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Archive for the ‘C. Bale’ Category

Per la regia di Adam McKay (La grande scommessa, 2016) torna l’accoppiata Christian Bale – Amy Adams (American Hustle, 2013) in un biopic politico potenzialmente rischioso ma, in definitiva, perfettamente riuscito.

La vita di Richard Bruce Cheney, meglio noto come Dick Cheney, figura di spicco nella politica statunitense e vicepresidente sotto l’amministrazione di Georg W. Bush.

Ripercorrendo le tappe dell’esistenza di Cheney, si ripercorre anche una fetta considerevole della storia americana recente, a partire dal ’69, in piena era Nixon, fino alla vicepresidenza, il che significa Torri Gemelle e guerra in Iraq.

Una panoramica impietosa e agghiacciante del dietro le quinte della politica americana. Niente di realmente sorprendente, sia chiaro, niente che non si sappia se si ha voglia di saperlo. Ma questo non riduce in alcun modo la portata dei fatti.

Un’impostazione molto dinamica e soprattutto fortemente ironica dà al film un ritmo serrato e vivace. Non è solo una mera ricostruzione biografico-politica che avrebbe rischiato di essere materialmente noiosa almeno quanto teoricamente interessante. E’ un racconto leggero e veloce, connotato da un’ironia che non è solo espediente narrativo per far sorridere ma è intelligente richiamo alla riflessione.

Cast interamente ottimo, a partire da Bale, grasso (oltre 20 chili presi apposta per il ruolo), calvo e dallo sguardo penetrante, candidato e vincitore del Globe in categoria miglior attore in un film musicale/commedia.

Accanto a lui Amy Adams, strepitosa come sempre, qui nel ruolo della moglie di Cheney, perfetta incarnazione della consorte wasp in ogni sua sfumatura, dall’aspetto fisico al supporto morale, politico, psicologico.

E poi Steve Carell nel ruolo di Donald Rumsfeld e un fantastico Sam Rockwell a interpretare il giovane Bush.

Un quadro spietato di giochi di potere dove nulla è salvabile e nulla si salva.

Le altre nominations ai Globes erano per film (commedia/musical), regia, sceneggiatura, attrice e attore non protagonista per Amy Adams e Sam Rockwell.

Domani vedremo quante di queste candidature passeranno anche agli Oscar.

In ogni caso consigliatissimo.

Cinematografo & Imdb.

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Con quattro candidature ai Globes – miglior film, miglior attore Bale e Carrel, miglior sceneggiatura – e nessuna vittoria, La grande scommessa rimane, come anche Carol peraltro, tagliato fuori nonostante le discrete aspettative create dal lancio pubblicitario.

Il cast di nomi importanti ha di certo agito da richiamo, unitamente ad un trailer montato per trasmettere l’impressione del più dinamico dei colpacci per diventare ricchi.

Ora, premetto che a me il film è piaciuto. E pure molto. Resta il fatto che è risultato essere una cosa un tantino diversa da quel che sembrava.

Non mi metterò a raccontare in dettaglio la trama perché rischierei di incorrere in qualche deplorevole strafalcione, ma il tema di cui stiamo parlando è il crollo economico che nel 2008 ha travolto l’economia americana e che ancora oggi minaccia la stabilità del sistema.

Anni prima dell’esplosione di questa bolla finanziaria e della conseguente crisi, alcuni investitori particolarmente acuti e lungimiranti, primo fra tutti Michael Burry (Christian Bale), identificano le falle di una struttura finanziaria destinata al collasso inevitabile. Falle che si annidano in profondità nei meccanismi di investimento che riguardano il settore immobiliare.

La voce fuori campo di Ryan Gosling – narratore ed egli stesso protagonista della storia – ci guida sempre più in profondità, nei meandri di una realtà finanziaria sempre più astratta e ai limiti del paradossale.

La grande scommessa è un film difficile, su questo direi che non ci sono dubbi. Perché parla di argomenti lontani, astratti e complessi. Argomenti che, con tutta la buona volontà, è difficile trattare in modo divulgativo e corretto allo stesso tempo. A maggior ragione trovo riuscito l’equilibrio che si crea tra storia vera e propria e brevi intermezzi chiarificatori, giustificati appunto dalla voce narrante di Gosling.

Ritmo serratissimo. Alternarsi di diversi personaggi che costituiscono alcuni dei tasselli di un quadro che va via via assumendo proporzioni mostruose.

