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Archive for the ‘M. Bello’ Category

Ricordavo che questo film mi era piaciuto la prima volta che lo avevo visto ma devo dire che rivedendolo la seconda volta l’ho apprezzato anche di più.

Il che di per sé è già un punto a suo favore: fa paura anche la seconda volta. E non è una caratteristica che si incontra spesso.

Le premesse fanno leva sull’essenziale. La paura del buio. E chi è che non ha avuto paura del buio almeno un paio di volte in vita sua? Nel buio può esserci di tutto. Nel buio c’è sicuramente qualcosa.

Qualcosa che ha tormentato Rebecca quando era bambina e che l’ha fatta andare via di casa appena ha potuto. Qualcosa che lei ha scelto di dimenticare e seppellire ma che l’ha resa una giovane donna poco incline a sbilanciarsi nei legami affettivi. Qualcosa che ora sta capitando al fratellino più piccolo, che vive ancora in casa con la madre. Una casa piena di angoli bui e porte chiuse. Una madre che ha smesso di prendere le sue medicine.

Diretto da David F. Sandberg – poi regista di Annabelle 2 – Creation – evoluzione di un cortometraggio per un totale di 80 minuti a budget non limitatissimo ma neanche troppo generoso, Lights Out è un film decisamente buono che si è rivelato senz’altro al di sopra delle aspettative.

L’impostazione ammicca un po’ al tradizionale teen horror, anche se qui siamo già oltre la fascia teenager, e ci sono innumerevoli richiami a diversi altri film più o meno recenti – The Ring e Babadook, per menzionare i due titoli che principalmente riporta alla mente seppur per motivi diversi – ma questo non risulta di intralcio per lo sviluppo di una storia solida e autonoma. Semplice anche, se vogliamo, ma ben centrata ed equilibrata dall’inizio alla fine.

La suspense c’è. La sequenza iniziale – che è poi quella del trailer – è effettivamente parecchio inquietante – e la figura nel buio è ben gestita e spaventosa in tutte le sue apparizioni. La trama è coerente e, anche se non è nuova, non è banale nel suo sviluppare parallelamente i piani di realtà. La commistione tra reale, psicologico e simbolico è ben bilanciata – i fantasmi sono nel buio o sono nella mente? fa più paura la sagoma nel buio o la malattia mentale? – e la depressione minaccia di bruciare ogni legame familiare e affettivo così come la figura nel buio rappresenta un pericolo per Rebecca e il sui fratellino.

Belli i personaggi, Rebecca (Teresa Palmer) in particolare. Nei panni della madre c’è Maria Bello, anche lei molto brava.

Per chi amasse questo genere di curiosità, la casa è la stessa usata per i due Ouija ed è effettivamente piuttosto riconoscibile come struttura.

In definitiva, breve, ben gestito, poche irrazionalità, pochi cliché, poco jumpscare ma una sana tensione e un’altrettanto sana paura del buio.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Haggis è un buon regista e un ottimo sceneggiatore e, cosa più importante, è capace di essere entrambe le cose contemporaneamente senza creare sbilanciamenti. Ricoprire due ruoli così primari nella creazione di un film comporta un rischio spesso sottovalutato. Un po’ come dirigere e interpretare insieme. O sei veramente bravo, o viene fuori una sbrodolata di ego.

Con Third Person Haggis ritorna a quello che gli è più congeniale e che fa emergere al meglio la sua capacità di fusione dei due ruoli. Ritorna alla struttura di Crash – Contatto fisico (Oscar come miglior film e miglior sceneggiatura originale nel 2006).

Storie parallele, totalmente scollegate, almeno in apparenza.

Punti di contatto che sembrano emergere in modo accidentale.

Vite che si intrecciano, si sovrappongono, si confondono.

E un quadro finale che prende vita e corpo solo negli ultimi perfetti istanti di rivelazione.

Ho amato moltissimo questo film.

E trovo irritanti e riduttivi i maldestri tentativi di riassumerne la trama che si trovano un po’ dappertutto sui siti di programmazione cinematografica e che riducono il tutto a qualcosa che suona un po’ tipo “tre storie d’amore che si intrecciano”.

No. Non è vero.

Non sono storie d’amore. C’è tanto in questo film, ma di amore ce n’è poco.

Ci sono relazioni. Relazioni che sono tutto tranne che espressione di amore.

Colpa, rimorso, rabbia, sogni spezzati.

Desideri di rivalsa e fantasmi a cui bisogna dare un nome perché se ne possa parlare. Posti da cui fuggire e nascondigli in cui rifugiarsi.

