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Archive for the ‘P. Giamatti’ Category

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Allora. Tenetevi pronti che qui il livello culturale si alza vertiginosamente.

Dwayne Johnson (…) ha l’espressività di un comodino (non d’epoca) – Maurizio Porro, Corriere della Sera.

Normalmente non vado a pescare tra le critiche ufficiali ma questa meritava.

Devo dire che quando sono uscita dal cinema, sull’onda emotiva della mega catastrofe ero anche piuttosto incline ad un giudizio indulgente. Perché sì, dai, gli effetti son fatti bene, quello è pur vero.

In realtà col passare dei giorni, più ci ripenso e più questo film è proprio un po’ una cagata.

Non per la megacatastrofe in sé, per carità, ho sempre apprezzato le apocalissi postmoderne, quanto perché oltre alla distruzione non c’è veramente nient’altro.

Se avessero presentato il tutto come un documentario tecnico sullo stato dell’arte degli effetti digitali applicati a scenari cataclismatici sarebbe stato a) più onesto e b) più economico, ché si sarebbero risparmiati la paga di Dwayne Johnson e, soprattutto, di Paul Giamatti, che veste i panni del sismologo e suppongo gli sia costato un po’ di più di The Rock.

La faglia di San Andrea si sveglia una volta per tutte all’interno di un panorama sismico che improvvisamente si rivela più critico di quel che si era sempre pensato e si scatena un sisma di Magnitudo 9. Talmente forte e disastroso che lo sentiranno pure sulla costa Est – il che per un momento mi ha fatto temere che fosse l’ennesima scusa per distruggere New York ma poi fortunatamente hanno evitato.

In tutto ciò, Ray, ex militare e pilota di elicotteri di salvataggio si trova a dover recuperare prima la moglie e poi la figlia sparpagliate nelle catastrofi.

Boh. Pathos non ce n’é. Plausibilità, ok non è che uno ne richieda tantissima, ma un minimo sindacale di arrangiamento…

Ray viene richiamato in servizio all’inizio dei terremoti quindi sale sull’elicottero dell’elisoccorso ma dopo pochissimo, mentre teoricamente starebbe svolgendo un servizio pubblico, decide di andare a recuperarsi la moglie senza neanche degnarsi di avvertire qualcuno, che ne so, una comunicazione radio, un segnale di fumo.

Da questo punto in poi è come se ci si dimenticasse di quel poco di contesto che era stato costruito intorno al personaggio e lo si segue semplicemente nella sua missione personale – perché dopo la moglie è la volta della figlia – come se l’elicottero fosse sempre stato suo. Alla faccia dello spirito eroico americano questo si fotte bellamente un mezzo di soccorso senza che la cosa paia turbare minimamente gli sceneggiatori. E via, mettetegliele ‘ste due righe in più di copione in cui fa almeno finta di porsi il dilemma morale tra il suo ruolo ufficiale e i cazzi suoi! No. Troppo impegnativo.

Che poi, anche la scelta del mezzo, se proprio volgiamo, è piuttosto infelice. La scena dell’elicottero che rimane in hovering immobile e impassibile in mezzo ai grattacieli che crollano mentre Ray e la moglie saltellano allegramente tra elicottero medesimo e macerie crollanti è imbarazzante.

Stesso dicasi del canotto che risale lo tsunami.

Decisamente, scelta di mezzi infelicissima.

Che poi ok, non è che la limousine guidata da John Cusack che in 2012 fuggiva in mezzo allo sprofondamento di Los Angeles fosse tanto più adatta, però 2012 era di Emmerich, aveva una trama e aveva dei personaggi che, bene o male agivano in modo plausibile per il contesto, quindi gli si può pure perdonare qualche trovata campata in aria (che tanto in questo genere di film ci son sempre, non è quello il punto). E poi c’era Woody Harrelson che faceva lo squilibrato che mangiava cetrioli. C’è bisogno di aggiungere altro?

Tornando a San Andreas.

