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Archive for the ‘Tff’ Category

In concorso.

Regia di Markus Schleinzer.

Più ci penso e meno mi convince.

Quando sono uscita ero più propensa a muovere la sola critica di un’eccessiva lunghezza dell’ultima parte, tant’è che il voto del pubblico gliel’ho comunque dato. E però adesso, a freddo, mi rendo conto che non è solo una questione di lunghezza o lentezza. C’è qualcosa che non mi torna.

La vicenda e lo spunto sono molto interessanti. Si tratta della storia vera di Angelo Soliman.

Siamo in Europa, all’inizio del 1700. Angelo arriva dall’Africa e viene subito venduto ad una nobildonna (Alba Rohrwacher) che vuole dimostrare, per farla breve, che con la sua sublime educazione anche un selvaggio negro può imparare a comportarsi.

Questo approccio fornisce in ogni caso ad Angelo tutta una serie di possibilità insolite e lo porta a costruirsi una carriera peculiare come negro di corte.

Girato in luce naturale – cosa molto bella ma per me molto faticosa perché nelle scene con luce troppo bassa, tipo luce di candela, io non vedo una mazza – suddiviso in capitoli (3 o 5 è ancora da capire), Angelo alterna momenti coinvolgenti e parti un po’ troppo lunghe che sono sostanzialmente interlocutorie e allentano la presa sullo spettatore.

Bravi gli attori e belle le inquadrature lente, quasi fisse, in pieno stile Sorrentino.

Però avrebbe potuto essere fatto anche meglio e risultare un filo meno noioso.

Regia di Stanley Kwan. Sezione Festa Mobile.

Quando ho inserito questo in programma temevo di aver fatto una cazzata e di aver beccato una cosa troppo faticosa.

In realtà First Night Nerves è davvero gradevole.

A Hong Kong si prepara il debutto di uno spettacolo teatrale. Il ritorno sulla scena di una star da tempo dimenticata, le vite di attori, regista e membri dello staff in un turbine a metà tra il dietro le quinte e il gossip da tabloid.

Leggero e dinamico, un balletto della quotidianità condotto con grazia da un cast impeccabile dal primo all’ultimo elemento.

Bell le ambientazioni, belli i colori sgargianti dei vestiti.

Le dinamiche relazionali che si instaurano sono da un lato analoghe a quelle che potremmo trovare in un film di altra produzione ma d’altro canto sono veicolate e filtrate attraverso quell’affascinante velo di compostezza che caratterizza l’approccio orientale alla gestione delle emozioni.

Molto molto carino.

Regia di Sébastien Bertbeder. Sezione Festa Mobile.

Garbata commedia degli affetti, dall’impronta tipicamente francese.

Ulysse è un artista ormai ritiratosi, che vive in solitudine e che ha troncato i legami con tutti.

Mona è una studentessa di arte che si è fissata con lui e vuole parlarci.

Il caso vuole che i due si trovino quando a Ulysse viene diagnosticato un male incurabile.

L’artista chiede allora aiuto alla ragazza per fare una sorta di giro dei saluti e per fare ammenda con le persone che ha ferito nel corso della sua esistenza.

Se la tipologia di relazione alla base della storia non è sicuramente una novità, è vero però che qui l’alchimia tra i due funziona bene. I toni sono leggeri, anche quando sono tristi e il ritmo è coinvolgente.

Consigliato, se e quando arriverà in distribuzione.

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Sezione After Hours. Regia di Claire Denis, per la prima volta in inglese e alle prese con la fantascienza.

Prigionieri nello spazio.

Condannati a morte o all’ergastolo cui viene proposta l’opzione di scontare la propria pena nello spazio, cavie per una missione che non ha possibilità di rientrare – anche se nessuno lo dice esplicitamente.

Una bolla di vita persa nel nulla, diretta verso un buco nero, che manda resoconti ad una terra che non risponde e che, per quanto ne sanno, potrebbe ormai anche essere morta.

Macchine mute, contrapposte all’intensità della vita che, nonostante tutto, si crea a bordo.

Il gruppo di prigionieri è male assortito e problematico.

A tenere – si fa per dire – le redini è la Dottoressa Dibs, ossessionata dai suoi esperimenti sulla riproduzione artificiale cui sottopone i giovani prigionieri.

