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Archive for the ‘Gay Marriage’ Category

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E sarei sempre pronta a prendermi la Garbo. Perché no? Una persona dovrebbe poter sposare uomini o donne o…stammi a sentire, se tu venissi a dirmi che vuoi metterti con un cavallo da corsa rispetterei il tuo sentimento. No, parlo sul serio. L’amore dovrebbe essere libero. Ne sono profondamente convinta; adesso che ho un’idea abbastanza chiara di quello che è.

Queste sono parole che Truman Capote fa dire alla sua Holly Golightly.

Siamo nel 1958, l’anno della pubblicazione di Colazione da Tiffany.

Tre anni dopo, nel 1961, Blake Edwards dirigerà il film omonimo, interpretato da Audrey Hepburn e George Peppard.

Ed è innegabile che sia stata l’interpretazione della Hepburn a rendere immortale e conosciutissimo il personaggio di Holly Golightly.

Però.

Ora, senza nulla togliere né al film – che è adorabile ed è un classico – né tanto meno all’interpretazione di Audrey Hepburn – che è fenomenale – resta il fatto che parlare del libro e parlare del film vuol dire far due mestieri diversi.

Del film parlerò magari meglio più avanti, dedicandogli un post tutto per lui – anche perché adesso è parecchio che non lo rivedo e devo rinfrescarmi la memoria sui dettagli – ma il punto è che la storia della Holly cinematografica è solo liberamente ispirata a quella del libro. E aggiungerei molto liberamente.

Il film ha preso spunto dal testo di Capote ma poi è andato per la sua strada, dando vita ad una commedia romantica delicata, piena di sogni e assolutamente politically correct.

Il libro di Capote, ad essere onesti, di romantico ha ben poco.

I personaggi che vi si affacciano sono esponenti di un’umanità variegata che però si porta appiccicato addosso un retrogusto di decadenza dal quale è difficile prescindere.

E Holly…Holly Golightly è il centro di tutto. Il fulcro della storia, il punto di convergenza di queste esistenze disparate.

La vera Holly è una prostituta? Forse. Forse non nell’accezione tradizionale, ma il suo comportamento lascia poco spazio all’immaginazione.

La vera Holly è dura e bugiarda.

La vera Holly ha capelli corti e multicolori, rossi, gialli, platino.

La vera Holly si porta dietro un passato che non racconta per intero neanche a se stessa e un dolore che non è capace di affrontare.

La vera Holly è in fuga. Probabilmente da se stessa. E non rinuncia ad andarsene per ritrovare il gatto sotto la pioggia.

La vera Holly è crudele nel modo inconsapevole e amorale in cui sono crudeli i bambini o la stessa esistenza. E lo è perché non può essere diversamente. Perché deve difendersi.

Colazione da Tiffany è un libriccino piccolo piccolo, quasi un racconto lungo, più che un romanzo vero e proprio, ma offre lo spaccato di un’America che cerca di soffocare, con la sua chiassosa allegria, l’orrore incombente di una guerra che non si riesce a ignorare, anche se è lontana.

Holly prende vita attraverso le parole del narratore, uno scrittore che instaura con lei un rapporto amicizia e complicità. Non è una storia d’amore, quella di Colazione da Tiffany, ed è ipotizzabile che questo sia legato all’implicita omosessualità del narratore.

Colazione da Tiffany è divertente, commovente, spietato. E’ un faro illuminante che ricorda quanto Capote fosse oltre il suo stesso tempo.

E’ un piccolo capolavoro dalla potenza dirompente.

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Qui info e dettagli.

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Come dicevo l’altro giorno, quest’anno non sono riuscita a seguire molto Cannes, ma questo non ha impedito al festival di giungere a conclusione.

I vincitori:

Palma d’Oro al miglior film: La Vie d’Adèle – Abdellatif Kechiche

Premio assegnato, in via del tutto eccezionale per volontà della giuria presieduta da S. Spielberg, sia al regista, sia alle due attrici protagoniste, Adèle Exarchopoulos e Lèa Seydoux.

Grand Prix Speciale della Giuria: Inside Llewyn Davis – Fratelli Coen

Prix d’interprétation féminine (migliore attrice): Bérénice Bejo – The Past

Prix d’interprétation masculine (miglior attore): Bruce Dern – Nebraska

Prix de la mise en scène (miglior regista): Amat Escalante per Heli

Prix du scénario (miglior sceneggiatore): Jia Zhang-ke – A Touch of Sin

Premio della giuria: Like Father Like Son – Hirokazu Kore-eda

Camera d’Or (miglior opera prima di tutte le sezioni): Ilo Ilo – Anthony Chen (Quinzaine)

Palma d’oro al miglior cortometraggio: Safe – Moon Byung-gon

Menzioni speciali: Whale Valley – Gudmundur Arnar Gudmundsson e Adriano Valerio – 37°4 S

Premi per la sezione Un Certain Regard:

Premio Un Certain Regard: The Missing Picture – Rithy Panh

Premio della Giuria: Omar – Hany Abu-assad

Premio per la regia: Alain Guiraudie per L’Inconnu du Lac

Premio A Certain Talent: al cast di La Jaula de Oro – Diego Quemada-Diez

Premio Avenir: Fruitvale Station – Ryan Coogler

Allora, La Vie d’Adèle e Inside Llewyn Davis devo assolutamente vederli, insieme a The Bling Ring e a Only God Forgives di cui parlavo la scorsa settimana.

La Vie d’Adèle, inoltre, è il primo film a tematica gay a vincere la Palma d’Oro e capita proprio a ridosso del sì del governo francese ai matrimoni gay.

Felice coincidenza? Segno del destino?

Tra l’altro, il film è liberamente ispirato al graphic novel Le Bleu est une couleur chaude di Julie Maroh.

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Il premio per la miglior sceneggiatura per A Touch of Sin è stato consegnato da Asia Argento che devo ancora capire perché se la sia presa tanto con i fotografi sul red carpet.

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Asia, tesoro, insomma, non si fa.

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