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Archive for the ‘K. Bates’ Category

Attesa con impazienza, come sempre, questa sesta stagione di AHS mi vede per la prima volta un tantino tiepida nelle mie reazioni.

Sarò molto spoilerosa, un po’ perché altrimenti non si riesce a dire quasi niente e poi anche perché se no non posso lamentarmi come si deve.

Dunque.

Primo appunto che mi è subito venuto da fare, prima ancora di cominciare la visione vera e propria: la sigla.

Ce l’hanno tolta, rubata, tessssoro…

Non mi hanno messo la sigla.

Io la aspettavo perché è proprio una cosetta tipica la sigla di AHS con le sue varianti stagionali. Fa parte del rituale.

E invece niente.

Sì, c’è una versione del motivetto chiave – che si sente prevalentemente nei titoli di coda – e c’è un format ricorrente per l’introduzione.

Ma non c’è la sigla.

Ma partiamo con le puntate.

La struttura è quella di un finto reality show. Una sorta di programma verità in cui i veri protagonisti raccontano la loro storia e degli attori sullo schermo la rimettono in scena.

Nel caso specifico il reality si chiama My Roanoke Nightmare e vede al centro Shelby (Lily Rabe) e Matt (André Holland) – a loro volta reinterpretati da Audrey Tindall (Sarah Paulson) e Dominic Banks (Cuba Gooding Jr.) – che raccontano le terribili vicende che li hanno coinvolti dopo essersi trasferiti da Los Angeles in una vecchia casa isolata nella Carolina del Nord.

Le interviste dei protagonisti reali si alternano quindi alla ricostruzione scenica degli eventi e, tolta questa impostazione di cornice, la struttura iniziale è sostanzialmente quella da luogo infestato.

Casa isolata, vicini sospetti, fatti inspiegabili che gradualmente minano la tranquillità della coppia fino a sgretolarne l’equilibrio e, soprattutto, l’unità.

Nella casa accadono cose strane. Sono forse i Polk, i proprietari confinanti, che si vogliono vendicare per non essere riusciti ad acquistare la casa? O semplicemente perché Shelby è bianca e Matt è nero?

Quale che sia la realtà, sta di fatto che la situazione si fa via via sempre più tesa e, per non lasciare da sola Shelby quando lui è via per lavoro, Matt fa trasferire nella casa anche sua sorella, Lee (anche qui doppio personaggio – Adina Porter quella vera e Angela Bassett alias Monet Tumusiime per l’interprete).

La creazione iniziale dell’atmosfera è buona e i dettagli inquietanti non mancano, con un fantomatico uomo-maiale, una coppia di infermiere assassine e un bosco nel quale perdersi e nel quale continuano a compiersi riti di un passato lontano.

La casa sorge sul terreno dell’antica colonia perduta di Roanoke e la Macellaia (Kathy Bates per MRN), signora della colonia, non tollera che si invada la sua terra.

Nel terzo episodio compare Lady Gaga, anche se me ne sono accorta solo perché c’era scritto nei titoli di coda perché non l’avevo riconosciuta.

Dal quarto episodio in poi si nota una brusca accelerazione di eventi e trama. Talmente brusca da risultare un tantino dannosa in termini di atmosfera e coerenza al punto da far sembrare alcuni sviluppi un filo pretestuosi. Non che si pretenda perfetta plausibilità, il livello di AHS deve avere almeno una componente di pretestuosità, però qui è un po’ forzato.

Si capisce il perché dell’accelerata nel quinto episodio, che di fatto è il finale del reality fittizio.

La sesta stagione di AHS è nettamente spezzata in due e la seconda parte è impostata come il making of della ipotetica seconda stagione di My Roanoke Nightmare.

Con tutto quello che questa scelta comporta – e quindi parliamo di metateatralità interna, di autoreferenzialità, di autoironia della Hollywood delle serie tv verso se stessa. Il tutto condito con una fortissima componente social che diventa sempre più preponderante dopo lo scollinamento nella seconda metà della stagione.

