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Archive for marzo 2015

Dal 30 aprile.

 

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Un millesimo di secondo, carnoso e leggendario insieme. Appena uno sfioramento, un origami. Un accenno di cortocircuito. Un tasso di umidità incredibilmente vicino allo zero, qualcosa nell’ordine della polvere d’ombra. Il bacio più breve della storia.

Non ci guardavamo davvero. Non ci toccavamo davvero, non ci dicevamo quasi niente. Il suoi occhi troppo grandi sulla pelle di porcellana, e  quello strano modo di scusarsi perché sorrideva. Le sue labbra, che volteggiavano come un fiocco di neve smarrito su una spiaggia d’estate, mentre io cercavo di recuperarlo con la mia ghiacciaia troppo grande. Un cataclisma mascherato da bacio in miniatura. Più potente di un esercito di colpi di fulmine. Il bacio più breve della storia. Impatto luminoso, poi più nulla.

Scomparsa.

 

Mi sono imbattuta per caso in questo libriccino, un giorno che vagavo oziosamente in libreria (e sai che novità) spulciando un po’ a caso tra le ultime uscite.

Non avevo mai sentito parlare di Mathias Malzieu.

Non sapevo che, prima di questo, avesse scritto un’altra storia, intitolata La meccanica del cuore e che da essa fosse stato anche tratto un film d’animazione, Jack et la Mécanique du cœur, sceneggiato e co-diretto dallo stesso Malzieu.

Non sapevo che Malzieu fosse il cantante dei Dionysos. A dir la verità non sapevo neanche chi fossero i Dionysos e tutt’ora lo ignoro ma appena finisco di scrivere qui vado in cerca di lumi in giro per il tubo.

Insomma, l’ho preso proprio un po’ a caso questo Bacio più breve della storia.

Parigi. Sera. Un’orchestra che suona e un bacio improvviso, inaspettato. Neanche il tempo di accorgersi che si tratta di un bacio e la ragazza scompare. Non nel senso che se ne va. Proprio nel senso che diventa invisibile.

Da quella sera, il protagonista e narratore della storia, inventore disilluso e reduce dall’esplosione di un amore precedente, è ossessionato dal ricordo di quel bacio e ha un unico scopo: ritrovare la ragazza che scompare quando la baciano.

Un detective in pensione che ha tutto l’aspetto di un orso polare lo aiuta nella sua impresa, imprestandogli il suo pappagallo.

Invenzioni improbabili e telepasticceria. Messaggi per interposto pappagallo e cioccolizzazione. Amorcerotti e vitamina C. Alberi di Natale fuori stagione e scatole per frammenti di cuore da portare in giro e dimenticare in taxi.

Surreale, divertente, ironico. In una parola, delizioso. Assolutamente non stucchevole. Una fiaba strampalata, così assurda da essere quasi vera.

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E non è colpa mia se ne fanno uscire una a settimana.

Psycho è divertente. Questa mi piace proprio. Non ho ancora individuato bene cos’è che mi esalta tanto ma la sto amando.

Evito di esprimermi oltre perché mi sta partendo l’attacco di fangirling e di vogliolalbumvogliolalbumvogliolalbumSUBITO.

 

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Ripetiamo tutti insieme: devo smetterla di mandare in loop Dead Inside e scrivere il post. Devo smetterla di mand…vabbè, dai, abbasso il volume e la tengo in sottofondo. Tanto domani ve la propino perché ormai ci sono andata in fissa.

Ho appena iniziato Revival (scombinando per l’ennesima volta il mio elenco di letture cominciate ma pazienza) e quindi il momento è quanto mai propizio per un’altra bella trasposizione cinematografica dello zio Steve.

Diretto da un poco noto ma apprezzabilissimo Lewis Teague – che si cimenterà di nuovo con King due anni dopo, dirigendo L’occhio del gattoCujo è uscito nel 1983, due anni dopo la pubblicazione del libro omonimo.

Siamo ancora a Castle Rock (che compare per la seconda volta dopo La zona morta, del ’79).

Donna Trenton guida una vecchia macchina malandata che è ormai prossima a mollarla del tutto e si decide a portarla da Joe Camber, un meccanico che ha la sua officina in un grande capanno isolato fuori dalla cittadina.

Carica in macchina Ted, suo figlio e parte sperando che la macchina arrivi almeno fino a destinazione.

Donna conosce già Camber perché è stata da lui di recente, con suo marito. I Camber hanno un figlio poco più grande di Ted e un San Bernardo tanto grande quanto mite, di nome Cujo.

