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Archive for the ‘Danse Macabre’ Category

è che i romanzi, i film, i programmi della Tv o della radio – persino i fumetti – che si occupano di horror si svolgono sempre su due livelli.

Alla superficie c’è il livello grossolano – quando Regan vomita in faccia al prete o si masturba con un crocifisso in L’esorcista, o quando il mostro scorticato e simile a un ammasso di carne cruda del film Profezia di John Frankenheimer sgranocchia la testa del pilota d’elicottero come fosse un dolcetto. Il grossolano può esser fatto con vari gradi di finezza artistica però c’è sempre.

Ma su un altro livello, ben più potente, l’orrore davvero diventa una danza, una ricerca continua, ritmica. Ed è alla caccia del luogo dove tu, lettore o spettatore, vivi al tuo livello più primitivo. All’orrore non interessano i prodotti della civiltà, nelle nostre vite. Non si muove attraverso quelle stanze che ci siamo costruiti un pezzo alla volta, e nelle quali ogni pezzo esprime (lo speriamo!) la nostra personalità socialmente accettabile ed educatamente illuminata. E’ invece alla ricerca di un altro luogo, una stanza che può a volte somigliare al segreto covo di un gentleman vittoriano, o alla stanza delle torture dell’Inquisizione spagnola…ma più spesso è lo scarno, brutale, disadorno buco di un cavernicolo dell’età della pietra.

L’orrore è arte? Su questo secondo livello, sì, non può essere altro; raggiunge lo status di arte semplicemente perché è in cerca di qualcosa che sta oltre l’arte, che fa dell’arte una preda; è in cerca di ciò che chiamerei punti pressione fobica. Il buon racconto di orrore danzerà fino al centro della tua vita e troverà quella porta della stanza segreta di cui solo tu credevi di conoscere l’esistenza: come hanno fatto notare sia Albert Camus sia Billy Joel, lo Straniero ci rende nervosi…ma ci piace indossare la sua faccia in segreto.

Sono i ragni a spaventarti? Bene. Abbiamo i ragni, come in Tarantola, Radiazione BX distruzione uomo e Il regno dei ragni. E i tobpi? Nell’omonimo romanzo di James Herbert, li puoi sentire arrampicarsi su di te… E mangiarti vivo. I serpenti? Claustrofobia? Le altezze? O…qualsiasi cosa.

Poiché i libri e i film sono mezzi di comunicazione di massa, il campo dell’horror è stato spesso capace negli ultimi trent’anni di fare ancora meglio di queste paure personali. In questo periodo (e in minor grado nei settant’anni precedenti) il genere horror è spesso riuscito a trovare dei punti di pressione fobica nazionale, e i libri e i film che hanno avuto maggior successo hanno quasi sempre chiamato in causa ed espresso paure che esistono in un vario spettro di persone. Tali paure, spesso politiche, economiche e psicologiche piuttosto che soprannaturali, danno alle migliori opere dell’orrore un appagante senso allegorico, ed è quel tipo di allegoria con la quale i registi vanno a nozze. Forse perché sanno che se le cose cominciano a diventare noiose, possono sempre far uscire il mostro dal buio.

Stephen King, Danse Macabre, 1981

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Due mesi dopo aver iniziato a lavorare a Danse Macabre, esposi a un mio amico della West Coast, anche lui appassionato sia di libri sia di film dell’orrore, quello che stavo scrivendo. Pensavo che sarebbe stato contento. Invece mi fissò con uno sguardo di orrore assoluto e mi disse che ero pazzo.

“Perché?”  gli chiesi

“Se mi offri una birra te lo dico”, rispose.

Gli offrii una birra. Ne bevve mezza e si piegò sul tavolo verso di me, con un’aria grave.

“E’ da pazzi perché i fan ti faranno a pezzi”, disse. “Farai tanti errori, almeno uno per ogni cosa giusta che scriverai. E nessuno ti darà una pacca sulla spalla per le cose giuste; ti faranno impazzire con gli errori che commetterai. Come farai a trovare del materiale di ricerca su Non aprite quella porta? Dove cercherai? Sul New York Times? Non farmi ridere.”

“Ma…”

“Metà di quelli con cui parlerai ti diranno una cosa; l’altra metà te ne dirà un’altra. Per Dio, potresti parlare con Roger Corman delle persone che recitano nei suoi film degli anni Cinquanta, e lui stesso sbaglierà un sacco di nomi, perché quei film li girava in tre settimane!”

