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Archive for novembre 2012

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Qui di seguito trovate la trascrizione quasi integrale (nel senso che ho tagliato le parti di commenti e presentazioni ripetute degli speaker e ho riportato solo la traduzione delle risposte) dello speciale sui Muse andato in onda ieri sera su Virgin Radio.

Andrea Rock e Giulia Salvi li hanno intervistati il 16 novembre prima del concerto all’Unipol Arena di Bologna.

Supermassive Black Hole

GS: […] visto che la band è attualmente in tour abbiamo proprio chiesto come stanno andando le cose…

Matt

AR: a risponderci è Matt Bellamy, il tour sta andando molto bene il pubblico è fantastico, soprattutto quello italiano, probabilmente il migliore

GS: e bè, qui allora scatta la domanda d’obbligo, qual è il pubblico più pazzo che avete mai incontrato?

Matt

AR: continua sempre il cantante dei Muse, incontriamo folle eccezionali in tutto il mondo ma l’Italia è sempre stata speciale. La prossima estate, come abbiamo ricordato più volte suoneremo anche a Roma e non vediamo l’ora perché ci abbiamo suonato molti anni fa e ci ricordiamo di un pubblico fortissimo molto appassionato. Ci sono anche altri posti con un pubblico bellissimo, come ad esempio Mosca e Parigi.

Starlight Live San Siro, 8 giugno 2010

GS: […] e, viste le caratteristiche principali della band si è arrivati a parlare di tecnologia, soprattutto di quel basso speciale con tablet incorporato che si può vedere nel video di Madness e di altri elementi speciali usati dalla band on stage

Matt

AR: Matt è sempre stato un fan della tecnologia. Sì, idee speciali però non proprio dai, abbiamo molte idee. Io cerco di focalizzarmi soprattutto sulle novità: dal momento che la strumentazione della band è piuttosto tradizionale credo che il mio ruolo sia quello di portarla verso nuovi orizzonti, nuovi suoni, nuove avventure. Invento sempre chitarre nuove per me, ho ideato il basso di Madness per Chris

GS: anche se in realtà Chris, in separata sede, mi ha confidato che sì, l’idea è stata di Matt ma è stata ispirata da uno strumento già esistente che la band aveva notato in Giappone.

AR: bè, continuiamo dando credito a Matt che ci dice che a volte si rischia di essere troppo tecnologici e allora si deve utilizzare in maniera moderna la strumentazione di base. Ma tutti insieme formiamo una band e abbiamo un equilibrio, ci sottolinea Matt. Dominic ad esempio ha un approccio più tradizionale rispetto alla mia visione ultramoderna.

Madness

Time is running out

GS: […] e si è parlato tanto anche dei meravigliosi palcoscenici che accompagnano i tour dei Muse. Questo in particolare è caratterizzato da una piramide cosa che ricorreva anche nel tour del 2010…

Matt

AR: è stata una mia idea ci confessa Matt Bellamy, cioè, più che altro una collaborazione tra la band e l’ingegnere delle luci. L’idea iniziale era quella della piramide che sale e scende. Per renderla realtà abbiamo dovuto collaborare con tanti addetti al settore (come era facile immaginare).

Adesso però spostiamoci completamente dall’ambito tecnologico e dall’aspetto tecnico dei grandi live dei Muse perchè quando non suonano, quando non si trovano in tour, i Muse riescono a ritagliarsi anche un po’ di tempo per concedersi una bella partita a calcio.

Matt

GS: ed è successo anche a Bologna, una bella partita di calcio insieme ai fan della band e ad una squadra di dilettanti locali. Matt ci racconta che lui non è proprio un maniaco del calcio quanto Chris, il bassista che invece ne è proprio ossessionato. A lui interessa più che altro quando gioca l’Inghilterra, quando è una cosa di tipo internazionale, insomma.

Da ragazzo era fan del Manchester United e in quel periodo la squadra vinse praticamente tutto perciò era diventato un pochino imbarazzante essere un loro fan, troppo facile e comunque per lui, ormai, il football è diventato una questione finanziaria, non pensa più che sia rapportabile al sentimento vero e puro di un fan.

Uprising

AR: […] band che non ama particolarmente featuring, quindi ospiti diversi da loro nei dischi. Cerchiamo di capire meglio il perchè…

Matt

GS: Matt risponde in maniera molto ironica, dicendo che gli piacerebbe lavorare con la rapper Niki Minaj e se la ride; dice che sarebbe divertente creare una situazione alla Rage Against the Machine con dei riff molto potenti da alternare a parti in cui lei rappa dicendo cose molto molto offensive. In realtà poi, in un secondo momento, il bassista, Chris mi ha confessato che non c’è mai stata occasione di fare featuring soltanto perchè la band è davvero molto molto ma molto impegnata.

AR: e hanno nominato Niki Minaj, sicuramente un emblema dello stile anche se in quanto a stile i Muse non sono secondi a nessuno…

Dom

GS: Matt passa la palla a Dominic per questo discorso, il quale ci confessa che la band disegna da sola gli abiti per i live insieme ad un’amica, la stilista Sophie Lopez. In questo tour, ad esempio, dice Dom, ho un outfit da Bruce Lee perchè quando suoniamo Uprising sugli schermi della piramide vengono proiettati dei video di me che faccio kung-fu contro alcuni businessmen proprio indossando una tuta.