Attori e personaggi reali si ritrovano insieme perché il produttore li rivuole tutti riuniti nella casa e questa volta non in un periodo qualsiasi ma proprio nel periodo in cui, se si crede ai racconti, si scatenano le forze paranormali.

E anche qui, scatole cinesi come se non ci fosse un domani, con l’incontro tra gli attori e i loro personaggi o – se si preferisce, tra le persone reali e la loro versione televisiva. E le telecamere dappertutto, certo, ma anche l’indicazione di integrare le riprese fisse con riprese a mano fatte con i telefonini.

Ed ecco che il reality diventa tutti con il telefonino in mano, tutti che ammazzano tutti – sempre filmando – in un crescendo che è troppo calcato per non risultare volutamente paradossale e parodistico.

E questo fa del reality in sé il vero e più terrificante elemento di orrore.

Il lato horror dell’era social.

Non è che l’intento non si capisca, ma avrebbe potuto essere realizzato meglio e non mi ha lasciata particolarmente entusiasta.

Se nella prima parte il canone era quello da casa infestata, in questa seconda parte prevalgono i riferimenti ai classici del mockumentary e dell’amatoriale, da Blair Whitch Project in poi, con una consistente e inconfondibile variante in direzione di Leatherface e di Non aprite quella porta per la parte riservata agli amabili vicini di casa Polk.

Personalmente ho trovato un po’ fastidiose alcune cose tra cui anche l’aver spezzato la stagione in due. E poi ho mal sopportato tutta la parte di riprese a mano con i telefonini. In generale non sono particolarmente ostile al genere finto amatoriale ma qui andava ad aumentare una situazione già un po’ troppo confusa.

Ci sono un sacco di idee che, pur partendo dal fatto che comunque sono già state viste, potevano riuscire o non riuscire al 50 e 50 a seconda di come si sceglieva di sfruttarle.

In questo caso secondo me la riuscita non è stata ottimale.

Un po’ forse anche per ragioni di spazi. Se 5 episodi erano già strettini per la prima parte – che per lo meno era lineare – per la seconda sono veramente tirati per i capelli col risultato che tutta la faccenda dei personaggi nei personaggi diventa più un casino che altro.

C’è troppa roba in troppo poco spazio e l’effetto è che i personaggi si perdono. I ruoli perdono spessore e si riducono quasi tutti a poco più che camei di se stessi o quasi.

Se a questo si aggiunge un’ulteriore semi virata nel finale con variante in chiave finta cronaca e un’ulteriore passaggio ad una situazione in stile Dark Water l’esito è che la conclusione della serie dà l’impressione di essere piuttosto posticcia.

Splatter in crescendo costante col progredire degli episodi, con una certa predilezione per maiali squartati e intestini – forse sul set avevano un eccesso di budella perché lo sventramento va per la maggiore.

La casa è fighissima. Le due finestre piazzate tipo occhi, anche se rotonde, richiamano inevitabilmente alla mente Amytiville.

Continuo a non levarmi dalla testa di averla già vista e per struttura mi ricorda moltissimo l’interno di Asylum anche se devo verificare quali siano effettivamente le scenografie utilizzate.

Manco a farlo apposta, questa stagione segue la scia di Freak Show e crea un collegamento diretto proprio con Asylum.

Il personaggio della Macellaia di Kathy Bates – oltre ad essere uno dei migliori della stagione grazie all’ottima Kathy – ricorda molto Madame de Lalaurie di Coven, così come la testa di maiale ricorda quella di toro, sempre in Coven.

Ruoli anche per Evan Peters e Wes Bentley – anche se piccoli, come per tutti del resto. Diversi camei di altri membri del cast storico – Frances Conroy, Finn Wittrock, Taissa Farmiga, Denis O’Hare e così via.

Si sente la mancanza di Jessica Lange molto più che in Hotel.

