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Archive for the ‘O. Wilde’ Category

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Non c’è mai una sparachiodi quando serve.

Io ho dei colossali discreti problemi di gestione della rabbia.

Sono consapevole del fatto che questo può essere un male.

Di positivo c’è che ho anche una discreta istintiva tendenza alla relativizzazione che mi mette al riparo dalle conseguenze peggiori. In parole povere, è difficile che perda il lume con altre persone se prima non ho escluso tutte le diverse prospettive dalle quali si può affrontare un qualcosa che pure, istintivamente, mi fa girare i coglioni.

Per dire. Se qualcuno fa una cazzata che di primo acchito mi irrita oltre misura, riesco anche a non ricoprirlo di miserie perché mi rendo conto delle n. circostanze che avrebbero potuto portare anche me a fare la medesima cazzata.

Poi magari tiro giù le peggio cose per conto mio ma, diciamo, limito i danni.

Perché anche le persone migliori del mondo fanno cose insopportabili, perché oggettivamente non sono una bella persona e mi danno fastidio davvero tante cose e lo so, perché sono io la prima a fare cose per le quali mi sopporto a stento. E via così.

Poi ci sono gli altri casi.

Quelli in cui ho, in coscienza, esaurito tutte le possibili attenuanti.

Quelli per i quali, in tutta onestà, mi sento di aver rigirato la situazione in tutti i modi possibili, di sotto e di sopra, per dritto e per storto, e comunque la metti, non è salvabile.

E non si tratta necessariamente di questioni di alto valore morale.

Perché ok, aver voglia di spaccar la testa a chi si fa uscire di bocca qualche considerazione razzista (tanto per dirne una) o robe così è persin troppo ovvio.

A volte sono questioncelle che molti considererebbero minori. Magari irrilevanti.

A volte è un branco di teppisti adolescenti più o meno sui tredici anni che non avendo evidentemente un cazzo di meglio da fare decide di infestare una sala cinematografica e di appestare tutto il film con urla, risa sguaiate, commenti idioti a voce altissima, rumori di vario genere, rimanendo peraltro indifferente ai ripetuti e alterati richiami da parte degli altri spettatori o del personale del cinema stesso, intervenuto a seguito della mia uscita dalla sala e della mia pacatissima comunicazione (sottolineata dall’ombrello che brandivo in mancanza di altri oggetti contundenti) che, se non facevano qualcosa loro, avrei cominciato a spaccare qualcuna di quelle teste di cazzo.

In un barlume di lucidità ho anche accarezzato l’idea di chiamare i carabinieri ma, onestamente, devo documentarmi su quali siano gli estremi legali per una denuncia. Teppismo? Vandalismo? Molestie? Boh. In realtà quando sono uscita dal cinema ero talmente avvilita che non mi sono più informata di niente. Il personale del cinema (che era l’Ariston di Saremo) era mortificato e ci ha fatto subito dei biglietti omaggio per un prossimo spettacolo e si stava attrezzando per fermare il gruppo che ancora doveva scendere. Anche lì. Non so quanta libertà di movimento abbia in questo caso il gestore del cinema. Può sbattere fuori chi disturba? O rischia di beccarsi una denuncia, visto che in Italia sembra che gli unici ad aver diritto di denunciare qualcosa sian quelli che rompono il cazzo agli altri.

Non so. Non so neanche come sia andata a finire la cosa. Sono praticamente fuggita dal cinema senza neanche vedere i titoli di coda – che per me è un pessimo segnale.

E davvero, stavolta ci è mancato veramente poco che facessi qualche stronzata.

E continuavo a pensare che, per legge, dovrebbero proiettare questa scena, prima dell’inizio dei film.

And enjoy the cinema experience!!!

E finalmente, dopo questa sacchettata gratuita di cazzi miei arriviamo anche al film.

Team di ricercatori conduce studi sulla rianimazione.

Ufficialmente rivolti a pazienti in coma, di fatto condotti su animali morti.

Tentano di rianimare un maiale ma la cosa finisce in grigliata.

Uno di loro (Evan Peters di American Horror Story) ha un colpo di genio, modificano una cosa nel siero che iniettano e ritentano su un cane morto.

Sembra che la cosa non funzioni ma poi il cane si rianima.

Ora bisogna solo tenerlo sotto controllo per vedere che sia normale. Il siero iniettato gradualmente scomparirà dall’organismo.

Il cane tanto normale non è, ma non fanno in tempo a capire cosa c’è esattamente che non va che tutta una serie di casini portano il gruppo a trovarsi di notte in laboratorio a fare nuovi esperimenti.