Follow Me

Neutron Star Collision

AR: […] e abbiamo posto loro qualche domanda anche in relazione a quella che è la loro attivissima vita dal vivo torneranno in Italia a giugno e a luglio a Torino e a Roma ma se hanno intenzione di non finire mai questi tour…

Dom

GS: Dominic confessa che, in effetti, i loro tour sono molto duri. Di solito, dopo la pubblicazione di un album, segue un tour di circa diciotto mesi che comunque ha dei piccoli intervalli al suo interno. Ma c’è ancora molto da fare per la band e ci saranno sicuramente dei piccoli break ma niente di rilevante finchè il tour non sarà finito. Poi, quando si deciderà di scrivere qualcosa di nuovo, allora sì che si prenderanno un attimo di calma.

AR: insomma come potranno gestire anche la loro situazione familiare…

Matt

GS: Matt ci spiega che più o meno ci sono dieci giorni di pausa ogni due settimane di concerti. Più pause ci sono, meglio è per le famiglie. Cercano quindi di mantenere questo equilibrio costante.

The Resistance Live San Siro 8 giugno 2010

E’ vero, non è sicuramente tra le interviste più profonde che abbiano mai fatto i tre, ma comunque non è male (sono stata tentata di inserire qualche commentino qua e là, anche se poi mi sono trattenuta). Vanno inoltre doverosamente segnalati gli acuti attacchi di nostalgia che mi hanno colto a risentire i live di San Siro 2010.

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Andando a parafrasare un ben noto proverbio si potrebbe dire che le giornate di merda sono come le chiappe: ognuno ha le sue. Ecco. Che poi, diciamo la verità. Fosse la giornata, ma la realtà è che questa settimana è cominciata male che di più non si può e se va avanti di questo passo il video di venerdì sarà qualcosa di Nick Cave – cosa che, va da sè, è indice di condizioni mentali pessime.

Detto ciò, cercando di non soffermarmi su quelle curiose dinamiche che inevitabilmente rendono i rapporti interpersonali materia deteriorabile e sull’altrettanto inevitabile tendenza che hanno gli ombrelli a scomparire, manco fossimo in una puntata di X-Files (uh, X-Files, un giorno o l’altro ci farò un mega post – ti prego, darling, non esagerare con gli off topics – oh, ok) ed evitando anche di dilungarmi ulteriormente su quanto il mio cattivo umore sia ancora in piena fase crescente (ecco, a questo punto hai perso un buon trenta percento dei lettori se non altro perchè questa frase sta diventando davvero troppo lunga), passo finalmente al post di oggi. Sempre che riesca a rimanere concentrata e a non ficcarci in mezzo qualche altro sproloquio.

Il Cigno Nero, 2010. Darren Aronofsky.

Visto al cinema appena uscito e rivisto nel weekend. Che mi fosse piaciuto me lo ricordavo. Non mi ricordavo quanto questo film fosse incredibilmente bello in ogni dettaglio.

Nina Sayers (Natalie Portman) è una ballerina professionista fragile e bella. Vive esclusivamente per il balletto, in una dimensione al tempo stesso ovattata e ossessiva, alla costante ricerca della perfezione tecnica dei suoi gesti. Unica presenza nella sua vita, la madre. Ex ballerina lei stessa, custode e carceriera che proietta sulla figlia le frustrazioni per il fallimento della sua carriera, ma al tempo stesso non riesce ad accettare neanche l’idea che la figlia raggiunga quel successo che lei non ha avuto. Il suo atteggiamento è in qualche modo sospetto fin da subito, ma se all’inizio può esservi il dubbio di una semplice tendenza iperprotettiva, gradualmente emergono elementi sempre più inquietanti.

La scena della torta, da questo punto di vista, rappresenta una sorta di spartiacque. Quel breve scambio di battute in cucina – la madre che si offende perché Nina ha lo stomaco chiuso per la tensione e non vuole assaggiare la torta, quindi, con un improvviso gesto di stizza, fa per buttarla via e le scuse precipitose di Nina – costituisce uno dei primi momenti estremamente rivelatori di tutto il film. Erica è fondamentalmente pazza e Nina è totalmente succube di questa figura instabile, possessiva, squilibrata.

La debolezza di Nina nel rapporto con la madre è un altro elemento chiave.

Quando la ragazza ottiene dal direttore artistico e suo maestro (Vincent Cassel) nella compagnia di ballo il ruolo di Odette nella nuova versione de Il lago dei cigni, si scatena in lei una lotta che va ben oltre i limiti del dramma psicologico. La necessità di dover interpretare due ruoli diametralmente opposti, il Cigno Bianco e il Cigno Nero, la fa sprofondare in un abisso interiore dove ogni nascondiglio crolla e i suoi fantasmi escono allo scoperto.

Il Cigno Bianco è totalmente adatto a lei. E’ la purezza, la perfezione tecnica, la bellezza algida. Il Cigno Nero rappresenta invece una torbida e prepotente sensualità che Nina non riesce a tirare fuori perchè vorrebbe dire liberare la parte cattiva, la parte egoista, la parte non succube delle costrizioni che lei per prima si impone. Si scatena dunque – con il discutibile ma a suo modo efficace incoraggiamento del suo maestro – una lotta che è tanto mentale quanto fisica tra le due parti che coesistono nel corpo di Nina e che sembrano non riuscire più a condividere lo stesso involucro di carne.

