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Archive for the ‘D. FIncher’ Category

gonegirl

David Fincher si conferma per l’ennesima volta quello che è.

Uno stramaledetto genio.

Gone Girl. Perché L’amore bugiardo proprio no, non ce la posso fare. E non volevo fare l’ennesima polemica sui titoli italiani ma, seriamente, non si può mettere un titolo così di merda a un film di Fincher. E non importa neppure che anche al libro da cui deriva, in italiano, sia stato dato lo stesso titolo. L’amore bugiardo sa di commedia drammatica di serie B degli Novanta. O di melodramma con risvolti sociali. Sempre dagli anni Novanta. E in entrambi i casi è terribile. Però mettere l’ammmore nel titolo – sì, quello con 3 emme – si sa, è una tentazione troppo forte, perché se lasciamo intravedere la possibilità di una bella storia di corna alla Beautiful, vedi mai che in sala ci arrivano pure i tamarri che il nome di Fincher non l’hanno mai neanche sentito per sbaglio. E poco importa che poi tanto non capiranno un cazzo del film. Amen.

Dicevamo. Gone Girl.

Molto thriller e ancora più noir, con risvolti psicologici fortemente marcati e un’ancor più fortemente marcata ambivalenza in termini di metafora che si estende oltre lo schermo, oltre i limiti della dimensione cinematografica.

Adattando il libro di Gillian Flynn – che è anche la sceneggiatrice – Fincher imbastisce una trama che, come gli piace tanto fare, non è mai quello che sembra. Colpi di scena, ribaltamenti di prospettiva. Un continuo alternarsi di flashback che dovrebbero ricostruire il passato della coppia Nick-e-Amy ma che forse non bastano per tracciare il quadro completo. Indizi che fanno parte di un gioco privato, del linguaggio interno del loro matrimonio, che diventano indizi per un’indagine di polizia vera e propria. Si entra e si esce dalla dimensione privata. Il matrimonio diventa scena del crimine o presunta tale. Il presunto crimine diventa notizia. La dimensione privata diventa pubblica e quindi farsa. Una farsa che entra nelle case con i media e che al tempo stesso smaschera e rende complici anche gli spettatori. Quelli che seguono la vicenda in televisione nel film. Quelli che il film lo guardano, al cinema, nella realtà.

Fincher non risparmia niente e nessuno. Chiama in causa tutti. Tira in ballo tutti. Non ti lascia tranquillo sulla tua poltrona per vedere che cosa succede. Ti accusa. O comunque insinua il dubbio che ad essere coinvolti in quel balletto grottesco che prende forma sullo schermo non siano solo i protagonisti della storia.

Gone Girl è un film cattivissimo. Crudele fino al paradosso. Preciso e implacabile nel funzionamento perfetto di tutti i suoi meccanismi. Anche quando sembra che sia troppo. Anche quando il punto di rottura sembra arrivato e si pensa che il castello stia per crollare. Resta in piedi. Regge tutto. Quasi come un’ultima accusa. Un’ultima definitiva presa in giro.

145 minuti di tensione che non si allenta un attimo perché il continuo susseguirsi di nuove elementi che emergono ti costringe ad un costante sforzo di venire a capo di tutto quanto.

Il cast. Personalmente non amo molto Ben Affleck. Lo trovo un attore poco più che monoespressione e un regista tutto sommato mediocre. Tuttavia qui ci sta bene. Un po’ per il solito vecchio discorso che un bravo regista ti fa recitare bene anche un broccolo. Un po’ perché l’espressione stralunata e un po’ idiota di Affleck calza particolarmente sul personaggio.

Rosamund Pike invece è davvero bravissima, con una parte indubbiamente difficile che richiede cambi di registro che siano però sottili e appena percepibili. Se stasera le assegnassero il Golden Globe non sarebbe immeritato – anche se, in tutta onestà, non ho visto i film delle altre candidature per migliore attrice quindi il mio giudizio è incompleto.

Bello. Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Poster

Per la rubrica “I film inutili”.