“Ma…”

“Ti dirò un’altra cosa. Metà di ciò che leggerai sarà sbagliato perché la gente cui piace questa roba è proprio come noi. Pazza.”

“Ma…”

” E i tuoi stessi ricordi ti tradiranno. Lascia perdere. Ti romperai la testa per cercare di fare tutto nella maniera giusta e i fan ti salteranno addosso, perché i fan sono fatti così. Lascia perdere e scrivi un altro romanzo. Ma prima offrimi un’altra birra.”

Gli offrii un’altra birra, ma non lasciai perdere, come potete vedere.

[…]

Credo che in ultima analisi tutti siamo soli e che ogni contatto umano, sia pure profondo e duraturo, non sia niente più di una necessaria illusione; ma almeno i sentimenti che definiamo “positivi” e “costruttivi” li considero un tentativo, uno sforzo per realizzare un contatto e stabilire una sorta di comunicazione. I sentimenti di amore e gentilezza, l’inclinazione al prendersi cura e all’empatizzare, sono ciò che conosciamo del mondo della luce. Sono sforzi di collegare e integrare; sono le emozioni che ci uniscono, se non nei fatti, almeno in una confortante illusione che rende il fardello della mortalità un po’ più agevole da portare.
Orrore, terrore, paura, panico: sono le emozioni che fanno nascere la discordia tra di noi, ci escludono dalla folla e ci rendono soli. E’ paradossale che a far questo siano sentimenti ed emozioni che associamo con “l’istinto della folla”, ma nella folla si è soli, ci dicono, è una fratellanza senza amore. Le melodie del racconto dell’orrore sono semplici e rieptitive e sono melodie di spiazzamento e disintegrazione…ma un altro paradosso è che il rituale sbocco di queste emozioni sembra uno stato d’animo più stabile e costruttivo. Chiedete a ogni psicoanalista cosa fanno i suoi pazienti quando sono sdraiati sul divano e gli parlano dei loro sogni e di ciò che li tiene svegli la notte. Cosa vedi quando spegni la luce? chiesero i Beatles; e risposero: non so dirlo, ma so che è mio.

[…]

La linea divisoria tra il fantasy e la fantascienza (per esser chiari il fantasy, o il fantastico, è ciò che è; l’horror è solo un ramo di questo genere) è un argomento che salta fuori invariabilmente a ogni convention di fantascienza o fantasy (e per quelli di voi che non avessero familiarità con questa sottocultura, ce ne sono praticamente centinaia all’anno). Se avessi un nickel per ogni articolo su questa dicotomia che appare sulle colonne delle riviste specializzate o sui numeri unici della convention, potrei comprarmi l’isola di Bermuda.

Questa faccenda della definizione è una trappola, e non mi viene in mente soggetto accademico più noioso. Come le discussioni infinite sulle scansioni del respiro nella poesia moderna, o l’invadenza di certa punteggiatura nel racconto breve, questa è una diatriba tipo quelle su quanti angeli possono stare sulla capocchia di uno spillo, ben poco interessanti a meno che i partecipanti alla discussione siano ubriachi o universitari, due livelli di incompetenza simili tra di loro. Mi esprimerò dicendo l’ovvio: tutti e due sono opere di immaginazione, e tutte e due cercano di creare mondi che non esistono, non possono esistere, o che ancora non possono esistere. C’è una differenza, naturalmente, ma potete segnare voi i confini, se volete, e se provate vi accorgerete che si tratta di confini ben difficili da tracciare.

[…]