Piccola parte per Kylie Minogue (ve l’avevo detto che il livello si alzava).

Cover di California Dreamin’ interpretata da Sia sui titoli di coda. Che anche se Sia non mi dispiace, di questa cover, decisamente, si sentiva la necessità quasi quanto di tutto il film.

Cinematografo & Imdb.

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Allora. Notte di Oscar, finalmente. A Los Angeles forse ha smesso di piovere, cominciano ad arrivare scorci di red carpet e io soffro come un koala senza niente a cui abbarbicarsi perché, se non voglio rinunciare anche alle mie quattro ore di sonno, prima di domani mattina non saprò i risultati e – quel che è peggio – prima di domani sera non potrò esternare le mie manifestazioni di giubilo o disperazione al riguardo.

E niente, inganno l’attesa parlando dell’ultimo film che sono riuscita ad andare a vedere pre-cerimonia e approfitto di queste ultime ore per azzardare ancora qualche pronostico.

12 anni schiavo è un gran bel film, su questo niente da dire. Ma.

C’è un ma.

Ed è dovuto al fatto che, tanto per cambiare, anche per questa edizione degli oscar abbiamo un bel filmone che sembra fatto apposta per acchiappare statuette. Se proprio voglio dar libero sfogo al mio cinismo, abbiamo il prequel di Lincoln. Argomento storico (ovviamente americano), oppressione e redenzione, i buoni e i cattivi, i momenti toccanti, le lacrime che devi versare per forza, il giusto sdegno e la commozione inevitabile, un cast zeppo di grossi nomi anche per parti piccole. E pure una storia autobiografica alla base. Che cosa possiamo volere di più?

Che poi ripeto, è un bel film. Non c’è nulla che si possa criticare. Solo che sembra quasi fin troppo perfetto, confezionato per sollevare l’Academy dal gravoso compito di dover veramente decidere.

Davvero, spero sinceramente di venire smentita.

La trama è quella che si evince già dal trailer. Solomon Northop, nero libero dello stato di New York, viene rapito con l’inganno, venduto come schiavo e come tale portato in Louisiana, dove trascorrerà dodici anni di schiavitù sotto diversi padroni, più o meno umani.

Grandissime prove di bravura da parte di tutti gli attori principali, Chiwetel Ejiofor (Solomon), Lupita Nyong’o (Patsey), ma soprattutto Michael Fassbender che, nel ruolo di Edwin Epps, il padrone sotto il quale Solomon resterà per più tempo, offre quella che penso sia in assoluto la sua miglior interpretazione. Epps è folle e crudele e il suo personaggio è sicuramente uno dei più difficili e intensi di tutto il film.

Ottima la ricostruzione storica, perfetta in ogni singolo dettaglio, che restituisce un quadro impietoso della mentalità disumana alla base di quella bolla di anacronistica crudeltà che era lo schiavismo nell’America ottocentesca.

Pochissima indulgenza verso i padroni, non se ne salva quasi nessuno. Forse un po’ di clemenza viene concessa a padrone Ford (Cumberbatch), anche se, come afferma lo stesso Solomon, sempre relativamente al contesto.

Tra le parti minori è impossibile non notare Paul Dano, sempre perfetto nei ruoli isterici – anche se è ormai palesemente a rischio di diventare un caratterista.

Anche Brad Pitt interpreta un personaggio minore, seppur fondamentale. A dire la verità è decisamente sprecato per quel ruolo e resta da capire se la scelta sia ricaduta su di lui sempre per il discorso dei nomi celebri nel cast o perché figuri tra i produttori.

Per ritornare ai miei tardivi pronostici, non vedo improbabile che 12 anni si porti a casa almeno un miglior film o regia (tutti e due mi sembrerebbe persino troppo), un miglior attore non protagonista per Fassbender e una miglior sceneggiatura non originale. Se McQueen si prende miglior regia, a quel punto miglior film potrebbe andare ad American Hustle, che è l’altro grande favorito.

