Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘C. Gainsbourg’ Category

21188_LOC

Probabile che farò un picco di accessi con questo titolo.

Sì, il caro vecchio zio Lars.

Sì, tutti e due i volumi insieme, perché di fatto è un film unico e non riesco proprio a pensarli separatamente. Al massimo come primo e secondo tempo. Quindi mettetevi comodi, perché si va per le lunghe.

E ancora, sì, spoiler in grandi quantità perché a parlarne senza anticipare niente si finisce col non parlarne affatto e col rimanere confinati al punto di partenza.

Un uomo di mezz’età, camminando in un vicolo dietro casa sua, si imbatte in una donna reduce da un’aggressione. La donna è conciata male. L’uomo la porta a casa sua. Le offre un letto, un riparo. Le offre conforto. Le chiede cosa sia successo ma la risposta di lei non è semplice. Non può esserlo. Deve partire da lontano. Raccontargli chi è e perché si sia, secondo lei, meritata di finire esattamente dov’è finita. E’ una persona malvagia, sostiene, e il racconto della sua vita glielo dimostrerà oltre ogni ragionevole dubbio.

Lui si chiama Seligman (Stellan Skarsgård), lei Joe (Charlotte Gainsbourg). Lui non è disposto a credere, a prescindere, alla sua malvagità.

Così, in questo modo, con la costruzione di una situazione di cornice dai tratti fortemente teatrali, ha inizio il primo volume di Nymphomaniac, terzo capitolo della Depression Trilogy (suvvia, Lars è un allegrone, si sa) composta da Melancholia e Antichrist.

Ha inizio un balletto, una schermaglia lunga, sofferta, sfiancante e meravigliosamente geniale che alterna episodi – sempre di natura fortemente sessuale – della vita di Joe, rivissuti in flashback mentre lei racconta, alle discussioni che seguono, nella stanza da letto in cui Joe è ospite, suscitate dalle obiezioni che di volta in volta Seligman le muove per indurla a guardare e giudicare se stessa e la sua vita da nuovi punti di vista.

Seligman è l’interlocutore perfetto. Ha una cultura sconfinata e ad ogni episodio, ad ogni fatto più o meno discutibile che Joe racconta lui contrappone riferimenti storico-culturali-antropologici che cambiano la luce e la prospettiva sugli stessi episodi, mettendone in risalto la natura fondamentalmente logica, neutra, non condannabile ma totalmente giustificabile.

Nymphomaniac, entrambi i volumi perché di fatto la struttura non cambia mai, è prima di tutto una magistrale competizione dialettica. Ha un copione di rara complessità e genialità.

E il fatto che il catalizzatore di questa performance dialettica sia il sesso in una sua manifestazione estrema è fondamentale, significativo e, se ci si pensa un momento, praticamente inevitabile.

Perché una discussione che sia realmente tale presuppone una relativizzazione totale dei valori e dei parametri del pensiero corrente. E quale miglior territorio per mettere alla prova questa relativizzazione se non l’argomento che sembra spaventare più di qualsiasi altra cosa il pensiero del nuovo millennio?

Perché il sesso è un tabù. E’ inutile raccontarsela. E lo è ora molto più che in passato. E lo è in modo talmente radicato da essere inconscio. E’ l’esemplificazione più semplice e lampante del concetto di condizionamento comportamentale. E’ l’apoteosi del condizionamento di un contesto sul singolo.

Lars gira un film che è per metà dialogo filosofico e per metà un quasi porno. Dico quasi perché nonostante l’enorme quantità di inquadrature e sequenze esplicitamente pornografiche (sequenze girate da attori porno professionisti e poi montate digitalmente sugli attori), il tutto è gestito in modo tale da non risultare mai realmente provocante o provocatorio. Nymphomaniac non ti fa eccitare. Ti incuriosisce. E riesce nel suo intento perché di fatto, ti cambia gradualmente la prospettiva. Perché già dopo la prima mezz’ora – a dir tanto – di sesso e inquadrature di genitali ci si riallinea su un’ottica neutra che presuppone il corpo – e qualunque utilizzo si faccia di esso – esclusivamente come tale e non più come ‘corpo nudo’ o ‘corpo sessuale’. Spariscono le connotazioni sovraimposte dalla (presunta) moralità e rimangono solo le cose così come sono.

