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Archive for the ‘N. Kidman’ Category

In uscita anche questo il 21 marzo.

Per la regia di Joel Edgerton, ha tutte le carte in regola per essere un ottimo film.

Sono ancora in dubbio se andarlo a vedere o meno solo perché so già che la storia mi farà stare troppo male.

 

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Generalmente evito di far passare troppo tempo per parlare di un film ma questo qui mi è rimasto particolarmente in sospeso, per così dire.

E credo di avere un problema con Yorgos Lanthimos.

Ma andiamo con ordine.

Steven Murphy è un affermato cardiochirurgo. E’ tutto ciò che il copione del suo stato sociale prevede che sia. Bella moglie, bella casa, due figli impeccabili.

Un brillante professionista con la sua vita perfetta e le sue perfette (??) trasgressioni (???) in camera da letto. Tutto sempre rigorosamente nei ranghi.

Nella vita di Steven c’è anche Martin.

La natura del rapporto tra Steven è Martin non è chiara. Steven si comporta un po’ come uno zio, un po’ come un tutore. E Martin sembra vedere nell’uomo una figura pseudo-paterna.

Gradualmente si capisce che – e non è uno spoiler, lo dicono già nel trailer – Martin è il figlio di un paziente di Steven, morto sotto i ferri.

Il legame che unisce i due assume quindi i tratti di un rapporto venato di codipendenza da una parte e senso di colpa dall’altra.

Martin entra sempre di più nella vita di Steven. Entra nella sua famiglia. Finché non si rivelano le sue vere intenzioni e Steven vede tutto il castello dorato della sua vita sul punto di crollare.

Solo lui può evitare il crollo ma per farlo dovrà sporcarsi di sangue. Dovrà portare consapevolmente il peso della colpa. Dovrà espiare e ristabilire un presunto equilibrio. Pagare un tributo ad una presunta giustizia.

 

Allora. Se ne avessi parlato a caldo, probabilmente il mio giudizio sarebbe stato un tantino più morbido.

Perché non è che sia un brutto film. Che Lanthimos abbia mestiere si vede, questo nessuno lo nega.

Diciamo che se è vero che The Lobster mi era piaciuto, è anche vero che non avevo gridato al miracolo come sembrava essere la moda del momento. Ed è altrettanto vero che per questo film nutrivo una sincera e piuttosto neutra curiosità – alimentata anche dal premio per la migliore sceneggiatura a Cannes 2017.

Tutto ciò per dire che, in definitiva, con questo Cervo Sacro forse il buon Yorgos ha voluto un tantino strafare.

E più ci ripenso e meno questo film mi piace.

Più ci ripenso e più mi rendo conto che tutti – ma proprio tutti – i protagonisti mi stanno irrimediabilmente e fortemente sul culo.

Più ci ripenso e più spaccherei la testa a tutti.

Anche a Lanthimos.

Poi, ripeto, non è un brutto film e non è fatto male.

Solo che è decisamente troppo.

Troppo pretenzioso. Troppo arrogante.

Hybris allo stato puro – che da un lato ha anche un suo senso ma non è sufficiente.

Già l’idea di partenza è ambiziosa perché l’intenzione è quella di costruire un parallelo con il canone della tragedia greca – in particolare con l’Ifigenia in Aulide di Euripide – e restituirne una sorta di versione trapiantata ai giorni nostri.

E quindi abbiamo una recitazione fortemente teatrale, lunghi silenzi, lunghe inquadrature, sguardi tormentati e una musica che pesta come un coro impazzito.

E tuttavia, la prima metà è impegnativa però regge ancora bene la dualità di canone.

La seconda parte vira decisamente e totalmente sul simbolico e non è solo faticosa, è proprio irritante.

Che al regista garbi il surreale/grottesco si era già capito con Lobster ma qui  parte proprio per la tangente.

Se fosse rimasto a metà strada, se il piano simbolico fosse stato appena accennato, quel tanto che bastava a lasciare il dubbio sull’interpretazione, probabilmente il risultato sarebbe stato molto più riuscito.

Il fatto di staccare bruscamente dalla realtà/plausibilità il filo della narrazione ha l’effetto di staccare anche lo spettatore.

Strapparlo via dall’immedesimazione.

Fino ad un certo punto ti fa entrare nella vita di questi personaggi – pur strani e molto distanti – e poi ti sbatte fuori di colpo.

Ci sono molte buone idee nel giocare con gli elementi della tragedia greca – uno per tutti la funzione della figlia che canta nel coro e diventa coro della vicenda – ma c’è troppa ansia di dare risalto a questa dimensione metaforica e simbolica.

