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Archive for the ‘J. Cusack’ Category

Ritorniamo alle buone abitudini.

Questo arriva in Italia il 21 aprile.

Prima di dire qualsiasi cosa, si prega di ricordare che io (insieme al regista e ad un altro paio di persone in tutto) avevo adorato il primo Cloverfield.

Questo esce il 12 maggio.

E sì, c’è Maggie dei Walking Dead.

Questo arriva il 28 luglio e spero tantissimo che abbiano continuato sulla scia del secondo, che era veramente ben fatto, meglio del primo.

E poi c’è questa cosa qui…

Cell

Che non si capisce quando debba uscire ma promette bene. Negli USA è previsto per il 2016 e da noi forse se ne parla a inizio 2017.

Tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King. Il cast replica il binomio riuscito di 1408 con John Cusack e Samuel L. Jackson.

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Maps to the Stars è bellissimo.

Crudele, impietoso, morboso anche, come ogni film di Cronenberg che si rispetti. Ma assolutamente, totalmente meraviglioso.

L’ho amato dall’inizio alla fine. Ogni dettaglio, ogni inquadratura, ogni parola. Forse, razionalmente, non so neanche spiegare del tutto questo amore così viscerale, resta il fatto che era parecchio che non rimanevo così folgorata da Cronenberg. Forse addirittura dai tempi degli Inseparabili.

La mappa delle stelle cui fa riferimento il titolo è il percorso tra le ville delle celebrità a Hollywood. Il percorso segnato sulle mappe per i turisti.

Agatha (Mia Wasikowska) arriva a Hollywood da sola, con poco bagaglio, cicatrici da ustioni sul volto e sul corpo, un passato con cui fare i conti, una limousine prenotata e un contatto “importante” rimediato su twitter. Alla guida della limousine c’è Jerome (Robert Pattinson), aspirante attore-sceneggiatore-qualcosa-purché-sia-Hollywood, con cui Agatha stringe amicizia.

Parentesi. Perché Cronenberg si sia poi così affezionato a Pattinson è cosa che non mi è del tutto chiara e che, secondo me, non è neanche del tutto giustificata dalla buona resa di Cosmopolis. Resta il fatto che ho trovato quanto meno buffo il fatto che l’abbia di nuovo chiuso in una limousine, anche se stavolta almeno gliela fa guidare. Chiusa parentesi.

La famiglia Weiss è ricca e socialmente affermata. Sanford Weiss (John Cusack) è una specie di fisioterapista-guru che predica e massaggia benessere in giro per le ville delle celebrità e tramite trasmissioni televisive; sua moglie Christina si occupa di gestire la carriera del figlio tredicenne, Benjie (Evan Bird) già star di Hollywood e già alle prese con una disintossicazione.

Havana Sergrand è un’attrice che probabilmente ormai si avvia al declino, ossessionata dal torbido e irrisolto rapporto con la madre (ormai defunta) e dal desiderio patologico di reinterpretare il ruolo che fu proprio di sua madre nel remake di un film di prossima lavorazione. Havana concentra la sua ossessione sull’ottenere quella parte come tappa di un percorso di liberazione dal fantasma materno. Percorso sul quale è guidata dal Sanford Weiss.

Quando, parlando del film in termini molto vaghi, prima di documentarmi, alla domanda “di cosa parla?” ho risposto con un generico “mah, gente con problemi”, tutto sommato non ero poi così distante dalla verità.

Una Hollywood da incubo, una galleria di personaggi psicotici, vuoti, ossessionati da se stessi. Una panoramica sulle varie declinazioni della bassezza e dell’opportunismo. Uno squarcio sulle dinamiche profondamente malate che mandano avanti quella macchina dell’oro che Hollywood. Sulla sua dimensione fondamentalmente disumanizzante. I dialoghi alle feste, su questo punto, sono crudelmente significativi. Quelli di Havana, che cerca di ottenere raccomandazioni per la parte ma, soprattutto, quelli di Benjie con i suoi colleghi e coetanei. Microcelebrità infarcite di soldi. Piccoli esemplari di ego ipertrofici nutriti di fama, istinto di competizione e disprezzo del prossimo. Un miscuglio di cattiveria infantile e disagio adolescenziale potenziati da una libertà sostanzialmente illimitata. Piccoli mostri insomma cresciuti come tali da mostri ben più grandi e più consapevoli.

