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Archive for the ‘D. Lynch’ Category

Avverto, sono polemica. Polemica perché non sopporto l’atteggiamento di chi, di fronte a qualcosa che non conosce, lungi dall’incuriosirsi – o quanto meno ammettere serenamente la propria ignoranza (nel senso di non-conoscenza) – ha come reazione istintiva quella di deridere/sminuire.

Per la serie, gioia, non è che perché tu non conosci qualcosa vuol dire che questo qualcosa sia una minchiata.

Allo stesso modo non sopporto l’atteggiamento di chi, sostenendosi appassionato di musica/cinema o qualsivoglia espressione artistica ad un certo punto pianta un bel paletto, un limite temporale – che tendenzialmente, guarda caso, coincide con una certa sua fascia di età – oltre il quale il genere umano ha prodotto solo più cazzate. I fan del non ci sono più quelli di una volta, quale che sia l’oggetto di cui stanno dissertando.

Anche qui, non è che perché una cosa è venuta dopo che tu hai smesso di interessarti vuol dire che questo qualcosa sia una minchiata.

Se qualcosa mi piace è perché tocca in qualche modo la mia sensibilità, non perché è stato prodotto in un certo anno. Idem per il contrario.

I fattori generazionali ci sono, e questo è un dato di fatto innegabile. Qualsiasi forma d’arte – nel senso più ampio possibile del termine – è, in larga parte, un fenomeno sociale. C’è sempre una fascia d’età a cui qualunque cosa si rivolge in particolar modo. Una categoria che, per scelta o per caso, risulta essere destinatario privilegiato di un certo messaggio. Messaggio che non arriverà probabilmente mai più con la stessa potenza negli anni a venire ad altre persone. Ciò non toglie che rimane un valore intrinseco di ciò che l’arte ha prodotto. La consapevolezza che forse non sta parlando a me ma che sta comunque dicendo qualcosa. Che io lo colga o meno, che io lo apprezzi o meno, che io lo condivida o meno. Liquidare come priva di qualsiasi cosa da dire la produzione artistica da un certo anno in poi, solo in base a criteri temporali, è arbitrario, autolesionista (in quanto provoca incontestabilmente atrofia dei neuroni) e francamente piuttosto stupido. E disgraziatamente anche fin troppo largamente diffuso.

Fine dell’angolo polemico.

Detto ciò, ieri avevo accennato all’ipotesi di dissertare su Velluto Blu di Lynch e giuro che oggi mi ci ero anche messa d’impegno. Salvo poi giungere alla conclusione che ho palesemente dei problemi con Lynch. Oltre ad avere visto veramente pochi suoi film, ma quello potrebbe anche essere il meno. Non lo so. Mi rendo conto che non c’è un motivo razionale che posso addurre per giustificare i violenti raptus omicidi che mi hanno colto dopo il film di ieri sera. Non a livello dell’odio suscitato da Inland Empire ma comunque abbastanza degni di nota. Non è la morbosità in sé – che un Cronenberg a volte fa anche di peggio – né sono delle effettive pecche di regia – perché tecnicamente non si può dire che sia fatto male. E non è neanche il sottofondo di più o meno (qui in realtà meno) ostentata volontà di decostruire le strutture logico-narrative tradizionali. In effetti in Velluto blu non lo fa tanto, ma in altri film lo fa proprio apposta di saltare da una storia all’altra, da un personaggio all’altro senza piazzarci uno straccio di collegamento che sia uno. E comunque non è neanche questo. Un po’ è sicuramente il suo essere quasi sempre uguale a se stesso. Nelle tecniche come nelle ossessioni. E poi probabilmente una spocchia di sottofondo che ci avverto. Un po’ che mi irrita e basta. Il che non avvicina neanche vagamente questo sproloquio  ad un giudizio di senso compiuto. Immagino che anche qui sia un po’ un caso di quei registi che o li ami o li odi perché sono invasivi ed in qualche modo esigono una presa di posizione.

Resta il fatto che la candidatura all’Oscar per miglior regia di Velluto blu mi sembra in ogni caso un tantino esagerata.

Anyway, la novità rilevante del giorno è questa:

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E’ arrivata la creatura. Creatura che, tra le altre cose, si è rivelata avere un peso specifico pari a quello del piombo. Aspetto, questo, non trascurabile se la sera che te la devi portare a casa sta piovendo e ci sono pure i mezzi pubblici deviati da una manifestazione. Che poi io per i vinili sono feticista quindi bisogna proteggere il tutto dall’acqua, e poco importa se di fatto stan venendo giù solo due gocce e ci sono ancora due strati di imballaggio. E ancora meno importa che l’involucro, oltre che pesante, sia pure voluminoso, con l’effetto che per tenerlo saldamente devo andarci in giro abbracciata stile sto-difendendo-il-pacco-a-costo-della-vita. Praticamente sono arrivata a casa con Brett Anderson in braccio, anzi, forse lui pesa di meno di tutto il patrimonio britpop che risiede negli undici meravigliosi vinili della discografia completa.