Tra di loro, Monte, votato alla castità.

Nel ruolo della dottoressa, una strepitosa Juliette Binoche che per me ormai rimarrà in eterno la sciamana dello sperma, altro che Chocolat (diretto peraltro sempre dalla Denis).

Nel ruolo di Monte un bravissimo Robert Pattinson – che ancora una volta dimostra di avere ottime potenzialità, se ben diretto e se non si prende ruoli di merda.

Morboso e bellissimo – alcune scene sono struggenti – High Life lascia a margine la fantascienza vera e propria per concentrarsi su questo ostinato baluardo di vita chiuso che cerca disperatamente di generare altra vita. Autoconservazione oltre ogni limite. Vita ad ogni costo. Amore (forse) ad ogni costo.

Sezione Festa Mobile.

Diretto e interpretato – anche se non da protagonista – da Ralph Fiennes.

La storia del ballerino Rudol’f Nureev prende forma attraverso un puzzle apparentemente caotico di flashback piazzati in modo sparpagliato.

La nascita sul vagone di un treno. Il successo. La profonda e lacerante spaccatura che si crea nel giovane Rudol’f che ama sinceramente il suo paese ma, sostanzialmente, non capisce perché questo debba impedirgli di amare anche tutto il resto.

La sua passione incrollabile, la determinazione fino all’obiettivo e anche oltre.

La conflittualità della situazione che nasce quando l’Unione Sovietica si rende conto che non può tenerlo nascosto ma non può neanche farne la sua marionetta di regime.

Oleg Ivenko regala un’interpretazione perfetta e toccante di un personaggio duro e inflessibile fino alla crudeltà ma animato da una forza inesauribile.

Un quadro inquietante del clima di quegli anni getta luce su retroscena di cui generalmente si sa piuttosto poco.

Ovviamente ottimo anche Fiennes nel ruolo del maestro di Ruldol’f.

Spero che arrivi nelle sale perché merita davvero.

Sezione Onde. L’unico che ho messo di questa sezione.

Regia di Jie Zhou. Cina.

Una ragazza perde suo marito, investito da una macchina. Riceve un risarcimento di cui non sa bene cosa fare. Lavora, fa la spesa, si prende da bere. E comincia a pensare. E comincia a contare.

Quanto vale la vita di un uomo? Quanto valeva la vita di suo marito?

Tutto viene contato. Tutto si può quantificare in Yen. E allora?

Mentre facciamo avanti e indietro tra i numerosi flashback (non segnalati esplicitamente) che ricostruiscono la vita della protagonista fino ad oggi, quello che spicca è la progressivamente crescente tendenza a monetizzare tutto, cose e persone.

Delicato, curato, fortemente espressivo. Triste ma non strappalacrime. Forse solo un po’ lenta la parte finale.

Un film che solleva interrogativi enormi e lascia con un retrogusto agrodolce di bellezza e di perdita.

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Trionfo di Paul Dano, dunque, per questa edizione del TFF. C’è chi immancabilmente brontola perché è una produzione statunitense con gli attoroni famosi e puzza inevitabilmente di mainstream. Personalmente mi limito ad essere contenta perché è un gran bel film e perché, una volta tanto, sono riuscita a vedere il film premiato.

Tra gli altri premi, miglior attore ex aequo a Jakob Cedergen di The Guilty, di cui parlavo l’altro giorno, e a Rainer Bock per Atlas di cui parlo adesso.

Diretto da David Nawrath, Germania.

Walter lavora come traslocatore per una ditta di recupero crediti legata alla malavita. Si occupa di svuotare appartamenti che poi vengono rivenduti per riciclare denaro sporco.

Poi, un giorno, si trovano a bussare alla porta dell’ennesimo appartamento da sgombrare e cominciano i problemi.

Problemi perché i proprietari – una giovane coppia con un figlio piccolo – non vogliono andarsene.

Problemi perché in ditta è arrivato un nuovo elemento, figlio di uno dei malavitosi che tirano le fila, violento e irascibile.

Problemi perché improvvisamente per Walter tutto cambia.

Un noir dai toni cupi e violenti, dalle luci fredde e spietate. Una storia cruda e – inaspettatamente – dolcissima al tempo stesso, caratterizzata dal forte contrasto tra le azioni di Walter e le motivazioni che lo spingono ad agire.

