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Archive for the ‘M. Rylance’ Category

Che. Figata. Totale.

Bom. Fine della recensione.

No. Non è vero. Ora dico anche qualcosa di più articolato.

Però il succo rimane sempre quello.

Una. Figata. Totale.

Quando ho visto il trailer mi sono ovviamente subito esaltata ma ho anche, a stretto giro, placato i miei entusiasmi perché ormai è pieno di trailer fighissimi – soprattutto quando si tratta di action/fantasy o robe così – che poi però si rivelano nettamente inferiori alle aspettative.

E’ anche vero che qui c’era la regia di Spielberg a rendere un filo più giustificato il fatto di sperare per il meglio.

Anyway, come che sia, Ready Player One non mi ha deluso per nulla. Anzi. Ne sono uscita proprio felice come un gatto di fronte ad una ciotola di panna incustodita.

La trama è palesemente un pretesto e segue uno schema ampiamente collaudato. Futuro distopico post crisi, una realtà difficile in cui tirare avanti, una realtà virtuale che offre da un lato una via di fuga, dall’altro l’idea di avere un’altra possibilità. E che essa sia data a tutti. Basta accumulare monete.

Oasis è un gioco ma è anche un mondo. Una dimensione dove tutto è possibile ma, soprattutto, dove è possibile essere chi si vuole essere.

Oasis è anche un’operazione dal valore inestimabile e il lascito del suo creatore, prima di morire, è una competizione. Una gara composta da più prove per trovare le tre chiavi per aprire le porte di Oasis e diventare quindi proprietari del pacchetto azionario.

Al gioco partecipano un po’ tutti. Singoli, gruppi organizzati e una grande multinazionale che vuole a tutti i costi assumere il controllo.

Ci troviamo quindi con la classica contrapposizione ragazzino-nerd-squattrinato-super-abile vs multinazionale-ottusa-ricchissima-incapace.

Che poi si evolve in piccola banda di nerd vs grande esercito della multinazionale. Ricerca e scoperta. Redenzione e rivoluzione. Solitudine e amicizia. Avatar e persone reali. Ripeto, niente che non si sia già visto, sulle tracce di un creatore che è un po’ una versione sfigata e decisamente più simpatica di Steve Jobs e sulla falsa riga di una realtà dalla consistenza morbida e dai confini incerti.

Ma quello che rende grande Ready Player One non è l’idea di per sé.

E’ il fatto che è un imponente inno alla cultura pop degli anni Settanta, Ottanta e Novanta. E’ un parco giochi per chiunque di quella cultura si sia nutrito, per chiunque ci sia vissuto. E’ un regalo a due-tre generazioni di amanti di tutto quell’universo dell’intrattenimento fatto di musica, cinema, cartoni, videogiochi e chi più ne ha più ne metta. Parentesi. A tal proposito va detto che, benché il contesto sia quello di una realtà virtuale e di un videogioco, i riferimenti e la struttura di base sono molto più da cinefili che non da gamers – il che non vuole essere una critica, solo una constatazione. Chiusa parentesi.

E niente. Due ore abbondanti di gioia per gli occhi e le orecchie a seguire i protagonisti in giro per questo gigantesco tempio della pop culture, con la sensazione di guilty pleasure di andare a ficcare il naso in casa d’altri e la curiosità di avanzare al livello successivo per vedere la prossima sorpresa.

Parlare di riferimenti e citazioni è persino riduttivo in quanto si entra dentro una realtà culturale esattamente come i protagonisti entrano in Oasis – la parte di Shining è qualcosa di meraviglioso, tanto per dirne una, ma potrei andare avanti per un’altra oretta abbondante a elencare cose che mi hanno fatta saltellare sulla poltrona immotivatamente orgogliosa, manco l’avessi fatta io, la cultura pop.

Il che, tra l’altro, lascia aperta la curiosa domanda di quanto abbia speso il buon Spielberg in diritti perché oltre ad essere il parco giochi del pop è anche la fiera del copyright.

Cast piccolino ma onesto, con Tye Sheridan (Mud, 2012 oltre che essere il nuovo Ciclope in X-Men Apocalypse) nel ruolo del protagonista, Olivia Cooke (Quel fantastico peggior anno della mia vita, 2015) e Ben Mendelsohn, senza infamia e senza lode nel ruolo del Cattivo-e-basta. Unico nome di rilievo, Mark Rylance nei panni di Halliday, il creatore di Oasis.