Pregusto reiterati ascolti.

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Le nuove frontiere del multitasking. Volume primo.

Sto cercando di scrivere mentre tutto cospira contro di me.

Prima di tutto. Iris. Che, non pago di avermi fatto ripiombare nel mio amore per La Nona Porta, adesso sta trasmettendo Velluto Blu di Lynch. Che Lynch nella maggior parte dei casi mi sta discretamente sui coglioni, ma Velluto Blu non l’ho mai visto, e se devo insultare Lynch non posso non averlo in repertorio.

In effetti per ora non mi sta esaltando granché. Di certo c’è solo che non sapevo che ci fosse Laura Dern e ormai non guarderò più Jurassic Park con gli stessi occhi.

Poi. Joseph Llanes. Che continua a postare foto di backstage dei Placebo e altre amenità a tema. Non si fa. Non si fa. Si perdono anni di vita così, come niente.

Poi. Le prese della corrente. Che son sempre in mezzo alle balle quando devi far stare un mobile ma se ti devi attaccare d’urgenza sul divano che la batteria sta morendo improvvisamente spariscono tutte.

E poi un altro paio di interferenze accidentali ma adesso giuro che arrivo al punto.

La Nona Porta, Roman Polanski, 1999.

E’ un film insolito sotto tutti i punti di vista. E’ insolito per i canoni di genere ed è insolito per essere di Polanski. Per amor di onestà va detto che in questo caso sono molto di parte perché, oltre ad adorare Polanski, adoro anche le storie che parlano di libri.

Dean Corso (Johnny Depp) è un esperto di libri rari e antichi che viene ingaggiato da un eccentrico collezionista per verificare l’autenticità di un volume di particolare storia e valore. Si tratta di uno di tre esemplari di un testo di magia nera che la tradizione vorrebbe scritto con la collaborazione del diavolo in persona.

Dean è razionale, discretamente opportunista e tendenzialmente guidato dal proprio tornaconto. Accetta prevalentemente per soldi più che per un reale interesse per la tematica occulta. Non ha pregiudizi né credenze religiose che lo influenzino.

Da quando gli viene affidato il libro, tuttavia, intorno a lui cominciano a succedere cose strane. E delle persone cominciano a morire.

Una strana ragazza gli si affianca e sembra volerlo aiutare.

Le tre copie del libro si rivelano molto più interessanti e pericolose di quanto si sarebbe potuto mai aspettare e Dean, suo malgrado, si trova coinvolto in una ricerca che lo incastra e lo attira ben al di là dell’aspetto economico.

Libri antichi, grandi collezioni, rarità. Scaffali polverosi e grandi tomi che nascondono segreti. C’è molta atmosfera gotica in questo film, ben dosata e ben associata alle ambientazioni di New York e delle città europee, Parigi in particolare. L’atmosfera che crea questo film è sicuramente una delle cose che mi piacciono di più e che trovo meglio riuscite.

Se devo trovare un difetto, ho sempre ritenuto il finale al tempo stesso molto ben architettato dal punto di vista della trama ma un po’ tanto affrettato nella realizzazione. Mi ricordo che la prima volta che l’ho visto io non l’avevo mica capito, il finale

*sputtanamento mode ON*

Grande tensione, trama ben costruita e non banale, con uno schema che ricorda il mistery d’altri tempi, interpreti molto validi, con (oltre ovviamente a Johnny-Depp-prima-che-si-trasformasse-in-Capitan-Jack-Sparrow) Emmanuelle Seigner nei panni della ragazza misteriosa e Lena Olin nel ruolo dell’eccentrica e miliardaria priva di scrupoli.

E poi ci sono molti anni Novanta. Più passa il tempo e più me ne rendo conto. Dai vestiti, alle sigarette (che ormai non si possono neanche far intravedere in un film se non sono stragiustificate dalla natura – possibilmente negativa – del personaggio che ne fa uso), alle macchine. E anche questo contribuisce a creare un mix particolare con le tematiche goticheggianti, rendendo perfettamente affascinanti la vicenda e il contesto.

Da vedere.

Per la cronaca, son le due, Velluto Blu è finito e io sto odiando Lynch con tutte le mie forze. Poi domani ne parlo, se riesco ad articolare qualcosa che non siano insulti.

Cinematografo & Imdb.

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Del tutto incurante di quanto io sia impreparata e del fatto che non so cosa effettivamente riuscirò a vedere, domani parte il Torino Film Festival.

Qui il programma completo.

Avevo sentito voci su David Lynch a Torino per l’occasione ma pare siano state smentite (cosa che peraltro mi ha risolto il dilemma vado in giro per una settimana con una copia di Mulholland Drive per cercare di farmela autografare o con un badile per cercare di ucciderlo per Inland Empire?) Di certo c’è invece che verrà presentato Chained di Jennifer Lynch, la figlia.

Altra segnalazione al volo è il film di chiusura, Ginger & Rosa della mia amatissima Sally Potter. Spero di non mancare almeno quello.

La citazione del titolo è di Martin Scorsese.

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