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Archive for the ‘G. Miller’ Category

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Mad Max Fury Road è una figata colossale.

Adesso elaboro anche qualche considerazione più articolata ma il succo rimane lo stesso.

George Miller, forte del fatto di andare a rovistare in casa propria, non si fa scrupoli a stravolgere completamente la saga originale, tenere giusto gli spunti che gli servono e mettere su uno spettacolo nuovo di zecca.

Dalla vecchia serie c’è Max e c’è un futuro distopico postnucleare fatto di desolazione, abbrutimento e violenza ma per il resto non rimane molto altro. L’Interceptor c’è giusto all’inizio, quasi una citazione, e poi sì, viene reso omaggio al V8, venerato come un oggetto di culto ma poi si va in tutt’altra direzione.

La vera protagonista è l’Imperatrice Furiosa, ossia Charlize Theron senza un braccio, rasata e sporca che spacca il culo a tutti alla guida di un’autocisterna. E che per quel che mi riguarda rimane comunque più gnocca di tutte le altre fanciulle palesemente inserite nella trama proprio per la loro gnocchitudine.

Max finisce ad essere più una sorta di personaggio secondario che affianca Furiosa perché casualmente si trovano a scappare dallo stesso nemico.

Ad inseguirli è Immortan Joe con i suoi eserciti di folli invasati. E’ parecchio incazzato perché Furiosa sta scappando con le sue mogli. Donne bellissime ma soprattutto sane. Unica possibilità, in un mondo malato e deforme, di dare alla luce figli sani e per questo tenute prigioniere e collezionate come oggetti da Joe.

Fury Road è azione pura. Una volta date le linee guida della trama non ci si ricama poi molto sopra: dialoghi ridotti all’osso – onestamente penso che il copione debba esser stato veramente breve, Tom Hardy-Max la maggior parte delle volte grugnisce – qui ci sono i buoni, qui i cattivi, apriamo i cancelli e vediamo chi riesce a raggiungere chi, vediamo chi picchia più forte.

E’ un film costantemente in fuga. Un’esibizione da circo macabro di acrobazie spettacolari, mezzi assurdi, esplosioni. Ti lascia senza fiato dall’inizio alla fine.

Visivamente caotico e grandioso. Violento ma non splatter. Disturbante piuttosto, nell’estetica deforme di un umanità disumanizzata e resa mostruosa dentro e fuori. Scorretto, nell’ostentazione della regressione animalesca del comportamento.

Bellissimo, proprio per questo suo essere troppo ed esserlo in modo impeccabile, perfetto in tutto.

Tom Hardy non mi piace particolarmente ma va bene per la parte perché non deve neanche essere carismatico.

Apprezzabile il fatto che ci abbiano risparmiato il solito casuale folle innamoramento tra eroe e eroina. Non c’è neanche un po’ di flirt tra Max e Furiosa. Ostilità, collaborazione, fiducia. Fine della storia.

Bello il personaggio di Nux.

Piccola parte anche per Megan Gale che ha fatto sì che mi ricordassi della sua esistenza che peraltro avevo completamente rimosso.

Ho deciso che il chitarrista folle mascherato con la chitarra che spara fuoco è Matt Bellamy ma non ho le prove per dimostrarlo. Bisogna aspettare di vedere come si concia e cosa combina nel prossimo tour.

Bon, vado che qui si vira sul demenziale.

Ripeto. Una figata.

Vedetevelo che merita.

Cinematografo & Imdb.

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22/11/’63 è uno dei più bei libri di King. Sicuramente dell’ultimo decennio. Forse tra i suoi migliori in assoluto. E’ talmente bello da fare male. Non penso di essermi commossa così neanche alla fine di It. E io venero It.

AVVERTO CHE CI SARANNO NUMEROSI SPOILER.

Generalmente evito ma in questo caso non posso farne a meno.

“Talvolta la vita rigurgita coincidenze che nessun autore di narrativa oserebbe copiare.” p. 139.