Molta ironia, dissacrante e cattiva.

Non avrei effettivamente assegnato premi agli attori, se non altro perché, per quanto tutti eccellenti, non c’è nessun ruolo veramente grosso da consentire a qualcuno di spiccare in modo particolare. Miglior film anche, mi pare un po’ esagerato. Ma almeno la sceneggiatura gliel’avrei data. Han fatto un gran lavoro rendendo fluido e assolutamente avvincente un materiale di partenza così astruso.

E invece niente. E se nel caso di Carol non mi sento di ipotizzare nulla di più che una normale questione di concorrenza, in questo caso ho idea che un film del genere non possa venir premiato. Tanto meno ad un evento made in USA.

Mancano eroi. Mancano vincitori. Manca un lieto fine, o almeno una sua imitazione. E poi va a toccare nervi ancora troppo scoperti. E’ tutto troppo recente e, soprattutto, troppo irrisolto.

Non c’è niente che dia ragione di pensare che sia cambiato qualcosa nel sistema bancario americano, agenzie di rating comprese.

E’ uno spiraglio che si apre su una realtà che si intuisce immensa e fuori controllo. Una realtà di marcio e di truffa, contaminata così in profondità da non lasciare spazio per nulla al di fuori di sé.

Non ci sono vincitori. Solo superstiti.

Non c’è rivalsa. Solo sopravvivenza.

Non c’è scampo.

Basato su avvenimenti recenti e documentati, tratto dal libro The Big Short – Il grande scoperto di Michael Lewis.

Da vedere.

Cinematografo  & Imdb.

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Come dice il proverbio: mi freghi una volta vergogna a te, mi freghi due vergogna a me, mi freghi tre vergogna a entrambi.

Ecco, qui non so se sono nel secondo o nel terzo caso, a seconda che si consideri solo Noah – se vogliamo rimanere in ambito strettamente biblico – o se consideriamo anche Godzilla (quello dell’anno scorso), in termini di action movie.

La parola chiave rimane comunque “fregatura”.

Ennesima fregatura che mi son presa perché mi son fatta abbindolare dal trailer.

Che poi, per carità, non è che mi aspettassi chissà cosa.

C’era una volta un mondo in cui il nome di Ridley Scott era una garanzia. Ma prima o poi tocca pure guardare in faccia la realtà e quel mondo ormai è finito. E da un bel pezzo per giunta. Ché abbiamo un bel ripeterci come un mantra sì-ma-è-il-regista-di-Blade-Runner-e-di-Alien…Blade Runner e Alien li ha diretti rispettivamente nel 1982 e nel 1979. Poi, per carità, non è che non abbia fatto altri film egregi dopo, però nel corso degli anni la sua produzione è diventata quanto meno altalenante.

Sto scorrendo avanti e indietro la filmografia di questo regista e ok, Il gladiatore (2000) ha fatto epoca ed era effettivamente un buon film nel suo genere, e anche American Gangster (2007) era un gran bel film, così come Nessuna verità (2008). Però in mezzo ci sono state cose come Le crociate (2005), discretamente imbarazzante, e Un’ottima annata (2006), che non ho visto ma sul quale ho sentito giudizi piuttosto perplessi.

E poi c’è l’ultimissima fase, che comincia dopo Nessuna Verità, con quel Robin Hood di cui non si sentiva assolutamente il bisogno e che ancora non ho digerito, con i suoi barconi da sbarco in Normandia ante-litteram. E Prometheus, che non ci sono vie di mezzo, è una cagata colossale.

E The Counselor, dell’anno scorso, che non è orrendo ma è piuttosto mediocre.

Niente da fare. Ridley sta perdendo colpi. E il fatto che nella programmazione del 2015 ci veda un Prometheus 2 forse è indice del fatto che non se ne sta mica rendendo troppo conto. Forse sarebbe carino che qualcuno glielo facesse cautamente notare.

Exodus – Dei e Re.

Allora. Va detto che questo filone neo-biblico-fantasy-catastrofico, proprio non riesce a piacermi. Però un film fatto male da uno fatto bene lo distinguo comunque, anche se il genere non mi aggrada.

E questo Exodus è fatto piuttosto maluccio, in verità.

Ripeto, non mi aspettavo chissà cosa. Mi aspettavo che la vicenda fosse una specie di pretesto per dare il via allo sbizzarrirsi di effetti speciali, battaglie e quant’altro. Mi aspettavo una carnevalata action divertente e piena di catastrofi scenografiche.