In definitiva, decisamente non tra le mie preferite. Al momento all’ultimo posto della mia classifica personale.

Ora posso ufficialmente cominciare ad aspettare con impazienza Cult che, da quel che ho sentito in giro, pare rialzare di molto il livello.

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Dunque. Mi sento curiosamente finita in una vignetta di Leo Ortolani. Da qualunque parte cerchi di cominciare il post, non appena arrivo a nominare Lady Gaga mi parte in loop Bad Romance e perdo il filo.

Anyway.

Siamo alla quinta stagione. Immancabilmente corredata da cori di lamentele e commenti sdegnati perché come al solito, AHS non piace a nessuno ma continuano a guardarla tutti. Evidentemente si è guadagnata lo status di guilty pleasure e dirne male è d’obbligo.

Non lo so.

In ogni caso, a me è piaciuta. E anche più di altre. Più di Coven sicuramente. Forse anche più di Murder House, anche se dovrei rivederla. Non più di Asylum, che rimane in testa alla mia classifica, e neanche di Freak Show, che resta la più articolata dopo Asylum.

Classifiche a parte, American Horror Story – Hotel è una stagione un po’ più corta e un po’ più lineare rispetto alle altre dal punto di vista di trame e sottotrame, ma è un piccolo, divertente gioiellino.

Lo schema è sempre lo stesso. Una cornice fissa e un sistema semi-chiuso che ruota intorno al luogo principale. Un ambito horror di preferenza da approfondire tra riferimenti e citazioni per appassionati.

Qui il centro è l’Hotel Cortez e il filone horrorifico dominante è quello vampiresco, affiancato da quello serial killer – che pure era già presente in modo più o meno predominante nelle altre stagioni, Asylum in particolare.

Sarà che gli horror da stanza d’albergo mi hanno sempre morbosamente catturata, o sarà il mio torbido passato filo-vampiresco, sta di fatto che ho amato profondamente i lunghi e onirici corridoi dell’Hotel Cortez.

I riferimenti a Shining sono d’obbligo, sia nello stile dell’hotel sia tramite vere e proprie citazioni – come i due gemellini in corridoio e un’altro mezzo chilo di cose. Man mano che si salgono i piani o si percorrono i corridoi ovattati e silenziosi, l’atmosfera si fa rarefatta, la realtà diventa sottile e poi, si sa, negli alberghi, soprattutto quelli intorno a Hollywood, gira sempre un sacco di gente eccentrica.

Il fronte vampiresco, dicevo, viene degnamente omaggiato e approfondito, a partire proprio dal personaggio di Lady Gaga (loop di Bad Romance), la Contessa, una Elizabeth (Bathory) 2.0, assolutamente sopra le righe tra fascino, trash e puro spettacolo.

Non ricordo chi altro ci fosse candidato al Globe per la categoria l’anno scorso, ma non mi dispiace che Gaga (loop) se lo sia portato a casa. E’ vero che, di fatto, interpreta una variante del suo personaggio come Gaga (loop), ma rimane comunque ben riuscito.

E poi il sangue che diffonde il virus oltre i confini di spazio e di tempo, mischiando epoche, ricordi e corpi.

E le dinamiche relazionali che ricordano tanto le Vampire Chronicles.

E tanto sangue e tanto sesso, come nella migliore tradizione della serie, così come tanto politically uncorrect, sempre per non tradire lo spirito originario.

Oltre ai vampiri abbiamo i fantasmi, perché all’Hotel Cortez non sai mai se la persona con cui stai parlando sia effettivamente viva.

E il discorso dei fantasmi fa da collegamento con il fronte serial killer, perché l’Hotel Cortez non è solo un hotel e il suo costruttore, James March – il miglior Evan Peters di tutta la serie – non era un semplice uomo d’affari dalle grandi ambizioni.

Cast un po’ diverso dalle stagioni precedenti.

