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Archive for the ‘C. Nolan’ Category

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Interstellar è bellissimo.

Di quei film che esci dalla sala con l’occhio pallato, l’espressione vacua e incredula continuando a balbettare reiterate espressioni di sgomento e ammirazione.

Ok. E’ un film di Nolan e noi tutti lo si aspettava in diligente trepidazione sapendo che sarebbe arrivata una gran bella cosa. Ma, davvero, mi ha stesa. E’…troppo. E giuro che non è perché è Nolan e allora bisogna gridare per forza al miracolo – che tanto so già che sarà una delle obiezioni che andrà per la maggiore tra le critiche negative del film. E’ come guardare 169 minuti di sport estremo. Perché quello che fa Nolan è mettersi a giocare con un materiale che più esplosivo non potrebbe essere per moltissime ragioni. Perché tira in ballo i grandi, Kubrick in primis, e dichiara esplicitamente di volercisi confrontare, oltre che rendervi omaggio. Perché sei lì che guardi e dici, oddio, non andarti a cacciare in certi argomenti perché nove volte su dieci, per quanto bravo sia il regista, viene fuori un bagno di sangue. E invece lui ci si butta a capofitto e dimostra di essere quell’uno su dieci che non fa cazzate. Anzi. Perché sceglie un genere inflazionato e difficile e dimostra non solo di esserne all’altezza ma di saper anche dire qualcosa di nuovo.

E io che non amo particolarmente né la fantascienza né le ambientazioni spaziali mi sono trovata ad amare incondizionatamente ogni secondo di questo film. Ogni dettaglio, ogni inquadratura. Ogni implicazione.

Interstellar è un film estremamente complesso, impegnativo.

Non come poteva esserlo Inception, la cui difficoltà – pur essendo anch’esso un film a suo modo perfetto – risiedeva soprattutto nella molteplicità dei livelli di trama. In questo caso è una complessità che riguarda più la sfera dei significati.

Il punto di partenza è distopico. Siamo in un futuro in cui l’umanità è dovuta regredire ad un’economia essenzialmente agricola. Un mondo minacciato da tempeste di sabbia e da una piaga che brucia le coltivazioni. Una distopia anche qui, fuori dal canone standard, senza particolari effetti visivi o scene di catastrofe. Si comincia con la fotografia di un’umanità rassegnata. Con il fantasma incombente di un’estinzione in sordina.

E un fantasma pare abitare anche nella stanza di Murph, figlia minore di Cooper, ingegnere, ex pilota e ora, come tutti, agricoltore. Un fantasma che fa cadere i libri e che crea strani accumuli di sabbia. Che sembra comunicare qualcosa con la forza di gravità. Con l’alfabeto morse e forse in qualche altro modo.

Tentare di riassumere la trama in modo lineare vorrebbe dire svelare troppi risvolti che si chiariscono solo alla fine.

Cooper deve partire. In quanto pilota – uno dei migliori piloti di cui la NASA disponesse prima dei cambiamenti – è chiamato a prendere parte ad un estremo tentativo di salvare l’umanità trovando un nuovo mondo. Un nuovo pianeta in grado di sostenere la vita.

Mi rendo conto che detta così, la faccenda sembra banale, o quanto meno già sentita. E forse sì, il punto di partenza è la solita vecchia ricerca di salvezza per un’umanità sull’orlo dell’estinzione. E’ questo ma è anche tanto, tantissimo altro.

Il viaggio spaziale presuppone l’attraversamento di un wormhole, il che implica che si va a tirare in ballo il concetto di relatività del tempo. E poi buchi neri, gravità e fisica quantistica.

Ora, non mi azzardo neanche lontanamente a cercare di addentrarmi nella parte scientifica perché, benché sia sempre stata estremamente affascinata da questi argomenti, è purtroppo una realtà innegabile che non ne so un bel niente. E anche quel poco che posso capire da profana, non sarei in grado di esporlo a mia volta.

Mi limito a dire che tra i produttori figura Kip Thorne, che è anche, di fatto, creatore del soggetto, e, da quel che ho letto, la plausibilità scientifica dei presupposti alla base di tutta la teoria esposta è più che solida.

Il che conferma anche l’impressione, che si ha durante tutto il film, di qualcosa che magari non si capisce fino in fondo ma che ha una sua credibilità. Per dire, anche se non conosci un argomento, ti rendi conto quando in un film le stanno sparando grosse – e qui, mi spiace, ma parte inevitabilmente l’esempio di Gravity, con il suo cumulo di invenzioni più che dozzinali. Parentesi. Altra cosa inevitabile è stata pensare, quando la parte spaziale del film entra nel vivo, qualcosa che suonava molto come: ‘ecco, Alfonso, ti sarebbe piaciuto vero fare una cosa così, eh? Era vagamente questo quello a cui aspiravi? Bè, guarda come si fa e impara’. Tanto per dire. Che poi io non ce l’ho neanche particolarmente con Cuaròn. Ce l’ho col fatto che Gravity ha ricevuto tutti quei premi immeritati. Chiusa parentesi.