La fisicità è fondamentale in tutto il film. Quella realistica e impietosa delle ferite e dei dolori provocati dagli allenamenti. Quella simbolica ma anch’essa concretissima della metamorfosi di Nina da Cigno Bianco a Cigno Nero. Il Cigno Nero si fa fisicamente strada dentro il corpo di Nina per emergere, per raggiungere la superficie dalle profondità in cui lei lo aveva relegato. Che molte di queste manifestazioni fisiche siano di fatto una sorta di allucinazione non è rilevante. Esse vengono vissute come reali da Nina e pertanto sono anch’esse reali.

L’assoluta parità, a livello di rappresentazione, tra il piano allucinatorio e quello reale man mano che la condizione psichica della ragazza si fa sempre più vicina al punto di rottura, è uno degli aspetti che rendono questo film di grande valore per il fatto di essere ben più di una mera scelta stilistica ma un elemento intrinsecamente legato al significato.

La valenza simbolica della duplicità del ruolo potrebbe essere quasi banale se riassunta in breve ma è il modo in cui essa viene interpretata a sfruttarne magistralmente le potenzialità.

E’ un capolavoro di morbosità, un thriller psicologico che, oltretutto, presenta diverse (parecchie in verità) concessioni ai canoni dell’horror – le due scene di Beth all’ospedale, la visione, sempre di Beth, in cucina, l’ambiguità della figura di Lily (Mila Kunis) – una reale persecutrice o l’ennesima proiezione mentale di Nina? – le immagini negli specchi.

In generale in tutto il film c’è una quantità enorme di riprese riflesse negli specchi, non solo per le scene più inquietanti, ma per accentuare ulteriormente la frammentazione e la relatività della realtà in cui vive la protagonista. Non si sa mai se quello che si guarda è l’oggetto in sè o il suo riflesso, o il riflesso di un riflesso che magari lo capovolge e lo distorce.

Oscar più che meritato per Natalie Portman che, oltre ad essere bellissima e fisicamente perfetta per il ruolo, dimostra una bravura impressionante. Sul suo volto – e nel suo corpo – si legge ogni singolo passaggio di tutto il dramma interiore che la sta lacerando. La scena dell’ultimo trucco in camerino, con il cerone bianco spalmato sulle lacrime è qualcosa di fantastico per il modo in cui sembra che lei non stia applicando solo un trucco ma proprio un’espressione sul suo volto.

Bè, dai, visto che sono arrivata alla fine del post senza metterci in mezzo altre cazzate posso premiarmi e aggiungerne ancora qualcuna (se proprio insisti…sia mai che ti sia scappato qualcosa di intelligente sul film e ne rimanga traccia).

Cose che possono ancora andare storte prima che la settimana finisca (limitiamoci alle prime tre che ti vengono in mente, pleeeeease).

Che non riesca a sconfiggere Kyrie.

Che le ff che seguo non vengano aggiornate.

Che si inchiodi internet.

Cinematografo & Imdb.

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Un po’ The Box, e un po’ quella che immagino possa diventare una lista lunghissima di altri film, se non analoghi, quanto meno accomunabili per trama e principio di base.

Il succo è: siamo controllati da qualcuno che manovra il nostro destino e le nostre scelte. Finché non lo sappiamo va tutto bene ma nel momento in cui sbirciamo accidentalmente dietro le quinte inevitabilmente vogliamo opporci, cambiare le cose, non rassegnarci a quello che è già stato deciso.

David Norris (Matt Damon) è un giovane politico ambizioso e promettente che incappa in un inaspettato ostacolo nella sua carriera (un scandalo in prima pagina) e lo supera grazie alla fortuita ispirazione fornitagli (con tanto di bacio) da una sconosciuta incontrata per caso nel bagno degli uomini.

A distanza di anni incontra di nuovo questa sconosciuta, Elise (Emily Blunt). Ma da questo punto in poi niente sembra più funzionare. C’è qualcuno che si oppone, che non vuole che loro stiano insieme. Qualcuno che doveva fargli rovesciare addosso il caffè per evitare che si rincontrassero e che invece si è addormentato.

Chi ci sia dietro, in realtà, viene rivelato abbastanza presto, già nella prima metà del film, per poi lasciare spazio ad un alternarsi di inseguimenti, fughe, lasciarsi e ritrovarsi, accettare il proprio destino o opporvisi, dilatato nello spazio di diversi anni.

C’è una cosa di cui sono sempre più convinta, ossia che se un buon regista si mette a fare lo sceneggiatore non è detto che il risultato sia valido, mentre se un buon sceneggiatore decide di mettersi dietro la macchina da presa, magari non farà chissà che di originale ma garantisce, in ogni caso, una soglia minima piuttosto alta di buona riuscita, in quanto la struttura portante sarà comunque solida.

E’ un po’ il caso di questo film. George Nolfi (sceneggiatore di Ocean’s Twelve, The Bourne Ultimatum, Timeline) forse non sarà molto personale nell’impostazione della vicenda, ma riesce a mantenere un buon ritmo, soprattutto in relazione alla gestione di salti temporali molto ampi.