Ok, lo so, qui si va a finire nel discorso della percezione della sessualità legata a ciò che è nascosto/proibito e viceversa e sì, è un discorso banale, almeno dal mio punto di vista. Ma mi rendo conto che nella realtà di tutti i giorni è molto meno banale di quanto mi piaccia pensare.

In definitiva, Lars non mette tutto quel sesso per provocare o per stupire. Lars non gioca sporco (come un Malick con Tree of Life, tanto per capirci). Mette tutto quel sesso perché ne impone l’oggettività neutra e sostanzialmente a-morale, al pari di qualsiasi altra cosa.

Ed è per questo che diventa il mezzo più efficace e diretto per riportare un’ottica neutra, imparziale e a-morale su tutti gli altri argomenti che vengono affrontati e che spaziano in ogni campo dello scibile umano.

E’ l’essere umano stesso e la sua presunta facoltà di raziocinio, ad essere messo in discussione.

La prima parte è la più leggera. E’ la parte luminosa, la parte divertente, per così dire. L’unico momento cupo è rappresentato dalla morte del padre di Joe (Christian Slater) e l’ho trovato realmente doloroso.

In questo primo volume, ad interpretare Joe da giovane è Stacey Martin che esordisce sul grande schermo con un ruolo tutt’altro che semplice, con addosso un personaggio che si tratteggia attraverso il ricordo della sua futura se stessa e per questo ne risulta condizionato. Joe da ragazza non è simpatica. Non è un personaggio per cui si provi particolare empatia. E’ connotata da una durezza di fondo che non è ancora ben definita ma che istintivamente tiene lontani.

Il lui chiave di tutta la storia è interpretato da Shia LaBeouf – che ha dovuto mandare a Lars le foto del suo pene per fare il provino, cosa che mi fa sempre molto ridere ogni volta che mi viene ricordata e che come sempre è molto bravo.

L’unica cosa realmente disturbante del primo volume è Uma Thurman in una parte fortunatamente breve – come al solito ottima nell’interpretazione ma inguardabile a causa del botox che le ha ridisegnato – male – i lineamenti.

Cinematografo Vol I & Imdb Vol I

nymphomaniac-32-photo-by-christian-geisnaes

75765445190f63732d4340c07e99b170

1386937085399_0570x0342_1387190249430

nymphomaniac-volume-1-sophie-kennedy-clark-foto-dal-film-2_mid

nymphomaniac

nymphomaniac34234

La seconda parte, il Volume 2, invece, è la descensio.

Immagino si sia capito, mi è piaciuto moltissimo questo film, ma il secondo volume l’ho patito un po’. Sicuramente c’è un discorso di sensibilità personale, non lo metto in dubbio, ma è un fatto che si addentra sia visivamente che verbalmente in tematiche più delicate e dolorose. Affronta argomenti anche più scomodi. Non a caso la censura qui è stata molto più invasiva.

Non c’è pace per Joe. Non c’è limite all’istinto che la porta a seguire la sua natura oltre qualsiasi limite. Anche oltre se stessa. Qui a recitare anche nei flash back è proprio la Gainsbourg ed è immensa.

Il secondo volume è la parte oscura del sesso. Non tutta, quello no, ma abbastanza per trasmettere la sensazione di profonda e inesorabile autodistruzione. Masochismo. Aborto. Pedofilia. Concetti scomodi, chi per un verso chi per l’altro.

Visivamente più provante, anche se suppongo che in questa mia percezione sia stato fondamentale l’impatto della scena in cui Joe si autopratica un aborto, dopo la quale ho dovuto stoppare perché son finita miseramente stesa mezza svenuta. Non ho tenuto il conto di quanto duri ma è abbastanza se si tiene conto che l’inquadratura e quasi sempre fissa sulla sua vagina insanguinata – in cui lei scava con ferri improvvisati – e che il tutto è accompagnato dalle sue urla, dal momento che è ovviamente senza anestesia.