Quello che Donna non può sapere è che Joe Camber ha chiuso l’officina per qualche giorno, approfittando dell’assenza della moglie, per andarsi a divertire con un socio di bevute.

Ma soprattutto, quello che Donna non può sapere è che Cujo, qualche giorno prima, in una delle sue scorribande, è stato morso da un pipistrello che gli ha trasmesso la rabbia.

La macchina arriva arrancando fino all’officina e poi si spegne.

In casa non c’è nessuno.

Intorno all’edificio non c’è nessuno.

Donna è sola con suo figlio Ted in una macchina che non parte.

E poi c’è Cujo.

Che ha già sviluppato i sintomi della malattia e ha già iniziato, per così dire, a comportarsi di conseguenza.

La ricostruzione della vicenda è quasi del tutto fedele a come viene narrata nel libro ed è reso molto bene l’inesorabile e casuale succedersi di tutta una serie di piccoli eventi, piccole coincidenze, piccole deviazioni da un comportamento abituale e quotidiano che si coordinano in modo quasi beffardo per convergere in una situazione centrale di stallo che è il nucleo della vicenda. E che è paradossale per certi versi ma tanto più terrificante quanto più rigorosamente plausibile.

Donna si trova chiusa in una macchina rotta, in un posto isolato, assediata da un San Bernardo insanguinato e rabbioso.

La peculiarità principale del libro è la prospettiva. Non c’è solo quella di Donna o di altri personaggi. Il progressivo sviluppo e peggioramento della malattia di Cujo viene spesso illustrato attraverso la prospettiva del cane stesso. I rumori che lo infastidiscono. La sensazione, estranea ma insopprimibile, di dover attaccare. Di dover far smettere qualunque cosa.

Nel film questa cosa era ovviamente impossibile da rendere allo stesso modo, ma Teague fa un ottimo lavoro nel cercare di non perderla del tutto. Un lavoro di lunghe inquadrature degli occhi di Cujo e di trucco del povero cane (che ha girato quasi tutto il film imbrattato di robe appiccicose) che ha contribuito a rendere in modo efficacissimo l’inquietante effetto di straniamento.

Cujo non è solo un cane che aggredisce. E’ un personaggio vero e proprio. E’ la materializzazione del mostro del ripostiglio che ossessiona Ted. Al di là delle spiegazioni razionali del suo comportamento malato, Cujo diventa, di fatto, l’incarnazione del Male. Di tutto ciò che cerca di impedire che Donna e suo figlio si salvino. Donna è una madre sola che lotta contro la morte per salvare se stessa ma soprattutto il suo bambino. Cujo è l’incubo sotto la pelliccia un tempo morbida ma ormai ridotta ad un ammasso di sangue e sudiciume.

Nonostante la scelta di stemperare alcuni aspetti – il libro è molto più crudele – il film è molto ben fatto e assolutamente efficace. La tensione si crea ed è altissima. Cujo è spaventoso e Dee Wallace-Stone nel ruolo di Donna è estremamente convincente.

Per buona parte del film si rimane chiusi nella macchina soffocante con Donna e Ted. La sensazione di claustrofobia, unita a quella di essere braccati da qualcosa che ogni tanto sparisce e ricompare all’improvviso per attaccarti quando meno te lo aspetti tiene incollati e terrorizzati fino alla fine.

Cinematografo & Imdb.

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Dal 2 aprile.

E adesso mi è venuta voglia di rivedere Crash-Contatto fisico.

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334341987. Mark e Dave Schultz sono due fratelli campioni di lotta.

Mark è più giovane. E’ stato cresciuto e allenato dal fratello maggiore. Ha vinto una medaglia d’oro alle olimpiadi di Los Angeles del 1984.

Viene contattato da un certo John E. DuPont, eccentrico miliardario che gli offre fondi e risorse pressoché illimitati se accetta di entrare a far parte del suo team, Foxcatcher.

L’offerta inizialmente comprende anche il fratello Dave, ma, dal momento che Dave non può affrontare il trasferimento, Mark vede in questa proposta l’opportunità di affrancarsi dall’ombra – pur protettiva – del fratello e di dimostrare che può farcela da solo.

Si trasferisce nell’enorme tenuta DuPont, mette su un team e cerca di mettercela tutta per non deludere il suo sostenitore.

DuPont è una persona strana, solitaria, estremamente sensibile all’argomento dell’orgoglio patriottico. Nel suo team vuole un campione per le prossime olimpiadi, Seoul 1988.

