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Archive for the ‘R. Scamarcio’ Category

locandina

Oddio, la commedia culinaria con figaccione come protagonista.

Cosa dico?

Boh.

La prendo alla lontana.

(Che poi neanche tanto ma vabbè).

Ero in coda fuori dal Reposi che mi stavo spostando da una sala all’altra del festival. Il primo film della mattina era stato Burnt.

In un punto imprecisato della coda c’era qualcun altro che doveva essere a sua volta reduce da questo film e che si stava producendo in una rapida recensione telefonica.

Ora mi pare doveroso aprire una parentesi.

Il pubblico del film festival in linea generale mi riappacifica con il concetto di gente-al-cinema perché tendenzialmente è un pubblico che sa stare in sala. Nessuno che mangia durante i film. Nessuno che parla col vicino, nemmeno sottovoce.

Per contro, può capitare di imbattersi in una variante specifica della fauna da cinema, vale a dire l’intellettuale-a-tutti-i-costi. Quello che se banalmente gli chiedi ‘ti è piaciuto?’ ti risponde con una trattazione di tre quarti d’ora, cinque o sei citazioni da Fellini, Bergman e Kubrick e alla fine comunque non l’hai mica capito se il film gli è piaciuto o no.

Perché questa parentesi? Per cercare di contestualizzare l’affermazione del tizio in coda che recensiva Burnt.

Tono di voce tendenzialmente più alto del necessario, cadenza ostentatamente annoiata. L’impostazione vocale di chi ormai ha già visto tutto e niente più lo può stupire.

Punto chiave della recensione del tizio: ‘maaasssì, non è brutto…è che è coooosì mainstream’.

Ora.

Al di là del sorriso che mi ha strappato l’enfasi dei modi, devo mio malgrado ammettere di essere d’accordo con Mr. Mainstream.

Forse non l’avrei detto esattamente così, ma sul succo della questione ci ha preso.

Sicuramente non era un film da festival. Non c’entrava un tubo. Non so perché l’hanno inserito in programma. Forse perché negli Stati Uniti è stato un flop e ora provano a fargli fare il giro dei festival. E i festival vedono un po’ di nomi grossi che fan sempre richiamo e ci cascano. Non lo so. Sta di fatto che era abbastanza fuori luogo.

Detto ciò, come film in sé non è male. E’ una commediola standard senza infamia e senza lode. Classica storia americana da caduta&risalita, perdita&redenzione. E tutti hanno una seconda possibilità e basta crederci e tutto è possibile se lo vuoi abbastanza.

Il tutto condito in salsa masterchef, che adesso va tanto di moda e il risultato sì, in effetti è parecchio mainstream ma nel complesso tranquillamente godibile. Momenti divertenti, momenti prevedibili. Ritmo abbastanza veloce, non si perde in inutili smancerie, gli attori son tutti bravi il che è sempre un elemento che aiuta.

E poi bon, non c’è molto altro da dire. Probabilmente non fosse stato in programma al Tff non sarei andata a vederlo.

Anche perché no, mi spiace discordare dalla maggioranza del pubblico femminile, ma l’obiezione ‘bè almeno c’è Bradley che è un figo’ per me non funziona. Apprezzo Bradley come attore ma decisamente non mi fa l’effetto di salvarmi un film solo con la sua maschia presenza (quello è l’effetto Robert Downey Jr., tanto per capirci, ma mi sa che sto andando fuori tema).

Poi vabbé, sì, i personaggi non è che siano questi campionari di originalità. Bradley-Adam Jones è una specie di Wolverine in versione Ratatouille.

Omar Sy sta lì perché ci deve stare ma non ci mette molto di suo. Ancora meno ci mette Scamarcio, e forse è pure meglio così (anche se ho visto cose in cui Scamarcio è persin capace di recitare).

Sienna Miller è a posto ma fa puramente da spalla a Bradley.

Ruolo più interessante e più riuscito per Daniel Bruhl, che riesce a tirar fuori un personaggio più vivo e non solo di cornice (avevo scritto ‘di contorno’ ma il livello della battuta era davvero pessimo quindi la lascio tra parentesi).

Parti minori anche per Emma Thompson, e Uma Thurman, che risulta ancora troppo appiattita dal botox.

Questo in sala è già anche arrivato (il giorno dopo l’uscita al festival – altro motivo di perplessità per la scelta di inserirlo) anche se non ho idea di come stia andando qui in Italia.

La regia è di John Wells, non propriamente un novellino (I segreti di Osage County, 2013).

Cinematografo & Imdb.

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(L-R) DANIEL BRüHL and SARAH GREENE star in BURNT.

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Haggis è un buon regista e un ottimo sceneggiatore e, cosa più importante, è capace di essere entrambe le cose contemporaneamente senza creare sbilanciamenti. Ricoprire due ruoli così primari nella creazione di un film comporta un rischio spesso sottovalutato. Un po’ come dirigere e interpretare insieme. O sei veramente bravo, o viene fuori una sbrodolata di ego.

