i ricordi, gli scorci di vite passate che si intrecciano apparentemente senza un filo logico. Ci sono le tracce infinite e a volte impercettibili che queste vite hanno lasciato attraverso il tempo. C’è il sapore di squarci di Italia così vicini da poter essere ancora ricordati in prima persona. C’è una comunanza di gesti e tradizioni nella quale è impossibile non rispecchiarsi.

C’è la prepotente fisicità del ricordo di Antenora. Non matriarca idealizzata sull’alto del piedistallo conferitole dalla morte, ma donna di carne, concreta nella ruvidezza del suo corpo. Ci sono gli odori. Umani. Bestiali. Impronta ormai scomoda e relegata alla sconvenienza che testimonia tuttavia quello che in realtà siamo.

E c’è un amore infinito. Anche nella cattiveria. Anche nella miseria dell’umiliazione rappresentata dall’ultima tappa dell’esistenza.

C’è una vita intera e c’è l’intera vita.

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