Di storici rimangono Sarah Paulson, puttana tossica rovinata e tormentata da un demone; Evan Peters, come accennavo prima, costruttore e primo proprietario dell’hotel; Kathy Bates, receptionist dalle mansioni più o meno ordinarie; Angela Bassett.

Dal Freak Show arrivano Finn Wittrock e Denis O’Hare, nel ruolo di Liz Taylor e che, per la cronaca, è il mio personaggio preferito.

Ruolo abbastanza centrale anche per Wes Bentley, tormentato detective a caccia, guarda un po’, di un misterioso serial killer che uccide secondo i dieci comandamenti.

Grande assente Jessica Lange.

Piccola parte per Lily Rabe, nel ruolo di Aileen Wournos, in una cena dei serial killer che ho trovato particolarmente riuscita.

Comparsata iniziale anche per Naomi Campbell.

Onestamente non comprendo il motivo di molta delusione che ho sentito in giro. Hotel è precisamente quel che doveva essere secondo lo spirito della serie, con la giusta dose di trash e autoironia che la caratterizza. Divertente più che realmente terrificante, lascia la sensazione di essersi avventurati troppo a fondo e troppo incautamente nel tunnel degli orrori di qualche luna park e insinua il dubbio di essersi persi e non riuscire più a trovare l’uscita.

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AMERICAN HORROR STORY: HOTEL -- Pictured: Wes Bentley as John Lowe. CR: Frank Ockenfels/FX

 

 

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Non vedevo l’ora di metterci le zampe, su questo Freak Show.

Lo so, Coven era stata un po’ sottotono rispetto alle prime due stagioni di AHS – fermo restando che a me era comunque piaciuta – però fin da subito ho sentito dire dappertutto un gran bene di questa quarta stagione ed ero ossessivamente curiosa.

E poi c’è l’ambientazione circense – che già di per sé è uno di quegli ambiti di morbosa inquietudine a quali sono particolarmente sensibile.

Sarò molto spoilerosa fin da subito. E’ vero che l’ho scritto anche nel titolo ma è meglio ribadire – poche cose possono appestare una serata come uno spoiler su una serie che si deve ancora vedere.

Non so bene da dove partire.

Magari comincio col dire che le mie aspettative sono state ampiamente soddisfatte e che questa quarta stagione mi è piaciuta parecchio. Fin quasi a metà avrei continuato comunque a dire che Asylum rimaneva la mia stagione preferita. Arrivata alla fine non ne sono più così sicura. Direi che se la giocano. E, oltretutto, non a caso, visto che son riusciti a instaurare un bel collegamento tra le due.

L’impostazione è quella canonica di tutta la serie. Tredici episodi, un contesto che è un sistema chiuso, numero limitato di personaggi e necessaria conclusione.

Siamo in Forida negli anni Cinquanta.

Elsa Mars – Jessica Lange – porta avanti senza troppo successo uno degli ultimi spettacoli di quelli che allora erano definiti fenomeni da baraccone, quando non addirittura mostri.

C’è Jimmy, il ragazzo aragosta – Evan Peters – affetto da ectrodattilia e con le mani simili a due chele. C’è Paul, focomelico. La donna tronco, che cammina sulle mani. La donna più piccola del mondo – Jyoti Amge. L’affasinante Desiree, ermafrodita – Angela Bassett. La donna barbuta, Ehtel – Kathy Bates. Le gemelle siamesi bicefale – Sarah Paulson x2.

Elsa Mars è una manager, una diva, una regina, una madre.

Raccoglie e accoglie intorno a sé i reietti di una società dove la diversità è il male senza possibilità di appello.

Elsa è affascinante e piena di classe. Ha un passato che custodisce gelosamente, un album di ritagli, un rancore mai sopito verso Marlene Dietrich, un armadio delle meraviglie e una valigia di sogni infranti.

Elsa nasconde segreti, come tutti.

E tutti la amano e si fidano. E impareranno a temerla come prima hanno imparato ad amarla.