E se già i personaggi sono praticamente tutti negativi e tutti condannati e condannabili, il fatto di interrompere quel poco di immedesimazione e di empatia che si era creata non fa che rendere il tutto ancora più faticoso.

Buone le interpretazioni. Colin Farrell e Nicole Kidman sono ovviamente più che all’altezza di ruoli pur così ingrati e Barry Keoghan nei panni di Martin è veramente degno di nota in una parte che, per quanto discutibile, non è di certo facile.

Cinematografo & Imdb.

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Miglior regia a Cannes di quest’anno, Sofia Coppola ritorna in grande stile e fa dimenticare la mediocre parentesi di Bling Ring per rimettere in gioco il talento che l’ha resa quella che è in meraviglie come Lost in Translation e Marie Antoniette.

Che poi io sia di parte perché amo particolarmente Sofia, è fuori discussione. E però questo Inganno è davvero un altro piccolo capolavoro.

Tratto dall’omonimo libro di Thomas Cullinan dal quale nel ’71 Don Siegel trasse La notte brava del soldato Johnatan con Clint Eastwood del quale però il film della Coppola non è un remake quanto piuttosto una versione alternativa/parallela a partire dallo stesso materiale di base.

Non avendo visto il film del ’71 non so dire quali siano le differenze nelle scelte di regia o anche di sceneggiatura quindi mi limito a parlare della versione 2017.

Siamo in Virgina, nel 1864, già verso la fine della guerra di secessione.

Fuggitivo, ferito e malconcio, il caporale McBurney viene tratto in salvo da una ragazzina che raccoglie funghi nel bosco e che decide di aiutarlo portandolo al collegio dove vive con altre quattro ragazze, un’insegnante e la direttrice, Miss Martha.

Le donne sono preoccupate e spaventate dall’arrivo di questo soldato dell’unione ma inizialmente la carità cristiana pare prevalere e decidono di non consegnarlo, almeno finché le sue ferite non siano migliorate.

La tensione sessuale ed emotiva scatenata dall’arrivo di un giovane uomo in un ambiente chiuso, esclusivamente femminile, ristretto e totalmente privo di reali contatti con il mondo esterno, è immediata e potente.

Fin da subito il caporale diventa il terreno – ideale e fisico – di scontro tra le pulsioni, le frustrazioni e i desideri repressi delle tre donne adulte della casa: Miss Martha – una Nicole Kidman ritornata bellissima e, come sempre, di enorme bravura in un ruolo forte e algido che da sempre le calza a pennello; Edwina – Kirsten Dunst, insegnante di francese piuttosto fuori forma in verità (anche se la Dunst pare piacere abbastanza alla regista); Alicia, la maggiore tra le studentesse – una Elle Fanning indubbiamente brava ma che nel caso specifico ho trovato un po’ sottotono e un po’ sopravvalutata.

Atmosfere cupe, riprese prevalentemente in luce naturale. Toni crepuscolari e luce di candela – e io che faccio una fatica a infernale a mettere a fuoco con la luce così bassa ma pazienza perché l’effetto è bellissimo. Le stanze della villa, i rituali di preghiere e attività adatte a preparare signorine per una società che non si ricostruirà più.

Una dimensione dai tratti onirici e un po’ allucinati dell’ossessione. Le dinamiche tra donne, sempre più affilate, profonde, paradossali.

Il tono inquietante ma al tempo stesso leggero.

Il confine labile tra ciò che si deve fare e ciò che si può fare e gli enormi spazi di querce e vegetazione ad isolare la villa e i suoi segreti dal resto di un mondo troppo assorbito dal suo impegno di ammazzare, bruciare, combattere.

Dialoghi brillanti – a tratti anche sinceramente divertenti – ma ancor più brillanti i giochi di sguardi. E’ negli occhi che si decidono i punti salienti della vicenda. Lunghi sguardi che racchiudono di volta in volta la decisione per il passo successivo.

Cinematografo & Imdb.

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Inevitabilmente con spoiler, perché è un po’ riduttivo cercare di parlarne solo dall’esterno, però non subito, quindi chi vuole leggere proceda pure, quando comincio a spoilerare avviso.

L’ambito è sostanzialmente quello della casa stregata.

Grace vive con i suoi due bambini in un’enorme villa sull’isola di Jersey, tra l’Inghilterra e la Francia. Siamo nel ’45, alla fine della seconda guerra mondiale, e Grace ha resistito da sola, con un marito al fronte che probabilmente non tornerà e la malattia dei due figli che la costringono a vivere in una costante oscurità. Anne e Nicholas sono fotosensibili. La minima esposizione alla luce mette a rischio la loro sopravvivenza. La casa è grande, piena di finestre e di porte e la luce rischia di filtrare a tradimento, come fosse acqua. Per questo Grace chiude sempre tutte le porte a chiave. Nessuna porta deve essere aperta prima che l’ultima sia stata chiusa, come dice lei stessa. I pesanti tendaggi devono essere sempre tirati, quando passano i bambini. Anne e Nicholas non possono uscire ed è la stessa Grace ad occuparsi della loro istruzione e della preparazione ai sacramenti, dal momento che ormai, neanche il prete passa più da loro. Grace conduce una vita, che lei stessa definisce, a volte, insopportabile.

Dopo che anche i domestici se ne sono andati, alla sua porta si presentano la signora Mills, il signor Tuttle e la giovane Lydia e si offrono come persone di servizio. Hanno già lavorato in quella casa e la conoscono bene.

La prima a notare qualcosa di strano è Anne. Vede un bambino. Ci parla. Vede altre persone che girano per casa. Che dicono che quella è casa loro. Che minacciano di togliere le tende.

Anne viene punita dalla madre per le storie che si inventa. Costretta a leggere brani della Bibbia e a chiedere perdono in base ad una sorta di distorto fervore religioso che caratterizza Grace.

Poi anche Grace stessa comincia a sentire qualcosa. Le stranezze sono tali che non possono essere ignorate.

E la signora Mills sembra saperla più lunga di quel che dovrebbe.

La tensione si crea, altissima, fin da subito. L’atmosfera oppressiva della casa contagia e il fragile equilibrio emotivo di Grace contribuisce ad accentuare la sensazione di precarietà.

Il cileno Amenàbar costruisce un horror che è in equilibrio tra il ghost-movie e lo psicologico. Non utilizza effetti di nessun tipo, né visivi né sonori, ma gioca con le inquadrature, con gli sguardi dei personaggi, con l’insinuazione di un dubbio che si fa sempre più prepotente e delineando i contorni confusi del fantasma di un ricordo che vuole tornare allo scoperto.

[SPOILER]

La costruzione è perfetta e risulta tanto più magistrale alla luce del finale. Se già di per sé The Others è un ottimo film, diventa veramente qualcosa di più con la risoluzione della vicenda. Il ribaltamento di prospettiva è, di fatto, l’elemento più agghiacciante e spaventoso di tutto il film. E arriva in modo assolutamente spiazzante e al tempo stesso perfettamente logico.

Siamo nel 2001 e The Others si piazza al fianco del Sesto senso nello sdoganare definitivamente l’inversione di prospettiva in questo genere di film. Quanto meno per quel che riguarda la filmografia degli ultimi quindici-vent’anni. Si guarda dal punto di vista del fantasma, in parole povere.

Che, a pensarci, è un espediente che ormai abbiamo interiorizzato a tal punto da considerarlo quasi scontato, ma che negli anni in cui sono arrivati questi due film, non lo era affatto. E’ un po’ come le inquadrature rallentate di Matrix o le piogge di frecce del Signore degli Anelli. Sono stati film che in qualche modo hanno variato il canone di un genere. Il modo in cui gli elementi vengono utilizzati.

Nel caso specifico, The Others, avendo un’impostazione più classica rispetto al Sesto Senso – che è comunque un film di Shyamalan e meriterebbe un discorso a sé, oltre a non poter essere definito univocamente un horror – lascia ancora più spiazzati quando arriva il ribaltamento. E non è solo l’effetto sorpresa della prima visione. Anche rivedendolo più volte, la struttura risulta perfetta in ogni dettaglio. Per tutto il film si pensa di assistere alla storia di una casa infestata da qualche presenza. E si pensa che i domestici ne sappiano qualcosa o, addirittura, ne siano complici o responsabili. Per tutto il film ci si aspetta di scoprire cosa tormenta i protagonisti.

Poi, per carità, a me piace rivedere più volte i film a prescindere, però in questo caso, rivederlo sapendo già il finale ha il suo perché in quanto dà la possibilità di apprezzare tutta una serie di finezze di sceneggiatura. Dalle battute del marito a – soprattutto – quelle della signora Mills.

La Kidman è bellissima e perfetta nei panni di Grace. Ogni suo gesto trasmette precarietà. Rende benissimo l’immagine di qualcuno che stia cercando disperatamente di tenere insieme tutti i pezzi della sua normalità. Ma che in fondo sa di aver perso in partenza. E’ un personaggio fragile e contraddittorio ed è incarnato alla perfezione da una Nicole pre-botox in tutta la sua algida e statuaria bellezza.

Parimenti ottima Fionnula Flanagan nei panni della signora Mills. Coprotagonista di bravura e importanza pari a quelli di Grace. E’ un personaggio inquietante e accattivante al tempo stesso e il modo in cui sono interpretati l’equilibrio e l’ambivalenza dei suoi gesti, degli sguardi, delle risposte è assolutamente determinante.

Adoro questo film.

Cinematografo & Imdb.

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Prima di tutto. Facciamo finta che il deprimente titolo italiano non esista. Un po’ come il cucchiaio di Matrix. Il titolo originale è The Railway Man. Ora, capisco che forse L’uomo dei treni non è il più accattivante tra i titoli mai concepiti, ma rimane comunque una scelta migliore delle due vie del destino. Boh, la pianto perché tanto finirei col dire sempre le stesse cose sull’argomento.

Anche questo qui sono andata a vederlo spinta da cauta curiosità. Un po’ perché l’alternativa erano le Tartarughe Ninja – e per quanto le abbia apprezzate in passato, e abbia pure visto il primo film, ho dei limiti anch’io e non ce la posso fare -, un po’ perché Colin Firth merita fiducia.

Onestamente mi aspettavo il classico polpettone romantico stile Australia, sicuramente ben fatto ma grondante sentimentalismi.

Non è vero. O meglio. Di sentimenti ce ne sono, e in grande quantità, ma non in senso romantico.

Eric Lomax è un veterano di guerra, reduce dalla cattura da parte delle truppe giapponesi che hanno invaso Singapore nel 1942. Solitario, taciturno e appassionato di treni in modo quasi maniacale, si imbatte per caso in Patti e in lei trova una compagna per la vita. In quello che sembra un quadro di rara armonia cominciano però a intravedersi delle crepe. Ci sono ombre che tormentano Eric. Fantasmi che lo vanno a trovare sempre più spesso e che, a volte, sono più concreti di qualsiasi altra realtà. Ricordi che non lo lasciano andare e che rischiano di tirarlo sempre più a fondo. La tortura. Un male troppo grande sia per poter essere espresso sia per poter essere sepolto.

The Railway Man è una storia di lotta. Di sopravvivenza. Di consapevolezza.

La resa dei conti inevitabile, perché non si può fuggire in eterno dal proprio passato. E non si può fuggire in eterno da se stessi.

E se sul finale, struggente al punto da essere straziante, si potrebbe essere tentati di criticare un presunto intento eccessivamente moraleggiante, ogni velleità viene stroncata dal fatto che la storia narrata è vera. Ed è tratta dall’autobiografia scritta dallo stesso Eric Lomax.

Ho apprezzato il fatto che questo dettaglio sia stato fornito alla fine, a differenza di quanto va di moda fare normalmente, visto che sembra ormai d’obbligo sbandierare come realmente accaduta qualsiasi cosa e con tanta più veemenza quanto più la vicenda è strampalata. Le foto dei personaggi reali e le date delle loro esistenze poste alla fine risultano un discreto monito, come a dire hai pensato che la storia fosse stucchevole o improbabile ad uso delle esigenze cinematografiche? Sbagliato. E’ vera. Non è esagerata né nel bene né nel male. E’ successa davvero.

Poi, ok, c’è una buona dose di pathos e certi passaggi sono costruiti per fare male. E ancora. Ok, io sono un target particolarmente predisposto per un certo tipo di trappole emotive dato che con i film (libri, canzoni, etc., etc.) piango tutte le lacrime che non mi riesce di piangere quando lo richiederebbe la vita reale – a mia discolpa posso dire che ho veramente cercato di non piangere fino alla fine, salvo poi crollare miseramente sull’ultima scena e uscire dal cinema singhiozzante, ancora un quarto d’ora abbondante dopo la fine dei titoli di coda, con buona pace del mio trucco e della perplessità della gente che entrava in sala per lo spettacolo successivo. Dicevo, concediamo pure quel che si deve concedere all’emotività hollywoodiana, resta il fatto che è un buon film ed è una bella storia. Una storia profondamente umana, al di là del contesto storico specifico.

E’ una cosa insostenibile anche solo da pensare, l’enormità di ciò con cui alcune persone devono imparare a convivere. Il passato richiede un prezzo a volte intollerabile in termini di coraggio per poter essere lasciato andare.

Ottimo Colin Firth, in una parte intensissima e resa in modo equilibrato, delicato, assolutamente realistico. Bello anche il ruolo di Stellan Skarsgård, sempre molto carismatico. Più mediocre la Kidman, dai lineamenti di nuovo più dolci (svaniti quasi del tutto gli effetti dell’infelice esperimento col botox) ma non particolarmente sopra le righe in un’interpretazione quieta, che risulta quasi marginale nonostante il suo ruolo non sia tale.

Cinematografo & Imdb.

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Tratto dall’omonima pièce teatrale di David Lindsay-Abaire, Rabbit Hole è passato nelle sale un po’ in sordina, nonostante la nomination – peraltro forse un po’ eccessiva – di Nicole Kidman come miglior attrice protagonista all’edizione degli Oscar del 2011.

Trama semplice ma estremamente delicata, di quelle tematiche che basta niente e viene fuori il melodramma.

Becca e Howie sono una giovane e bella coppia che ha tutto ciò che si può desiderare, finché la loro vita non viene stravolta dalla perdita del figlioletto di tre anni.

La regia di John Cameron Mitchell è delicata e discreta e conduce dentro le lussuose mura della grande casa a tragedia già avvenuta.

Si entra fin da subito in una dimensione di apparente quotidianità, nella quale però si avverte il sottofondo di una nota dissonante.

Troppi silenzi e, soprattutto, troppe parole di circostanza. Gesti forzatamente normali e infinite distanze che prendono forma e consistenza tra i due coniugi che sono uniti e separati da un dolore che non sanno come affrontare e che, prima di tutto, non sanno affrontare insieme.

Non sanno o non possono.

Ognuno ha i suoi posti nei quali rifugiarsi per sfuggire al dolore.

Ognuno ha il suo modo di evitarlo o affrontarlo.

E non c’è gesto o atto d’amore che possa infrangere la cortina di solitudine che il dolore ti butta addosso.

Becca e Howie hanno perso loro figlio ma vivono due lutti separati.

Molto valide le interpretazioni dei due protagonisti, mai sopra le righe, mai eccessivamente patetici.

Si trasmette molto bene la reale concretezza di una perdita che è prima di tutto assenza costante in ogni singolo gesto.

Quello che arriva non è il dolore urlato della tragedia appena compiutasi ma quello silenzioso e letale delle piccole impronte sulle porte, dei disegni attaccati al frigo, della cameretta con i giochi, del cane che scappa fuori dal giardino.

Molto ben orchestrato anche il coro dei personaggi secondari, con il gruppo di sostegno e il rifiuto di Becca di cercare conforto in qualcosa in cui non crede; con la madre che cerca di lenire il dolore della figlia accostandole quello che a sua volta ha provato – senza ovviamente riuscirvi; con le dinamiche relazionali congelate nell’imbarazzo di un dolore che non si può neanche pensare.

Bellissimo il rapporto di Becca con il giovane Jason (Miles Teller), del quale non posso dire altro per evitare spoiler. E bellissimo il modo in cui questo rapporto entra in scena e gradualmente sposta la prospettiva. Poco per volta, impercettibilmente, ma in modo determinante.

Resta una sensazione cupa e opprimente. Una tristezza prepotente che non ti lascia per un po’.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Deliri del lunedì.

Quando qualcuno dice headbanging e la prima parola che ti viene in mente è cervicale

Antefatto

Sera. Interno di un locale, seduta ad un tavolo in amabile conversazione con un’amica.

Io: …no, perchè alla fine penso di avere più problemi con l’autorità di quanto mi piaccia ammettere…

Il mattino dopo

Interno. Bagno. Sottofondo: Buongiorno Doctor Feelgood – Virgin Radio

Sono più in ritardo del solito ma non sembro esserne particolarmente turbata. Anzi. Incurante dell’ora continuo ad indulgere in inconcludenti pratiche che comportano l’impiego di un mascara viola nuovo di zecca (donatomi dall’amica della sera precedente).

Radio: …e l’argomento di oggi è…Puntuali vs Ritardatari…

Io: mi volto indispettita verso la radio con l’espressione più tamarra che riesco a riesumare del tipo bècheccazzovuoi?

Radio: …gli psicologi sostengono che i ritardatari cronici sono generalmente persone con un ego particolarmente ingombrante e che hanno problemi a rapportarsi con l’autorità. […] …e sì, insomma, il ritardo cronico è una manifestazione del senso di soffocamento provocato dall’autorità…

Io: ——————-

Com’era già?

Talvolta la vita rigurgita coincidenze che nessun autore di narrativa oserebbe copiare.

Ecco, sì, proprio quella roba lì.

Ho intenzione di parlare anche di qualcosa? Sì, direi di sì, visto che c’è un’ingombrante locandina che troneggia sopra tutto ciò.

Eyes Wide Shut, Kubrick, 1999.

L’ultimo film di Kubrick. C’è qualcosa che si possa dire che non sia già stato detto? Quasi sicuramente no. Penso che sia stato il film più criticato e controverso di questo regista e penso che lo sia stato in buona parte proprio perchè è stato l’ultimo. Finalmente tutti si sono sentiti liberi di sbizzarrirsi senza il timore che una replica da parte di Kubrick stesso infliggesse loro una colossale figura di merda.

E quindi via libera ai cliché che si sono costruiti. Leggende sulla rottura Cruise/Kidman ad alimentare l’aura di maledettismo che avvolgeva l’’idea di lavorare con Kubrick già dai tempi di Shining e dell’esaurimento nervoso di Shelley Duvall. Voci più o meno fondate sulla versione finale: fedele o meno alle direttive del regista? Esperimento pseudo-erotico dalle incerte aspirazioni voyeuristiche. Evidenti segni di declino. E insomma, chi più ne ha più ne metta.

Ho rivisto questo film diverse volte. Mi è piaciuto fin da subito ma l’ho capito solo in un secondo momento. Adesso è uno di quei film che amo moltissimo e che continua a stupirmi ogni volta.

Certo, non è perfetto. Non è il capolavoro cinematografico che sono Arancia Meccanica o Shining. Per esempio, un grosso difetto – non da poco peraltro – è la scelta di Tom Cruise. Motivata dal fatto che Cruise era davvero il marito della Kidman – dal momento che era essenziale che la coppia protagonista fosse anche una coppia reale – e, se vogliamo, anche comprensibilmente giustificata dato che lei compensa e ripaga ampiamente per le mancanze di lui, ma comunque una scelta infelice. Cruise decisamente non è adatto alla parte. Il suo era un ruolo che richiedeva tutt’altra raffinatezza e anche tutt’altra presenza scenica. In Cruise c’è sempre quel sottofondo grezzo alla Top Gun che rischia di venir fuori persino sotto la direzione rigida di un regista come Kubrick.

Resta il fatto che i due protagonisti insieme funzionano e con loro anche tutto il film.

Parola d’ordine: Fidelio. La parola per entrare alla misteriosa festa mascherata. La parola chiave per leggere tutto il film. Fondamentalmente Kubrick inscena un tormentato balletto in onore della Fedeltà. Dei suoi lati positivi e di quelli più oscuri. Dell’amore che la reclama e del tormento che essa infligge a chi pure la desidera. E’ una celebrazione dello sconfinato potere della mente.

Teoricamente ispirato al racconto di Schnitzler, Traumnovelle, di fatto del testo non conserva quasi nulla se non lo spunto – peraltro molto vago – del concetto del “doppio sogno”, e della deviazione onirica/mentale come fuga dalla realtà effettiva. Non che questo sia una novità, dal momento che ogni volta che Kubrick si è ispirato ad un libro, del nucleo originario è sempre rimasto ben poco che non fosse trasfigurato dalla sua lente.

Da un punto di vista squisitamente psicologico EWS è al tempo stesso crudele e impeccabile. Alcuni dialoghi sono di un realismo disarmante nella loro imperfezione, nelle loro falle di logica così plausibili e istintive – primo fra tutti quello in camera da letto con la confessione di lei.

La camera da letto stessa, è di fatto, anche se non lo è fisicamente, il luogo dove si svolge tutta la vicenda.

E poi potrei andare avanti dilungandomi sulla bellezza e sulla bravura di Nicole Kidman, sulla bellezza di tutta l’ambientazione – a partire dalla casa della coppia fino alle camminate per le strade notturne – su quel senso di retrò che il film trasmetteva anche quando era appena uscito e che riesce ad arricchire la storia di una dimensione atemporale.

E poi ci sono quelle battute finali che sono a dir poco geniali.

Alice Harford: I do love you and you know there is something very important we need to do as soon as possible. 
Dr. Bill Harford: What’s that? 
Alice Harford: Fuck. 

Cinematografo & Imdb.

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No, questo non c’entra niente con il post.

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