DuPont si fa chiamare coach ma, di fatto, non allena mai i ragazzi e lascia a Mark il compito di organizzare la preparazione fisica. DuPont dipinge se stesso come un mentore e una guida per i giovani atleti ma, di fatto, non sa neanche da che parte cominciare a rivolgersi loro. E’ impacciato, silenzioso, incomprensibile nella sua parlata lenta e strascicata. C’è qualcosa di strano in DuPont. Lo si nota fin da subito. Qualcosa di sbagliato.

Mark non lo nota davvero. O se anche lo nota non gli dà il peso che merita perché è più importante essere lì, ed essere lì da solo.

E poi c’è la figura della madre di DuPont. Amante dei cavalli di razza. Avvolta dall’ombra della grande casa, si palesa poche volte ma la sua presenza incombe su ogni cosa. Sugli avvertimenti che i collaboratori di DuPont rivolgono a Mark, sull’ubriachezza di DuPont che, con la lingua resa spigliata dall’alcool, trova il coraggio di biascicare tiepide rimostranze all’indirizzo dei gusti materni e lascia intravedere un inquietante spiraglio di complessi d’inferiorità e ansie da prestazione.

Cos’è che spinge veramente DuPont? Cosa sta cercando di dimostrare e a chi? I suoi soldi soffocano le domande ma non le eliminano del tutto.

Basato su un cruento fatto di cronaca che all’epoca fece non poco scalpore – soprattutto dopo che fu fatta luce sui retroscena – Foxcatcher è sicuramente un film molto ambizioso. L’ambientazione in un contesto sportivo fa sì che si presupponga l’impiego di un certo schema rappresentativo ma il nucleo centrale della vicenda esige un tono narrativo ben diverso. Miller prova a conciliare questi due aspetti ottenendo un risultato che, si vede, punta molto in alto ma che non sempre riesce ad arrivare dove si prefigge.

Non fraintendiamo, Foxcatcher è un ottimo film. Solo che, a volte, rimane un po’ a metà strada. Le sequenze di sport vero e proprio ci sono ma non viene loro conferita l’enfasi tipica dei film meramente sportivi. Sono anche frequenti è vero, ma è sempre come se fossero un po’ in sordina. Come se si volesse (troppo?) esplicitamente dichiarare che non sono quello il punto della storia.

La dimensione psicologica dei personaggi viene invece amplificata dalle lunghissime inquadrature quasi ferme sui soggetti. Dai dialoghi ridotti all’osso, dagli sguardi che non si posano mai e dai gesti essenziali.

Il risultato è però che il tentativo di bilanciamento tra questi due aspetti a volte lascia un po’ troppo dubbio su dove si voglia realmente andare a parare. Come se non si sapesse bene a cos’è che si deve fare attenzione, qual è il filone che dà la chiave di lettura del film.

Il fatto che la percezione cambi molto se lo si vede conoscendo già il fatto di cronaca è di per sé significativo.

A mio avviso Miller avrebbe dovuto ridurre ulteriormente la parte sportiva e calcare maggiormente sull’aspetto psicologico. L’ambiguità – e il profondo squilibrio – di DuPont c’è ed è molto forte ma non le viene data la giusta importanza da subito e questo fa sì che se ne perdano molte sfumature.

Interpreti ottimi, da Steve Carell – che normalmente non mi è particolarmente simpatico ma che qui è indubbiamente molto bravo nel ruolo di questo DuPont inquietante e sempre più scollegato dalla realtà – a Mark Ruffalo nel ruolo di Dave che è effettivamente un attore valido, quando non cerca di fare l’attore figo.

Channing Tatum ci sta nel ruolo, con la parte scimmiesca della sua espressione particolarmente accentuata per la causa e i muscoloni massicci e sgraziati del lottatore e pur tuttavia una buona e misurata espressività.

Nel cast anche Vanessa Redgrave, nei panni della terribile DuPont madre.

Nel complesso ritengo meritate le cinque nomination agli oscar ma anche altrettanto comprensibile che non ne abbia portata a casa neanche una.

Cinematografo & Imdb.

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FOXCATCHER

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Al di là di tutto e di quella che può essere la mia opinione su questo libro, chiederei gentilmente a Eric-Emmanuel Schmitt di smetterla di mettere la parola amore nei suoi titoli. Grazie. Che va bene che fa presa sul pubblico medio, ma al terzo titolo (quasi) di fila (in mezzo c’era pure La giostra del piacere), questo benedetto amore ha francamente rotto un po’ i coglioni. Del  tipo che quando sono entrata in libreria e ho passato in rassegna le novità la mia reazione è stata più o meno: fiiiigo, un nuovo libro di Schmitt…cazzo un’altra volta amore.

