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Archive for the ‘Le parole degli altri’ Category

le sue fondamenta avevano cominciato a cedere. Così si era prodotta nell’edificio un’inclinazione verso ovest, bizzarra e fastidiosamente vistosa, e nelle giovani donne della città, le cui energiche questue avevano sostentato il museo, una sconfinata vergogna e la tendenza a incolparsi a vicenda. Al tempo stesso, il cedimento aveva divertito non poco il personale, le cui diverse attività erano state alterate dalla decisa pendenza assunta dai pavimenti. Il responsabile del dinosauro, in effetti, aveva descritto con molto spirito la disposizione quasi fetale assunta dalle auguste ossa a lui affidate; e il numismatico, i cui esemplari mostravano la tendenza a scivolare battendo gli uni contro gli altri, fu sentito proferire commenti – fino alla noia – sugli armoniosi accostamenti venutisi così a creare. Il naturalista che si occupava degli uccelli impagliati e l’astronomo, le cui vite potevano quasi prescindere dall’equilibrio terreno, non risentirono in alcun modo del cedimento, se si eccettua la necessità di procedere come imboccando una curva inclinata per bilanciare il pavimento sghembo; camminare era, in ogni caso, un’attività poco familiare a entrambi, giacché l’uno si interessava solo al volo e l’altro a ruotare pago di sé delle sfere. Il dottissimo professore di archeologia, percorrendo distratto i corridoi obliqui, era stato visto mentre contemplava speranzoso le disgregate fondamenta. L’ingegnere e l’architetto, insieme alle stizzite cittadine, tentarono di dare la colpa in primo luogo alla scarsa qualità dei materiali utilizzati per la costruzione, in secondo luogo al peso eccezionale di alcune antichità ospitate all’interno; sul quotidiano locale un editoriale criticò la direzione del museo, la quale aveva consentito che le raccolte di meteoriti e minerali e un intero arsenale della Guerra Civile, disseppellito appena fuori città e comprendente due cannoni, venissero collocati nella parte occidentale dell’edificio; l’articolo sottolineava in tono asciutto che, se quell’ala avesse accolto invece l’esposizione di firme celebri e quella di abiti storici, forse le fondamenta non avrebbero ceduto o, quanto meno, non mentre i benefattori del museo erano ancora in vita. Poiché il quotidiano – contingente e non durevole – non era ammesso al di sotto del terzo piano, ovvero quello degli uffici, i cannoni e il resto poterono conservare la loro maldestra collocazione in barba agli editoriali, benché gli impiegati del terzo piano continuassero a leggere tutti i giorni le vignette e scorressero la prima pagina sperando di scoprirci le modalità della propria morte. La gente del terzo piano era portata alla riflessione, e credeva quasi a tutto quello che leggeva. In ciò, naturalmente, differiva poco o punto dagli eruditi residenti del primo e del secondo piano, i quali vivevano fra le vestigia imperiture del passato e facevano argute battutine sulla disintegrazione.

Elizabeth Richmond occupava un cantuccio in uno degli uffici; quella era la sezione del museo più vicina, per così dire alla superficie, dove la corrispondenza col vasto mondo esterno veniva condotta liberamente, e dove meno trovavano protezione i tipi studiosi e tremebondi. Seduta alla sua scrivania lì all’ultimo piano, nell’angolo più occidentale, giorno dopo giorno Elizabeth rispondeva alle lettere che offrivano al museo raccolte di fiori pressati o vetusti bauli da marinaio riportati dal Catai. Non è dimostrato che il suo equilibrio personale venisse alterato dalla pendenza del pavimento, né si poté dimostrare che fosse stata lei a svellere il palazzo dalle fondamenta; è innegabile tuttavia che l’uno e l’altro cominciarono a smottare all’incirca nello stesso periodo.

Shirley Jackson, Lizzie, 1954, ed. Adelphi 2014

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Fa sempre un effetto un po’ strano leggere i libri da cui sono stati tratti grandi film. La versione di Polanski di Rosmary’s Baby è talmente famosa che è praticamente impossibile avvicinarsi al romanzo senza vedere immediatamente Mia Farrow con i suoi capelli cortissimi, gli occhioni sbarrati e il coltellaccio.