Manco a dirlo, qualcosa va storto e si passa forzatamente alla sperimentazione umana tentando di riportare indietro dall’aldilà la povera Olivia Wilde (che è sempre brava e bella anche se la parte non è poi chissà che).

Anche lei torna. Anche lei ha qualcosa che non va. Solo che è un po’ più complicata di un cane.

Girato quasi interamente in laboratorio, cast ridotto all’osso e composto praticamente solo dalla squadra di ricercatori. Impostazione slasher – anche se un po’ all’acqua di rose – e un miscuglio di un po’ tutto quello che si è già visto e detto sul genere ritorno-dall’aldilà. Un po’ di patemi religiosi-spirituali, la luce in fondo al tunnel e i propri fantasmi in agguato. Un po’ Linea mortale e un po’ Lucy e un po’ chiunque abbia tirato in ballo questioni irrisolte da affrontare una volta per tutte al momento della morte e percentuali del cervello non utilizzate ma in attesa di salti evolutivi.

Sicuramente non nuovo ma tutto sommato neppure brutto. Ha l’intelligenza di essere breve e di non sbrodolare troppe teorie scientifiche col rischio di incartarsi. Suppongo che un paio di salti li faccia anche fare – anche se per i motivi di cui sopra non ho potuto immedesimarmi a sufficienza per valutare di persona.

Insomma senza infamia e senza lode.

Nota per i musers all’ascolto. Alzi la mano chi non ha cominciato a canticchiare Dead Inside vedendo Olivia Wilde con gli occhi neri.

Nessuno?

Come pensavo.

Cinematografo & Imdb.

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M208  (Left to right.) Mark Duplass, Donald Glover, Evan Peters  and Sarah Bolger star in Relativity Media's "The Lazarus Effect". © 2013 BACK TO LIFE PRODUCTIONS, LLC  Photo Credit:   Justin Lubin

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Haggis è un buon regista e un ottimo sceneggiatore e, cosa più importante, è capace di essere entrambe le cose contemporaneamente senza creare sbilanciamenti. Ricoprire due ruoli così primari nella creazione di un film comporta un rischio spesso sottovalutato. Un po’ come dirigere e interpretare insieme. O sei veramente bravo, o viene fuori una sbrodolata di ego.

Con Third Person Haggis ritorna a quello che gli è più congeniale e che fa emergere al meglio la sua capacità di fusione dei due ruoli. Ritorna alla struttura di Crash – Contatto fisico (Oscar come miglior film e miglior sceneggiatura originale nel 2006).

Storie parallele, totalmente scollegate, almeno in apparenza.

Punti di contatto che sembrano emergere in modo accidentale.

Vite che si intrecciano, si sovrappongono, si confondono.

E un quadro finale che prende vita e corpo solo negli ultimi perfetti istanti di rivelazione.

Ho amato moltissimo questo film.

E trovo irritanti e riduttivi i maldestri tentativi di riassumerne la trama che si trovano un po’ dappertutto sui siti di programmazione cinematografica e che riducono il tutto a qualcosa che suona un po’ tipo “tre storie d’amore che si intrecciano”.

No. Non è vero.

Non sono storie d’amore. C’è tanto in questo film, ma di amore ce n’è poco.

Ci sono relazioni. Relazioni che sono tutto tranne che espressione di amore.

Colpa, rimorso, rabbia, sogni spezzati.

Desideri di rivalsa e fantasmi a cui bisogna dare un nome perché se ne possa parlare. Posti da cui fuggire e nascondigli in cui rifugiarsi.

Sono storie di segreti, verità sepolte e ferite che continuano a sanguinare nel profondo delle viscere, dove nessuno può vederle, dove nessuno può immaginarle, vestite di un abito rosso firmato, celebrate da centinaia di rose bianche.

Sussurri che perseguitano attraverso lo spazio e il tempo e distanze che si annullano in finestre temporali destinate a cedere.

Guardami.

Tre città. Parigi, New York, Roma.

Ma la distanza geografica è solo un pretesto. Una cornice.

E questo direi anche che è un bene perché, se voglio proprio essere onesta, un piccola pecca questo film ce l’ha. E per quanto faccia ostinatamente finta di dimenticarmela – perché, davvero, ho adorato il film – rimane comunque lì, latente, ai margini del campo visivo, a disturbarmi la contemplazione dell’insieme. E la pecca è, manco a dirlo, Roma. Cioè, non Roma in sé, ci mancherebbe. Roma (e l’Italia) rappresentata come succede sempre quando veniamo rappresentati da qualche regista straniero. L’Italia ridotta a nient’altro che un triste stereotipo di superstizioni dozzinali, arretratezza e ignoranza bifolca. Il tutto peraltro perfettamente incarnato dal personaggio del barista burino interpretato da Scamarcio. Che però risulta persino esagerato. Per dire, neanche il peggio tamarro ignorante caprone del più remoto paesino dimenticato dalla storia avrebbe bisogno di un americano per sapere che la birra si beve fredda.