Bravissimo Bock, intensamente espressivo nella sua imperturbabilità.

Molto contenta che sia stato premiato.

E a Temporada è andato il premio per la miglior attrice a Grace Passo.

Regia di Andrè Novais Oliveira, Brasile.

Una storia senza una storia, in realtà.

La telecamera segue la quotidianità di Juliana, impiegata comunale alle prese con le operazioni di sensibilizzazione per la prevenzione della diffusione della febbre Dengue.

Non succede niente di eclatante eppure non è né lento né noioso.

Perché gradualmente ci si appassiona alla quotidianità di Juliana. Che non è niente di eccezionale, è solo una vita come tante, con le sue felicità e le sue catastrofi. Un quadro di movimento relativo, autosufficiente e chiuso in se stesso eppure perfettamente funzionante.

Lei è davvero molto brava.

La regia è asciutta, misurata, molto reale, di quella realtà che crea vicinanza, che ti prende per mano e ti fa sentire a casa.

Bellissima la decadenza di alcune ambientazioni.

Catharsys or the Afina Tales of the Lost World.

Sezione after Hours, anche se non mi spiego ancora bene perché. L’avrei visto forse meglio in Festa Mobile, ma è ancora da capire.

Regia di Yassine Marco Marroccu, produzione italo-marocchina.

Siamo in un futuro non troppo lontano. L’acqua è finita e un potente e carismatico presentatore radiofonico prende dalla strada un uomo apparentemente qualsiasi per portarlo in radio a raccontare al mondo la sua vita e la su storia.

Costui è Jamal Afina, una contraddizione vivente, dal momento che il suo nome significa Bello Brutto.

E Afina racconta, incalzato dalle domande del presentatore, e attraverso il suo racconto ripercorriamo la storia di un mondo oppresso e sprofondato nella sete, nella miseria e nella sottomissione.

Idea interessante e realizzazione buona per, diciamo, tre quarti.

Perché visivamente è notevole, con scenari alla Mad Max e un universo steampunk ricco di dettagli intriganti. Ha una colonna sonora molto coinvolgente e montata benissimo. Il presentatore-guru è un personaggio che sembra uscito dritto da un romanzo di Garcia Marquez ed è effettivamente molto di impatto.

Tutto bene fin oltre la metà, quando si capisce perfettamente dove voglia andare a parare ma, lungi dall’andarci davvero, la tira per le lunghe in modo decisamente eccessivo e si perde un tantino. Cala la tensione e sciupa alcuni dei buoni spunti che si erano disseminati nella fase precedente.

In definitiva, mi è un po’ pesato per questo discorso del finale ma rimane comunque pieno di idee interessanti su diversi piani.

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Sezione After Hours, questo decisamente è un horror a tutti gli effetti. Non di altissimo livello ma comunque horror.

Diciamo che è più il classico elemento di serie c che ti passa la Notte Horror di Italia 1 quando si è già giocata i titoli grossi.

Cominciamo con un bell’antefatto di impostazione super canonica: la giovane coppia che si infratta nei boschi in macchina per trovare un po’ di intimità e trova invece una morte sanguinosa.

Diciamo che non si fa molto mistero di chi sia l’assassino perché viene subito inquadrata una disturbante figura solo vagamente umana.

Insomma, nel bosco c’è qualcosa e, a suo modo, questo qualcosa è affamato.

Stacco.

Una famiglia in viaggio verso una casa isolata nei boschi. In vacanza ma non solo. Il padre è malato di cancro e la madre si è incaponita di poterlo aiutare o curare grazie alle energie derivanti dal suolo su cui la casa è costruita.

Parallelamente, una puntata di Inside Crime trasmessa in televisione, ricostruisce e racconta un sanguinario fatto di cronaca avvenuto proprio in quella casa. Una sorta di flash forward parziale, in cui si anticipa quello che è stato trovato ma non si spiega cosa sia effettivamente successo. E che, per inciso, ricorda un po’ l’impostazione di AHS Roanoke.

E poi una donna misteriosa trovata nei boschi. La famiglia la porta in casa per aiutarla ma lei comincia a comportarsi in modo piuttosto strano ed arrogante.