Ho comprato il romanzo di Ira Levin (1967) al Salone del Libro dell’anno scorso ma, benché avessi voglia di leggerlo subito, ho preferito aspettare che passasse un po’ di tempo dalla mia ultima visione del film, per cercare di smorzare un po’ l’effetto delle immagini.

Il mio scrupolo si è rivelato del tutto inutile dal momento che quel film lo so comunque a memoria ma pazienza.

E possiamo anche far finta di tralasciare le implicazioni inconsce (??) del fatto che mi sia messa a leggerlo proprio in questo periodo, quando sono circondata da amiche incinte, ma pazienza anche qui, altrimenti vado fuori tema e pericolosamente dentro argomenti a rischio.

New York. Rosemary e Guy Woodhouse, giovane coppia di sposini in cerca di un appartamento dove costruire il loro nido d’amore. Lu aspirante attore, lei aspirante mamma. Trovano la sistemazione perfetta al Bramford, un vecchio e cupo edificio molto ricercato per i suoi camini e per il suo stile e anche molto noto per la sequela insolitamente lunga di faccende macabre che vi hanno avuto luogo.

Rosemary e Guy decidono di non farsi condizionare e cominciano la loro nuova vita. Si ambientano. Fanno amicizia con i vicini, Minnie e Roman Castevet, una coppia di anziani signori senza figli che fin da subito si lega molto a Rosemary e a Guy. Un legame che pare svilupparsi da ambo le parti.

Anche se a volte Rosemary è un po’ infastidita dalla costante sollecitudine di Minnie. Certo, c’è l’indulgenza con cui va giudicato il comportamento di una persona così anziana, però…però Minnie e Roman sono davvero parecchio invadenti.

E quando Rosemary finalmente rimane incinta, le attenzioni si moltiplicano in modo troppo ossessivo per non risultare sospetto.

Ma chi sono veramente Minnie e Roman? E chi è veramente lo stesso Guy?

C’è un complotto contro il bambino di Rosemary? E c’è qualcuno disposto a crederle?

La prima cosa che colpisce leggendo le pagine di Levin è l’assoluta coincidenza tra libro e film. Lo stile asciutto, pulito, lineare di Levin sembra fatto apposta per tirarne fuori un copione. D’altro canto, Polanski non si sposta di un millimetro e restituisce una versione visiva totalmente fedele, tolta qualche lievissima discrepanza. Persino i dialoghi sono trasposti letteralmente sullo schermo.

Viene quasi da pensare che il buon Roman alla fin fine non abbia poi dovuto fare granché per quello che è considerato il suo capolavoro ma questa è una battutaccia da due soldi e il film del 1968 è a tutti gli effetti un capolavoro.

La fedeltà a questi livelli ha anche avuto l’effetto di vanificare ulteriormente i miei tentativi di crearmi delle immagini dal libro indipendenti dal film. E’ praticamente impossibile ma, proprio per il fatto che è tutto uguale, questo non intacca la godibilità della lettura.

Unica nota, conoscendo così bene la storia mi riesce un po’ difficile giudicare l’effettivo elemento di tensione/horror – che col film si ricrea comunque sempre ma che nel libro rimane un po’ in secondo piano rispetto alla curiosità di mettere il naso in casa Woodhouse. Non so dire come sarebbe a una prima lettura senza il film in sottofondo, anche se rimane comunque intatta la fredda e ironica forza dirompente della vicenda in relazione agli anni e al contesto di pubblicazione.

Sempre di Ira Levin è anche La fabbrica delle mogli (The Stepford Wives, 1972) da cui nel 1975 è stato tratto il film omonimo, poi rifatto nel 2004 con il titolo La donna perfetta.