E pesante anche la discussione che ne segue. Il principio è sempre lo stesso di tutto il film. Chiamare le cose col loro nome. Tirare giù le maschere. Smetterla di raccontarsela. Il che non è detto che venga necessariamente apprezzato.

Da quel che ho capito, nella versione censurata, non hanno tagliato solo la scena pratica dell’aborto ma hanno eliminato proprio tutto l’episodio, dialogo compreso. Non sono ancora riuscita ad appurare se sia stata una scelta totalmente epurativa o se Lars si sia impuntato a voler togliere tutto piuttosto che far vedere le cose a metà.

Anche l’episodio sul pedofilo è un discreto pugno nello stomaco, soprattutto per l’incontestabile lucidità delle osservazioni di Joe.

Poi vabbè, il sadomaso lo patisco un po’ quindi anche la silent duck me la sarei evitata, ma decisamente su quel fronte non si è andati troppo oltre.

Avrei preferito che Joe non diventasse madre ma perché è doloroso constatare l’inevitabilità dell’abbandono del figlio.

Così come avrei preferito anche che alla fine Seligman non provasse a scoparla.

Ora, all’inizio del secondo volume, nel momento stesso in cui Seligman si dichiara asessuale, si pensa che la ‘logica’ conclusione sarà che finiranno a scopare. Proprio perché la cosa è così ovvia avrei preferito che lui non ci provasse.

Perché fino a quell’ultima scena c’erano due personaggi bellissimi, forti e soli. Fuori da tutto, anche se in modi diametralmente opposti. Con quel patetico tentativo, Seligman vanifica tutto il suo personaggio. Lo rende fasullo, debole, insincero. E questo mi è dispiaciuto.

E’ pur vero, d’altro canto, che questo rappresenta la consacrazione definitiva di Joe.

Joe che è arrivata ad un punto morto e deve cambiare. Joe che ha appena deciso che sarà lei, quella persona su un milione – secondo le statistiche propinate dai gruppi di sostengo per sex addicted – in grado di reprimere e domare la propria sessualità. E come in ogni altra decisione che ha preso, Joe non torna indietro, se quella decisione è quello che sente realmente.

Joe è un personaggio meraviglioso. E’ fortissima. E’ radicatamente, intrinsecamente e totalmente amorale. E soprattutto è sempre, sempre, sempre consapevole di chi e che cosa è. Ed è sempre coerente con se stessa. E’ destinata ad una solitudine drammaticamente totale perché non c’è posto per lei, nel nostro mondo. Potrebbe essere tollerata se vestisse i panni del pentimento, della malattia, del disagio psichico. Ma lei non lo fa. Mai. Lei è sempre, fino in fondo, onesta e coerente con se stessa. Anche a costo di fare delle cose orribili. Anche con tutto il dolore che provoca intorno a sé.

Joe è veramente una su un milione. Chiunque altro verrebbe schiacciato. Non lei. La solitudine è il prezzo che paga per non tradirsi mai. E alla fine, forse, al di là di tutto, essere onesti con se stessi è davvero quanto di meglio si possa sperare di fare.

Ok. Ora la pianto e dico chiaramente che adoro Joe.

Ultime considerazioni random di cose che mi vengono in mente così.

Bella la colonna sonora. Ho amato i Rammstein all’inizio, così come i minuti di nero (per chi scarica i film: no, non è un file corrotto, sono davvero minuti di nero, è Lars che è un genio. Apprezziamo).

Ruolo relativamente piccolo ma sempre gradito per Willem Dafoe, già marito di Charlotte in Antichrist (che, tra l’altro, credo che ormai mi recupererò perché vorrei completare la trilogia anche se al tempo l’avevo snobbato un po’ intimorita dalle voci che circolavano sugli svenimenti causati da un certo utilizzo delle forbici che Charlotte pratica sulle sue parti intime – ma povera, se Lars non la mette a massacrarsi non è contento).

Concludo questo mezzo poema epico e ribadisco che merita. Assolutamente da vedere. Non è una passeggiata ma va visto.