Bella l’idea delle porte comunicanti su diversi livelli, resa anche visivamente molto bene.

I guardiani del destino è tratto da un racconto di Philip K. Dick, The Adjustement Team, del 1954.

Devo dirlo che il titolo originale del film (The Adjustement Boureau) era dieci volte meglio? Che era più adatto e più coerente con questa versione burocratica, para-amministrativa, stile servizi segreti dei burattinai dell’umanità? Devo dirlo?

Cinematografo & Imdb.

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Non sono mai stata una grande amante di Bertolucci. Ho apprezzato diversi suoi film e ne riconosco l’indubbia bravura ma raramente mi sono trovata entusiasta. Con due eccezioni: Ultimo Tango a Parigi e The Dreamers. Sono perdutamente innamorata di questi due film.

Dell’Ultimo Tango parlerò quando riuscirò finalmente a recuperarne una versione decente in dvd.

The Dreamers. 2003.

Avverto che parlerò ampiamente del finale – anche se non penso che possa rappresentare un problema per chi non l’ha visto dal momento che non è un thriller e l’assassino non è il maggiordomo.

Innanzi tutto non è un film sul Sessantotto. Indipendentemente da tutto quello che hanno detto critiche e recensioni. Tutto il lancio è ruotato intorno alla dicotomia rivoluzione per le strade/rivoluzione a letto, come se quello che vivono i tre protagonisti fosse una sorta di risposta al contesto sociale. Mio modesto parere è che non c’è niente di più riduttivo, sbagliato, avvilente di questa prospettiva.

La trama pura e semplice. Siamo nella primavera del Sessantotto a Parigi. Matthew è un giovane californiano che ha la fortuna di frequentare l’università in Europa anziché andare a farsi ammazzare in Vietnam. Appassionato (malato) di cinema, forse un po’ ingenuamente travolto dal fascino dell’ambiente culturale francese, nel mezzo delle prime contestazioni a seguito della cacciata – da parte del governo – di Henri Langlois dalla Cinémathèque française si imbatte in Theo e Isabelle. Fratello e sorella (gemelli), carismatici e affascinanti, provenienti dall’alta borghesia colta, che coinvolgono Matthew nel loro particolare rapporto. Lo invitano a trasferirsi da loro, tanto i genitori vanno via, e comincia una sorta di gioco a tre fatto fondamentalmente di sesso, cinema e (soprattutto) dosi enormi di autoillusione anche se in forme diverse. Un gioco che ovviamente non può durare a lungo per l’estrema fragilità degli equilibri che richiede e che vira sempre di più verso l’autodistruzione.

Il Sessantotto c’è ma è più che altro una cornice. La rivoluzione ha anche un ruolo, alla fine, ma non quello che le si è voluto attribuire.

Il fulcro di The Dreamers è fondamentalmente Isabelle e la relazione incestuosa in cui è coinvolta con suo fratello Theo. Relazione che tutto è fuorché atto di spregiudicata ribellione o provocatoria dichiarazione di libertà.

Isabelle è vittima della relazione con Theo al quale è morbosamente attaccata, dal quale è praticamente dipendente in tutto e per tutto in quanto rappresenta per lei l’unica via di fuga, l’unica salvezza da quella che si intuisce essere la relazione con il padre. La relazione tra Theo e Isa è la conseguenza di un abuso da parte del padre. Questa cosa non è mai esplicitata ma ci sono almeno due punti chiave in cui il dubbio viene insinuato in modo più che prepotente: l’inquadratura della mano del padre sul fianco di Isa quando lei si avvicina per presentargli Matthew. Non c’è nessun’altra motivazione che giustifichi la telecamera ferma su quella mano. E’ la sensazione – che prova Matthew stesso anche se non sa perché – di qualcosa che non va. Qualcosa di sbagliato. Quella mano e il modo in cui Isa avverte suo padre che non sono soli. Altra scena chiave da questo punto di vista è verso la fine, quando i genitori rientrano e trovano i tre nudi nella tenda in soggiorno. Lo sguardo del padre non è uno sguardo paterno. Il dolore che si dipinge sul suo volto è quello di un amante tradito. E’ gelosia quella che prova vedendo Isa tra Matthew e Theo. E’ la sensazione bruciante della sconfitta, oltretutto subita per mano di suo figlio, con il quale è in aperto conflitto.

Le implicazioni che sia aprono con questa prospettiva sono complesse e drammatiche.

Isabelle rappresenta il terreno di scontro simbolico e (soprattutto) fisico tra padre e figlio. E’ il campo di una battaglia generazionale persa in partenza dal momento che l’unico modo che Theo trova per affermarsi ed esternare il profondo disprezzo che prova per il padre è quello di sostituirsi a lui.

Con queste premesse possiamo tornare a parlare di rivoluzione.

Se The Dreamers è un film sulla rivoluzione lo è nella misura in cui ne rappresenta il fallimento, la vuota sostituzione di uno slogan con un altro, il vuoto accanimento su questioni di principio. Con esiti peraltro distruttivi per chi in questa rivoluzione si trova coinvolto suo malgrado.