Rosemary e Guy Woodhouse avevano già firmato il contratto d’affitto per un appartamento di cinque locali in un palazzone tutto bianco su First Avenue quando, da una certa signora Cortez, vennero a sapere che nel Bramford se n’era liberato uno di quattro locali. Il Bramford, un vecchio edificio nero e imponente, è un agglomerato di appartamenti coi soffitti alti, ricercatissimi per via dei camini e dei particolari vittoriani. Rosemary e Guy si erano messi in lista fin dal giorno in cui s’erano sposati, ma alla fine avevano dovuto arrendersi.

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Ci sono cose che una volta che le vieni a sapere ti perseguitano. E’ complicato sapere le cose.

 

Astrid. Magnus. Michael. Eve.

Una famiglia inglese. Borghesia medio-alta. Tenore di vita rispettabilmente agiato. Livello di nevrosi rispettabilmente al riparo da sguardi indiscreti.

Una vacanza nel Norfolk, che tutti si aspettavano più caratteristico.

Una casa presa in affitto, che tutti si aspettavano più bella e pulita.

La parola chiave della vacanza della famiglia Smart sembra essere dozzinale.

Astrid non molla mai la sua telecamera. Riprende le albe. Cerca il punto in cui inizia un inizio.

Magnus non esce quasi dalla sua camera. Pare in piena modalità adolescenziale, con tanto di avversione per l’igiene personale ma la realtà è che in camera sua non è solo. E’ in compagnia del fantasma di una ragazza del suo stesso liceo che quell’anno si è suicidata. Magnus è in qualche modo coinvolto/responsabile? Forse sì, forse no. In ogni caso lui ci si sente, responsabile, e questo lo sta consumando.

Michael. Quando si dice che i cliché esistono perché c’è qualcuno ad incarnarli si potrebbe tranquillamente pensare Michael. Il classico professore universitario che si scopa le studentesse. Talmente incastrato nel suo personaggio che alla fin fine non sa neanche lui che farsene, di tutte queste avventure.

Eve è un’autrice affermata. Ha trovato una formula vincente, una collana di storie che funziona. Alle prese con il nuovo libro, con la nuova storia, Eve si rende conto che non riesce a iniziare. Eve che sa delle ragazze di Michael, che quasi non conosce suo padre e che non capisce i suoi figli.

E poi.

Ambra.

Diminutivo di Alhambra.

Dal nome di un cinema distrutto da un incendio.

Ambra che arriva nella casa in affitto ed entra di prepotenza nella vita della famiglia Smart. Nella vita di ciascuno di loro.

Astrid e Ambra. Magnus e Ambra. Michael e Ambra. Eve e Ambra.

 

Mi ero quasi dimenticata come scrive Ali Smith. Quella sua grammatica essenziale, la struttura ridotta all’osso, come il nucleo pulsante di un pensiero. Le parole spogliate dai filtri.

Prospettiva interna ed esterna. Flusso di coscienza – anche se mi piace poco usare questa espressione così inflazionata e ormai anche un po’ vintage – voce fuori campo.

In realtà il titolo in originale è The Accidental, che, manco a dirlo, è più evocativo, però tutto sommato la scelta italiana non è così campata in aria.

Inizialmente impostata in modo plausibile – seppure con una certa dose di irrazionale – la vicenda parallela dei quattro Smart si evolve su toni che si fanno via via sempre più surreali, cosa che, ad un certo punto mi ha creato qualche incertezza nell’esprimere un giudizio su questo libro perché forse avrei preferito che il limite tra plausibile e implausibile rimanesse più sfumato.

La chiusa e il finale però mi sono piaciuti moltissimo, con le risonanze, i parallelismi, i cerchi che si chiudono all’infinito.

 

Ambra che è fatta di cinema – la parte costituita da mini-racconti di storie che altro non sono che trame di film è bellissima. Ambra che non si fa problemi per niente. Che non si depila le gambe, dice cose scorrette e fa esattamente quello che vuole in qualsiasi momento.

Ambra che rappresenta per tutti e quattro i membri della famiglia una meravigliosa e inaspettata occasione di risveglio e di riscatto.

Ambra che è casualità imprevista.

Ambra che è infinite potenzialità.

Ambra che è rivoluzione e rinascita.