Qualche pagina fa ho scritto che sarebbe impossibile cercare di trattare con successo il fenomeno dell’ horror e del terrore come eventi mediatico-culturali negli ultimi decenni senza un briciolo di autobiografia. Mi sembra che sia arrivato il momento di passare ai fatti con questa minaccia. Che barba. Ma vi viene appioppata perché non posso divorziare da un campo nel quale sono terribilmente coinvolto.
I lettori che hanno una costante preferenza per un genere letterario – western, storie di detective, intrighi da salotto, fantascienza, o storie di avventura – sembrano meno interessati a psicoanalizzare gli interessi del loro autore preferito (e i propri), di quanto lo siano i lettori di horror. In segreto si pensa che il gusto per l’ orrore sia anormale. All’ inizio di un mio libro, A volte ritornano, scrissi un saggio molto lungo, nel quale cercavo di analizzare le ragioni per le quali la gente legge la letteratura horror e perché io la scrivo. Non voglio ripetere quel pasticcio; se vi interessa il soggetto, vi raccomando l’ introduzione: è piaciuta a tutti i miei parenti.
Qui la domanda è più intrigante: perché alla gente interessano tanto i miei interessi? E i loro? Credo, più che altro, sia perché tutti abbiamo una certezza fissata in testa: l’ interesse per l’ orrore è anormale e insano. Quando la gente chiede: “Perché scrivi quella roba?”, in realtà mi invitano a stendermi sul divano e a parlare della volta in cui fui rinchiuso per tre mesi in una cantina, o il mio allenamento in bagno, o forse certe rivalità anormali. Nessuno vuol sapere se Arthur Hailey o Harold Robbins ci hanno messo tanto a imparare a usare il vaso, perché scrivere di banche o aeroporti e di Come Ho Fatto Il Mio Primo Milione sembra perfettamente normale. E’ totalmente americano, questo voler sapere il modo in cui funzionano le cose (e questo spiega in gran parte il fenomenale successo della rubrica “Forum” su Penthouse; tutte quelle lettere che discutono della missilistica dell’ amplesso, le possibili traiettorie del sesso orale e il come-si-fa di varie posizioni erotiche: tutto questo è americano come la torta di mele; “Forum” è semplicemente un manuale di idraulica sessuale per gli entusiasti del fai-da- te), ma è ritenuto sconvolgente e insano il gusto per i mostri, le case stregate, e la Cosa Che Uscì Dalla Cripta A Mezzanotte. Chi domanda diventa automaticamente il facsimile di quel divertente psichiatra dei fumetti, Victor de Groot, e ignora il fatto che inventare cose per denaro – cioè quello che fa ogni scrittore di narrativa – è un modo molto bizzarro di guadagnarsi da vivere.

Nel marzo del 1979, fui invitato a parlare a un dibattito sul genere horror a un convegno intitolato “Le Idi di Mohonk” (un raduno annuale di scrittori di gialli e di lettori sponsorizzato dalla Murder Ink, un’ elegante libreria specializzata in romanzi gialli e polizieschi di Manhattan). Durante il dibattito raccontai una storia personale che mi aveva raccontato mia madre: successe quando avevo da poco compiuto quattro anni, e forse potrete scusarmi per il fatto che ricordo il racconto di mia madre e non quello che mi successe.

Secondo lei, ero uscito a giocare a casa di un vicino, e la casa era presso i binari di una ferrovia. Tornai un’ ora dopo che ero uscito, bianco come un fantasma (dice lei). Non parlai per tutto il giorno; non le dissi perché non avevo aspettato che lei mi venisse a prendere o perché non avevo telefonato per dire che volevo tornare a casa; non dissi perché la mamma del mio amico non mi aveva accompagnato e mi aveva lasciato tornare a casa da solo.

Venne fuori che il bambino con cui stavo giocando era stato travolto da un treno merci mentre giocavamo o attraversavamo i binari (qualche anno dopo mi disse che ne avevano raccolto i pezzi in un cesto di vimini). Mia madre non ha mai saputo se ero vicino a lui quando successe, se era successo prima che arrivassi là, o se ero andato via dopo che era successo. Forse aveva le sue idee al riguardo. Ma, come ho già detto, non ho nessun ricordo di quell’ incidente; ricordo solo che me lo dissero, anni dopo. Raccontai questa storia in risposta a una domanda fatta dal pubblico. Avevano chiesto: “Si ricorda di qualcosa di terribile nella sua infanzia?”: in altre parole, entri Mister King, il dottore la riceverà subito.

Robert Marasco, autore di Burnt Offerings e Parlor Games, disse che non c’ era stato niente di terribile, nella sua infanzia. Io buttai lì la mia storia del treno perché il pubblico non rimanesse deluso, e finii come ora, dicendo che non ricordavo niente. Al che, la terza partecipante al dibattito, Janet Jeppson (psichiatra e romanziera), disse: “Ma hai sempre scritto di questa storia, da quel momento in poi”.