Cinematografo Vol II & Imdb Vol II

Nymphomaniac-I-apartment-970x545

homepage_NymphomaniacVol2-2014-1

0-1

Nymphomaniac_-_Trai_675195a

nymphomaniac-part-1-willem-dafoe-in-una-scena-del-film-301869

pdc_nymphomaniac10

 

Read Full Post »

la-locandina

Eric Toledano e Olivier Nakache, altresì noti come i-registi-di-quasi-amici, ritornano, questa volta per davvero, con un’altra commedia a sfondo più o meno umanitario.

Dico ‘questa volta per davvero’ perché di fatto è il terzo loro film che arriva nelle sale, almeno in Italia, dopo Quasi amici ma è il primo girato effettivamente dopo l’altro film.

Quasi amici è del 2011 e nelle sale italiane è arrivato a febbraio 2012. Cercando di sfruttare l’onda del successo ottenuto, nel dicembre 2012 arriva in sala Troppo amici – praticamente fratelli, con traino tutto incentrato sul riferimento al film uscito solo pochi mesi prima e sulla presenza di Omar Sy. Strategia che, peraltro, si è rivelata piuttosto inutile, se non addirittura controproducente perché la prima impressione trasmessa, vista la somiglianza di titoli, è stata che si trattasse di un grossolano tentativo di replicare.

In realtà, Troppo amici è del 2009 e al tempo era uscito solo in Francia e Belgio ed era passato senza suscitare particolari attenzioni. Lo abbiamo recuperato al volo in Italia sostanzialmente per mere ragioni commerciali.

Samba invece è del 2014.

C’è sempre Omar Sy – un po’ attore-feticcio della coppia di registi, presente in tutta la loro filmografia fatta eccezione per il primissimo cortometraggio Les Petits Souliers, del 1999 – questa volta nel ruolo di Samba, immigrato senegalese, in Francia da dieci anni ma ancora privo di regolari documenti nonostante lavori come lavapiatti e studi per diventare cuoco.

Charlotte Gainsbourg invece veste i panni di Alice, apprendista volontaria presso un’associazione che si occupa di aiutare gli immigrati nelle pratiche per la regolarizzazione.

Samba viene fermato e, visto che non è in regola, gli viene dato il foglio di via che teoricamente lo obbligherebbe a lasciare la Francia.

Alice in realtà sta facendo volontariato come una sorta di terapia riabilitativa dopo essersi beccata un brutto esaurimento nervoso causato dallo stress cui la sottopone il suo lavoro in una grande azienda.

Samba rimane in Francia e passa da un lavoro in nero ad un altro, da un documento falso ad un altro.

Alice si imbatte in lui diverse volte nei centri in cui si trova a lavorare e cerca di aiutarlo.

Il loro rapporto si evolve, la distanza si accorcia, la comunicazione prende vie traverse ma comunque si stringe.

C’è tanto in questo film. O meglio. Si vede che vuole esserci tanto. Probabilmente persino troppo.

E’ una commedia amara che mescola alcuni momenti divertenti (non si ride poi molto se non in una o due scene, al massimo si sorride) ad una fotografia impietosa della sostanziale malafede che governa i rapporti interpersonali fino a soffocarne anche gli slanci autentici.

Molti spunti che però rimangono tutto sommato poco sviluppati, con una Charlotte Gainsbourg paurosamente sotto-sfruttata e un Omar Sy anche lui un tantino sottotono.

Degna di nota l’interpretazione di Tahar Rahim nel ruolo di Wilson, che si rivela un’ottima spalla per Sy.

In definitiva, carino ma niente di eccezionale.

Cinematografo & Imdb.

AM6A6131_c-David-Koskas-Quad-Gaumont

samba_60082382_st_3_s-high

I7A9212

Read Full Post »

INCOMPRESA-locandina-poster-Asia-Argento-2014

 

Allora. Incompresa sono andata a vederlo senza sapere bene cosa aspettarmi…

No. Non è vero.