Antichi poteri dimenticati – sembra un po’ il ritornello del terreno sacro di Pet Sematary – evocazioni e patti con forze oscure.

Una bella accetta – che non si nega a nessuno – arti mozzati e sangue a volontà, di quello che schizza a fontanella dalle amputazioni.

Un horror piuttosto prevedibile e assolutamente nei limiti del canone ma comunque non sgradevole. La trama funziona e si fa seguire, l’impostazione è un po’ slasher e questo crea comunque il giusto minimo di tensione.

Cast piuttosto sconosciuto, se non per Barbara Crampton.

Imdb.

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Allora.

Ieri ho passato mezz’ora a pianificare la suddivisione dei film del TFF nei vari post cumulativi di questa e della prossima settimana.

Adesso, come è mio costume, mando allegramente affanculo la programmazione perché sono reduce da due film che mi sono piaciuti veramente troppo per aspettare a parlarne.

In concorso.

Danimarca. Regia di Gustav Möller.

Interprete (quasi) unico Jakob Cedergren.

Durata 86 minuti.

Un poliziotto di Copenhagen addetto al servizio telefonico di assistenza per le emergenze riceve una chiamata da una donna che fa capire di essere stata rapita. Gli indizi che fornisce sono pochi, anche perché alle orecchie del suo rapitore deve sembrare che lei stia parlando con la figlioletta a casa. E’ in un furgone bianco. C’è la geolocalizzazione satellitare ma di più non c’è.

Il poliziotto è inchiodato al suo telefono e tutto quello che può fare lo può fare per telefono. Avvertire i vari dipartimenti perché mandino pattuglie, risalire all’abitazione della donna e via così.

Una storia costruita praticamente con niente e sul niente e un risultato a dir poco fenomenale.

Cedergren è ottimo, con la telecamera piantata in faccia che riprende ogni minima contrazione del suo viso.

La tensione si crea fin da subito, ti prende e ti rimolla solo a cose fatte.

Un piccolo capolavoro (quasi) inaspettato. Uno stato di grazia di recitazione e sceneggiatura.

Consigliatissimo.

Anche questo in concorso.

E anche questo votato senza indugio.

Esordio alla regia di Valerio Mastandrea.

Di nuovo mi scontro con il mio pregiudizio per i film italiani e di nuovo mi devo ricredere, questa volta senza neanche una riserva piccola piccola.

Carolina rimane vedova prematuramente quando Mauro, suo marito, resta ucciso in un incidente sul lavoro.

Carolina è sola con suo figlio Bruno e deve affrontare tutta la burocrazia del lutto, unita al fatto che l’incidente ha avuto un forte richiamo mediatico.

Senza mai entrare realmente nel dettaglio della vicenda, lo spettro delle morti sul lavoro incombe su tutto il film e lo pervade con la sua presenza.

L’attenzione è però sull’oggi. Su quello che deve affrontare chi rimane – a chi rimane è proprio la dedica a fine film.

E quindi seguiamo Carolina, che deve confrontarsi con amici e parenti e che deve conciliare l’immagine che gli altri si aspettano del suo dolore con quello che lei prova realmente.

Carolina che non riesce a piangere.

Con toni leggerissimi da commedia, Mastandrea riesce a restituire un quadro umano e delicatissimo toccando un tema scottante senza però caricarvi alcuna pesantezza.

Un film divertente e serissimo al tempo stesso, interpretato più che egregiamente da una Chiara Martegiani pulita ed essenziale nella sua recitazione.

Buono anche il resto del cast – i due ragazzini, Arturo Marchetti e Mattia Stramazzi sono davvero spassosi – con una parte anche per Renato Carpentieri.

Anche questo molto consigliato.

Dovrebbe addirittura arrivare nelle sale.

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Per la sezione After Hours.

Regia di Joel Potrykus.

Interprete quasi unico Joshua Burge.

Data la sezione di appartenenza speravo che ammiccasse un po’ di più all’horror ma in realtà di horror non ha quasi niente.

Siamo in un punto imprecisato del 1999. Si parla di Millennium Bug e circolano profezie di catastrofi.