Tratto dall’omonimo libro di Ernest Cline, del 2011.

Cinematografo & Imdb.

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Regia di Spielberg, sceneggiatura dei fratelli Coen, protagonista Tom Hanks.

Sei candidature agli Oscar, tra cui miglior film, miglior attore non protagonista per Mark Rylance e miglior sceneggiatura originale.

Ora, non credo che meriti addirittura di vincere qualcosa ma di sicuro le candidature ci stavano. Lo so che c’è un qualcosa di perverso in questi miei ragionamenti del non-merita-l-oscar-ma-merita-la-candidatura ma la candidatura va considerata una sorta di riconoscimento di per sé, tant’è che le nomination sono a tutti gli effetti menzionate nello status di un film o nel curriculum di un attore.

Basti vedere quello di Di Caprio.

Va bene, la smetto.

No, non la smetto. Andrò avanti così fino agli oscar, mettetevi l’anima in pace.

Ma si diceva, il film.

Il ponte delle spie racconta la storia vera di James Donovan avvocato americano che prima, nel 1957, si trovò a dover difendere d’ufficio Rudolf Abel, accusato di essere una spia dell’Unione Sovietica e poi, nel 1962, condusse il negoziato per lo scambio di Abel con il pilota americano Francis Gary Powers, catturato in territorio sovietico e a sua volta condannato per spionaggio.

Siamo in piena guerra fredda, la tensione tra USA e URSS è al culmine. Quando Abel viene catturato, l’opinione pubblica è ancora esasperata e resa ipersensibile dallo strascico del caso Rosenberg, del 1953.

L’esecuzione dei coniugi Rosenberg sulla sedia elettrica ha profondamente scosso la coscienza americana. Più di quanto l’America stessa fosse pronta ad ammettere.

Nel momento in cui Abel viene catturato l’America ha bisogno di conferme. Ha bisogno di vedere all’opera quello stesso sistema giudiziario che ha condannato a morte i Rosenberg e ha bisogno che esso conduca inevitabilmente alle stesse conclusioni.

Perché l’ipotesi di un errore o anche solo di una relativizzazione non è contemplabile, neanche inconsciamente.

Da qui, la costruzione del processo ad Abel, fortemente viziato dall’esigenza di un esito che non può essere incerto perché equivarrebbe a mettere in discussione le basi stesse del patriottismo americano. A mettere in discussione quei valori assoluti che hanno gravato le coscienze degli americani del peso irreversibile della morte dei Rosenberg.

Però la difesa è affidata a Donovan. E Donovan è un uomo tutto d’un pezzo, come lo definisce Abel stesso. Che sa muoversi nel sistema ma che sa, sempre e comunque, quali debbano essere le ragioni fondanti di quel sistema. E Donovan sa, oltre ogni dubbio, che ogni uomo ha diritto a una difesa. E che i valori di giustizia e uguaglianza di cui l’America si fa paladina, debbono essere universali e non spendibili all’occorrenza, solo per cittadini americani.

La lungimiranza e la tenacia di Donovan daranno i loro frutti e lo vedranno artefice di negoziati altrimenti destinati al fallimento, se fossero stati condotti attraverso le vie ufficiali della politica.

Il ponte delle spie è un gran bel film. Coinvolgente e realistico.

La parte a Berlino Est è impressionante. E’ un pugno nello stomaco, un promemoria di una realtà storica che sembra lontana secoli ma che è appena alle nostre spalle.

Anche il modo in cui viene trasmessa l’atmosfera che si respirava in quegli anni negli Stati Uniti è estremamente efficace.

Così come è sconfortante l’immediatezza dell’analogia che inevitabilmente prende forma con la condizione attuale, per lo meno per quel che riguarda i meccanismi delle masse. Alla fine, l’unica cosa che conta è avere un nemico. Possibilmente grande, cattivo e ben identificabile. Qualcosa che plachi la cattiva coscienza della sedicente democrazia occidentale e che per contrasto soffochi le incongruenze di fondo.

Ma probabilmente sto divagando.

Ottima costruzione sotto tutti i punti di vista, struttura solida e ritmo sostenuto.

Ottimo come sempre Tom Hanks, con la sua espressività posata ma penetrante e davvero degna di nota l’interpretazione di Rylance.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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CREATOR: gd-jpeg v1.0 (using IJG JPEG v80), quality = 91

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