Sono storie di segreti, verità sepolte e ferite che continuano a sanguinare nel profondo delle viscere, dove nessuno può vederle, dove nessuno può immaginarle, vestite di un abito rosso firmato, celebrate da centinaia di rose bianche.

Sussurri che perseguitano attraverso lo spazio e il tempo e distanze che si annullano in finestre temporali destinate a cedere.

Guardami.

Tre città. Parigi, New York, Roma.

Ma la distanza geografica è solo un pretesto. Una cornice.

E questo direi anche che è un bene perché, se voglio proprio essere onesta, un piccola pecca questo film ce l’ha. E per quanto faccia ostinatamente finta di dimenticarmela – perché, davvero, ho adorato il film – rimane comunque lì, latente, ai margini del campo visivo, a disturbarmi la contemplazione dell’insieme. E la pecca è, manco a dirlo, Roma. Cioè, non Roma in sé, ci mancherebbe. Roma (e l’Italia) rappresentata come succede sempre quando veniamo rappresentati da qualche regista straniero. L’Italia ridotta a nient’altro che un triste stereotipo di superstizioni dozzinali, arretratezza e ignoranza bifolca. Il tutto peraltro perfettamente incarnato dal personaggio del barista burino interpretato da Scamarcio. Che però risulta persino esagerato. Per dire, neanche il peggio tamarro ignorante caprone del più remoto paesino dimenticato dalla storia avrebbe bisogno di un americano per sapere che la birra si beve fredda.

Segue momento di sconforto.

In definitiva la parte italiana si salva perché è italiana solo di ambientazione e, tolto un primo pezzo, coinvolgendo insieme ad Adrien Brody, il personaggio di una zingara, assume tratti piuttosto impersonali e tecnicamente riciclabili un po’ dovunque.

Però mentirei se dicessi che non ho patito questo scivolone un po’ meschino di Haggis. Una grezzata che non mi sarei aspettata da un regista del suo livello.

Ciò detto, il film rimane ottimo e la costruzione – impeccabile in ogni minuscolo dettaglio e in ogni più sottile sfumatura – culmina in un finale che amplifica la bellezza struggente di tutto l’insieme, perfetto quanto inaspettato.

Ogni particolare ha un preciso significato. Ogni storia può e deve essere raccontata. Ogni vita può essere una o infinite storie.

Cast di altissimo livello, con Liam Neeson e Olivia Wilde per la parte parigina, Mila Kunis, James Franco e Maria Bello a New York, Adrien Brody e Moran Atias a Roma. Piccola parte anche per Kim Basinger.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Avevo visto questo film in sala al tempo dell’uscita, nel 2005. E onestamente non saprei dire perché non lo abbia mai più rivisto da allora. Mi ci sono imbattuta un paio di settimane fa su Rai4 e sono rimasta piuttosto perplessa nel realizzare che era solo la mia seconda visione. Considerato che sono una discreta ossessiva delle visioni multiple e che questo film mi era piaciuto parecchio.

E piacerà anche a chi Cronenberg lo ama ma con riserva. A quelli che sì Cronenberg è bravo ma a volte esagera. A quelli che Cronenberg ok, però è troppo morboso.

Quello di History of Violence è un Cronenberg stilisticamente impeccabile e innegabilmente garbato nel presentare le sue ossessioni. Che ci sono. Ci sono eccome, anche se forse in veste, questo sì, meno morbosa.

Tratto da Una storia violenta, romanzo a fumetti di John Wagner e Vince Locke, il film racconta la storia di Tom, tranquillo padre di famiglia che un giorno viene coinvolto in una rapina, uccide gli aggressori e diventa una sorta di eroe locale. Il suo volto compare sui giornali e in televisione e, all’improvviso, si fanno vivi alcuni esponenti della malavita che sostengono che lui sia uno del loro ambiente, misteriosamente scomparso anni prima. Qualcuno con cui hanno dei conti in sospeso.

E’ vero? Non è vero?

Tom ha famiglia. Una bella moglie e un figlio. Modi quieti e pacati.

E una notevole prontezza nell’utilizzare un’arma in caso di aggressione.

E’ il problema dell’identità ad essere al centro di questa History of Violence. L’identità di Tom che rimane in sospeso fino all’ultimo in un equilibrio delicatissimo di indizi che spostano di continuo la prospettiva. Tom è chi dice di essere o è un perfetto sconosciuto per le persone che lo amano e vivono accanto a lui tutti i giorni? Tom è un estraneo per la sua famiglia o lo è anche per se stesso?