Ma ad Abbie tutto questo non interessa. Perché lui non si schioda dal divano. Deve giocare a i videogiochi, battere record ma, soprattutto, vincere le sfide che Cam, suo fratello, continua ad imporgli.

Un rapporto malato lega i due fratelli. Cam è sadico e si accanisce perversamente sul fratello che chiaramente manca di stabilità psico-emotiva.

E arriva la sfida definitiva. Superare il livello 256 di Pac Man, battere il record assoluto, vincere 100 milioni di dollari. Il tutto senza mai alzarsi dal divano.

E poi Cam se ne va. E Abbie non può mollare. Perché sarebbe un perdente.

E allora gioca. E cerca di procurarsi da mangiare. E gioca. E cerca di fare qualsiasi cosa sempre rimanendo seduto sul divano.

Non sa che giorno sia. Non sa da quanto sia lì. Ogni tanto qualcuno entra servendosi della chiave di riserva ma nessuno sblocca la situazione.

Grottesco ma non tanto da essere disturbante, a tratti davvero divertente, Relaxer che, per inciso, sembra essere piaciuto solo a me in sala domenica pomeriggio, è un trionfo di citazioni nerd anni Ottanta/Novanta. Dai videogiochi ai film, alla subcultura pop di un certo inconscio collettivo.

Forse sul finale vira un po’ troppo sul surreale, ma nel complesso rimane un film interessante e divertente. Ottimi dialoghi – da cui viene fuori tutto ciò che non si vede. Ottima costruzione della tensione. Ottimo Burge sul divano.

Sezione Festa Mobile.

Regia di Duccio Chiarini.

Nonostante il mio pessimo rapporto con i prodotti italici ho trovato questo filmettino davvero gradevole.

Guido e Chiara. Un preservativo rotto. Lo spettro di una gravidanza. E tutto precipita.

Guido va via di casa per un po’, ospite un po’ dei suoi e un po’ di varie altre coppie di amici, anche loro con le loro dinamiche e i loro problemi.

Panoramica dello stato emotivo e relazionale della generazione dei (quasi) quarantenni di oggi, tra insicurezze, cliché e insoddisfazioni.

Tematica forse un po’ a rischio di cadere nello stucchevole ma, nel complesso, gestita molto bene.

E’ un po’ il genere di film alla Muccino senior ma fatto bene, per capirci, senza le scenate di urla, pianti e isteria di Muccino e senza eccessive mielosità.

Recitazione non perfetta, soprattutto per quanto riguarda i personaggi femminili, ma comunque contenuta.

Bravo Daniele Parisi (Guido).

Alcuni momenti davvero spassosi.

Cameo di Brunori Sas che ammicca un po’ a tutto un certo filone di intellettualismo italico che non apprezzo particolarmente, ma pazienza, era una cosetta di pochi minuti.

Tracce della coproduzione francese nella gestione degli interni, con appartamenti e ambientazioni bellissime.

Di nuovo sezione After Hours.

Di nuovo niente horror, anche se avrebbe dovuto.

Tyler finisce con un suo amico ad una festa di compleanno in uno chalet isolato in montagna.

Tyler è l’unico ragazzo nero ed è l’unico che non conosca già tutti gli altri.

Ecco, ora, a leggere il riassunto della trama sul programma, l’idea sarebbe quella che all’inizio sembra andare tutto bene ma poi la situazione degenera e il fatto che Tyler sia nero comincia a pesare. A tal proposito si fa anche il paragone con Get Out.

Il condizionale rimane d’obbligo perché, di fatto, in questo film non succede niente. E non solo niente di quello che ci si aspetta. Proprio niente e basta.

Sì, ok, Tyler si sente a disagio – come in fin dei conti è normale in una compagnia già affiatata. Tyler si sente escluso o minacciato a seconda dei momenti. Non si trova bene, e questo è un fatto. Ma non c’è altro. E giuro che non ho dormito.

Poi, per carità, non è un brutto film e non è fatto male.

Solo che è completamente inutile. Vuoto.

Visto di meglio.

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E anche quest’anno ci siamo. Venerdì 23 è iniziata la 36a edizione del Torino Film Festival e io sono mortalmente in ritardo perché non ho neanche messo fuori una locandina o un trailer.