Sono andata a vederlo senza neanche pormi il problema di cosa aspettarmi perché, diciamo le cose come stanno, quando c’è di mezzo Asia io devo andare a vedere cosa combina. Punto. Se poi ci aggiungiamo che qui nella colonna sonora è pure andata a tirare in ballo il Molko, bon, non mi pare ci sia bisogno di aggiungere altro.

A voler essere sincera, avevo anche le mie perplessità per vari motivi che possono essere significativamente riassunti nel nome di Gabriel Garko nel cast. Considerata la profonda antipatia che nutro per quell’individuo avrebbe potuto rappresentare un problema non da poco. Che poi questa mia antipatia probabilmente derivi più dal fatto che, sostanzialmente, detesto il tipo di televisione che fa e le orde di desperate housewives che gli sbavano dietro è un fattore che sarebbe da tenere in considerazione ma qui si vira verso la psicologia da bar e la cosa è tutt’altro che auspicabile.

Quindi. Il film.

Mi è piaciuto. E anche tanto.

Ok. Non mi metto a gridare al capolavoro perché il sospetto di fangirling sarebbe forse legittimo ma, davvero, è un film dannatamente buono.

E’ forte, personale, diverso. Ti trascina a forza dentro la sua atmosfera e te la lascia attaccata addosso quando esci dal cinema.

Aria (Giulia Salerno), 9 anni, una famiglia sfasciata. Due genitori anaffettivi, egoisti, crudelmente assenti. Due sorelle lontane, inutili, probabilmente troppo impegnate a loro volta a ricavarsi un posto nel distorto universo genitoriale per preoccuparsi di Aria. E i disturbi alimentari. E l’amicizia che sembra essere un rifugio e un conforto. Sembra. E Dac, il gatto nero, le sue fusa e i suoi miagolii, il micio che si prende da Aria tutte le carezze che non vengono fatte a lei.

Il punto di vista della narrazione è proprio quello di Aria e, attraverso le sue parole e i suoi ricordi, emerge un quadro di straziante solitudine e altrettanto straziante desiderio di contatto. Aria rimbalza tra le case di due genitori che non la vogliono, che identificano in lei la concretizzazione di tutto quello che hanno sbagliato, del fallimento del loro rapporto e di se stessi. Il padre (Garko) è un attoraccio di bassa categoria che si pasce della notorietà spicciola che è riuscito a raggiungere e aspira a fare il salto per diventare un grande attore. La madre (Charlotte Gainsbourg) è una pianista ormai più interessata ai suoi amanti (e alle doti dei suoi amanti siano esse economiche o di altra natura) che alla sua musica.

Il fatto che la prospettiva sia quella di Aria è determinante per capire il modo in cui sono connotati tutti i personaggi. Prende vita quella che è sostanzialmente una galleria di mostri. Non si salva nessuno. Le cattiverie e l’indifferenza sono esasperate. I genitori – come anche gli amici, seppur in un secondo momento – sono creature sempre più unidimensionali, sempre più identificate in modo inscindibile con la loro cattiveria nei confronti di Aria.

E questo è fondamentale perché quando sei adolescente (o pre-adolescente come in questo caso) hai una percezione della realtà che, per molti versi, è distorta è amplificata. E’ una percezione profondamente emozionale ed egocentrica. E non conta niente che, magari a distanza di anni, una prospettiva più matura e più razionale intervengano sulla memoria a far vedere gli avvenimenti sotto un’altra luce. Non serve arrivare a capire razionalmente le motivazioni dei comportamenti che ti hanno ferito. Quando sei bambino/adolescente conta solo il fatto che ti stanno ferendo. E niente cancellerà il dolore che provi in quel momento, neanche la consapevolezza che – magari – avesse un motivo. Niente cancellerà mai la solitudine che provi a quell’età. Niente avrà mai il potere di attenuare la potenza di quelle emozioni.

E qui salta fuori il discorso – affrontato anche a Cannes – del biografico o non biografico. Quanto ci ha messo Asia di personale? Quanto ha preso dalla sua infanzia? Lei smentisce che sia un film autobiografico.