Resta il fatto che la mia prima scelta come film rimane Dallas Buyers, il mio non protagonista Jared Leto e il mio protagonista direi Di Caprio anche se forse in buona parte perché mi sentirei un verme a non fare il tifo per lui.

Bon, mi fermo qui perché altrimenti vado avanti a sproloquiare a caso fino alla premiazione. Domattina scoprirò se la settimana comincerà bene o se mi andrà di traverso il caffellatte.

Cinematografo & Imdb.

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Sicuramente è un film impegnativo. A tratti anche faticoso. Ma d’altronde non è che ci si potesse aspettare tanto di meno dal binomio Cronenberg/DeLillo (autore del romanzo omonimo del 2003).

L’ho lasciato sedimentare un po’ prima di parlarne perché a caldo sarei stata forse fin troppo entusiasta a causa del fantastico monologo finale di Paul Giamatti che riesce quasi a far dimenticare la lentezza esasperante della parte intermedia.

Ambientazione quasi unica e impostazione molto teatrale. Un giovane multimilionario esponente di spicco della finanza internazionale attraversa Manhattan sulla sua limousine per andare dal barbiere.

Nello spazio di questo tragitto fisico e (probabilmente è fin troppo banale dirlo ma lo dico lo stesso) simbolico si susseguono una serie di eventi/non-eventi che hanno fondamentalmente la funzione non tanto di cambiare il corso degli eventi quanto quello di fornire continui appigli all’incessante monologo di questo personaggio a tratti drammatico e a tratti quasi grottesco.

Le valenze metaforiche sono molteplici. Dal punto di vista estetico/visivo ci sono scene di notevole bellezza e potenza. La componente dell’assurdo è prepotente. Tra i personaggi di contorno compaiono Juliette Binoche e Samantha Morton.

Paul Giamatti è l’unico invece a ricoprire un ruolo che abbia lo status di personaggio a tutti gli effetti e lo incarna con una maestria che lascia senza fiato.

C’è una parte centrale in cui la tensione creata dalla stranezza della situazione lascia il posto ad una snervante attesa di capire dove tutto questo voglia andare a parare; attesa che viene protratta (non escluderei intenzionalmente) fino allo sfinimento creando così una sorta di buco che spezza un po’ l’unità del film prima dell’ottima ripresa finale.

Di positivo c’è senz’altro che si scopre che Robert Pattinson, se diretto da un regista degno di tal nome, non è stato irrimediabilmente rovinato da Twilight ma sa persino recitare. E nient’affatto male in verità, dal momento che si regge quasi tutto il film praticamente da solo in un ruolo che può forse essere pesante per lo spettatore ma di sicuro non è facile per chi lo deve interpretare.

In definitiva.

E’ un buon film?

Sì, seppur con qualche pecca (non so dire se dovuta al film in sé o alla materia prima da cui deriva).

Mi è piaciuto?

Sì, ma non credo che lo rivedrei a breve.

Vorrei dire che è mia intenzione procurarmi il libro per fare un confronto come si deve ma DeLillo (come Wallace) è uno di quegli autori per i quali mi ci va uno stato d’animo particolarmente adatto che per ora non pare manifestarsi.

Cinematografo e Imdb

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Sono nata negli anni Ottanta per cui non posso dire di averli propriamente vissuti; a maggior ragione sono sempre più convinta che debba esserci qualcosa di genetico a determinare l’insana fascinazione che nutro verso quel periodo.

Rock of Ages è ambientato nel 1987. E’ divertente e ha una buona colonna sonora anche se, visto lo sconfinato repertorio della musica di quegli anni, forse il regista Adam Shankman avrebbe potuto osare anche un po’ di più, magari con qualche pezzo lento in meno e qualche grande classico in più.

La trama riprende volutamente i cliché dei film di quegli anni, con i miti liberatori e salvifici della musica, del Rock, di Hollywood. E ovviamente con l’immancabile storia d’amore.

