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Archive for the ‘A. Farhadi’ Category

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Premiato per la miglior sceneggiatura e per la miglior interpretazione maschile a Cannes 2016, candidato come miglior film straniero sia ai Globes che agli Oscar.

Regia dell’iraniano Al Farhadi, già vincitore dell’Oscar nel 2012 con Una separazione.

Emad e Rama. Lui lavora come insegnante e la sera entrambi lavorano in una piccola compagnia teatrale che cerca di portare in scena Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller – la cui trama, peraltro, costituisce una sorta di contrappunto alla vicenda principale.

A causa di un serio problema strutturale (causato dai lavori nella strada adiacente) del palazzo dove abita, la giovane coppia è costretta a trasferirsi nell’appartamento rimediato da un amico.

Fino a poco tempo prima, l’alloggio era occupato da una ragazza che però non si fa più vedere, neanche per prendere le sue cose.

C’è una stanza chiusa e effetti personali che Emad e Rama si trovano fra i piedi senza potersene liberare.

E poi ci sono i vicini. E le voci che la ragazza che c’era prima non fosse esattamente un esempio di moralità.

E poi c’è una sera. In cui Rama apre il citofono senza accertarsi che sia Emad e qualcuno che cercava la ragazza di prima trova invece Rama che sta per farsi una doccia.

Un incidente. Un’aggressione.

Qualcosa che succede fuori dal campo visivo e che non si vede e non si nomina mai per tutto il film.

Un evento che fa da spartiacque tra la normalità di prima e la lunga, difficile e dolorosa riconquista di questa normalità.

I non detti e i sottintesi. L’ostinazione del negare e l’impossibilità di ignorare.

Gli sguardi degli altri. I giudizi degli altri. Il giudizio di sé.

Lo sguardo, impietoso, della coppia su se stessa. Gli occhi a cui non è possibile mentire.

Il cliente è un film discreto e potente allo stesso tempo.

Una parabola di vendetta e perdono, di colpa e redenzione.

Una costruzione per contrapposizioni di emozioni contrastanti e a volte anche incoerenti che esige il ribaltamento di ogni prospettiva e l’immedesimazione in ognuna delle parti coinvolte.

Non posso dire di più perché rischierei di dire troppo ma c’è un momento, una scena precisa (quella sulle scale, per chi avesse visto il film) in cui questa coesistenza di opposti raggiunge il culmine e lo spettatore si trova spaccato in modo quasi schizofrenico tra il modo in cui la scena è costruita – e l’empatia che chiaramente esige – e l’impossibilità di provare davvero quell’empatia perché ormai il punto di vista si è spostato all’esterno e quello che si sa stride malamente con quello che si vede.

Mi rendo conto che detta così suona un po’ astrusa ma, davvero, non saprei come altro definire la chiara e inequivocabile sensazione di una doppia prospettiva che il regista riesce a creare.

Ottime le interpretazioni dei due protagonisti, asciutti, essenziali, senza sbavature, senza drammi. Dialoghi puliti e lineari, dove gli sguardi, i gesti e i silenzi trasmettono un’enorme varietà di significati su più livelli, espliciti e impliciti, consci e inconsci.

Resta da vedere se l’inevitabile bufera scatenata dalle porcate pseudo-legislative di Trump influirà o meno sull’esito degli Oscar.

In ogni caso, davvero molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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