E poi i segreti. I fantasmi. Quello che viene nascosto. Quello che non si può dire. L’incesto è un elemento dominante fin dall’inizio del film e, al di là delle singole vicende in cui emerge, è potente la sua valenza simbolica nel fare di tutta Hollywood una comunità incestuosa e, come tale, fondata e cresciuta nel male, nell’abiezione.

Cronenberg non è sicuramente il primo a puntare il dito sui peccati di Hollywood ma lo fa in un modo talmente viscerale da risultare qualcosa di completamente altro rispetto alla solita critica socio-economica.

Maps to the Stars è una lunga e struggente poesia. Sono i versi di Liberté di Paul Éluard (1942) che attraversano tutto il film, una sorta di filo rosso che simboleggia la condizione di prigionia fisica, mentale, chimica in cui si trovano costretti tutti i personaggi e che incarna l’esigenza e il presagio di una liberazione imminente.

Bellissimo il personaggio di Agatha, una sorta di angelo folle, incarnazione della Nemesi per tutti quanti.

Fantastica Julianne Moore, miglior attrice a Cannes, invecchiata ma pur sempre bellissima, in un ruolo devastante e difficilissimo.

Ottimo anche Evan Bird, in perfetto equilibro tra cattiveria e dolore.

In generale, uno degli elementi che contribuiscono a rendere perfetto questo film è la pacatezza del dramma. Non ci sono eccessi. Non c’è mai melodramma anche laddove si tocca il fondo della drammaticità fin quasi al parossismo.

Gran cosa. Un equilibro enormemente difficile da ottenere quando stai trattando dei personaggi che sostanzialmente sono tutti dei casi umani uno peggio dell’altro.

L’autoreferenzialità di Hollywood a se stesso si spreca, come è logico che sia data l’ambientazione. A volte ho il sospetto che, per un regista, ambientare una storia inventata in un contesto così familiare sia un po’ come scrivere una fanfiction all’ennesima potenza.

Non manca neppure un bel riferimento ai Dodici Passi che generalmente sono degli Alcolisti Anonimi ma che di fatto sono applicabili a qualsiasi forma di riabilitazione da dipendenza. Al di là del fatto che io continuo ad essere perseguitata da questi benedetti Dodici Passi (Frey, King…etc., etc.) ho trovato geniale che il personaggio portatore del principio del fare ammenda fosse proprio Agatha. E con questo mi fermo, altrimenti spoilero.

Vedetelo, vedetelo assolutamente.

Libertà

Sui miei quaderni di scolaro
Sui miei banchi e sugli alberi
Sulla sabbia e sulla neve
Io scrivo il tuo nome

Su tutte le pagine lette
Su tutte le pagine bianche
Pietra sangue carta cenere
Io scrivo il tuo nome

Sulle dorate immagini
Sulle armi dei guerrieri
Sulla corona dei re
Io scrivo il tuo nome

Sulla giungla e sul deserto
Sui nidi sulle ginestre
Sull’eco della mia infanzia
Io scrivo il tuo nome

Sui prodigi della notte
Sul pane bianco dei giorni
Sulle stagioni promesse
Io scrivo il tuo nome

Su tutti i miei squarci d’azzurro
Sullo stagno sole disfatto
Sul lago luna viva
Io scrivo il tuo nome

Sui campi sull’orizzonte
Sulle ali degli uccelli
Sul mulino delle ombre
Io scrivo il tuo nome

Su ogni soffio d’aurora
Sul mare sulle barche
Sulla montagna demente
Io scrivo il tuo nome

Sulla schiuma delle nuvole
Sui sudori dell’uragano
Sulla pioggia fitta e smorta
Io scrivo il tuo nome

Sulle forme scintillanti
Sulle campane dei colori
Sulla verità fisica
Io scrivo il tuo nome

Sui sentieri ridestati
Sulle strade aperte
Sulle piazze dilaganti
Io scrivo il tuo nome

Sul lume che s’accende
Sul lume che si spegne
Sulle mie case raccolte
Io scrivo il tuo nome

Sul frutto spaccato in due
Dello specchio e della mia stanza
Sul mio letto conchiglia vuota
Io scrivo il tuo nome

Sul mio cane goloso e tenero
Sulle sue orecchie ritte
Sulla sua zampa maldestra
Io scrivo il tuo nome

Sul trampolino della mia porta
Sugli oggetti di famiglia
Sull’onda del fuoco benedetto
Io scrivo il tuo nome

Su ogni carne consentita
Sulla fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Io scrivo il tuo nome

Sui vetri degli stupori
Sulle labbra intente
Al di sopra del silenzio
Io scrivo il tuo nome

Su ogni mio infranto rifugio
Su ogni mio crollato faro
Sui muri della mia noia
Io scrivo il tuo nome

Sull’assenza che non desidera
Sulla nuda solitudine
Sui sentieri della morte
Io scrivo il tuo nome

Sul rinnovato vigore
Sullo scomparso pericolo
Sulla speranza senza ricordo
Io scrivo il tuo nome

E per la forza di una parola
Io ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per nominarti
Libertà.