Anyway, ritardi a parte, anche quest’anno sono riuscita a ritagliarmi i miei tre giorni per chiudermi nella bolla TFF e farmi una sana cura intensiva di film da mattino a sera.

E dunque cominciamo.

Wildlife. Produzione statunitense. In concorso.

Inizio un po’ mainstream, verrebbe da dire, e forse in parte è anche vero, ma non per questo meno apprezzabile.

Esordio alla regia di Paul Dano (Il petroliere, 12 anni schiavo), Wildlife porta sullo schermo il romanzo Incendi di Richard Ford.

Attraverso gli occhi del 14enne Joe Brinson, assistiamo al lento e inesorabile disgregarsi dei legami della sua famiglia.

Jerry e Jeanette, i suoi genitori, si sono appena trasferiti nel Montana, quasi al confine con il Canada, e stanno vivendo un momento difficile dopo la perdita del lavoro da parte di Jerry.

Comprensiva e incoraggiante nonostante tutto, Jeanette perde di colpo speranza e fiducia nel futuro e in Jerry quando lui decide arruolarsi nelle squadre che si occupando di domare gli spaventosi incendi che infuriano sulle montagne circostanti.

Jerry lascia la sua famiglia, spinto da un’esigenza che è qualcosa di più del semplice portare a casa lo stipendio. Jeanette non lo capisce e, soprattutto, non lo perdona.

E’ un po’ la goccia che fa traboccare il vaso. O, come sarebbe più adatto, la scintilla da cui parte l’incendio che brucia tutto e che si lascia alle spalle solo macerie.

Joe assiste impotente al progressivo allontanarsi dei suoi genitori e, soprattutto, alla deriva sempre più precipitosa che imbocca sua madre.

In un’inquadratura memorabile, vediamo le fiamme dell’incendio riflesse nelle iridi di Joe, specchio del disastro che si sta mangiando il mondo intorno a lui, fisicamente e metaforicamente.

Jerry è Jake Gyllenhaal, Jeanine è una Carey Mulligan eccezionale – benché il personaggio in sé sarebbe da prendere a schiaffi più di una volta.

Il giovane Joe è Ed Oxenbould e anche lui è decisamente degno di nota.

Un esordio alla regia di tutto rispetto. Un film incredibilmente reale e toccante. Un quadro perfetto della disgregazione dei legami, indipendente dagli affetti.

Una cura per la costruzione delle scene, che in certi momenti, regala delle inquadrature di rara perfezione.

Non so come e quando arriverà in distribuzione in Italia, in ogni caso è assolutamente consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Sullo sfondo surreale di una periferia semi degradata ai margini di Dinsey World prende forma la storia di Mooney, 6 anni, una madre giovane, squattrinata e un po’ spiantata, un amico inseparabile e la libertà più totale di scorrazzare per le strade di un grande complesso di motel sorto abbastanza vicino alla macchina da soldi disneyana per adottarne forme, nomi e colori ma non abbastanza da condividerne la prosperità economica.

Il Magic Castle è un motel interamente rosa, gestito alla bell’e meglio da Bobby (Willem Dafoe) custode zelante e comprensivo, che si barcamena come può tra le condizioni precarie della struttura e degli ospiti e una parvenza di regolamento da far osservare.

La madre di Mooney vive lì in pianta stabile ma non sempre ha di che pagare l’affitto. Mooney è sempre in giro, spesso a combinare guai.

I motel vicini al Magic Castle si distinguono per colori altrettanto sgargianti, le strade hanno nomi fiabeschi e i pochi esercizi commerciali funzionanti hanno forme e strutture da cartoon.

L’effetto che si crea è un po’ quello di muoversi tra le strutture abbandonate di un luna park fantasma.

E a fantasmi, a volte, assomigliano anche un po’ i personaggi che popolano i motel e che creano una galleria di volti e di vite delicate e umanissime.

Il tono scanzonato, a tratti spassoso, con cui viene raccontata la storia di Mooney, a dispetto dell’ambiente, dei problemi, delle difficoltà, contribuisce a dare a tutto il film un ritmo leggero, toccante e profondamente coinvolgente.

Una sceneggiatura dalle maglie larghe ma che segue il filo rosso di Mooney e di sua mamma senza mai perdersi, nonostante le deviazioni.