E poi la violenza. L’altra grande protagonista. Che sembra essere l’unica identità univoca che accomuna ed infetta ogni possibile versione della realtà americana. La violenza che sembra diventare l’unica chiave di lettura possibile della società americana – e, per estensione, occidentale – contemporanea.

L’ossessione per il passato che ritorna, qualunque esso sia.

L’impossibilità della fuga. Dal proprio passato ma soprattutto da se stessi.

Viggo Mortensen interpreta Tom e con lo sguardo sperduto e l’aspetto da onesto lavoratore della middle class conferisce al personaggio la giusta dose di credibilità e ambiguità.

Brava anche Maria Bello. Anche se di solito non amo molto questa attrice, la sua interpretazione dolce, ferita e arrabbiata costituisce un contrappunto perfetto per il ruolo di Mortensen, amplificandone le incoerenze e le ambivalenze. Facendo da cassa di risonanza per il dubbio e l’incertezza che si insinuano e crescono inarrestabili.

Nei panni dei cattivi abbiamo un ottimo Ed Harris, inquietante e glaciale, col volto sfigurato, e William Hurt, con un monologo finale da far venire la pelle d’oca.

Un film complesso, crudele, estremamente stratificato per quel che riguarda i livelli di significato.

Un Cronenberg perfetto, implacabile, chirurgico nel suo non concedere via di scampo a nessuno.

Cinematografo & Imdb.

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Prigionieri. Per fortuna senza sottotitoli o maldestri tentativi chiarificatori.

Prigionieri. Perché questo sono tutti i personaggi del film, dal primo all’ultimo. Lo sono le bambine, ovviamente. Ma anche le loro famiglie. Prigioniere di un dolore che non sono preparate ad affrontare. Lo è Keller (Hugh Jackman), padre di una delle bimbe, incastrato nel suo disperato bisogno di trovare una risposta. Lo è il detective Loki (Jake Gyllenhaal), che non può lasciar andare il caso. Lo è Alex (Paul Dano), in modi diversi e infidi, in una parte tutt’altro che semplice. E’ prigioniero il prete che affronta Loki, incapace di sfuggire alla gabbia delle sue psicosi. Lo è l’uomo nella cantina e lo è, forse più di tutti, la persona che vorrebbe invece rivestire il ruolo diametralmente opposto. Anche l’incapacità di lasciar andare il passato può diventare una prigione. L’impossibilità di accettare qualcosa, che sia il destino o che sia un errore commesso.

L’ottima struttura narrativa e la complessa costruzione della trama fanno di Prisoners un perfetto esempio di thriller investigativo. Molti gli elementi che vengono messi in gioco ma mai in modo casuale. Soprattutto, viene evitata ogni banalità e il quadro complessivo si intuisce veramente solo alla fine, assolutamente logico, mai arbitrario. Villeneuve si gioca bene gli elementi coinvolti e li gestisce sul filo dell’ambiguità fin dove fisicamente possibile. Niente va dove sembrerebbe ovvio che andasse. Niente è veramente quello che sembra.

Gran bella interpretazione sia per Gyllenhaal che per Jackman che formano un duo di rara bravura e forse in aria di possibile candidatura agli Oscar – la scena del loro primo colloquio, con HJ che sta per mettersi a piangere senza però farlo davvero, è veramente un capolavoro di espressività, con quegli occhi che si arrossano progressivamente – e, si presume, non artificialmente visto che la ripresa in quel momento è unica.

Gyllenhaal nei panni di Loki ricopre un ruolo difficile, solitario, a tratti anche doloroso (per la cronaca, io sono uscita dal cinema con quel tic agli occhi).

Spaccato di provincia americana e, forse, spaccato di America e dei suoi conflitti. Come nel richiamo – anche fin troppo esplicito in realtà, tanto da sembrare persino un po’ facile – all’abisso etico della tortura e al concetto di responsabilità morale insito in qualsiasi scelta si compia di fronte ad essa.

Grande umanità di tutti i personaggi e grande empatia suscitata nei loro confronti, indipendentemente da quali si scelga di salvare e quali di condannare. Anche i comportamenti più aberranti nascono da una radice profonda di sostanziale umanità che rende vaghi e lontani i confini non tanto di cosa sia giusto o sbagliato ma di cosa sia o non sia oltre ogni possibilità di redenzione. Non c’è nessun personaggio, per quanto negativo, le cui azioni non siano, non giustificabili, ma comprensibili e rese perfettamente nella loro complessità.