 

Da mia madre: l’eleganza anche nei momenti critici; i vari usi del mistero; la capacità di ottenere ciò che voglio. Da mio padre: saper scomparire, saper non esistere.

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…mentre Jean-Claude Romand uccideva sua moglie e i suoi figli, io ero a una riunione all’asilo di Gabriel, il mio figlio maggiore, insieme a tutta la famiglia. Gabriel aveva cinque anni, la stessa età di Antoine Romand. Più tardi siamo andati a pranzo dai miei genitori, e Romand dai suoi. Dopo mangiato ha ucciso anche loro. Ho trascorso da solo, nel mio studio, il pomeriggio del sabato e l’intera domenica, in genere dedicati alla vita familiare, perché stavo finendo un libro al quale lavoravo da un anno: la biografia dello scrittore di fantascienza Philip K. Dick. L’ultimo capitolo raccontava i giorni che lo scrittore aveva passato in coma prima di morire. Ho finito il martedì sera, e il mercoledì mattina ho letto il primo articolo di “Libération” sul caso Romand.

Chi è Jean-Claude Romand?

Forse è questa l’unica vera domanda alla base di tutto. Quella che si sono posti tutti, ininterrottamente, dopo l’incendio e dopo che si è scoperta la verità.

La domanda che, di fatto, rimane tuttora senza risposta.

Si conoscono date, si conoscono fatti, si conoscono luoghi. La realtà concreta di tutta la vicenda è stata disseppellita ormai da tempo e si è fatta luce su quasi tutte le zone d’ombra.

Ma questa domanda rimante tuttora senza una vera risposta.

La mattina del 9 gennaio del 1993, Jean-Claude Romand, 38 anni, sfonda il cranio a sua moglie Florence, spara a sua figlia Caroline, di sette anni, e a suo figlio Antoine, di cinque anni.

Poi esce a comprare il giornale.

Va a pranzo dai genitori e dopo aver pranzato li uccide con la stessa carabina con cui ha ucciso i figli.

Poi si cambia d’abito e si prepara per raggiungere la sua ex amante, con cui ha appuntamento.

Prova a uccidere anche lei ma non ci riesce.

Riesce comunque a far sì che la donna non chiami la polizia.

Torna a casa. La casa dove ci sono ancora i corpi di moglie e figli avvolti nei piumoni.

Tecnicamente pensa di suicidarsi ma in realtà passa troppo tempo tra quando pensa di farlo e quando cerca – piuttosto goffamente in verità – di mettere in atto il suo proposito.

Appicca il fuoco alla casa, partendo dalla soffitta, e ingerisce dei barbiturici scaduti.

Il fuoco viene visto quasi subito e l’intervento di vigili del fuoco e soccorsi è piuttosto tempestivo.

Jean-Claude è in coma ma sopravvive.

Basta poco per scartare l’ipotesi dell’incidente. Florence e i bambini non sono morti per l’incendio. E neanche i genitori, ritrovati dopo due giorni nella loro casa.

E allora perché quel gesto così assurdamente imprevedibile da una persona stimata e rispettata? Un uomo mite. Un medico che lavorava all’OMS, insegnava, intratteneva rapporti con personalità importanti della politica e della scienza. Una persona appartenente al ceto alto borghese, con la sua famiglia cattolica e gli amici di tutta una vita.

Non c’è risposta. Non c’è spiegazione.

Ci sono solo crepe che si aprono una dopo l’altra.

Perché Jean-Claude non è un medico – non ha mai superato il secondo anno di medicina, anche se ha continuato a frequentare, a studiare e a fingere di aver dato gli esami insieme ai suoi compagni.

Non lavora all’OMS – in realtà non lavora da nessuna parte, non ha un reddito.

Con la scusa del lavoro in Svizzera e con la prospettiva di agevolazioni fiscali è riuscito a farsi affidare la gestione del patrimonio dei genitori e di altri parenti anziani ed è con questi soldi che mantiene il suo tenore di vita.

Passa la giornata in macchina, nei bar, nei parcheggi, negli alberghi, impegnandosi tutt’al più a far quadrare i dettagli e a costruire finte prove della sua vita di medico e ricercatore.