Con Third Person Haggis ritorna a quello che gli è più congeniale e che fa emergere al meglio la sua capacità di fusione dei due ruoli. Ritorna alla struttura di Crash – Contatto fisico (Oscar come miglior film e miglior sceneggiatura originale nel 2006).

Storie parallele, totalmente scollegate, almeno in apparenza.

Punti di contatto che sembrano emergere in modo accidentale.

Vite che si intrecciano, si sovrappongono, si confondono.

E un quadro finale che prende vita e corpo solo negli ultimi perfetti istanti di rivelazione.

Ho amato moltissimo questo film.

E trovo irritanti e riduttivi i maldestri tentativi di riassumerne la trama che si trovano un po’ dappertutto sui siti di programmazione cinematografica e che riducono il tutto a qualcosa che suona un po’ tipo “tre storie d’amore che si intrecciano”.

No. Non è vero.

Non sono storie d’amore. C’è tanto in questo film, ma di amore ce n’è poco.

Ci sono relazioni. Relazioni che sono tutto tranne che espressione di amore.

Colpa, rimorso, rabbia, sogni spezzati.

Desideri di rivalsa e fantasmi a cui bisogna dare un nome perché se ne possa parlare. Posti da cui fuggire e nascondigli in cui rifugiarsi.

Sono storie di segreti, verità sepolte e ferite che continuano a sanguinare nel profondo delle viscere, dove nessuno può vederle, dove nessuno può immaginarle, vestite di un abito rosso firmato, celebrate da centinaia di rose bianche.

Sussurri che perseguitano attraverso lo spazio e il tempo e distanze che si annullano in finestre temporali destinate a cedere.

Guardami.

Tre città. Parigi, New York, Roma.

Ma la distanza geografica è solo un pretesto. Una cornice.

E questo direi anche che è un bene perché, se voglio proprio essere onesta, un piccola pecca questo film ce l’ha. E per quanto faccia ostinatamente finta di dimenticarmela – perché, davvero, ho adorato il film – rimane comunque lì, latente, ai margini del campo visivo, a disturbarmi la contemplazione dell’insieme. E la pecca è, manco a dirlo, Roma. Cioè, non Roma in sé, ci mancherebbe. Roma (e l’Italia) rappresentata come succede sempre quando veniamo rappresentati da qualche regista straniero. L’Italia ridotta a nient’altro che un triste stereotipo di superstizioni dozzinali, arretratezza e ignoranza bifolca. Il tutto peraltro perfettamente incarnato dal personaggio del barista burino interpretato da Scamarcio. Che però risulta persino esagerato. Per dire, neanche il peggio tamarro ignorante caprone del più remoto paesino dimenticato dalla storia avrebbe bisogno di un americano per sapere che la birra si beve fredda.

Segue momento di sconforto.

In definitiva la parte italiana si salva perché è italiana solo di ambientazione e, tolto un primo pezzo, coinvolgendo insieme ad Adrien Brody, il personaggio di una zingara, assume tratti piuttosto impersonali e tecnicamente riciclabili un po’ dovunque.

Però mentirei se dicessi che non ho patito questo scivolone un po’ meschino di Haggis. Una grezzata che non mi sarei aspettata da un regista del suo livello.

Ciò detto, il film rimane ottimo e la costruzione – impeccabile in ogni minuscolo dettaglio e in ogni più sottile sfumatura – culmina in un finale che amplifica la bellezza struggente di tutto l’insieme, perfetto quanto inaspettato.

Ogni particolare ha un preciso significato. Ogni storia può e deve essere raccontata. Ogni vita può essere una o infinite storie.

Cast di altissimo livello, con Liam Neeson e Olivia Wilde per la parte parigina, Mila Kunis, James Franco e Maria Bello a New York, Adrien Brody e Moran Atias a Roma. Piccola parte anche per Kim Basinger.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Non lo so.

Castellitto in genere mi piace. Lo stesso dicasi della Mazzantini.

Jasmine Trinca è molto brava e Scamarcio, se ben diretto, ha già dato prova di essere un bravo attore.

Ma.

Onestamente il trailer mi sa più di Muccino che di Castellitto e, a monte, il libro Nessuno si salva da solo, secondo me non era tra i più adatti ad essere messo sullo schermo. Oltre a non essere tra i miei preferiti di Margaret, ma questo è un altro discorso ancora.

In realtà, per essere ancora più precisi, teoricamente  l’idea di base avrebbe potuto anche prestarsi al film, data l’impostazione quasi teatrale. Due protagonisti. Due ex coniugi. Uno scontro tra presente e passato. Dialoghi serrati a far venir fuori il non detto, sepolto sotto anni di incomprensione e incomunicabilità.

Però ricordo che lo avevo trovato un libro un po’ forzato. Ben scritto come sempre ma eccessivamente crudele, eccessivamente autocompiaciuto del proprio crogiolarsi nelle quotidiane miserie di una coppia sfasciata.

Insomma. Già il libro tendeva un po’ troppo ad insistere sullo squallore di quei casi umani stile Ultimo bacio e si salvava (lui sì) sostanzialmente per la buona scrittura dell’autrice. Sugli esiti del film sono decisamente poco ottimista.

Non so se andrò a vederlo al cinema.

 

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