Torniamo al film.

Il diverso scorrere del tempo nelle diverse dimensioni dello spazio crea il presupposto per lo sviluppo parallelo di diversi piani che si trovano a coesistere sempre più sfasati eppure sempre, in qualche modo, connessi.

La storia personale di Cooper e Murph non smette mai di essere determinante, anche quando il centro della narrazione si sposta.

Interstellar è un film di un’umanità straziante nella sua concretezza. E’ un film di legami e solitudine.

E’ un film dalle immagini potenti e visionarie.

Gli omaggi a 2001: Odissea nello spazio sono tanti ed espliciti, a partire dalla prima sequenza di rotazione.

Bellissima anche la colonna sonora, di Hans Zimmer.

Il cast. Eh, cosa si può dire ancora di buono su Matthew McConaughey che non abbia già detto? Non lo so, ma è sempre più bravo ad ogni pellicola che vedo. Non so se voglia puntare ad un altro oscar, in ogni caso è sulla strada buona con un’interpretazione che lascia senza parole in un ruolo fortemente emotivo, fortemente empatico ma sempre in perfetto equilibrio, senza mai un eccesso o una sbavatura né di sentimentalismo né di eroismo.

Accanto a lui Anne Hataway, Michael Caine e una sempre meravigliosa e perfetta Jessica Chastain. E una piccola parte anche per Matt Damon.

Bon, mi fermo prima di cedere alla tentazione di esprimermi su altri dettagli e finire così col rivelare troppo.

Da vedere. Più e più volte.

Cinematografo & Imdb.

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Come dice il trailer, dovrebbe uscire il 6 novembre ma non vi fidate eccessivamente dato che, ogni volta che prendo per buona una data d’uscita, questa mi usa immediatamente la gentilezza di cambiare.

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“I really enjoyed it. I think I preferred The Dark Knight movie, because it had Heath Ledger’s Joker and a plot I found hard to predict. Dark Knight Rises doesn’t have those things: once the set-up is done you have a pretty good idea of what’s going to happen and when (even if you’ve worked hard to keep yourself spoiler free, as I had), but how it happens is the delight. I preferred the last movie, but this is a better Batman movie, and, I suspect, a better film.”

Questo il giudizio di Neal Gaiman (qui il post completo) dopo aver assistito alla premiére del film a luglio di quest’anno.

In effetti sono d’accordo su tutto tranne sul fatto che questo sia un film migliore. Secondo me non c’è neanche paragone come livello. Il primo Cavaliere Oscuro aveva alzato enormemente la posta. Aveva preso personaggi ispirati al fumetto ma poi aveva seguito la sua strada. Il CO è un film enormemente complesso, sia dal punto di vista psicologico e umano dei protagonisti sia dal punto di vista della trama stessa che – coerentemente direi – non ha niente degli standard di un film da supereroi, non segue gli schemi nè nel suo svolgimento nè tanto meno nel finale. E’ un film senza redenzione.

Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno riporta tutto nei ranghi. Questo non significa che non sia un bel film. Ha un buon ritmo (non ti accorgi che è anche piuttosto lungo) ed è curato in ogni sua parte. Ma è – appunto – quello che ci si aspetta da un film su un supereroe da fumetto. E’ esattamente quello che deve essere un film di Batman. C’è un po’ di strascico emotivo da quello prima, ma in confronto è appena un accenno. Ci sono i buoni e ci sono i cattivi. Sai esattamente chi deve fare cosa e tutti fanno la loro parte. Non c’è caos e non ci sono suoi agenti.

I cattivi. Anzi, Il Cattivo. Sinceramente quello che ci offre questo film è un Cattivo talmente standard da finire addirittura in fondo alla classifica dei nemici di Batman – e lascio volutamente fuori dal discorso il Joker di Heath Ledger perchè lì stiamo parlando proprio di un altro mestiere. Forse è il personaggio meno riuscito di tutti. Sembra tratteggiato di fretta, senza troppa convinzione. Sembra che sia solo un pretesto per dare a Bruce Wayne la possibilità di regolare una volta per tutti i suoi conti in sospeso con Gotham, con il suo passato, con se stesso. Ripeto, non è che mi aspettassi qualcuno all’altezza del personaggio incarnato da Ledger – quello sì, che era un Antagonista con i controcazzi, uno di quelli che ti fanno passare dalla sua parte e al diavolo Batman e i torpidi cittadini di Gotham – ma almeno qualcuno tipo Ra’s Al Ghul sì. E questo, detto tra parentesi, è anche il motivo per cui ho trovato piuttosto tirate per i capelli le varie elucubrazioni a sfondo emulativo che sono state partorite intorno all’episodio della sparatoria. Senza nulla togliere alla gravità dell’accaduto. Chiusa parentesi. 

Nota dolente unicamente della versione italiana è – tanto per cambiare – il doppiaggio. Comincio a credere che Christian Bale abbia fatto uno sgarbo personale a qualcuno di influente in quel settore per essere condannato a venire doppiato in romanesco.

Qui e qui i soliti link.

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