E invece no.

Ridley se la prende a cuore, la vicenda di Mosè. La racconta in dettaglio (non necessariamente un dettaglio fedele all’originale) e imbastisce una trama di gelosie di palazzo degna di un feuilleton.

Il tutto alternato all’evoluzione della coscienza di Mosè che prima rifiuta la sua appartenenza al popolo ebraico, poi vede Dio, si illumina e comincia a fare cose che prima non avrebbe mai fatto, apparentemente contro ogni buonsenso.

Il risultato è che il film si trascina un po’ per i primi due terzi, tra intrighi, strategie ed elucubrazioni, e concentra tutta l’azione vera e propria nella parte finale, con l’effetto di sciupare buona parte degli effetti speciali e dell’impatto scenografico.

Le piaghe d’Egitto arrivano in sequenza, una dopo l’altra, velocemente, senza che si abbia il tempo di assimilarle in un contesto, il che fa sì che perdano buona parte della loro potenza. Non è che visivamente siano fatte male, è solo che sono tirate via malamente, senza spazio, quasi senza pathos.

Sì, quella del Nilo rosso è bella ed è venuta particolarmente bene, ma le altre si susseguono troppo rapidamente perché possano essere apprezzate.

Anche la scena dell’onda gigante – che sì, dai, siamo andati tutti a vedere il film per quella cazzo di ondona – non è che sia poi chissà che.

Da un punto di vista di plausibilità, è sicuramente molto azzeccata la scelta di far ritirare il Mar Rosso in una sorta di bassa marea estrema e innaturale, piuttosto che rifare i muraglioni d’acqua dei Dieci Comandamenti del 1956.

Però resta il fatto che l’onda che arriva dopo non è fatta particolarmente bene. Ok, l’acqua è una rogna da digitalizzare decentemente, ma, come effetto, pare di non essersi evoluti poi molto rispetto a Deep Impact.

E poi è innegabile che ogni volta che si assiste a grandi scene di catastrofi o battaglie, il pensiero che colpisce la mente prima che lo si possa fermare è che sì, ok, figo, ma Peter Jackson l’avrebbe fatto meglio (e intanto Jackson non è stato così sprovveduto da andarsi a impelagare con gli effetti d’acqua).

Fatte le dovute proporzioni con i tempi, il film del ’56 era molto più avanti come tecniche ed effetti, rispetto a questo qui.

Nel complesso non offre niente che non si sia già visto e rivisto. Le battaglie sono sempre quelle del Signore degli Anelli, le piogge di frecce idem, solo meno coinvolgenti.

Il cast è prevalentemente valido ma non spicca e si limitano tutti a fare il loro mestiere. Da Christian Bale nel ruolo del protagonista, purtroppo sempre doppiato da Adriano Giannini e quindi sempre tendente al romanesco, a Ben Kingsley; da Sigourney Weaver a John Turturro. Joel Edgerton nei panni di Ramses riuslta invece piuttosto stonato. Non fa una gran figura, questo faraone. E non perché non è un personaggio positivo, ma perché sembra proprio un po’ scemo. Sempre con sta faccia stralunata, queste espressioni appiccicate e questo sembrare sempre capitato per caso nel posto in cui si trova. Parte relativamente minore anche per Aaron Paul (Jesse di Braking Bad).

Poteva essere carina l’idea di rappresentare il tramite di Dio che parla a Mosè  come un bambino. Non che fosse ‘sto picco di originalità da un punto di vista iconografico, ma almeno era un po’ insolito in ambito cinematografico. Peccato che abbiano scelto un ragazzino che tutto ispira tranne che simpatia. Figuriamoci devozione e obbedienza.

Morale. Mah, non è proprio un brutto film, alla fine ‘sti 150 minuti passano pure. Però se ne può fare tranquillamente a meno.

Cinematografo & Imdb.

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Tralasciando il fatto che ho visto questo film in condizioni ai limiti del disagio, in una sala minuscola (non nel senso di piccola e carina da cinema d’essai, no, proprio solo piccola e scomoda) e con un proiettore di quelli che forse vent’anni fa andavano bene per vederci le diapositive (e che oltretutto era pure piazzato storto), dicevo, tralasciando il contesto, il film non è male.