Allo stesso modo in cui, nella scena finale, quando la rue est entrée dans la chambre, e i tre scendono finalmente in strada, diventa palese l’inutilità della rivoluzione nel momento in cui Isa, senza quasi esitare, abbandona Matthew e sceglie Theo. Non c’è nessuna rivoluzione che possa salvare lei. Non cambierà mai niente.

Il personaggio di Isabelle è di una complessità e di una delicatezza struggenti. E’ commovente come Marlon Brando che si rannicchia in posizione fetale alla fine dell’Ultimo Tango. E’ un capolavoro. Tutta la sua sicurezza, le sue pose un po’ eccentriche e dominanti, non sono altro che una maschera, un gioco, un modo come un altro per non pensare, per non guardarsi allo specchio. Per nascondere e tenere a freno il terrore. Terrore che i genitori (leggi il padre) possano scoprire di lei e Theo. Terrore che con Theo possa non essere per sempre, perché lei non ha mai conosciuto altro modo di vivere. Non è mai uscita con un ragazzo. Non ha mai fatto niente senza il permesso di Theo.

In tutto ciò il ruolo di Matthew non è subito definito. Fin dall’inizio c’è la sensazione che non sia del tutto chiaro il perché Theo e Isa lo vogliano coinvolgere. Anche perché ci sono diversi punti in cui all’impulsivo e ingenuo trasporto di Matthew, Theo risponde con una controllata freddezza che fa trapelare una sorta di sopportazione. La funzione di Matthew si chiarisce con la penitenza sull’indovinello di Scarface. La relazione  tra Theo e Isa ha comunque un limite fisico. L’unico modo che Theo ha per fare l’amore con lei – ancora vergine – è quello essere lui a scegliere chi, come e quando. E di essere presente.

La scena in cui Matthew e Isabelle fanno l’amore sul pavimento della cucina (e soprattutto il modo in cui ci si arriva) mentre Theo un po’ controlla e un po’ prepara le uova per tutti, è una delle più esplicite di tutto il film ed è costruita – come tutto il resto del film – in modo impeccabile. The Dreamers non è esattamente un film erotico ma ha molte scene erotiche, e tuttavia non ci sono neanche dieci secondi in cui queste scene siano disturbanti, volgari o inadatte.

Bertolucci è riuscito a creare una dimensione di perfetto equilibrio di bellezza, erotismo, decadenza e dolore. A partire dall’ambientazione. La casa in cui si svolge quasi tutta la storia è un capolavoro, con la sua antichità, il suo lusso decadente e i suoi corridoi labirintici.

I tre protagonisti. La scelta non avrebbe potuto essere più azzeccata. Al di là del mio sconfinato amore per Eva Green, sulla quale non posso che enumerare una sfilza di aggettivi terminanti in -issima,  anche Micheal Pitt e Louis Garrel sono molto adatti al ruolo sia come recitazione sia fisicamente, in un contesto in cui la fisicità è protagonista essa stessa (restano le mie preoccupazioni su come abbiano potuto non beccarsi una bronchite dal momento che sono nudi e fumano per tutto il film).

E poi. The Dreamers è anche una lunga dichiarazione d’amore per il cinema.

E’ zeppo di citazioni verbali e visive di grandi film che hanno fatto la storia del cinema. Theo e Isabelle coinvolgono Matthew anche in un gioco di indovinelli che consistono nel mimare scene di film e riconoscerli. Le scene riprodotte dai ragazzi sono alternate con quelle originali dei film di volta in volta menzionati. Fantastica l’idea di battere il record di Bande à part di Godard attraversando di corsa il Louvre. Una delle scene più belle di tutto il film.

Lo so, ho già scritto un poema, ma aggiungo ancora l’elenco dei film citati perchè merita.

Il corridoio della paura 1966, Sam Fuller

Fino all’ultimo respiro 1959, Jean-Lu Godard

La regina Cristina 1933, Rouben Mamoulian

Il cameraman 1929, Buster Keaton

Luci della città 1931, Charlie Chaplin

Cappello a cilindro 1935, Mark Sandrich

Bande à part 1964, Jean-Luc Godard

Freaks 1932, Tod Browning

Venere bionda 1932, Josef von Sternberg

Scarface 193, Howard Hawks e Richard Rosson

Gangster cerca moglie 1956, Frank Tashlin

Mouchette 1966, Robert Bresson

Cinematografo & Imdb.

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Blackout

Lo so che mi ero ripromessa di non cominciare a postare Muse a ripetizione ma questo è davvero un fuori-programma. Ed è colpa di una persona in particolare. Se passerà da queste parti capirà. 😉

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Del tutto incurante di quanto io sia impreparata e del fatto che non so cosa effettivamente riuscirò a vedere, domani parte il Torino Film Festival.

Qui il programma completo.

Avevo sentito voci su David Lynch a Torino per l’occasione ma pare siano state smentite (cosa che peraltro mi ha risolto il dilemma vado in giro per una settimana con una copia di Mulholland Drive per cercare di farmela autografare o con un badile per cercare di ucciderlo per Inland Empire?) Di certo c’è invece che verrà presentato Chained di Jennifer Lynch, la figlia.

Altra segnalazione al volo è il film di chiusura, Ginger & Rosa della mia amatissima Sally Potter. Spero di non mancare almeno quello.

La citazione del titolo è di Martin Scorsese.