No, decisamente non se ne sentiva il bisogno. Un po’ perché è arrivato troppo a ridosso dell’originale e sapeva proprio di scopiazzatura e un po’ perché no e basta. Ok, son la prima a dire che la versione svedese non era un granché ma tutta questa ostentazione di colonialismo hollywoodiano si poteva anche risparmiare.

L’ho visto solo perché è di Fincher, che è uno di quei registi che stimo molto e che guardo a scatola chiusa, il che mi ha fatto mettere da parte le mie perplessità di fondo sull’essenziale inopportunità di tutta l’operazione in sé.

Diciamo che potevo risparmiarmelo anch’io.

Non è che sia un brutto film, o che sia venuto male, quello no, ma è mortalmente standard. E la cosa diventa ancora più evidente per chi, come me, sia aspettava un’impronta di regia molto evidente e molto personale.

Di fatto il momento di maggior esaltazione l’ho avuto nella sigla dei titoli di testa che ha una grafica che ricorda molto Fight Club e mi ha fatto sperare per il meglio.

Per il resto Fincher non si è quasi neanche sbattuto a cambiare la sceneggiatura dell’originale. E’ pur vero che non c’era forse molta possibilità di movimento su una trama così contorta, perché se appena ci si allontana dal filone principale si rischia solo di mettere in ballo materiale inutile, però un minimo di spazio di rielaborazione c’è sempre. Sì, c’è la scena del giubbotto di pelle alla fine che non mi pare ci fosse nell’altra versione. Si sarà mica sprecato?

Poi vabbé, a questo punto si potrebbe aprire una discussione interminabile sull’egemonia cinematografica americana ma è un fatto che per moltissimi aspetti questa versione è venuta meglio dell’originale. E anche volendo ammettere che in piccola parte questo giudizio sia dettato dal fatto che siamo più ricettivi verso i canoni rappresentativi hollywoodiani – perché siamo più abituati ad essi – è pur vero che la versione originale è un esempio proprio un po’ infelice per farne un’icona in difesa del cinema svedese.

Daniel Craig nei panni di Blomkvist è indubbiamente adatto, basta leggere il libro per rendersi conto della maggior attinenza con la descrizione del personaggio. Nel cast spiccano poi un Christopher Plummer e uno Stellan Skarsgard persino un po’ sprecati per lo spazio che viene loro attribuito. Erika Berger è la bellissima Robin Wright e anche in questo caso la scelta è decisamente più che calzante.

Ambientazione sempre svedese, approccio all’indagine serrato ma non eccessivamente scenografico.

Insomma, tutto fila liscio, senza infamia e senza lode, come si dice, senza pecche ma anche senza niente che sia effettivamente degno di nota.

Unico aspetto che invece trovo estremamente peggiorato e che Fincher ha sbagliato in pieno è il personaggio di Lisbeth.

E, sinceramente, non è una cosa da poco, considerato che tutta la trilogia è fondamentalmente Lisbeth-centrica. E che Lisbeth è connotata con tutta una serie di tratti che sono essenziali per fare di lei quello che è, ossia uno dei personaggi femminili più riusciti dell’ultimo decennio a dispetto del cliché in cui sarebbe stato facile farla scadere.

Ecco, la versione Lisbeth di Noomi Rapace era perfetta. Visivamente ma soprattutto caratterialmente. Non avrebbero potuto avvicinarsi di più.

Qui nei panni della Salander c’è Rooney Mara che è anche una brava attrice ma che in questo caso proprio non va. E non è neanche colpa sua, è proprio un problema di copione.

Lisbeth è una figura impenetrabile. La sua fragilità si può ipotizzare, forse indovinare, ma non si può mai vedere in alcun gesto esplicito. Non può mai essere espressa. In questo la Rapace era impeccabile.

Qui, innanzi tutto hanno preso un’attrice fin troppo carina – ché gli americani non resistono proprio alla tentazione di mettere una gnocca dappertutto – ma questo sarebbe ancora il meno. L’aspetto estetico è un po’ diverso ma poteva anche starci. Quello che snatura completamente il personaggio sono altre cose, tra cui il fatto che l’abbiano resa un’hacker all’americana, con atteggiamenti palesemente troppo compiaciuti delle proprie abilità informatiche. E poi è troppo socievole – nel senso che parla, anche se poco ma parla comunque più di quello che dovrebbe. E soprattutto è troppo emotiva. I suoi sentimenti le si leggono sul viso lontano un chilometro. La sua paura è visibile in modo imbarazzante negli occhi sbarrati. Grida vulnerabilità da ogni gesto, dalla camminata rapida, come se stesse scappando, ai continui sguardi colmi di incertezza.