Ci fu dal pubblico un mormorio di approvazione. Ecco un buco dove potevo essere collocato… ecco un motivo. Ho scritto Le notti di Salem, Shining, e distrutto il mondo per un’ epidemia in L’ ombra dello scorpione perché ho visto un bambino investito da un treno negli anni della mia impressionabile giovinezza. Credo che questa sia un’ idea totalmente speciosa, giudizi psicologici così a buon mercato sono poco meglio dell’ astrologia.
Non è che il passato non fornisca grano per il mulino dello scrittore; certo che sì. Un esempio; il sogno più vivido che ricordo lo ebbi a otto anni. In questo sogno vedo il cadavere di un impiccato penzolare da una forca su una collina. Aveva dei corvi appollaiati sulle spalle, e dietro di lui il cielo ribollente di nuvole era di un verde velenoso. Sul cadavere c’ era un cartello: Robert Burns. Ma quando il vento fece girare il corpo, vidi che era la mia faccia, decomposta e beccata dagli uccelli, ma incontestabilmente la mia faccia. Poi il cadavere apri gli occhi e mi guardò. Mi svegliai urlando, sicuro che quella faccia morta fluttuasse sopra di me nel buio. Sedici anni dopo, ho usato questo sogno come una delle immagini centrali del romanzo Le notti di Salem. Ho solo cambiato il nome del cadavere in Hubie Marsten. In un altro sogno – ricorrente in momenti di tensione negli ultimi dieci anni – sto scrivendo un racconto in una vecchia casa in cui c’ è una pazza omicida. Lavoro in una stanza al terzo piano ed è molto caldo. Una porta in fondo alla stanza comunica con l’ attico, e so – lo so – che lei è lì, e presto o tardi il rumore della mia macchina da scrivere mi tradirà e lei verrà da me (forse è una critica del Times). In ogni modo, arriva come un orribile pupazzo nella scatola, capelli grigi e occhi da pazza, scatenata, ha in mano una grossa ascia. E quando scappo, mi accorgo che la casa è come se fosse esplosa all’ esterno – diventa così grande! – e mi perdo. Quando mi sveglio da questo sogno, mi precipito nella parte del letto di mia moglie.

Ma tutti abbiamo i nostri brutti sogni, e tutti li usiamo al meglio. Eppure una cosa è usare il sogno e tutta un’ altra suggerire che il sogno è la causa in se stesso e di se stesso. Vuol dire suggerire il ridicolo su un’ interessante sottofunzione del cervello umano che ha poche o nessuna applicazione al mondo reale. I sogni sono film fatti con la mente, i frammenti e i residui della vita da svegli intessuti dalla mente umana in piccole curiose trapunte subcoscienti, la mente non vuole buttar via niente. Alcuni di questi film mentali sono vietati ai minori, altri sono commedie; altri film dell’ orrore.
Io credo che scrittori si diventi, non si nasce o si viene creati da sogni o traumi infantili; credo che diventare uno scrittore (o un pittore, attore, regista, ballerino, e così via) sia un diretto risultato della volontà conscia. Certamente ci vuole il talento, ma il talento è merce di poco costo, meno del sale. Ciò che separa l’ individuo di talento dall’ individuo di talento e di successo è un sacco di duro lavoro e di studio; un costante processo di affilatura. Il talento è un coltello smussato che non taglierà niente se non è brandito con grande forza, una forza così grande che il coltello non taglia ma frantuma, spezza (e dopo due o tre di questi titanici colpi può anche rompersi… e questo potrebbe essere successo a scrittori così diversi tra loro come Ross Lockridge e Robert E. Howard). La disciplina e il lavoro costante sono le pietre da cote su cui si affila lo smussato coltello del talento finché diventa così tagliente, si spera, da tagliare anche le carni e le cartilagini più dure. Nessuno scrittore, pittore, o attore – nessun artista – nasce mai con un coltello affilato (anche se a qualcuno toccano immensi coltelli; il nome che diamo agli artisti con i coltelli enormi è “i gen”), e li affiliamo con vari gradi di zelo e capacità.

Sto dicendo che, per avere successo, l’ artista in ogni campo deve trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Quale sia il tempo giusto è nelle mani degli dèi, ma tutti i bambini, dopotutto, ancor prima di nascere trovano il posto dove stare, e aspettano.

Ma qual è il posto giusto? Questo è uno dei grandi, piacevoli misteri dell’ esperienza umana”.

Stephen King, Danse Macabre, 1981

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