E poi c’è il mondo esterno, che costituisce una sorta di doppia cornice al sistema chiuso del circo. Una sorta di specchio rovesciato. Un posto che serve a catalizzare ed evidenziare i contrasti e a veicolare la contrapposizione fondamentale mostruosità vs normalità e il suo ribaltamento diametralmente opposto alle apparenze.

Nel mondo fuori dal circo di Elsa c’è Dandy – Finn Wittrock – bambinone squilibrato, psicopatico all’ennesima potenza, che vive con la sua succube madre Gloria – Frances Conroy.

Dandy e Gloria, che sono i veri mostri, a piede libero, nella vasta ombra fuori dal tendone.

Veri mostri come Maggie e Stanley, a caccia di freak da rivendere ad un macabro museo delle deformità.

In una sorta di limbo tra i due mondi, quasi a costituire una triste e terribile figura di passaggio c’è il Clown.

Un clown, manco a dirlo, assassino. Un clown visivamente pensato benissimo e che rientra tra le versioni di clown più spaventose che abbia mai visto.

E qui devo dirlo, meno male che il suo personaggio non dura tutta la serie perché credo che avrei cominciato ad avere gli incubi come mi capitò da ragazzina dopo il mio primo incontro con Pennywise.

In generale, tutti i personaggi sono molto ben costruiti.

Le loro storie passate sono ben articolate e sono coerenti con lo sviluppo delle dinamiche relazionali che prendono forma nel corso delle puntate.

Il tono è – coerentemente con l’impronta di tutta la serie – piuttosto ostentatamente scorretto, anche se qui la cosa ha una valenza forse ancora diversa rispetto alle precedenti stagioni.

C’è un’autoironia che a volte è quasi crudele. C’è del grottesco e ci sono sorrisi di cattivo gusto – come nel caso dell’utilizzo erotico che Jimmy fa delle sue chele.

La storia che ho trovato più disturbante è quella di Elsa e delle sue gambe, tagliate per uno snuff movie.

Anche qui i riferimenti si affollano e si incrociano, tra filmografia di genere – a partire dal capostipite Freaks di Tod Browning (1932) esplicitamente omaggiato e dal quale si mutua il presupposto dell’ambiguità del concetto di normalità – luoghi comuni e autocitazioni.

Dandy è l’incarnazione della malattia che corrode irrimediabilmente l’America. In un corpo statuario e desiderabile si cela l’abisso di un orrore senza logica e senza limiti. Dandy è il futuro Patrick Bateman. E porta l’impronta del male universale di Elizabeth Bathory.

Splatter piuttosto limitato, se si considera la quantità di spunti forniti costantemente dalle situazioni.

Divertente la scena di Esmeralda/Maggie segata in due per davvero – scena quasi dovuta, direi, visto il contesto.

Ben articolato il collegamento cui accennavo prima con Asylum.

All’inizio pensavo che la ripresa del personaggio di Pepper fosse un’autocitazione fine a se stessa ma in realtà viene fuori che Pepper è proprio quella Pepper di Asylum. E veniamo così a conoscere la sua vera storia, fino al ricovero A Briarcliff – dove, tra l’altro, ricompare brevemente Suor Mary Eunice. Ecco, qui se devo dire la verità, non son stati coerentissimi con l’evoluzione di Mary Eunice perché, a rigore, all’arrivo di Pepper a dirigere tutto era Suor Jude, ma pazienza, risulta comunque un collegamento ben riuscito.

Piccole perle le interpretazioni di Life on Mars (all’inizio) e Heroes (alla fine) di Jessica Lange – e ricantare Bowie non è facile come sembra.

Bella anche Come As You Are rifatta da Evan Peters.

Che dire ancora?

Ho detto tutto?

Attori molto molto bravi, dal primo all’ultimo. Curiosa la parte di Sarah Paulson sdoppiata e rimontata insieme. Meravigliosa Angela Bassett.

La Bates è ovviamente un mostro sacro insieme alla Lange ed entrambe sono notevoli.