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Sono distratta, deconcentrata e con un sorrisetto ebete stampato in faccia. Stamattina ho preso i biglietti dei Muse per giugno a Torino. Capitemi. Prima o poi riacquisterò una qualche forma di dignità. Già sto facendo enormi sforzi per non infestare questo posto con i loro video. E per non mettermi a squittire. E per cambiare argomento. E comunque sinceramente speravo in una red-zone sotto il palco (no tesoro, non diciamo cazzate, tu speravi in un’opzione del tipo “in braccio a Matt/Dom”) ma non l’hanno fatta e quindi mi accontento del prato. Il che non esclude che venerdì monitorerò le prevendite ufficiali per vedere se per caso la aggiungono (e in tal caso, fammi capire, vorresti ricomprare altri biglietti?). E comunque no, non ho ancora cambiato argomento, adesso arrivo. E sì, forse è il caso di inaugurare una nuova categoria per questo genere di sproloqui e nominarla “segni di cedimento”.

Masters of Horror è una serie americana di film per la tv ideata da Mick Garris e andata in onda anche in Italia tra il 2007 e il 2008. Due stagioni composte da mini-film di circa un’ora, diretti da vari registi. Ovviamente horror.

Dario Argento, nelle sue 100 pallottole, di tanto in tanto, ne inserisce qualcuno e capita così che riesca a beccare qualcosa che non ho ancora visto. Nello specifico, ieri sera davano Contro natura di Joe Dante, Il gatto nero e La casa delle streghe di Stuart Gordon. Va detto che mi sono miseramente addormentata a metà del gatto nero per svegliarmi di soprassalto sulla scena in cui Edgar Allan Poe (qui reclutato tra i personaggi) infilza l’occhio del felino, con il mio gatto nero appollaiato sulla spalliera del divano che mi fissava con inequivocabile risentimento. Della casa delle streghe quindi manco a parlarne. Sono riuscita però a vedere Conto natura. Joe Dante. Quello dei Gremlins!! Ok, perdonate i punti esclamativi, ma mi sono sempre piaciuti un sacco, i Gremlins. Prima e dopo lo spuntino di mezzanotte. Un giorno o l’altro ne parlerò decentemente.

Dicevamo. Contro natura – The Screwfly Solution, 2006, presentato anche al 24° Torino Film Festival e tratto dall’omonimo racconto di Alice Sheldon pubblicato nel 1977 sotto lo pseudonimo di Raccoona Sheldon – è un film con una buona idea di base ma purtroppo pochi mezzi e pochi spazi per svilupparla come meritava. Un’epidemia che colpisce solo gli uomini andando a incasinare il meccanismo per cui normalmente istinti sessuali e pulsioni di rabbia, pur avendo una matrice comune, dovrebbero rimanere separati. Il risultato è che tutti i maschi diventano dei pazzi invasati che in preda ad un delirio che, come se non bastasse, predilige le forme religiose per esprimersi, puntano a liberare la terra dalla donna. Alla base ci sono gli esperimenti condotti su un tipo di insetto infestante che la scienza ha tentato di eliminare tramite una sostanza che agisce bloccando l’istinto riproduttivo del maschio al fine di indurre un’estinzione forzata. Qualcuno ha fondamentalmente rielaborato questa sostanza per renderla efficace sull’uomo. O comunque ha applicato lo stesso principio per liberare la terra dal parassita più infestante, ossia la specie umana. Chi e come, non si sa. O meglio si saprà ma in modo piuttosto sbrigativo. Da quando si capisce che la situazione sta precipitando la conclusione diventa fin troppo frettolosa, sprecando tutta una serie di spunti che avrebbero potuto creare situazioni parecchio kinghiane. Anche sulla parte orrorifica si sarebbe potuto osare un po’ di più e in generale si poteva ampliare un po’ la materia di base del racconto.

Nel cast c’è anche Jason Priestley, che non vedevo più in circolazione dai tempi di Beverly Hills, mentre A. Sheldon viene indicata nei credits del film con il nome di James Tiptree Jr.

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E insomma, eravamo a Parigi già da qualche mese, e tempo una settimana (anche se a pensarci ora sembra molto di più, considerato tutto quello che in quella settimana sarebbe accaduto, tutte le luci e i bagliori) tempo una settimana saremmo partiti per Genova, in spalla le narrazioni e i sogni di un sacco di gente, a celebrare la palingenesi che tanto aspettavamo, a farci bruciare dalla nostra fiamma; ma ovviamente tutto questo non lo sapevamo (allora) e osservavamo i nostri destini inutili e ventenni che si consumavano, illusi, tanto per cambiare, che ci avrebbero portati da qualche parte. Con ogni probabilità (ma è facile dirlo, a posteriori, quando la bolla della contestazione ci è già scoppiata in faccia, permettendoci finalmente di vedere le cose senza quell’aria sempre così rosata, trasognata, la nostra), con ogni probabilità dovevamo accorgercene prima, di dove erano dirette in modo più o meno tortuoso tutte le strade che avremmo preso o scartato (le strade, no?, portano ad altre strade), ma allora le nostre azioni non erano ancora inquinate dal dubbio della mancanza di senso: vivevamo in modo sicuro, la nostra leggerezza era la stessa del carico sulle nostre spalle, tramandatoci da generazioni di controparti (reali o di finzione) e assottigliatosi di mano in mano, di megafono in megafono, sino ad arrivare a questo secolo ventesimo primo come un grido morto nel vento, un involucro di carta, uno spettro. Non mettevamo in dubbio che le nostre azioni avessero un senso: eravamo a Parigi, contestavamo, facevamo quella che speravamo diventasse arte e invece era solo informazione (parziale e scadente), festeggiavamo, tentavamo di non accedere alla scatola nera che avevamo in testa (è impossibile, ci dicevamo, è impossibile il linguaggio privato), impersonavamo amori strazianti e sentiti e cercavamo in una manifestazione internazionale la soluzione ai problemi nostri e del mondo (nostri, in verità). Facevamo quello che facevano, più o meno, tutti. Facevamo, più o meno, come ci avevano detto di fare.