Bon, ciò detto, se Elisir d’amore oltre ad avere un titolo melenso si era rivelato pure un po’ una fregatura, questo Veleno d’amore un po’ più interessante lo è.

Non che mi abbia esaltata eh, assolutamente no. Non sono soddisfatta di un libro di EES da I dieci figli che la signora Ming… e, sinceramente comincio a chiedermi se quella che sta attraversando sia solo una fase o se si debba cominciare a darlo per perso e basta.

Non lo so. Veleno d’amore è lungo 154 pagine e fino a pagina 128 sono stata abbastanza convinta nel ritenerlo un brutto libro.

Non mi è piaciuto per diversi motivi.

L’impostazione pseudo-diaristica che vorrebbe dare voce a quattro ragazze adolescenti ma che, di fatto, risulta finta e poco credibile. La scrittura diaristica è delicata e difficile. Presuppone un’enorme capacità di immedesimazione in una prospettiva altra e richiede parametri molto alti di plausibilità. Qui, non so se a causa di un problema squisitamente generazionale, le voci sono, di fatto, sempre la stessa, appiattite e uniformate in un lessico che, oltre tutto, è anacronistico. Poteva essere plausibile se fosse stato il diario di qualche ragazzina negli anni Quaranta-Cinquanta. Forse. Ma oggi, nessuna adolescente – indipendentemente da estrazione sociale o cultura – si esprimerebbe mai nel suo diario in modo così letterario, formale e soprattutto così lucidamente consapevole della propria condizione di adolescente. Anche laddove si vuole inserire una qualche forma di gergo, si vede che è appiccicata. Si ha proprio l’impressione della persona di una certa età che vuole parlare ai/dei giovani ma che non riesce ad andare oltre ad una sfilata di cliché slegati dalla realtà. E per di più temporalmente sfasati.

Poi si può osservare che il punto della storia non è una riproduzione diaristica fedele, ma che la forma scelta è solo un espediente, un pretesto per far emergere la vicenda. Ok. Va bene. Ma anche se la struttura è solo un pretesto, questo non giustifica il fatto che sia mal declinata.

Mi ha infastidito. Molto. Perché, tra le altre cose, lascia trapelare un atteggiamento didattico e un po’ supponente. Perché vuole parlare di sentimenti e in particolare di sentimenti nell’adolescenza, ma lo fa palesemente con l’approccio condiscendente dell’adulto che non ha la più vaga memoria di cosa si provi e si viva realmente in quella fascia d’età. I pensieri delle ragazze, le loro parole, le stesse dinamiche relazionali non sarebbero mai quelli di un vero adolescente. Tanto per fare un esempio spiccio. Nessun adolescente parlerebbe mai della fidanzatina del proprio fratello minore. Il termine fidanzatino/a è il classico termine da giornalisti, da adulti, da chiunque voglia mettere in chiaro quanto non prenda sul serio ciò di cui sta parlando. Ed è solo una delle tante grossolanità psicologiche che mi hanno irritata, tanto più perché EES è sempre stato un autore di cui ho molta considerazione.

E poi non mi è piaciuto il fatto di tirare in ballo Shakespeare. E’ inutile e pretestuoso. Solo per attirare l’attenzione, verrebbe da dire. Solo per far mettere sul retro di copertina che il testo gioca con Shakespeare. Non è vero. La presenza di Shakespeare e di Romeo e Giulietta è assolutamente incidentale. Poteva essere quella come qualsiasi altra commedia sull’amore. E comunque questo tratto non è così centrale da meritare di esser menzionato nella presentazione del libro.

E non mi è piaciuto il modo in cui vuole essere ostentatamente ma anche correttamente contemporaneo, usando conversazioni da sms o piazzando con finta noncuranza esempi di famiglie non convenzionali che sembrano uscite da una pubblicità di surgelati.

E non mi è piaciuta in generale tutta questa analisi dei sentimenti che, di fatto, di analitico ha ben poco e risulta invece una galleria di considerazioni piuttosto superficiali e una collezione di banalità.

Non lo condanno proprio del tutto perché verso la fine ha una svolta che salva un po’ l’intreccio e gli dà una scossa che lo rende un po’ più interessante.

Restiamo comunque ancora in attesa del ritorno di Eric-Emmanuel Schmitt.

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