Non conosce nessuna delle persone che dice di conoscere.

Non viaggia, non insegna.

La menzogna generalmente serve a coprire una realtà di qualche tipo.

La menzogna di Jean-Claude Romand copre solo il vuoto.

Jean-Claude Romand non è niente. Non è nessuno.

Per 18 anni ha interpretato un personaggio che non è mai esistito e quando il castello ha iniziato a cedere, l’unica reazione che gli è parsa logica è stata quella di eliminare tutte le persone coinvolte, il cui sguardo sarebbe stato una prova inconfutabile e irreversibile della sua falsa vita. Della sua non-esistenza.

Emmanuel Carrère segue per intero la vicenda giudiziaria che porterà alla condanna di Romand. Entra in contatto con lui, assiste al processo, studia i documenti dell’istruttoria, parla con le persone coinvolte.

L’Avversario ricostruisce meticolosamente la creazione del personaggio e la sua evoluzione, ripercorrendo gli eventi di una vita da leggersi in un altalenarsi continuo e allucinato tra apparenza e realtà.

E’ presumibile che Romand abbia mentito anche e prima di tutto a se stesso, relegando la parte cosciente della sua meticolosa architettura in una zona remota del suo io. E’ altresì presumibile che non sia in grado di essere altrimenti e che, una volta crollata la prima menzogna – e il primo personaggio – tuttora non sappia far altro che rifugiarsi in un altro sé fittizio sotto cui nascondersi e con il quale (auto)giustificarsi per il fatto di rimanere in vita.

C’è come una corazza impenetrabile che distorce reazioni comportamentali ed emotive e c’è un nucleo vero di che probabilmente ormai è al di là di qualsiasi possibilità di raggiungimento.

E possibile che una vera risposta non ci sarà mai, alla domanda insita nell’esistenza stessa di una psiche talmente alterata.

E’ un libro che si divora senza sosta, quello di Carrère, le cui pagine sollevano interrogativi scomodi e dubbi di quelli che possono togliere il sonno.

Un libro non facile, nemmeno per l’autore, costretto a confrontarsi con le possibili motivazioni alla base del libro stesso e con la curiosità – forse anche morbosa – che suscita una vicenda talmente terribile e talmente estrema nella sua lucida e logica assurdità.

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All’improvviso Sylvia smise di spazzolarsi, andò nel soggiorno, si lasciò cadere sul divano, si appoggiò con la schiena alla parete di mattoni e si abbandonò completamente. Poi, da dietro la lunga frangia nera, i suoi occhi si mossero, mi guardarono. Il dubbio su cosa fare della mia vita fu risolto per i quattro anni successivi.

I primi anni Sessanta. MacDougal Street, nel cuore del Greenwich Village. Il fervore visionario, poetico, rivoluzionario di quegli anni. L’aria pesante di erba e di idee di musica. Appartamenti scalcagnati, divani sfondati, corridoi male illuminati. Vita universitaria, locali fumosi, discussioni interminabili, una macchina da scrivere scassata e racconti che non vogliono prendere forma.

Sono solo alcune delle immagini che rimangono impresse riemergendo dal turbine vorticoso che è questo piccolo romanzo di Leonard Michaels.

Il memoir romanzato del suo primo matrimonio con una ragazza bellissima e folle. Ma non di quella follia che andava per la maggiore nel fermento culturale dell’epoca. Non la follia creativa di artisti di strada e poeti ubriachi.

Quella in cui Sylvia sprofonda – trascinando con sé anche Leonard – è la follia (auto)distruttiva della psicosi. Di una rabbia incontrollabile e incontrollata. Di un odio per se stessa e per il mondo intero. Una rabbia che brucia e brucia e brucia fino a divorare ogni cosa.

La relazione tra i due nasce quasi per caso ma si connota da subito come un legame imperativo. Di quelli che nessuno si spiega, tanto meno gli interessati. Di quelli che si mangiano ogni cosa e che forse nella vita non si incontrano mai.

E il mondo di Leonard diventa Sylvia.