Sinceramente trovo la questione un po’ oziosa per varie ragioni. Che ci sia del personale è ovvio e inevitabile. Tutti finiamo col riversare parte del nostro patrimonio emozionale in quello che creiamo. E’ fisiologico.

Ci sono dei riferimenti a quelli che possono essere suoi ricordi – anche se qui sto andando a ruota libera e sto facendo associazioni che non hanno alcuna conferma. I capelli della Gainsbourg e certi suoi abbigliamenti ricordano un po’ la figura di Daria Nicolodi negli anni Settanta e ci sono alcune scene che mi hanno rimandato ad altre scene dei film di Dario. Una per tutte, la Gainsbourg che sale in macchina. La ripresa rallentata, il vestito che svolazza, il vento. Non sono sicurissima di quale sia il riferimento, la prima associazione che ho fatto è stata con Suspiria, le porte scorrevoli e il temporale ma non escludo che sia un altra la scena (e il film) a cui si richiama. E potrei andare avanti ancora un bel po’ a fare il giochetto dei richiami su parecchi altri particolari ma avrebbe senso fino a un certo punto.

La realtà è che tutti abbiamo i nostri fantasmi e ognuno ci fa i conti e impara a conviverci come può.

Sleeping With Ghosts, diceva Brian un po’ di anni fa, anche se io ho sempre preferito la variante del living with ghosts.

Abbiamo tutti qualcosa in sospeso. Qualcosa che dobbiamo rielaborare. Qualcosa che prima o poi deve venire fuori. Il che non vuol dire che si spiattelli per filo e per segno il racconto di qualcosa che ci è successo. La memoria rielabora, cambia, distorce ma soprattutto filtra. Quello che resta generalmente ha ben poco a che fare con i “fatti realmente accaduti”. Quello che resta intatto sono le emozioni. Che sono il punto di contatto. Il mezzo per la catarsi.

Le tinte sono forti, nell’emotività di Aria come nella sua persona. I colori accesi degli anni Ottanta (siamo nel 1984 per l’esattezza) dominano nelle ambientazioni e nell’abbigliamento.

Visivamente bellissimo, curato in modo quasi maniacale nella costruzione degli ambienti e delle scenografie.

Colonna sonora fantastica e terribilmente adatta. La maggior parte dei brani è stata scritta da Asia stessa. Di Brian mi pare ce ne siano due, il primo e il penultimo. Dovrò recuperarmela.

Giulia Salerno è meravigliosa, dolcissima, perfetta nella sua espressività quieta e disperata al tempo stesso.

La Gainsbourg è fenomenale, come sempre. Al di là del fatto che io adoro Charlotte Gainsbourg, è un fatto che qualunque sia il ruolo in cui si cimenta, il risultato è sempre ottimo. Ho amato moltissimo il fatto che reciti in italiano e il suo accento.

Garko. Il suo personaggio poteva essere interpretato meglio? Secondo me sì, però non posso dire che non sia ben riuscito. Urla forse un po’ troppo. E non mi piace granché come gli vengono le scene urlate ma è pur vero che è adatto a quel ruolo. E devo anche dire che ha dimostrato una discreta dose di autoironia nell’accettarlo.

Compare anche Asia, in una breve scena marginale e nei panni di Donatina, una delle due sorelle, troviamo Anna Lou Castoldi.

Non è un film perfetto, quello no. Se proprio voglio fare la pignola, ci sono alcuni dialoghi dei litigi che avrebbero potuto funzionare meglio, in modo più fluido.

Però è un film bellissimo. Che ti cattura, ti coinvolge, ti fa amare incondizionatamente la protagonista, ti investe con la sua bellezza e con la sua emotività diretta, incondizionata, priva di filtri.

Da vedere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

11051-99

Incompresa-002

7772eca0-d776-11e3-b7e3-214704cefd71_Incompresa-24-

Incompresa_Gabriel_Garko_Charlotte_Gainsbourg_foto_dal_film_5_mid

cc39b82c2f19a41f2e0e6089ea7920c8-012-k5c-U43020113094812QWG-593x443@Corriere-Web-Sezioni

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: