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Archive for the ‘G. Arduino’ Category

chi perde paga sperling

Da dove comincio? Non so. E non lo so perché dire che l’ultimo libro di Stephen King mi è piaciuto/è fighissimo è davvero un tantino scontato.

Non credo che un libro di King potrebbe non piacermi. Perché lo leggo da troppi anni e il suo modo di scrivere mi è ormai così familiare che quando leggo qualcosa di nuovo sono sì, curiosa di vedere cosa si è inventato ma anche sicura del fatto che mi piacerà comunque.

Questo rende in qualche modo meno onesto il mio giudizio? Non credo.

Mina in qualche modo la possibilità di una qualche pretesa di oggettivazione del mio giudizio? Forse.

Questioni oziose? Assolutamente sì.

Ma è un dato di fatto banale e incontrovertibile che Chi perde paga è l’ennesimo libro di King di cui dirò un gran bene.

Secondo capitolo della trilogia, iniziata con Mr. Mercedes, avente per protagonista il detective in pensione Bill Hodges, Chi perde paga – in originale Finders Keepers, sulla cui traduzione, per la cronaca, sono anche andata a importunare il povero Arduino, perché secondo me ci stava meglio Chi trova tiene – copre un arco di più di trent’anni.

Ad una estremità, per così dire, di questi trent’anni c’è Morris Bellamy (pessima idea, zio Steve, mettere un tizio col cognome del frontman dei Muse, pessima, oltretutto connotandolo con tratti da roditore che han fatto sì che per tutto il tempo io mi immaginassi un tale stile Matt Bellamy), all’altra c’è un ragazzino, Peter Saubers.

Siamo nel ’78. Morris Bellamy, novello Annie Wilkes, pianta una pallottola in testa a John Rothstein, autore di romanzi di culto e colpevole, secondo Bellamy, di aver distrutto il suo personaggio condannandolo ad una normalizzazione impietosa. Nella cassaforte di Rothstein ci sono soldi. E taccuini. Un gran numero di taccuini Moleskine (per questo dettaglio devo ancora capire se si tratti effettivamente di marchettona o meno) fitti della calligrafia ordinata dello scrittore. Il suo personaggio, dunque, non è perduto. A Bellamy dei soldi non importa poi così tanto. Quello che conta, l’unica cosa che conta, è che Jimmy Gold, il suo adorato personaggio, ha ancora speranza di redimersi.

Poi. Siamo tra il 2010 e il 2014. Peter Saubers è figlio di un reduce del massacro del City Center, studia letteratura e ama terribilmente le opere di John Rothstein.

E c’è un punto, in cui spazio e tempo si comprimono e contraggono e l’esistenza di Morris e quella di Peter vengono in contatto. Si annodano, si legano indissolubilmente. Un punto di non ritorno. E tutto comincia una corsa inarrestabile verso la resa dei conti.

Il tempo è uno dei grandi protagonisti di questo romanzo.

Insieme alla scrittura e alla lettura. L’amore – a volte anche distorto, ossessivo, malato – per la parola scritta. Il Fedele Lettore nella sua versione più inquietante e pericolosa.

Echi delle ossessioni di King, fantasmi che forse hanno ancora da dire la loro.

Alternanza di piani, un ping pong avanti e indietro in questo arco di trent’anni, vicende separate, che partono da lontano ma convergono inesorabili verso lo scontro.

E Bill Hodges. Che per quasi tutto il libro è presente solo ai margini e che ritorna davvero protagonista nel momento decisivo.

Molti, moltissimi i richiami a Mr Mercedes. E un portone enorme che si spalanca sul finale, lasciandoti lì a cercare affannosamente la data di uscita del terzo volume, End of Watch, che negli USA uscirà a giungo e quindi posso supporre che da noi arriverà intorno a Ottobre/Novembre 2016.

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Non è morto ciò che in eterno può attendere, e con il passare di strane ere anche la morte può morire.

H.P. Lovecraft.

 

Devo ancora cominciare a scrivere e mi son già inchiodata sul primo dilemma e son qui che oscillo con sguardo vacuo davanti al monitor manco dovessi decidere chissà che cosa.

Il dilemma è: spoiler o non spoiler? Sai che roba. E in effetti non è che sia questa questione di per sé, basta decidersi, però, appunto…basta decidersi. E, soprattutto, basta dirlo.

Non si capisce un tubo.

Ricomincio.

Non ho niente contro le recensioni spoilerose, per carità, ne produco a pacchi pure io. Si può parlare di un libro/film per intero rivolgendosi a chi lo ha già letto/visto o se ne può parlare per tutti, commentando senza necessariamente rivelare particolari salienti della trama.

Però.

Se si sceglie di spoilerare, soprattutto con un certo tipo storie, mi parrebbe il minimo sindacale in termini di comportamento civile, avvisare il lettore. Un warning, una nota, un segnale di fumo. Qualcosa che mi dica, occhio che se vai avanti ti racconto il finale o comunque parti consistenti della trama che sono invece pensate per arrivare a seguito di un preciso percorso di suspense e disvelamento.

E invece niente. Sono sinceramente allibita dalla quantità di recensioni di Revival (anche validissime eh, il mio non è un giudizio di valore, ci mancherebbe) presenti su grossi canali – quotidiani o blog ad altissima diffusione – che spiattellano allegramente il finale senza darsi pena di avvertire e senza, apparentemente rendersi conto della gravità della cosa.

Non mi metto a fare nomi o a linkare pagine perché non ho voglia di imbarcarmi nell’inevitabile sequela di battibecchi sterili che ne seguirebbe e quindi la pianto qui. Però la cosa mi urta. E se non avete ancora letto Revival e non volete rovinarvelo, aspettate prima di cercare recensioni.

E questo post non conterrà spoiler di alcun tipo. Adesso non ce li metto per principio.

 

Immagino che quello di H.P. Lovecraft sia un fantasma che prima o poi chiunque scriva horror è costretto ad affrontare.

Lovecraft é uno dei pilastri portanti dell’horror, padre di dimensioni altre e impensabili, creatore di divinità folli e abissi di orrore insondabile.

Lovecraft è inevitabilmente presente in chiunque voglia avventurarsi oltre i confini tracciati per contenere la mente umana.

In Revival (tradotto sempre da Giovanni Arduino), King mette in chiaro fin da subito quali sono i suoi debiti, con una bella dedica iniziale ad un elenco di autori e la citazione lovecraftiana che ho riportato all’inizio. La celebre frase che, secondo la mitologia di H.P.L. si trova nel Necronomicon, il libro proibito, scritto dal poeta pazzo Abdul Alhazred. Parentesi. Per chi non fosse pratico di materia lovecraftiana, il nome Alhazred non è casuale: il suono richiama All Has Read, colui che ha letto tutto, colui che ha la Conoscenza, e infatti è pazzo. Chiusa parentesi.

Ciò detto, Revival è sì un grande e bellissimo tributo a Lovecraft – così bello che solo lo potesse leggere, lo stesso H.P.L. tornerebbe da qualunque altra dimensione in cui è andato a cacciarsi per abbracciare lo zio Steve e dirgli che bel lavoro ha fatto – ma è anche tanto, tantissimo altro.

Un giorno dell’ottobre del 1962, Jamie Morton sta giocando in giardino con i soldatini ricevuti in regalo dalla sorella per il compleanno, quando un ombra cala improvvisamente ad oscurare il campo di battaglia. Jamie alza gli occhi e fa la conoscenza del pastore Charlie Jacobs, il nuovo parroco della piccola comunità.

In un certo senso la nostra vita è veramente un film. I protagonisti sono i famigliari e gli amici. Tra i comprimari rientrano vicini, colleghi, insegnanti e le conoscenze occasionali. Non mancano i ruoli minori: la giovane cassiera del supermercato con il sorriso carino,  il barista affabile del locale all’angolo, i tipi con cui vi allenate in palestra tre giorni alla settimana. E ci sono migliaia di comparse, persone che attraversano la vita di ognuno come fa l’acqua in un colino, viste una volta e poi mai più. Il ragazzino che curiosa tra le graphic nobel in libreria, che avete dovuto scansare (sussurando uno “Scusami”) per raggiungere le riviste. La donna nell’auto di fianco, che approfitta del semaforo per aggiustarsi il rossetto. La madre che pulisce dal gelato la faccia del suo marmocchio in un autogrill dove vi siete fermati per un boccone al volo. Il venditore allo stadio dal quale avete comperato un sacchetto di noccioline durante una partita di baseball.

Però a volte compare nella vostra esistenza qualcuno di estraneo a tali categorie. Una specie di jolly, che ogni tanto sbuca dal mazzo nel corso degli anni, soprattutto in un momento di crisi. Nei film un personaggio simile viene definito il quinto elemento o l’agente del cambiamento. Quando si presenta in un lungometraggio, sapete che è stato lo sceneggiatore a inserircelo. Ma chi scrive la nostra vita? Il fato o la pura coincidenza? Voglio credere che sia la seconda. Lo voglio con tutto me stesso. Quando ripenso a Charles Jacobs (il mio quinto elemento, il mio agente del cambiamento, la mia nemesi), non riesco neppure a considerare che la sua presenza nella mia vita fosse dovuta al destino.

La storia è raccontata proprio da Jamie, nella forma di una sorta di memoria – tratto, anche questo, estremamente lovecraftiano – e ripercorre la sua esistenza ricostruendo le tappe segnate dalla periodica ricomparsa di Jacobs nella sua vita, con tutte le implicazioni e le conseguenze che ha comportato.

Si capisce che è successo qualcosa e che quando Jamie sta parlando, questo qualcosa è ormai concluso, qualunque cosa voglia significare.

Si intuisce che Jamie sta raccontando per liberarsi di un peso e che c’è qualcosa che esige un tentativo di redenzione.

E c’è tanta vita in Revival. Vita quotidiana, immediata. Persone, famiglie. Anni che passano e cambiamenti a volte fluidi, a volte traumatici.

C’è la vivida, lucida e delicata nostalgia con cui si maneggiano i ricordi, come oggetti fragili, da rispolverare con cura e con altrettanta cura rimettere da parte.

“King è diventato nostalgico, King sta invecchiando”. Questo è uno degli altri leitmotiv che circolano ultimamente.

King è invecchiato, per certe cose, è vero. Ma non sicuramente perché si fa nostalgico nel rievocare il passato e gli anni della sua infanzia. Se devo indicare un tratto dal quale ho avuto la percezione di un cambiamento legato all’età, è qualcosa che avevo già identificato in Mr. Mercedes ed è il fatto di costruire personaggi principali appartenenti alla sua stessa fascia d’età e l’indulgere quindi nello specificare aspetti fortemente connotativi in questo senso, come per esempio gli acciacchi o il rapporto a volte zoppicante con le nuove tecnologie di comunicazione. Ma d’altronde, è pur vero che la creazione di protagonisti in cui si rispecchiasse non è di certo una novità, con Jack Torrance e Paul Sheldon a guidare la sfilata di riflessi letterari di King che popolano le sue pagine.

E ci sono persone con le loro scelte. Charlie Jacobs con la sua religione e con la sua passione per l’elettricità.

C’è la religione. Ma di Dio, in effetti, ce n’è ben poco.

Fulmini e citazioni divine. Spettacoli da fiera e squarci su qualcosa che non dovrebbe essere possibile.

E’ successo qualcosa.

E c’è la realtà che è sottile. Lo è sempre stata per King. Ha sempre cercato di vedere al di là della realtà, ma forse mai come questa volta.

Revival è un romanzo ambizioso e densissimo. E’ un piccolo capolavoro di equilibrio.

E’ un romanzo allo stesso tempo crudele e struggente. E’ terrificante nel suo presupposto e confortante nella sua concretezza.

Non riesco mai a fare dei paragoni sensati nell’ambito della vastissima produzione di King. Non so dire qualcosa tipo “questo è il suo romanzo migliore o peggiore o sta a metà”. Forse è un romanzo difficile, per certi aspetti. Perché c’è veramente tutta la vita, morte compresa. Una morte in qualche modo diversa da quella con cui King ha sempre intrattenuto la sua danza macabra. La morte impietosa dagli arti strappati senza un motivo, la morte stronza, che prima ti mangia vivo. Una morte che è protagonista esattamente come Jamie e Charlie.

Ho amato moltissimo Revival.

Ah sì, dimenticavo.

C’è anche tanto rock and roll. E quanto gli voglio bene quando comincia a sparpagliare citazioni e riferimenti rockettari qua e la? Quanto??

Tutta questa roba inizia in mi.

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E niente, stasera ho i neuroni che funzionano a intermittenza e non c’è verso di seguire un filo logico.

Ho scoperto che la prossima settimana (il 18 per un evento che ha a che fare con Artifact e il 19 per il concerto) ci saranno i 30 Second To Mars qui a Torino e, sebbene non sia esattamente un’estimatrice delle loro doti musicali – nel senso che dopo dieci minuti che Jared urla lo prederei a badilate per poi passare a fucilare i soci che gli fanno i coretti in sottofondo – ecco, dicevo, sebbene non smani per andarli a sentire riflettevo che invece non mi dispiacerebbe per niente incontrare Jared di persona in quanto essere che ha interpretato Rayon.

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Che io lo apprezzi come attore è cosa cognita, dal momento che, soprattutto dopo Dallas Buyers Club ho rotto le palle un po’ a tutti con i miei apprezzamenti, perciò sto seriamente pensando di recuperarmi al volo una copia del dvd e partire in perlustrazione per il centro armata di indelebile e macchina fotografica.

Certo, a scoraggiarmi dovrebbe essere la prospettiva – piuttosto agghiacciante in verità – di venire travolta e uccisa da orde di bimbeminkia/groupies ululanti che ovviamente si muoveranno in branchi nelle zone eventualmente interessate, ma la mia parte stalker ultimamente è rimasta terribilmente inattiva e ora deve pur sfogarsi.

E poi siamo a giugno e la stagione è notoriamente propizia per nottate sui marciapiedi davanti al Golden Palace. *prende a testate il tavolo ripensando al fallito stalkeraggio ai danni dei Muse*

Anyway. Prima di virare troppo sul demenziale, altra cosa che volevo dire è questa qui:

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In Italia arriverà il 30 settembre, di nuovo tradotto da Giovanni Arduino.

E King oggi ha annunciato su Twitter che si tratta del primo di una trilogia.

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Riporto l’inizio di un bellissimo, imperdibile post di Lara Manni e Giovanni Arduino.

“Buttate i manuali. I manuali di scrittura creativa. Di “narratologia” (virgolette obbligatorie). Di gente che non ha mai scritto un romanzo, di sceneggiatori che hanno sfornato due copioni nei tardi Sessanta/Settanta. Bruciateli. Affogateli nel cesso. Assicuratevi che non lo intasino. Leggete. Tutto. Di tutto. Il più possibile. Onnivori. Libri. Narrativa. Saggistica. Fumetti. Giornali. Guide turistiche. Foglietti illustrativi dello sciroppo per la tosse e dell’ansiolitico. Non importa se su rete, su carta. Su pc, su e-reader, su tablet, sulle pareti della vostra stanza da letto dove minacciosi caratteri cuneiformi compaiono ogni santo mattino come per magia (una sola domanda: ma dove accidenti vivete?). Guardate film. Serie televisive, cartoni animati compresi. Spettacoli teatrali. Giocate ai videogiochi. Impegnatevi nei giochi di ruolo, nei MMORPG, nei LARP, nel cosplay. Giocate ad acchiapparella. A nascondino. A Magic. A quello che volete. Ascoltate musica, tutta, o almeno assaggiatela, da Rob Zombie a Mozart passando attraverso Rihanna e i Ramones e J-Ax . Mangiate frutta fresca e non solo sciroppata (questa può essere una metafora, ma anche no).  Leggete ancora. Leggete di più. Siate curiosi. Sempre. Curiosi e informati: quello che gli altri non vogliono farvi sapere è esattamente quello che dovete sapere. Leggete On Writing di Stephen King. […].”

Qui potete leggerlo per intero.

On Writing è un libro che ho già letto e riletto ma al quale ritorno periodicamente. Vivamente consigliato anche a chi non abbia aspirazioni letterarie.

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