Non è stata colpa nostra, in fondo. Fummo male informati.

Eravamo a Parigi già da qualche mese e certo dalla nostra situazione non saremmo stati in grado di scorgere l’arrivo della catastrofe, quella vera, terribile e ricca di grancassa, il cui esito simbolico per tutti noi sarebbe andato ben oltre il semplice fallimento. No, non potevamo vederla arrivare, ma già da alcuni giorni c’era la chiara sensazione che qualcosa non andava, c’era (appunto) quel fortissimo senso di bizzarro che (ora possiamo dirlo) precede la caduta e lo schianto. Proprio quello.”

Primo romanzo di Vincenzo Latronico. 2008.

Un gruppo di ragazzi nella Parigi del nuovo millennio. Tutti in età da università; tutti in fuga da qualcosa; dal passato, da una realtà che fondamentalmente non capiscono del tutto ma che sentono come soffocante e limitativa; tutti in cerca di una rinascita; in attesa di una palingenesi. Vivono in una palazzina cadente, casa di fortuna, sede improvvisata di un’altrettanto improvvisata agenzia fotografica. Di manifestazione in manifestazione, attraverso relazioni più o meno fallimentari e rapporti interpersonali (quasi) sempre ammortizzati da una sorta di teatralità che sentono necessaria e inscindibile dal ruolo che essi stessi si sono ritagliati addosso, si preparano per quella che vivono come la resa dei conti, la grande manifestazione di Genova (G8, 2001, sì, proprio quella).

Sinceramente, su questo aspetto, c’è stato un momento in cui ho temuto il peggio e cioè che l’equilibrio che si era mantenuto per tutto il libro andasse a frantumarsi nell’ennesima ricostruzione dei “fatti di Genova”, per dirla con i giornali. Fortunatamente no. Non è quello il punto, a prescindere da come l’autore abbia poi scelto di gestire la presenza – pur rilevante (ingombrante) – di questo elemento nella storia.

Ginnastica e rivoluzione è un romanzo quanto meno insolito, in particolar modo se si pensa che arriva da un autore nato nel 1984, nella cuore di una generazione che in qualche modo incarna la perdita della passione politica.

E’ un romanzo di una disillusione disarmante (Wu Ming 4 lo ha definito “uno dei romanzi più reazionari che io abbia mai letto” in quanto “non c’è niente di più reazionario del fatalismo”qui la fonte della citazione, tra i commenti), impietoso nella sua descrizione dei meccanismi di appropriazione, da parte dei protagonisti, di una passione e di un idealismo che non appartengono a questa generazione che però, dal canto suo, palesemente non è in grado di trovare una propria via per esprimere e incanalare un’esigenza di rinnovamento che pur sente – o crede di dover sentire, coerente con quel processo di immedesimazione in una parte, in un ruolo costruito per noi dalla generazione precedente ma ormai ridotto a vuoto citazionismo verbale e comportamentale.

Ogni epoca ha la sua follia specifica: un disegno, un progetto, un sogno in cui si getta a capofitto, sospinta dall’amore per il denaro, dal bisogno di avventura o dalla pura e semplice forza dell’imitatio.

Scrittura impeccabile (mi sono innamorata dell’incipit), di livello decisamente alto per stile e complessità ma comunque scorrevole e coinvolgente. I capitoli alternati sui vari personaggi traggono in inganno e lasciano presupporre un alternarsi anche di punti di vista mentre in realtà la voce narrante è unica e i capitoli sono semplicemente finestre che si aprono sul vissuto dei vari protagonisti. Dovrebbe fare un’eccezione la corrispondenza di Julie ma – a dire la verità – neanche lì si avverte un reale distacco dai toni e dalla prospettiva della voce narrante. Che la cosa sia voluta è forse anche un dubbio legittimo. L’ennesima rappresentazione di una stringente uniformità (conformità) di pensiero e di azione anche laddove l’indipendenza e il non-condizionamento dovrebbero costituire le basi di un modo di essere costruito con questo preciso scopo.

Di sicuro a breve leggerò anche La cospirazione delle colombe, il secondo romanzo di Latronico.

Oltretutto la lettura di questo romanzo – per associazione di tematiche e soprattutto per associazione di sensazioni trasmesse – mi ha fatto venir voglia di rivedere The Dreamers di Bertolucci. Appena ci riesco seguirà relativo post in cui chiarirò anche i perché delle mie associazioni.

