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Archive for the ‘Gli dei di pietra’ Category

Ci sono libri che richiedono coraggio. Per leggerli e per scriverli.

Ci sono libri che scavano in profondità. E lo fanno a tradimento.

Il guaio di un libro è che scopri cosa contiene solo quando è troppo tardi.

E’ vero. Anche se ovviamente non nel senso in cui intendeva Mrs Winterson. Ti rendi conto di dove ti hanno portato solo quando sei già troppo a fondo per tornare indietro.

Ci sono libri che mordono, tagliano, divorano.

Perché essere felice… è un libro autobiografico. L’autobiografia è un terreno estremamente insidioso e in genere sono piuttosto diffidente. Nella maggior parte dei casi finisce col prevalere una fastidiosa auto-celebrazione/commiserazione e il tutto si risolve in un gratuito esercizio di gratificazione del proprio ego. Scrivere di sé e difficile e nel migliore dei casi il risultato non è interessante.

Per fortuna ogni tanto ci si deve ricredere.

In questo caso la narrazione della vicenda autobiografica è, in un certo modo, la naturale conclusione – forse l’unica conclusione possibile – di quel percorso le cui tappe sono costituite dai libri che l’hanno preceduta. Una delle caratteristiche delle opere di Jeanette Winterson è sempre stata la profonda commistione tra narrazione e vissuto. A partire proprio da Non ci sono solo le arance l’elemento autobiografico è sempre stato presente. Trasfigurato. Nascosto più o meno in profondità, ma c’è sempre stato. E’ un tratto distintivo e al tempo stesso è uno degli aspetti che me l’hanno sempre fatta amare moltissimo: la capacità di parlare di sentimenti (personali e non) senza essere sentimentale. La capacità di tenersi in equilibrio e non cadere mai nel patetico anche narrando della più profonda disperazione. Scritto sul corpo è un capolavoro da questo punto di vista. Un libro d’amore che non ha nessuno dei cliché delle storie d’amore. Scritto sul corpo è un capolavoro in assoluto ma questo è ancora un altro discorso e sto divagando.

La madre. Quella adottiva e quella biologica. L’Abbandono e il Rifiuto. Quelli raccontati e quelli vissuti in prima persona. La capacità/possibilità di amare/essere amati. La follia. Il perdono. L’elaborazione della perdita. La “perduta perdita”.

Perché è la perdita la misura dell’amore?  

E’ come se ogni libro fosse stato un passo che ha condotto a questo. Alla capacità di raccontare finalmente l’esperienza vissuta senza l’intermediazione di vicende inventate.

Un sì a quello che sei stata, il che significa venire a patti con l’antefatto.

Perché essere felice… è un libro di una sincerità dolorosa. Non c’è ostentazione. Non c’è autocompiacimento. Non c’è autocommiserazione. C’è anzi molta ironia. Anche se più amara di quanto non fosse in precedenza. JW ha scritto prima di tutto per se stessa. Non viene concesso alcun pensiero al lettore.

E’ un libro scritto per salvarsi.

E’ un libro vero. Suona banale ma non so come altro dirlo. E’ uno di quei libri che ti costringono a guardarti in faccia e a farti delle domande. Delle domande scomode.

Ogni cosa porta per sempre in sé l’impronta di ciò che è stato prima.

Tutti abbiamo un passato. Tutti abbiamo qualcosa di sepolto con cui prima o poi dovremo fare i conti. Tutti abbiamo i nostri fantasmi e i nostri mostri.

Il lieto fine è solo una pausa. Ci sono tre varianti di gran finale: Vendetta, Tragedia, Perdono. La Vendetta e la Tragedia sono contestuali. Il perdono redime il passato. Il perdono sblocca il futuro.

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