Davvero un bel film. Da vedere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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PRISONERS

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Mettere Stephen King su schermo è una di quelle cose che sono state fatte talmente tante volte da apparire persino ovvie. La realtà è che andare a pescare tra le storie del Re può rivelarsi una trappola bella e buona perché, se da un lato si ha la certezza di avere un materiale di partenza ricco e avvincente e una trama sviluppata, nella maggior parte dei casi, già quasi in modo cinematografico, d’altro canto se non c’è il supporto di un lavoro di sceneggiatura più che valido si rischia di perdersi in una miriade di dettagli che, se non sono scelti in modo oculato, risultano sconclusionati e fine e se stessi. O, peggio ancora (?) si rischia semplicemente di rendere il tutto mortalmente banale – che poi è un po’ quello che succede quando a scrivere le sceneggiature dei suoi libri ci si mette lo stesso zio Steve (che almeno uno ha la consolazione di constatare che a volte qualcosa viene male pure a lui – si veda, uno per tutti, Pet Sematary).

David Koepp prima che essere un regista è uno sceneggiatore (Carlito’s Way, Jurassic Park, La guerra dei mondi, Mission Impossible, Panic Room, tanto per dirne alcuni) e questo sicuramente ha deposto a favore dell’ottima riuscita della trasposizione.

Secret Window (2003) arriva da un racconto, Finestra segreta, giardino segreto,  contenuto nella raccolta Quattro dopo mezzanotte, del 1990. Siamo in quel filone kinghiano – che peraltro io amo moltissimo – che ha per protagonisti degli scrittori alle prese, in modo più o meno diretto, con i fantasmi del mestiere.

Non so bene come parlare della trama perché è molto a rischio spoiler.

Mort Rainey è uno scrittore affermato che sta attraversando un periodo di crisi a seguito della separazione dalla moglie. Si è da poco trasferito nella casa delle vacanze, un cottage piuttosto isolato sulle rive di un lago, e trascina le sue giornate in modo inconcludente tra un sonnellino e l’altro sul divano e poco convinti tentativi di rimettersi a scrivere.

Un giorno alla sua porta si presenta un inquietante individuo che lo accusa di aver rubato un suo racconto. Mort lo liquida sbrigativamente ma inutilmente.

Le accuse diventano più insistenti. Si trasformano in minacce e atti di intimidazione in quella che diventa una vera e propria persecuzione, mentre Mort cerca di districare la sua vita dagli strascichi di un divorzio che non riesce ad accettare, lo spettro di una precedente accusa di plagio (presumibilmente fondata) e – cosa più importante di tutte, una storia con un finale che deve essere assolutamente sistemato.

Johnny Depp – che qui ancora si meritava di esser stato nominato da Brando suo successore, prima di venire rapito dalla Perla Nera (che è dello stesso anno) – fantastico in un ruolo stralunato e un po’ surreale, nella sua vestaglia sgualcita e nei suoi abiti malconci che tiene su anche per dormire, perso in una dimensione di costante torpore, in un lungo sonnellino pomeridiano dal quale non riesce mai a svegliarsi del tutto. Realtà, sonno – ma non sogno. La storia che interferisce nella realtà fino ad essere essa stessa più reale di molte altre cose. La mente di uno scrittore, fertile ma non sempre controllabile. Fantasmi. Paure.

Horror nell’accezione più ampia e più inquietante del genere. Non il mostro sotto il letto o l’assassino fuori dalla porta. L’orrore che deriva dalle paure più profonde e più inconsce. Quelle che non confessiamo neppure a noi stessi. Quelle che si annidano nella parte più oscura di noi e si manifestano di fronte a uno specchio.

Ottimo anche John Turturro nei panni di John Shooter, l’accusatore squilibrato, dall’aspetto grezzo e dall’atteggiamento ottuso e folle di chi non vuole sentire ragioni.

Maria Bello nel ruolo di Amy, la ex moglie di Mort, è brava, forse fin troppo perché mi risulta antipatica come non mai.

C’è anche Timothy Hutton nel ruolo di Ted, il nuovo compagno di Amy, e, per chi ha familiarità con la filmografia kinghiana, è curioso vedere Thad Beaumont nel ruolo di un amante sfigato dopo averlo visto alle prese con la sua Metà Oscura (1992, G. A. Romero).

Colonna sonora di Philipp Glass.

Un gran bel film, tensione fino all’ultimo, finale cattivissimo e non scontato, momenti di ironia ben dosati. Piacerà anche a chi non è particolare amante né di King né dell’horror in generale perché più che i classici canoni di genere, mette al centro una storia avvincente e ben strutturata che procede spedita senza bisogno di interventi ad effetto.

Cinematografo & Imdb.

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