Piccola parte nelle ultime puntate per Neil Patrick Harris in un ruolo che introduce il campo degli orrori legati in qualche modo alla guerra.

E particina anche per Wes Bentley che veste i panni di Edward Mordake – ispirato all’omonimo personaggio forse realmente esistito ed affetto – sempre con i dovuti forse – da una forma di craniopagus parasiticus – la seconda faccia sul retro della testa.

Molti dei freaks si ispirano a personaggi realmente esistiti e divenuti in qualche modo celebri tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo per la loro diversità. Per dire, anche Jimmy con le sue mani di aragosta si richiama a Fred Wilson, vissuto nella seconda metà dell’Ottocento.

Bello anche il riarrangiamento del tema della sigla.

Ora posso cominciare a friggere nell’attesa di Hotel – anche se la mancanza di Jessica Lange mi disturba un po’.

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AMERICAN HORROR STORY: FREAK SHOW "Massacres and Matinees"- Episode 402 (Airs Wednesday, October 15, 10:00 PM e/p) --Pictured: John Carroll Lynch as Twisty the Clown. CR: Michele K. Short/FX

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Quando si parla di American Horror Story il commento che sento più spesso è qualcosa tipo “le prime due stagioni sono fighissime, la terza è deludente, la quarta è di nuovo fighissima”.

E vabbè. Io cerco sempre di non farmi condizionare ma a forza di sentire questo ritornello ho finito col cominciare Coven con un po’ di apprensione e con un atteggiamento inevitabilmente più critico.

In realtà devo dire che, onestamente, mi sento più che in dovere di spezzare una o più lance a favore di Coven.

Sotto certi aspetti, è vero, è un po’ sottotono rispetto alle due stagioni precedenti – in particolare rispetto ad Asylum che, per quel che mi riguarda, finora rimane la migliore e la mia preferita – ma non la definirei deludente. Anzi.

A me è piaciuta parecchio.

Poi sarà che per me le streghe stanno appena un mezzo punto sotto ai vampiri nella mia personale classifica di creature con poteri, ma tant’è.

Siamo a New Orleans e il luogo attorno a cui ruota tutto è una antica casa, ora adibita ad istituto per ragazze particolari.

L’ambientazione è bellissima, sia per la città, sia per la casa in sé che è enorme e ostentatamente semplice e lussuosa. Ho il dubbio che sia la stessa casa utilizzata per Murder House ma è una cosa che devo verificare.

Siamo in ambito magia&stregoneria e il fatto di trovarsi a New Orleans apre il repertorio a tutto il settore voodoo.

Inoltre, il personaggio di Madame LaLaurie, con il suo sadismo patologico e la sua inclinazione per la tortura, offre spunti per diverse virate genuinamente horror-splatter che fanno sì che ci si tenga ben lontani da qualsivoglia associazione a scuole di magia in stile Hogwarts.

Non che io abbia mai avuto nulla contro Hogwarts e quel filone lì, solo che la stregoneria in senso classico ha altri parametri di riferimento.

Per come viene impostato l’incipit, inizialmente sembra che le protagoniste siano le ragazze che vengono accolte dalla scuola – la prima che viene introdotta è Taissa Farmiga, con il suo potere di Vedova Nera che ammazza chiunque faccia sesso con lei – ma già dopo tre-quattro episodi è chiaro che il centro non sono le vicende delle ragazze.

Il fulcro è la congrega – che viene fatta risalire all’epoca di Salem, se non anche prima – le dinamiche di potere al suo interno e la figura della Suprema che la governa. O dovrebbe governarla, dal momento che l’attuale Suprema sembra avere tutto per la testa tranne che svolgere il suo compito.

Le vere protagoniste risultano essere la Suprema, a capo delle streghe bianche (in senso proprio di pelle bianca, non di magia bianca), interpretata da una strepitosa Jessica Lange, e Marie Laveau , a capo delle streghe nere – personaggio ispirato all’omonima storica regina del voodoo che visse a New Orleans nell’Ottocento (e che, nonostante tutto, rimane il mio personaggio preferito di questa stagione).