I due protagonisti, Diego Boneta e Julianne Hough, sono molto bravi ma a sorprendere di più sono sicuramente Tom Cruise e Alec Baldwin che si dimostrano degli ottimi cantanti (di Catherine Zeta-Jones già si sapeva dopo Chicago). Cruise in particolare è fantastico in questo ruolo, esagerato e molto autoironico, di rockstar decadente.

C’è anche Paul Giamatti (La versione di Barney) nei panni del viscido manager che cerca di convertire il giovane rockettaro alla moda delle boyband spacciandole per il futuro della musica negli anni Novanta (giuro che sono morta dal ridere in questa parte).

 Questa la colonna sonora del film:

  • “Paradise City”
    Performed by Tom Cruise
  • “Sister Christian / Just Like Paradise / Nothin’ But a Good Time”
    Written by Kelly Keagy (Sister Christian)
    Written by David Lee Roth and Brett Tuggle (Just Like Paradise)
    Music by Bobby Dall, C.C. Deville (as Bruce Anthony Johannessen), Bret Michaels and Rikki Rockett (Nothin’ But a Good Time)
    Lyrics by Rikki Rockett, Bobby Dall, C.C. Deville (as Bruce Anthony Johannessen) and Bret Michaels (Nothin’ But a Good Time)
    Performed by Julianne Hough, Diego Boneta, Russell Brand and Alec Baldwin
  • “Juke Box Hero / I Love Rock ‘n’ Roll”
    Written by Joan Jett (I Love Rock ‘n’ Roll)
    Performed by Diego Boneta, Alec Baldwin, Russell Brand and Julianne Hough.
  • “Hit Me With Your Best Shot”
    Performed by Catherine Zeta-Jones
  • “Waiting for a Girl Like You”
    Written by Mick Jones
    Performed by Diego Boneta and Julianne Hough
  • “More Than Words / Heaven”
    Performed by Julianne Hough and Diego Boneta
  • “Wanted Dead or Alive”
    Written by Jon Bon Jovi and Richie Sambora
    Performed by Tom Cruiseand Julianne Hough
  • “I Want to Know What Love Is”
    Written by Mick Jones
    Performed by Tom Cruise and Malin Akerman
  • “I Wanna Rock”
    Written by Dee Snider
    Performed by Diego Boneta
  • “Pour Some Sugar On Me”
    Performed by Tom Cruise
  • “Harden My Heart”
    Written by Marv Ross
    Performed by Julianne Hough and Mary J. Blige
  • “Shadows of the Night”
    Written by D.L. Byron
    Performed by Julianne Hough and Mary J. Blige
  • “Here I Go Again”
    Written by David Coverdale and Bernie Marsden
    Performed by Diego Boneta, Paul Giamatti, Julianne Hough, Mary J. Blige and Tom Cruise
  • “I Can’t Fight This Feeling”
    Written by Kevin Cronin
    Performed by Alec Baldwin and Russell Brand
  • “Any Way You Want It”
    Written by Neal Schon, Steve Perry
    Performed by Mary J. Blige, Constantine Maroulisand Julianne Hough
  • “Undercover Love”
    Performed by Diego Boneta
  • “Every Rose Has Its Thorn”
    Written by Bobby Dall, Bruce Anthony Johannesson, Rikki Rockett and Brett Michael
    Performed by Julianne Hough, Diego Boneta, Mary J. Blige and Tom Cruise
  • “Rock You Like A Hurricane”
    Performed by Julianne Hough and Tom Cruise
  • “We Built This City / We’re Not Gonna Take It!”
    Performed by Russell Brand and Catherine Zeta-Jones
  • “Don’t Stop Belevin'”
    Written by Neal Schon, Steve Perry and Jonathan Cain
    Performed by Diego Boneta, Julianne Hough, Mary J. Blige, Tom Cruise, Alec Baldwin, Catherine Zeta-Jones and Russell Brand

Qui e qui i soliti link per le altre info.

 

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