“[…] E’ tanto facile fare le solite critiche, che manifestare non serve e niente e non è mai servito, che è…che è un’illusione, un’usanza, ma tu cosa fai? Noi almeno facciamo qualcosa. Noi almeno ci proviamo, cazzo. Noi partecipiamo.”
“Sono sciocchezze. E’ semplicemente un’idea falsa, quella che basta provarci. Se le prove sono insensate e rituali, se sono vuote, credendo di agire e di fare qualcosa, in realtà compromettete la situazione, tagliandovi da soli ogni ponte e ogni possibilità di agire. […] Vi agitate tutti continuamente, gridando ‘guarda quante cose stiamo facendo! Guarda come ci proviamo! Se falliamo non è colpa nostra, noi ci proviamo!’ Dici che agite con le migliori intenzioni, e che se i risultati non si vedono, se le manifestazioni non arrivano dove devono arrivare, è solo questione di tempo, è solo colpa delle condizioni esterne. […]”.

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Dimentichiamoci chi è Terrence Malick. Dimentichiamoci le aspettative di cui il suo nome inevitabilmente si carica. Dimentichiamoci l’immaginario (cinefilo) collettivo che lo vuole associato a Kubrick (cosa che peraltro ho sempre trovato piuttosto arbitraria). Dimentichiamoci che, oltre che un regista, è anche un filosofo e che è una di quelle figure di intellettuale d’altri tempi (quando essere definiti tali non era un insulto, una posa o una caricatura), con una profonda cultura negli ambiti più diversi e – soprattutto – la capacità di avere una visione d’insieme, il quadro generale di tutti questi ambiti. E poi dimentichiamoci che siamo a Cannes e facciamo finta di non sapere come funzionano i film festival.

The Tree of Life è un film (e qui c’è stata una pausa di cinque minuti buoni per trovare l’aggettivo – che poi non ho trovato) molto meno difficile di quello che vuole/può sembrare. O forse di quello che il pubblico voleva che fosse – ma siccome ho detto di non ricordarmi di essere a Cannes, per ora del pubblico non parlo. E’ un film lento – aspetto non necessariamente negativo – di grande bellezza e di grandi pretese. E’ un film che chiede allo spettatore un coinvolgimento che non si fermi al livello della trama, delle vicende rappresentate, ma si spinga oltre, su un piano sensoriale, empatico, istintivo.

Una famiglia americana negli anni Quaranta. L’idillio del sogno americano incrinato da ciò che in esso si nasconde. Dalla fondamentale illusorietà di molti dei suoi presupposti. Una madre (Jessica Chastain – bellissima) che incarna tutto ciò che può essere riassunto nella pura, incontaminata fiducia nella bontà di ogni aspetto dell’esistenza. Armonia, amore. Una grandezza tale da andare oltre l’esigenza di una domanda di senso. Un padre (Brad Pitt – bravissimo in un ruolo solitario che richiede un enorme equilibrio) che oscilla tra uno struggente e disarmante senso di impotenza di fronte all’amore per i propri figli e l’egotica autoritarietà che il suo ruolo e la sua formazione esigono da lui. Un figlio (Sean Penn – forse qui persino un po’ sprecato) che ripercorre a ritroso il rapporto con i suoi genitori cercando una chiave per rielaborare le conflittualità, il non detto, tutto ciò che è rimasto in sospeso.

Parallelamente alla narrazione della vita di questa famiglia – alternata tra il passato e il presente – si va ripercorrendo per immagini l’intera storia della vita e dell’universo in un accostamento che è già di per sé ben poco difficile da interpretare e che viene ulteriormente supportato dalle voci narranti fuori campo che colmano e chiariscono i collegamenti anche laddove sorgesse qualche dubbio sulla pertinenza dei due filoni narrativi. Le immagini che compongono la parte cosmogonica della narrazione sono spettacolari ma anche la fotografia e le riprese della parte che segue la realtà dei protagonisti non sono da meno e anzi, forse, sono di una ricercatezza ancora più raffinata.

Detto tutto questo, usciamo dall’amnesia precedentemente indotta e parliamo un momento di Tree of Life a Cannes (2011). Non proprio un altro film, ma sicuramente altre cose da dire.

Diciamo che, da un lato, la Palma d’Oro è più dovuta al nome di Malick che non al film di per sé; dall’altro però era comunque piuttosto ovvio che questo film la ricevesse. E’ un film esteticamente bellissimo, concettualmente politically correct sotto tutti, ma proprio tutti, i punti di vista, presentato in una veste in superficie sufficientemente enigmatica da giustificare lo scatenarsi della dietrologia in cui tanto volentieri sguazzano il pubblico e la critica dei film festival; da giustificare gli entusiasmi di chi ha gridato al miracolo e i teatrali contorcimenti di chi invece vi ha visto tutto il Male. E’ un film che lascia un po’ il dubbio di essere stato preconfezionato apposta per la fauna da film festival e che fondamentalmente, proprio con questa intenzionalità, se ne prenda un po’ gioco. In parole povere, Malick dà l’idea di aver fatto un po’ il furbo con un film che, alla fin fine, ha ben pochi sottintesi e ben poco che non sia esplicitato ma che, dal momento che porta il suo nome, inevitabilmente avrebbe scatenato la caccia al significato recondito.

Cinematografo & Imdb.

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