Il materiale e i canoni tipici del genere ci sono un po’ tutti, così come ci sono un po’ tutti i poteri possibili legati a stregonerie varie, il che crea spunti pressoché infiniti per gli sviluppi di trama.

Ecco, l’aspetto in cui si riscontra maggiormente un calo rispetto alle due stagioni precedenti è sicuramente la costruzione dell’intreccio. Non è un calo tale da pregiudicare la godibilità della serie, perché alla fine il tutto risulta comunque avvincente e divertente. Però si nota.

Si nota perché, proprio per il discorso delle infinite possibilità fornite dalla scusa dei poteri magici, chi ha scritto la sceneggiatura ne ha approfittato un po’ troppo e in modo un po’ troppo grossolano.

Il fatto stesso di inserire un personaggio come Misty Day, con il suo potere di resuscitare i morti, rappresenta un rischio se non lo si sa gestire più che bene. Il discorso resurrezione è un po’ come i viaggi nel tempo. Te lo puoi giocare come jolly per salvare un nodo di trama che non si vuole sciogliere ma se lo fai in modo troppo spudorato diventa pretestuoso.

E qui questo genere di espedienti viene usato un po’ troppo spesso e con un po’ troppa leggerezza.

Poi. Se sicuramente Jessica Lange – Fiona – è meravigliosa nella sua folle e regale decadenza, devo dire che, soprattutto verso la fine, la parte diventa un po’ forzata – e tra l’altro, nell’edizione italiana, il doppiaggio della Lange risulta piuttosto molesto con quella voce costantemente stanca e sfiatata. Ma pazienza.

Tra i miei personaggi preferiti c’è sicuramente Myrtle, interpretata dalla meravigliosa Frances Conroy.

Ci sono alcuni personaggi, poi che a mio avviso non avrebbero dovuto neanche entrare nella stagione perché il loro ruolo risulta forse un tantino troppo appiccicato. Uno per tutti, Kyle. E ok, sì, probabilmente Evan Peters aveva bisogno di lavorare, però il personaggio di Kyle non serve proprio a nulla. Giusto forse a catalizzare un po’ di reazioni tra Zoe e Madison e a inserire la scena splatter dell’obitorio e del puzzle di cadaveri.

Anche Madison non mi piace particolarmente ma ha sicuramente più ragione di esistere.

Ancora. I personaggi delle ragazze più giovani avrebbero potuto venire approfonditi un po’ di più e caratterizzati un po’ meglio, mentre quasi tutta la loro connotazione si esaurisce in funzione della questione della successione della Suprema ed è un po’ un peccato perché è riduttivo. Allo stesso modo in cui altri filoni di trama vengono troncati un po’ troppo bruscamente sempre a favore delle beghe di successione.

E sì, forse sul finale è un po’ affrettato il modo in cui vengono fatte uscire di scena le tre Grandi Stronze fino a poco prima così determinanti.

Morale.

Di difetti ce ne sono eccome, è vero. E alcune sono proprio occasioni un po’ sprecate. Però secondo me il risultato riesce ad essere comunque accattivante grazie ad un tono autoironico di sottofondo che sdrammatizza e compensa le lacune. Un tono volutamente grottesco, a volte eccessivo, spesso paradossale (scorretto, coerentemente con l’impronta di tutta la serie), che salva con una risata macabra anche i momenti più deboli della struttura complessiva.

Bello anche il personaggio di Cordelia, interpretata da Sarah Paulson – inquietantissima dopo essersi accecata.

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AMERICAN HORROR STORY: COVEN The Magical Delights of Stevie Nicks - Episode 310 (Airs Wednesday, January 8, 10:00 PM e/p) --Pictured: (L-R) Lily Rabe as Misty Day, Stevie Nicks as herself -- CR. Michele K. Short/FX

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