Paul Éluard

Cinematografo & Imdb.

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1408

Stephen King è una di quelle cose a cui devo tornare periodicamente, in una forma o nell’altra. Non c’è molto da fare oltre a prenderne atto. Ci sono ancora molti suoi titoli che non ho letto ma tendenzialmente cerco distribuirli più o meno uniformemente in mezzo ad altri autori, un po’ per evitare di diventare compulsivamente monotematica, un po’ perché mi piace la sensazione di avere ancora una consistente scorta di sue storie.

Nel 2007, quando, è uscito al cinema, 1408 è passato piuttosto inosservato. Ricordo di aver appena fatto in tempo a notare che c’era un film tratto da King che era già sparito dalle sale. Tant’è che per un certo periodo non mi sono neanche preoccupata di recuperarlo.

Tratto da un racconto contenuto nella raccolta Tutto è fatidico, 1408 invece è fatto maledettamente bene.

Piuttosto fedele nell’impostazione della trama e del contesto, il film si distacca sensibilmente per quel che riguarda quel che avviene all’interno della camera, senza che però questo tolga qualcosa all’equilibrio della storia.

Ora, il racconto l’ho letto veramente molto tempo fa ma la differenza principale mi par di ricordare che risieda nel fatto che l’orrore che vive Mike nel libro è molto più mentale di quello che poteva essere rappresentato visivamente.

Nel film c’è ovviamente sempre la dimensione assolutamente allucinatoria di tutto quello che succede ma sono stati inseriti ex novo diversi espedienti più legati alla macabra storia della camera e, inoltre, viene sfruttato egregiamente lo sfasamento dei piani fisici, delle diverse dimensioni. Il che fornisce molta più libertà di movimento, proprio da un punto di vista prettamente scenografico, pur rimanendo confinati nei limiti di una stanza d’albergo.

John Cusack, ingrassato (non si sa se per il film o meno) e sciatto, è particolarmente adatto al ruolo di Mike Enslin, con il suo atteggiamento disilluso, cinico e assolutamente poco empatico, con la sua volontà di non credere a niente di sovrannaturale che viene progressivamente costretta a capitolare di fronte agli eventi.

Forse un po’ sopra le righe Samuel L. Jackson nei panni del direttore Olin, ma niente di particolarmente fuori luogo.

Ottima la costruzione della situazione, pochi tonfi dell’audio e forse anche pochi spaventi improvvisi – a parte la scena della finestra-specchio, ecco, lì credo di essere morta – ma una costante e crescente sensazione di terrore che regge per tutto il tempo di permanenza di Mike nella camera. E’ un film incredibilmente angosciante.

In definitiva, se pure il filone delle camere d’albergo maledette è più che inflazionato e se pure King stesso pareva aver già detto tutto quello che poteva dire sull’argomento con Shining, questo 1408 merita decisamente una visione.

Cinematografo & Imdb.

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Ambientazione goticheggiante alla Tim Burton, atmosfere debitamente cupe e una ragionevole quantità di sangue con un po’ di macabro. Un misterioso assassino che colpisce mettendo in pratica i delitti dei racconti di Edgar Allan Poe, lo stesso Poe coinvolto, suo malgrado, nelle indagini e in una serie di avvenimenti che svelerebbero il motivo dello stato confusionale in cui fu trovato prima di morire. Da Il pozzo e il pendolo a La maschera della Morte Rossa, da I delitti della rue Morgue a Il mistero di Marie Rogêt con la poesia Il corvo a costituire una sorta di leit-motiv della decadenza in una Baltimora molto grigia e molto londinese. Mistery meta-letterario in cui Poe si trova a diventare uno dei suoi stessi personaggi; metafora magari non sottile ma nemmeno sgraziata dello scrittore fagocitato dal prodotto della sua creatività. Divertente e scorrevole. Il regista, James McTeigue, è lo stesso di V per Vendetta e John Cusack è anche somigliante al vero Poe.

Qui e qui i soliti link.

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