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Archive for the ‘Diario di una scrittrice’ Category

Perché è vero: scrivo per un’ora appena e poi torno indietro di corsa perché sento di non poter tenere più a lungo il mio cervello in quella macina; poi copio a macchina e a mezzogiorno ho finito. Riassumerò qui le mie impressioni prima della pubblicazione di Una stanza tutta per sé. E’ un po’ di cattivo augurio che Morgan non voglia recensirlo. Mi fa sospettare che abbia dentro una stridula nota femminile che non piacerà ai miei amici intimi. Prevedo quindi che non avrò critiche – se non del genere evasivo-scherzoso – da Lytton, Roger e Morgan; che la stampa sarà benevola e dirà che ha fascino e brio; e inoltre mi accuseranno di essere una femminista e insinueranno vagamente che ho delle tendenze lesbiche; Sibyl mi inviterà a pranzo; riceverò molte lettere di giovani donne. Temo che non lo prenderanno sul serio. “La signora Woolf è una scrittrice così consumata che tutto quello che dice si legge facilmente…questa logica tutta femminile…un libro da dare in mano alle ragazze”. Non credo che mi importi granché. Le falene – ma credo saranno onde – va avanti, faticosamente; e posso aggrapparmi a questo, se l’altro mi delude. E’ una cosa di poco conto, dirò; e lo è: ma l’ho scritto con ardore e convinzione.

Ieri sera abbiamo cenato con i Webb e ho ricevuto Eddy e Dotty per il tè. In questi pranzi seri si possono scambiare due chiacchiere amichevoli e alla buona con qualcuno – con Hugh Macmillan in questo caso, a proposito dei Buchan e della sua carriera; i Webb sono cordiali ma non si lasciano smuovere per quanto riguarda il Kenia; stiamo in due camere ammobiliate (in sala da pranzo c’era un letto di ottone dietro un paravento) a mangiare pezzi di manzo al sangue e a bere whisky. La solita atmosfera colta, impersonale, del tutto disincantata. “Il mio ragazzino avrà i suoi giocattoli”, ma non si va più in là; “così dice mia moglie a proposito della mia nomina al ministero”. No, non hanno illusioni. E li paragonavo a me e a L. e sentivo (per questo, credo) il pathos, la qualità simbolica delle coppie senza figli: che credono in qualcosa, unite.

Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, minimum fax 2009

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“Per di più mi appare in lontananza l’ombra di non so che forma alla quale potrebbe giungere un diario. Potrei, con l’andar del tempo, imparare che cosa si può farne, di questa materia di vita slegata e vagante; trovarvi un altro uso oltre a quello per cui la impiego adesso, tanto più consapevolmente e scrupolosamente, nella narrativa. Che tipo di diario vorrei fosse il mio? Un tessuto a maglie lente, ma non sciatto; tanto elastico da contenere qualunque cosa mi venga in mente, solenne, lieve o bellissima. Vorrei che somigliasse a una scrivania vecchia e profonda o a un ripostiglio spazioso, in cui si butta un cumulo di oggetti disparati senza nemmeno guardarli bene. Mi piacerebbe tornare indietro, dopo un anno o due, e trovare che quel guazzabuglio si è selezionato e raffinato da sè, coagulandosi, come fanno misteriosamente i depositi di questo genere, in una forma; abbastanza trasparente da riflettere la luce della nostra vita, eppure ferma, un tranquillo composto che abbia il distacco di un’opera d’arte. Il requisito principale (ho pensato rileggendo i miei vecchi diari) non è fare la parte del censore, ma scrivere come detta l’umore, e di qualunque cosa; perchè mi ha incuriosito la mia passione per le cose buttate alla rinfusa, e ho scoperto il significato proprio là dove allora non lo vedevo. Ma la scioltezza si muta facilmente in sciattezza. Occorre un piccolo sforzo per affrontare un personaggio o un episodio che dev’essere annotato. Né si può consentire alla penna di scrivere senza guida; si rischia di diventare pigri e trasandati […].”

Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 20 aprile 1919.

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