Totalmente diverso da quello che lascia intendere il trailer, Il fuoco della vendetta è sostanzialmente un cast-movie, dove la statura e le doti di tutti gli attori coinvolti fanno passare in secondo piano una trama pur ben costruita ma non esattamente originale.

Tra atmosfere decadenti e post-industriali si colloca la storia di due fratelli, Russell (Christian Bale) e Rodney (Casey Affleck). Entrambi tirano avanti come possono ed entrambi hanno fantasmi con cui devono fare i conti.

L’America povera, la presenza costante della miseria e dello spettro incombente dell’Iraq.

Una storia di legami spezzati, più che di vendetta vera e propria. Legami che cedono e crollano sotto il peso insostenibile di eventi che non si possono fermare.

Cast di altissimo livello, dicevo, con un Bale che rende sempre al meglio in questi ruoli tristi, solitari, poveri e che riesce sempre ad essere incarnazione plausibile di un eroismo proletario non ostentato e, per questo, credibile. E poi sa piangere. Cosa che non è per niente scontata.

Il cattivo di turno è interpretato da Woody Harrelson e non c’è molto da dire se non che fa veramente paura. E’ esattamente il tipo di ruolo per cui è tagliato.

Molto bella la parte di Willem Dafoe, così come quella di Forest Whitaker, anche se forse è l’unico a risultare un po’ sprecato.

La trama di per sé non è nulla di originale. Niente che non si sia già visto e le dinamiche tra i personaggi si intuiscono in modo piuttosto chiaro già nel primo quarto di film. Ciò non toglie che risulti ugualmente coinvolgente e che sia da apprezzare il tentativo di Scott Cooper di conferire alla vicenda un taglio inconsueto presentando gli eventi in un ordine diverso da quello che ci si aspetterebbe da questo genere di film, procedendo in modo volutamente lento e costruendo una sorta di anti-climax su alcune scene decisive.

Cinematografo & Imdb.

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Vale la pena andarlo a vedere solo per come è conciato Christian Bale.

E per la parte di Jennifer Lawrence.

E per i capelli di Bradley Cooper.

E per Jeremy Renner nella versione più sfigata che si possa immaginare.

E per i (s)vestiti di Amy Adams.

Sì, insomma, c’è da divertirsi.

Cazzate a parte, un po’ Stangata, un po’ Ocean, il regista del Lato Positivo cambia radicalmente genere e mette in piedi un intrigo solido, coerente, ben congegnato.

Una struttura complessa che rende giustizia al cast e che richiede fino all’ultimo grammo di abilità ai cinque attori principali.

Non la consueta riunione di nomi celebri allo scopo di richiamare l’attenzione, tanto per capirci.

Liberamente ispirato all’operazione Abscam, un’operazione dell’FBI che negli anni Settanta si avvalse dell’aiuto di una coppia di truffatori, Irving Rosenfeld e Sidney Prosser, per incastrare alcuni membri corrotti del Congresso.

Ci sono truffe e doppie vite. Ci sono relazioni sentimentali e tradimenti. Ci sono giochi di potere.

Ma soprattutto, al centro, ci sono identità che cambiano, che si inseguono. C’è quello che ciascuno deve fare per sopravvivere. Di fronte al mondo ma soprattutto di fronte alla propria immagine riflessa nello specchio. E se, certo, sarebbe riduttivo dire che nella prima, lunga, inquadratura di Bale che si sistema i capelli si trova l’essenza di tutti i personaggi coinvolti, di sicuro c’è molto di ciò che li accomuna al di sotto delle enormi diversità.

Ci sono piani ben congegnati. C’è organizzazione fino all’ossessione, quella di Richie DiMaso.

E c’è l’elemento imprevedibile nei panni di Jennifer Lawrence, la moglie di Irving, in una parte strampalata, apparentemente marginale ma che, a conti fatti, è forse la più difficile di tutto i film.

C’è anche Robert De Niro, in quello che è poco più di un cameo.

Se i Globes si riconfermeranno profetici come al solito, sono in arrivo un po’ di nominations e se, da un lato, è vero che con una Cate-Jasmine in circolazione, il titolo per miglior attrice protagonista sembra arduo da raggiungere, non escludo del tutto una statuetta bis per la Lawrence come non protagonista.

Sperando possibilmente senza rotolamenti per le scale.

Cinematografo & Imdb.

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In arrivo a inizio gennaio.

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In uscita quest’autunno.

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