Segue momento di sconforto.

In definitiva la parte italiana si salva perché è italiana solo di ambientazione e, tolto un primo pezzo, coinvolgendo insieme ad Adrien Brody, il personaggio di una zingara, assume tratti piuttosto impersonali e tecnicamente riciclabili un po’ dovunque.

Però mentirei se dicessi che non ho patito questo scivolone un po’ meschino di Haggis. Una grezzata che non mi sarei aspettata da un regista del suo livello.

Ciò detto, il film rimane ottimo e la costruzione – impeccabile in ogni minuscolo dettaglio e in ogni più sottile sfumatura – culmina in un finale che amplifica la bellezza struggente di tutto l’insieme, perfetto quanto inaspettato.

Ogni particolare ha un preciso significato. Ogni storia può e deve essere raccontata. Ogni vita può essere una o infinite storie.

Cast di altissimo livello, con Liam Neeson e Olivia Wilde per la parte parigina, Mila Kunis, James Franco e Maria Bello a New York, Adrien Brody e Moran Atias a Roma. Piccola parte anche per Kim Basinger.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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e, quando il dolce vento d’estate serpeggiava fra gli alberi del giardino, per la porta aperta entrava la pesante fragranza dei lillà o il profumo più sottile dei rovi in fiore.

Dall’angolo del divano ricoperto di tappeti persiani, sul quale giaceva, fumando, com’era sua abitudine, innumerevoli sigarette, Lord Henry Wotton poteva appena afferrare il barlume giallo miele dei dolci fiori di un citiso, i cui tremuli rami pareva che non ce la facessero a sopportare il peso di una bellezza così fiammeggiante; e, a tratti, fantastiche ombre di uccelli svolazzavano attraverso le lunghe tende di seta tussorina tirate davanti all’immensa finestra, producendo una specie di momentaneo effetto giapponese e facendogli pensare a quei pallidi pittori di Tokyo dal viso di giada, i quali, mediante un’arte che è per necessità immobile, cercano di suggerire il senso della rapidità e del movimento. L’implacabile mormorio delle api che si aprivano la strada attraverso l’erba alta non falciata, o si aggiravano con monotona insistenza intorno ai polverosi tentacoli dorati dell’errabondo caprifoglio, pareva rendere quell’immobile calma ancora più opprimente. L’indistinto mugghio di Londra era simile alla nota di bordone di un organo lontano.

Al centro della stanza, fissato in verticale a un cavalletto, stava il ritratto a grandezza naturale di un giovane di straordinaria e singolare bellezza, e di fronte, a poca distanza, sedeva l’artista stesso, Basil Hallward, la cui improvvisa sparizione alcuni anni fa eccitò tanto, in quel tempo, l’opinione pubblica e diede origine a tante strane congetture.

Mentre il pittore contemplava la forma leggiadra e piacente da lui così abilmente rispecchiata nella sua arte, un sorriso di piacere gli attraversò il viso e sembrò che vi si volesse fermare. Ma improvvisamente egli balzò in piedi e, chiudendo gli occhi, si pose le dita sulle palpebre, quasi volesse imprigionare nel cervello qualche strano sogno da cui temeva di svegliarsi.

“E’ il tuo più bel lavoro, Basil, la cosa più bella che tu abbia mai fatto” disse Lord Henry, apaticamente. “Devi mandarla senz’altro alla Grosvenor l’anno prossimo. L’Accademia è troppo grande e troppo volgare. Tutte le volte che ci vado, o c’è tanta gente che non riesco a vedere i quadri, il che è terribile, o tanti quadri che non riesco a vedere la gente, il che è peggio. La Grosvenor è proprio l’unico posto.”

“Non lo manderò in nessun posto, penso” rispose, scuotendo il capo all’indietro in quello strano modo che soleva far ridere di lui i suoi amici a Oxford. “No, non voglio mandarlo in nessun posto.”

Lord Henry alzò le sopracciglia e lo guardò stupito attraverso i sottili anelli azzurri di fumo che si levavano con eleganti volute dalla sua sigaretta fortemente oppiata. “Non mandarlo in nessun posto? Mio caro, perché? Ne hai qualche motivo? Strani tipi voi pittori! Non indietreggiate dinanzi a nulla per farvi un nome. Appena ne avete uno, pare che vogliate gettarlo via. E’ sciocco da parte vostra, perché c’è una sola cosa al mondo peggiore dell’aver fama, ed è il non averla. Un ritratto come questo ti metterebbe di gran lunga al di sopra di tutti i giovani d’Inghilterra e susciterebbe la gelosia dei vecchi, se i vecchi sono ancora capaci di qualche emozione.”