Sylvia e le urla furiose che vanno avanti per ore.

Sylvia e gli oggetti spaccati contro i muri.

Sylvia e i gesti sempre sbagliati.

Sylvia e le accuse, le colpe, le condanne.

Sylvia magra, nel suo cappotto di cuoio troppo leggero, zoppicante con un sandalo rotto, sofferente per dolori forse immaginari.

Sylvia solo vagamente consapevole di ciò che accade intorno.

Le parole di Michaels ricostruiscono i tratti di una vicenda che, raccontata, ha del surreale ma riesce anche a rendere bene l’idea di come la psicosi e l’assurdo si insinuino lenti e subdoli nel quotidiano, ospiti quasi invisibili ma inevitabilmente letali. Artefici di un allucinato inferno di coppia che soffoca e annulla il mondo circostante.

Un libro sull’ossessione e sulle profondità della mente e dei legami, che ti tiene incollato dall’inizio alla fine in una descensio che non lascia scampo.

Una corsa inarrestabile verso il precipizio e un esito prevedibile eppure sconvolgente.

Un libro bellissimo e terribile, di una verità disarmante e quasi insostenibile.

Non c’è salvezza, non c’è redenzione per Sylvia, che rivive in queste pagine come un ultimo urlo, come un ultimo sguardo da sotto la frangia di capelli neri.

Sarebbe stato facile lasciare Sylvia. Fosse stato difficile, forse l’avrei fatto.

Leonard Michaels, Sylvia, Adelphi, 2016

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Meno banale di quanto si pensasse, lo trovava perfetto. Dire di chiamarsi Marie faceva sempre una certa impressione. “Marie” ripetevano gli altri, incantati.
Il nome non bastava a spiegare il suo successo. Sapeva di essere bella. Alta e ben proporzionata, il viso illuminato dal chiarore biondo dei capelli, non lasciava certo indifferenti. A Parigi sarebbe stata una tra le tante, ma viveva in una città lontana dalla capitale quanto basta per non doversi piegare alla sudditanza delle periferie. Abitava lì da sempre, la conoscevano tutti.
Marie aveva diciannove anni, era arrivato il suo momento. Una vita grandiosa la aspettava, ne era certa.

Ed è con Marie e le sue aspettative che ha inizio quest’ultimo romanzo della mia amata Amélie Nothomb.

Marie, che sembra essere tutto ciò che si può desiderare e davanti alla cui bellezza ogni porta sembra destinata ad aprirsi.

Marie che è ammirata ma soprattutto invidiata da tutti.

Marie che non riesce ad apprezzare nulla di quello che è o che possiede se non in proporzione a quanto può suscitare invidia.

Marie che fa le sue scelte più per il piacere di essere invidiata che per la soddisfazione delle cose in sé.

Marie che si trova all’improvviso senza più scelte, con le porte decisive ben chiuse alle spalle e con una figlia, Diane, che ha preso tutta la sua bellezza e sembra aver preso del tutto anche il suo posto nell’attenzione altrui.

E Diane, che non si spiega la lontananza di quella dea che lei venera di un amore struggente e silenzioso.

Diane, dal cuore così spezzato da voler diventare cardiologa.

Ha inizio così. Con troppa bellezza e un amore malriposto.

La difficoltà insormontabile dei legami, che siano di sangue o di amicizia.

La solitudine dei sentimenti.

Madre e figlia. Devozione e tradimento.

Il peso insostenibile di ciò che non si vede e non si capisce.

Le parole non dette, il risentimento e le ferite che non possono essere guarite.

Con la consueta, implacabile precisione, Amélie colpisce dritta al cuore pulsante della dolorosa incoerenza delle relazioni umane. Temi ricorrenti ma al tempo stesso presentati con forme e luci sempre nuove e sorprendenti.

Il tono ironicamente distaccato, gli eventi apparentemente paradossali ma non tanto da fugare il dubbio che in fin dei conti non siano invece fin troppo realistici.

Il teatrino ricorrente delle passioni umane, prevedibili eppur devastanti, sezionate con meticolosità chirurgica e osservate con l’indulgente e condiscendente curiosità di quello sguardo ironicamente superiore e benevolo che è la voce di Amélie.