Non è solo Jake Epping a trovare la buca del coniglio che lo riporta indietro nel tempo. Tutto il libro è la buca del coniglio. E se all’inizio era solo un sospetto, diventa una certezza quando si arriva a Derry. E non Derry e basta. Derry di Richie Tozier e Beverly Marsh. Derry appena dopo l’apparente prima sconfitta di It. Si cammina per la cittadina insieme a Jake/George con la sua stessa incredulità perché tutto, letteralmente tutto, ti riporta fisicamente indietro in un posto dove sei già stato. Un posto di un altro tempo. Un posto del tuo passato che improvvisamente ritrovi come lo avevi lasciato allora. Dai nomi delle strade, dei luoghi, dei negozi, all’atteggiamento degli abitanti, ai personaggi stessi. Mentre incontrare Richie e Bevy per Jake/George è una novità – nonostante gli echi e le risonanze – per chi legge è una sorta di  inaspettato regalo. Una sbirciata nelle vite di due vecchie conoscenze che non ci si aspettava di rincontrare. Si ha quasi una sensazione di illecito. Di non-dovrei-essere-qui.

Il ritorno a Derry non è l’unico riferimento ad altri romanzi ma è sicuramente quello di maggior impatto emotivo.

Detto questo, tutta la ricostruzione dell’America tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta ha la potenza visiva di una riproduzione cinematografica. C’è tutta la pesante fisicità di quell’epoca. C’è la puzza delle fabbriche e l’onnipresente odore di fumo. C’è la musica. Se 22/11/’63 fosse un film avrebbe una fantastica colonna sonora. E’ possibile avere nostalgia per un’epoca che non si è conosciuta in prima persona? Evidentemente sì. E non perché la Terra di Allora, come la chiama Jake/George sia migliore o sia depositaria di chissà quali valori. Anzi. Siamo nel cuore dell’America bianca razzista e puritana che più razzista e puritana non si può. Ma perché a prevalere è la sensazione di uno struggente recupero di ciò che in qualche modo, senza che nessuno se ne accorgesse, è andato perduto. Come un vecchio oggetto che ti torna tra le mani e che non sapevi più di ricordare.

Kennedy. Kennedy è il pretesto ma non è il punto. Non è neanche lontanamente il punto della vicenda. Che si salvi o meno è incidentale. Certo, non posso fare a meno di pensare che King si sia divertito non poco a scrivere la scena della telefonata di ringraziamento del presidente per avergli salvato la vita dando così corpo ad una delle più grandi fantasie inconfessate di gratificazione dell’ego americano, ma anche questo è un elemento secondario. E’ la rappresentazione del raggiungimento di un grande obiettivo, di quello che si è creduto fino ad allora un grande obiettivo, per poi scoprire che non vale niente. Non a confronto di quello che si è scoperto contare davvero.

E a contare davvero è Sadie. E tutta la vita che Sadie rappresenta. Jake/George che cambia le lenzuola.

Sadie e George che ballano sulle note di Glenn Miller.

22/11/’63 è una storia di un’umanità struggente. E’ una dichiarazione d’amore per la natura umana.

Non c’è poi questo grande stacco rispetto agli altri romanzi di King, come invece si vociferava in fase di lancio. Non è che di colpo si è dato al romanzo storico. E’ vero, c’è un’ambientazione storica e c’è la ricostruzione di un fatto di cronaca di portata mondiale. Ma fondamentalmente è un intreccio di vite, un sovrapporsi di persone. E questo è in fondo ciò in cui King è un maestro assoluto: raccontare le persone e le loro storie. Forse più che in altri romanzi ho avuto l’impressione che ci fosse una maggior quantità di riferimenti personali – uno per tutti, la descrizione delle sue condizioni dopo il pestaggio richiama moltissimo e in modo quasi doloroso il suo racconto di come lo aveva ridotto l’incidente del ’99.

E poi ci sono le armonie. Ho sempre adorato il modo in cui King usa le anticipazioni e il modo in cui butta lì particolari che sembrano casuali ma che non lo sono mai. Qui questo discorso è portato all’ennesima potenza. Il complesso castello di risonanze e armonie che attraversano tutte le dimensioni temporali toccate è costruito in un modo che rasenta la perfezione.

Un capolavoro. Assolutamente un capolavoro.

“Per un momento tutto mi fu chiaro, e nei momenti in cui accade vedi quanto è sottile il mondo. Non lo sappiamo tutti quanti in cuor nostro? E’ un meccanismo perfetto e bilanciato di voci ed echi che fanno da rotelle e leve, onirico orologio che rintocca oltre il vetro degli arcani che chiamiamo vita. Oltre? Sotto? Intorno? Caos, tempeste. Uomini con martelli, uomini con coltelli, uomini con pistole. Donne che pervertono ciò nono possono dominare e denigrano ciò che non possono capire. Un universo di orrore e smarrimento circonda un palcoscenico illuminato, sul quale noi mortali danziamo per sfidare le tenebre.” p. 559.

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