Molto bravo e intenso Willem Dafoe, anche se forse era persino un po’ troppo la candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista.

Molto brava anche Bria Vinaite, la mamma di Mooney.

Ma la vera perla è proprio Mooney, la giovanissima (otto anni) Brooklynn Kimberly Prince, che regala un’interpretazione davvero sbalorditiva sotto tutti i punti di vista.

Film di chiusura al Torino Film Festival di quest’anno, spiace solo che sia arrivato in distribuzione in poche sale e per poco tempo perché è veramente un buon film, originale, coinvolgente, intelligente, con la sua critica ironia che non ha bisogno di proclami o di eventi eclatanti ma che dice tutto nelle immagini contrastate e contrastanti dei colori assurdi dei motel e nel ritmo lento e quotidiano di vite che scorrono appena oltre le mura del castello incantato.

Cinematografo & Imdb.

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Fresco fresco dal Festival, vi propongo quest’horror irlandese che ho inserito nel mio programma piuttosto alla cieca (come parecchie altre cose se è per questo – diciamo che ho visto scritto zombie e ho detto ucchebelloloprendo.) ma che si è rivelato una gradita sorpresa.

E gli dei benedicano sempre e sempre  conservino la sezione After Hours.

Regia di David Freyne.

In Irlanda si è scatenata un’epidemia. Un virus che trasforma gli uomini i zombie. Fortunatamente l’infezione è stata contenuta e non è uscita dai confini dell’isola. Sempre fortunatamente, si è riusciti a trovare anche una cura.

Cura che, per quanto efficace, presenta però due inconvenienti di una certa rilevanza: a) non è efficace sul 25% degli infetti e b) su coloro per i quali invece è efficace, non cancella la memoria.

In pratica, gli zombie che ritornano umani ricordano tutto quello che hanno fatto da zombie. Ma proprio tutto. E se subito non si realizza la portata di questa implicazione, pensate un po’ come sarebbe ricordare di essersi mangiati la mamma o un parente prossimo.

I curati, una volta accertata la guarigione, sono pronti per essere reintegrati in società ma la faccenda è tutt’altro che semplice.

Da un lato loro stessi hanno problemi a convivere con quello che ricordano di aver fatto. D’altro canto la società non li rivuole indietro. E a poco serve ribadire che quando si è infetti non si è coscienti o consapevoli. La maggior parte delle persone non vuole indietro quelli che ormai reputa dei mostri. I familiari superstiti rifiutano di offrire ospitalità a qualcuno che probabilmente è responsabile della morte di qualche altro membro della famiglia.

Il quadro che si delinea è agghiacciante e le dinamiche comportamentali della massa riproducono alla perfezione tutte le declinazioni della discriminazione del diverso. I curati fanno paura. E ciò che spaventa non ha mai vita facile.

Senan (Sam Keeley) è stato curato e ha la fortuna di venire ospitato da Abbie (Ellen Page), la moglie del suo defunto fratello, che ormai vive sola con il figlio di 8-9 anni.

Senan è diviso. Tra ciò che è e ciò che è stato. Tra ciò che non può dire a Abbie e il suo desiderio di proteggere lei e suo figlio. Tra il desiderio di andare avanti e la voce del suo amico Conor. Che non è stato fortunato come lui. Che viene rifiutato dal padre. Che da avvocato è diventato spazzino. Che continua a parlare di ingiustizia e vendetta.

The Cured è un ottimo horror che parte dal canone tradizionale del genere zombie, ci inserisce in mezzo una buonissima idea nuova e riesce a farla funzionare senza farsi prendere la mano e mandare tutto all’aria.

Se per molti versi non è originale – l’ambientazione ricorda tantissimo 28 giorni dopo e il modo di interagire degli infetti ricorda quello di I am legend, tanto per fare due esempi al volo – resta il fatto che l’idea della memoria rimasta e della reintegrazione sociale è dannatamente buona. E, per quel che mi risulta, anche nuova, per lo meno in questi termini.

Il cast è buono, in particolare è bravo Sam Keeley, che spicca di più di una Ellen Page non male ma, onestamente, non proprio memorabile.

Trucco ed effetti dosati con parsimonia. Più sangue che non splatter vero e proprio.