Non mi piace divertirmi. Lo trovo noioso.

Amélie Nothomb, Colpisci il tuo cuore, Voland Edizioni, 2018

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Un freddo cane, fuori del normale, inchioda la città. I vecchi commentano che potrebbe essere il giorno più freddo del mondo. Il sole sembra scomparso per sempre. Il vento è sferzante, i fiocchi di neve sono più leggeri dell’aria. BIANCO! BIANCO! BIANCO! Esplosione sorda. Non si vede altro. Le case ricordano locomotive a vapore, il fumo grigiastro che esala dai camini fa scintillare un cielo d’acciaio.

Ed è in questa notte più fredda del mondo che, in una casetta abbarbicata sulla collina più alta di Edimburgo, viene alla luce Jack, tratto dal ventre di una madre giovanissima e impaurita e affidato alle sapienti mani della strana dottoressa Madeleine. Un po’ strega, un po’ levatrice, Madeleine si accorge che il cuore del piccolo Jack non batte perché è congelato e rimedia nell’unico modo che le viene in mente con quello che ha a portata di mano. Con dita abili e veloci sostituisce il cuore del piccolo con un orologio a cucù. Collega vene e meccanismi, carne e legno, nervi e ingranaggi.

Il piccolo Jack è salvo.
Avere per cuore un orologio a cucù presenta però qualche inconveniente.
Il ticchettio, per dirne una. Che, per giunta, aumenta in modo imbarazzante quando meno sarebbe opportuno.
E poi, un orologio di legno, per quanto preciso possa essere, deve essere ricaricato regolarmente.
E, non ultimo, è anche piuttosto fragile. Non si può pensare che regga gli sforzi e le emozioni di un cuore normale.

Uno, non toccare le lancette.
Due, domina la rabbia.
Tre, non innamorarti mai e poi mai.
Altrimenti, nell’orologio del tuo cuore la grande lancetta delle ore ti trafiggerà per sempre la pelle,
le tue ossa si frantumeranno,
e la meccanica del cuore andrà di nuovo in pezzi. 

Queste sono le condizioni. Ma non si può pensare di vivere al riparo dalle emozioni.
Ed è così che quando Jack per caso si imbatte in una piccola meravigliosa cantante andalusa dalla voce da usignolo e dalla vista debole, tutto si capovolge e tutto precipita.
Improvvisati duelli d’amore nel cortile di una scuola e un viaggio rocambolesco in giro per l’Europa, passando per Parigi e approdando a Granada.
Jack sa che rischia di compromettere irrimediabilmente il delicato meccanismo del suo cuore ma è disposto a tutto per la sua bella Acacia.

Mathias Malzieu dà vita ad una favola surreale, divertente e malinconica sugli effetti collaterali dell’amore e dei sentimenti in generale. Nel suo tono strano e negli accostamenti improbabili di immagini e parole si incrociano le invenzioni potenti e visionarie di un Méliès vagabondo e le elucubrazioni tristi di un solitario (e poteva essere altrimenti?) Jack lo Squartatore a fare da cornice e contorno alle avventure incoscienti del giovane Jack.

Bello. Mi è piaciuto molto. E se, ad una prima lettura, ho avuto qualche perplessità sul finale, più ci penso e più mi rendo conto che non avrebbe potuto essere diverso. E’ un finale perfetto per la storia.

Una curiosità. Il libro di Malzieu esce nel 2007 che è anche l’anno di uscita de La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, di Brian Selznick dove, di nuovo, Georges Méliès compare come personaggio.
Non ho tuttavia idea di quali siano i rapporti tra i due autori e i due libri né se si tratti di qualcosa di più di una semplice coincidenza.

Nel 2013 è anche uscito Jack et la mécanique du cœur, film d’animazione (dai toni squisitamente burtoniani direi) tratto dal libro, sceneggiato e codiretto dallo stesso Malzieu che, con il suo gruppo, i Dionysos, ne ha composto e interpretato anche la colonna sonora.

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