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Archive for the ‘J.G. Ballard’ Category

Altro post cumulativo dal TFF, questa volta davvero l’ultimo.

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High-Rise. Regia di Ben Wheatley. Gran Bretagna.

Tratto da Condominium (1975) di J.G. Ballard.

Io ho un non-rapporto conflittuale con Ballard. Non ho mai letto nulla di suo. Ho visto solo la trasposizione di Crash di Cronenberg e l’ho odiata. Mi sono documentata sul romanzo e l’ho comprato ma non ho ancora avuto il coraggio di leggerlo. Non so, ho una specie di blocco.

Per aggirare la cosa ho comprato Il condominio perché la trama mi attirava moltissimo ma poi non ho ancora letto neanche quello.

Di nuovo. Non so. E’ un autore che mi attira e mi inquieta allo stesso tempo. Probabile anche che questo tipo di reazione fosse nelle sue intenzioni. Cioè, non nei miei confronti in particolare, ecco.

Ad ogni modo, non potevo fare a meno di vedere questo film. Anche solo per il cast. Tom Hiddleston, Jeremy Irons, Sienna Miller, Luke Evans.

Distopico. A partire dagli anni Settanta, quindi un ipotetico futuro come potevano immaginarselo da quella prospettiva, quindi un futuro molto anni Settanta. Un giovane rampante trova alloggio in un lussuoso condominio. Una struttura all’avanguardia e autosufficiente. Fornita di tutto il necessario per creare un microcosmo a sé stante. E una vera e propria società che si sviluppa verticalmente, con ogni piano che corrisponde ad un livello gerarchico. Una scala sociale in senso letterale. E un enigmatico architetto in cima.

Tutto molto interessante, surreale e grottesco. Non so dire quanto fedele negli avvenimenti ma mi par di intuire che lo sia abbastanza nell’approccio.

Non male ma secondo me, data l’idea di partenza e il cast, poteva venire un po’ meglio. A tratti è un po’ dispersivo. Visivamente accattivante ma in certi momenti si arena un po’. Comunque da vedere. Ovviamente in Italia non arriva. Mi sto esprimendo come un navigatore satellitare.

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Brooklyn. Regia di John Crowley (Boy A), tratto dal romanzo omonimo di Colm Tòibìn, sceneggiato da Nick Hornby.

Eillis abbandona l’Irlanda, un piccolo paesino e l’assenza di prospettive, in cerca di un futuro migliore in America. Il dolore dello sradicamento e della solitudine lasciano gradualmente il posto ad una nuova sicurezza e alla nascita di nuovi affetti e nuovi legami fin quando un lutto improvviso richiama la ragazza nel paese natale. Un paese che improvvisamente sembra volerle offrire tutto quello che prima le aveva negato.

Una storia di radici e di un’identità divisa in due. Una storia di emigrazione, di solitudine ma anche una storia delicatamente umana. Niente toni melodrammatici, niente enfasi eroiche. Realtà che si scontrano e scelte che non lasciano spazio a compromessi.

Gradevole e garbato. A tratti anche sinceramente spassoso – la figura della padrona della pensione è riuscitissima.

Molto brava Saoirse Ronan nel ruolo della protagonista che, peraltro, ha ricevuto anche la nomination ai Globes 2016 come miglior attrice in un film drammatico.

In Italia arriva il 4 febbraio.

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The Day of the Triffids. (1962). In italiano uscì come L’invasione dei mostri verdi (il vizietto della storpiatura dei titoli è vecchio). Regia di Steve Sekely. Tratto dall’omonimo romanzo di John Wyndham, del 1951.

Poche cose eguagliano la soddisfazione di un vecchio film di fantascienza visto al cinema alle 9 del mattino.

Come al solito avrei voluto inserirmi più classici in programma ma alla fine son riuscita a farcene stare soltanto due.

L’umanità assiste affascinata ad una pioggia di meteoriti. Il giorno dopo, tutti sono diventati ciechi, tranne coloro che, per qualche ragione, la notte precedente non avevano guardato il cielo. Parallelamente, si assiste ad un improvviso e abnorme sviluppo dei trifidi, piante carnivore e in grado di spostarsi sul terreno.

Al centro della vicenda, un gruppo di sopravvissuti, ciascuno proveniente da una storia diversa, che fronteggerà la catastrofe in cerca di una soluzione.

Un classico della fantascienza di serie B.

Bellissimo. Anche nell’ingenuità e al tempo stesso nella lungimiranza del modo di rendere la dimensione distopica di un mondo privato della vista.

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Westworld. (1973). Primo esperimento di regia per Michael Crichton. In Italia uscì col titolo Il mondo dei robot.

Bellissimo. Un altro grande classico del genere.

La vacanza del futuro è arrivata. Siamo nel futuristico anno 2000 e Delos è un gigantesco parco a tema che offre ai suoi clienti emozioni al di là di ogni immaginazione. Si può scegliere tra la ricostruzione di tre periodi storici, il Medioevo, l’antica Roma e il vecchio West. Ognuno di questi mondi è popolato da robot di sembianze umane programmati per assecondare lo sfogo di qualsiasi fantasia degli ospiti, di qualunque natura essa sia. I robot possono anche essere uccisi, le pistole che vengono date in dotazione sono vere e i robot sono fatti per sanguinare e reagire come esseri umani.

Peter (Richard Benjamin) e John (James Brolin – che è il papà di Josh, come ho realizzato dopo aver passato mezz’ora a rimuginare sul fatto che i conti dell’età di Josh Brolin non mi tornavano se era già in questo film) scelgono Westworld.

Ad un certo punto, però, qualcosa comincia ad andare storto. Capita qualche incidente. Le macchine sembrano non funzionare bene. Gradualmente si capisce che le macchine non rispondono più e non fanno più ciò per cui erano state programmate.

Memorabile Yul Brynner nel ruolo del pistolero robot che da la caccia ai due protagonisti.

Pare che per il 2016 sia prevista una serie tv ispirata a questo film. Il titolo sarà sempre Westworld  nel cast ci sono anche Ed Harris e Anthony Hopkins.

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