Un buon ritmo, filoni di trama ben definita e cura nel non sciupare l’idea di partenza.

In definitiva uno degli zombie-movie più intelligenti dell’ultimo decennio, se non di più.

Consigliatissimo.

Imdb.

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Bellissimo.

Probabile candidato ai prossimi Oscar per la Corea del Sud.

Regia di Hun Jang, basato su fatti reali.

Siamo tra il 18 e il 20 maggio del 1980, durante quella che fu la rivolta di Gwangju, poi sfociata in un sanguinoso massacro ad opera delle autorità coreane.

Jurgen Hinzpeter, un giornalista tedesco, senza dichiararsi come tale, riesce ad entrare a Seul e cerca un modo per raggiungere la zona dove si vocifera siano in atto delle rivolte che paiono concentrarsi intorno alla città di Gwangju.

Non c’è niente di certo e non c’è modo di verificare quello che si sente dire perché il regime coreano ha tagliato tutti i collegamenti di Gwangju con il resto del paese. Niente linee telefoniche. Niente stampa. E i notiziari sono rigorosamente di regime.

In quei giorni la Corea viveva la dittatura di Chun Doo-hwan ed era un paese dove era possibile non sapere cosa stesse succedendo a duecento chilometri di distanza. Dove Seul e Gwangju potevano essere effettivamente due pianeti diversi. Se ti affidavi ai notiziari potevi al massimo sentire di come i bravi soldati coreani difendessero l’integrità della patria dalla minaccia dei giovani estremisti comunisti.

Kim Man-seob è un tassista di Seul. Vedovo, con una figlia piccola, cura il suo taxi come un gioiello e svolge il suo lavoro con dedizione. E’ un uomo buono e semplice. Pensa che gli studenti perdano tempo a protestare e che, in fin dei conti, non ne abbiano motivo perché vivono in un bel paese.

Fatica a star dietro alle spese e a pagare l’affitto, motivo per cui, quando sente per caso lo stralcio di conversazione di un altro tassista che fa cenno ad un compenso altissimo per portare uno straniero da Seul a Gwangju non ci pensa due volte a soffiargli l’incarico. Non sente la parte sul fatto che quello che dovrà fare sarà cercare di penetrare una zona vietata e, al momento, ad altissimo rischio.

Sullo sfondo di una situazione sempre più estrema e drammatica, prende forma il curioso rapporto che si instaura tra Kim e Hinzpeter, che quasi non si capiscono e reciprocamente si esasperano in un susseguirsi di malintesi.

La prima parte del film è leggera, sinceramente spassosa. Il tono cambia gradualmente man mano che si delinea la reale portata di ciò che sta succedendo intorno.

Le autorità impiegano poco ad identificare un giornalista straniero entrato illegalmente e un tassista di Seul e impiegano ancora meno a tentare di eliminarli.

L’unica speranza di far sapere al mondo quello che sta succedendo lì è che Hinzpeter riesca a lasciare la Corea con i suoi filmati.

Con i suoi filmati dell’esercito che spara ai civili. Dell’esercito che spara ai feriti. Dell’ospedale pieno di morti e feriti. Ragazzi, donne, anziani. Non fa differenza. Vengono massacrati tutti senza pietà.

A Taxi Driver è un film ricchissimo. Di raro equilibrio e intensità. Vengono gestiti con estrema naturalezza sia i toni della commedia – a tratti un po’ buddy movie – sia quelli del dramma e, cosa importantissima, viene gestito bene il momento di passaggio, dove l’ironia e la tragedia coesistono in modo contrastante eppure armonico.

Commovente senza essere né sentimentale né scioccamente eroico, divertente e toccante.

Kang-ho Song, nel ruolo di Kim, il tassista, offre una parte intensa e perfetta nella sua graduale evoluzione dall’ingenuità alla consapevolezza. Dalla fiducia al dolore per il tradimento profondo dello spirito di una nazione.

Nei panni di Hinzpeter troviamo un Thomas Kretschman particolarmente invecchiato e, di per sé, neanche troppo in forma. Diciamo che fa la sua parte ma non è sicuramente la sua recitazione a costituire un tratto distintivo del film.

Ripeto. Bellissimo. Mi auguro davvero che arrivi in distribuzione nelle sale.

Imdb.

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