“So che riderai di me,” risposa “ma non posso proprio esporlo. Vi ho messo troppo di me dentro.”

Lord Henry si allungò sul divano e rise.

“Sapevo che avresti riso; ma è vero, nonostante tutto.”

“Troppo di te in quel quadro! Parola mia, Basil, non ti sapevo così vanitoso; e veramente non riesco a vedere nessuna somiglianza fra te, con quella tua faccia ruvida e forte e i tuoi capelli neri come il carbone, e questo giovane Adone che sembra fatto di avorio e petali di rose. Perché, mio caro Basil, lui è un Narciso, e tu…bè, naturalmente tu hai un’espressione intellettuale, e tutto il resto. Ma la bellezza, la vera bellezza, finisce là dove comincia un’espressione intellettuale. […]”

O. Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, 1890

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Sequel del Tron del 1982, si potrebbe dire che Tron Legacy (2010) non è esattamente quel tipo di film di cui si sentiva la necessità.

E non perché sia fatto male, no, anzi. Semplicemente, il primo aveva senso in relazione all’epoca nella quale era stato pensato, mentre il secondo si ritrova ad averne solo in quanto feticcio commemorativo del suo più illustre predecessore.

In parole povere. Difficilmente a qualcuno piacerà davvero il secondo se non ha visto il primo. E non è neanche un problema di comprensibilità della trama. Sì, ci sono i riferimenti alle vicende dell’82 ma non c’è un intreccio di complessità tale da risultare dipendente dall’altro. E’ proprio un discorso temporale.

Mi rendo conto che io stessa l’ho guardato con il costante riferimento del primo in mente.

E’ proprio un discorso che va a toccare l’idea di fondo. Alla base c’è tutta una concezione mitizzante/mitizzata della tecnologia che era tipica degli anni Ottanta e che ora risulta totalmente anacronistica.

E’ lo stesso principio del Tagliaerbe. Lo guardi ancora adesso ed è un bel film ma devi accettare che il presupposto su cui basa ha perso qualsiasi possibile plausibilità.

Nei due Tron, la visione di questa dimensione fisica dell’interno del sistema, con la personificazione di Programmi e Creativi, ha dietro di sé il presupposto dell’aspettativa di infinite potenzialità dello sviluppo tecnologico. Potenzialità che ormai sono state o realizzate o drasticamente ridimensionate e sulle quali sarebbe difficile, ora, basare la teorizzazione, seppur narrativa, di qualche sviluppo così radicalmente fantascientifico. Tant’è che se il primo aveva potuto evitare di porsi questo genere di problema, in questo secondo capitolo c’è bisogno del riferimento a Matrix per riuscire a supportarne la solidità.

E’ tuttavia apprezzabile che, anche quello che non è esattamente spiegabile o plausibile, magari in relazione a vecchie dinamiche, non viene approfondito particolarmente ma ci si limita a discreti accenni che ti dicono, sì, ok, le premesse sono queste, non è che ci devi credere, basta solo che le prendi per buone un momento. Insomma, non ha la pretesa di stravolgere l’idea per attualizzarla e questo, come dicevo, è sicuramente un aspetto positivo. La lascia intatta e la usa per quello che è, un’idea degli anni Ottanta.

Detto ciò, è comunque un film divertente. Il ritmo è buono, gli attori validi, con Jeff Bridges e Garret Hedlund nei panni di padre e figlio e Olivia Wilde nel ruolo di Quorra. Visivamente poi è uno spettacolo, con questi paesaggi molto cupi sui quali si muovono i mezzi luminosi e  i programmi e i creativi con le tute dalle linee fluorescenti. Oltretutto è bello anche il fatto che la struttura visiva del mondo in cui si svolge il tutto non sia stata stravolta rispetto all’originale ma semplicemente resa in modo più evoluto. Sicuramente molto adatto al 3D.

Anche la colonna sonora dei Daft Punk merita decisamente. Al di là del fatto che mi aspettavo di sentir partire Follow Me da un momento all’altro, è un gran bel tuffo negli anni Ottanta.

Insomma, non sarà questo film indimenticabile e magari sarà poco più di un omaggio all’originale, ma è comunque un omaggio ben riuscito e ti fa venire abbastanza nostalgia da aver voglia di rivedere il primo.

Cinematografo & Imdb.

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