Non so se c’entri la tendenza degli americani a voler sempre spiegare tutto e a voler inserire per forza dei comportamenti che siano univocamente interpretabili, sta di fatto che hanno rovinato proprio il personaggio migliore riducendo Lisbeth ad una qualsiasi ragazzina sveglia e traumatizzata che vuol-far-la-dura-ma-che-sotto-sotto-è-dolce-e-indifesa.

Morale, il film non è male ma non dice poi molto.

La versione originale è forse più noiosa – e magari anche un po’ più cruda nella famosa scena del tutore – ma vale la pena solo per Noomi che fa Lisbeth.

Il libro resta sempre l’opzione migliore delle tre. E – forse l’avevo già detto in occasione della recensione ma ad ogni modo lo ripeto – conviene decisamente leggere prima il libro per non rovinarsi l’ottima costruzione della trama.

Cinematografo & Imdb.

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Rifletto vagamente sul fatto che cominciare un post alle 2.18 non è esattamente garanzia di buona riuscita del medesimo, ma tant’è, a quanto pare sono ancora nella fase discendente del mio loop di iperattività notturna. Suppongo che prima o poi risalirà o mi ritroveranno addormentata al deposito dei tram, ma resta il fatto che di notte è tutto così meravigliosamente più tranquillo. Silenzio. Concentrazione.

Le idee che vengono alle tre di notte sono sempre le migliori.

Verso le tre e mezza c’è un momento in cui ad ogni essere umano è data la possibilità di sentirsi un genio.

E poi anche le conversazioni notturne sono le migliori. Perché son quelle con chi rimane sveglio come te.

Si crea uno strano senso di condivisione in base all’orario di post, e-mail e aggiornamenti vari.

Ma sto divagando.

Il film.

Sempre nell’ambito della rassegna su Sean Penn.

E questa volta con un altro regista che amo moltissimo, David Fincher.

The Game (1997) è uno di quei film che continuano a tenerti col fiato sospeso anche quando li hai già visti e rivisti e sai perfettamente come vanno a finire. E tuttavia mi piacerebbe davvero rivederlo per la prima volta, senza sapere niente, perché la sensazione di spaesamento e di incredulità per la risoluzione finale possono essere intatte solo per una volta e in questo caso sono riuscite veramente bene.

Fincher ha mestiere nel giocare con gli intrecci e lo dimostra in ogni dettaglio.

Un uomo d’affari, Nicholas van Orton (Michael Douglas) ricchissimo e affermato, conduce un’esistenza solitaria e anaffettiva, separato dalla moglie, impermeabile a qualsiasi contatto umano. Per il suo 48esimo compleanno il fratello Conrad (Sean Penn) gli regala la partecipazione ad una sorta di gioco gestito da una società specializzata in intrattenimento di alto livello. Scopo del gioco sarebbe quello di movimentargli l’esistenza e rendergliela più divertente.

Man mano che la situazione si evolve però l’ingerenza del gioco nell’esistenza di Nicholas si fa sempre più pesante e meno controllata. La realtà perde i suoi confini ben definiti, non si sa più chi sta giocando a cosa e non si sa più cosa sia vero e cosa sia frutto di una macchinazione. La verità viene sepolta sotto innumerevoli versioni di se stessa, fino ad essere irriconoscibile.

A chi deve credere ora Nicholas? Di chi si può fidare?

La sua sicurezza – e la sua spocchia – crolla. Gioco o realtà che sia, deve affrontare una volta per tutte i fantasmi che anche lui, come tutti, si porta dietro cercando di ignorarli.

Douglas e Penn fantastici. Un gran bel film, avvincente, originale. Se non fosse per i modelli di cellulari/macchine/televisori non ci si accorgerebbe neanche dei suoi sedici anni.

Vedetelo.

Cinematografo & Imdb.

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