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Archive for the ‘J. Frey’ Category

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Che fatica. Non so bene come parlare di questo libro perché, vista la tematica, da due parole in su rischia di diventare la fiera della banalità.

In realtà io non volevo leggerlo, questo libro.

E’ autobiografico, cosa che nel novantotto percento (abbondante) dei casi detesto – e a ragion veduta.

E’ incentrato sul tema redenzione-da-droga-e-alcool che sì, ok, siamo tutti buoni a farla semplice da fuori e se non ci passi non puoi capire e blablabla, però resta un fatto che è un tema inflazionato. E biecamente sfruttato perché si sa, il caso umano fa sempre presa.

A questo si aggiunga una certa aura di maledettismo che intorno ad uno scrittore ci sta sempre bene et voilà, ci abbiamo se non proprio un best seller quanto meno un discreto prodotto commerciale.

Quindi, dicevo, io non volevo leggerlo.

Poi il caso ha voluto che nella tracklist del nuovo album dei Placebo ci fosse una traccia intitolata proprio A Million Little Pieces ed è a tutti noto che se Brian dice una cosa io pratico immediatamente la sospensione del giudizio.

Morale. Io non volevo leggerlo. E’ colpa del Molko. Prendetevela con lui.

James Frey, altrimenti noto come Pittacus Lore, autore di Sono il numero Quattro, racconta di come sia riuscito a venir fuori da dieci anni di dipendenza da alcool e droga. Dieci anni che vanno dai tredici ai ventitré, età in cui, dopo essere arrivato in prossimità del fondo che più fondo non si può, finisce in un centro di disintossicazione.

La prima metà del libro l’ho proprio odiata per diverse ragioni.

La punteggiatura. Non la usa quasi e quando la usa è preferibilmente messa a cazzo. Ho capito che vuoi rendere il flusso di coscienza, non sei né il primo né l’ultimo, ma così risulta più molesto che diretto.

Gli elenchi di parole, i continui a capo, fastidiosi anche visivamente.

La maiuscola per i nomi comuni di cose (Stanza, Corridoi, Madre, Padre e chi più ne ha più ne metta). Suppongo per rendere la valenza universale di quell’oggetto e, di conseguenza, dell’esperienza stessa. O anche per rendere il profondo senso di straniamento nei confronti della realtà. Ci possono stare entrambe come motivazioni ma il risultato anche qui è oltremodo fastidioso.

La struttura narrativa è visivamente irritante e volutamente zoppicante in molti punti.

Davvero, le prime duecento pagine ho faticato tantissimo e son stata sul punto di defenestrarlo diverse volte per questi motivi più che per i contenuti in sé.

Ecco, i contenuti. Allora, partendo dal presupposto che sia tutto vero – e, scusatemi, ma qualche dubbio lasciatemelo conservare, quanto meno sui dettagli – la storia, per carità, è notevole. E se anche è vera solo la metà delle cose che racconta, tanto di cappello ugualmente perché sì, ok, possiamo adottare la prospettiva medio-borghese che tu drogato di merda non meriti compassione perché te la sei andata a cercare quindi non meriti lodi di alcun tipo, ma la realtà è che venir fuori da quella roba lì è una dannata impresa e poco importa stare a recriminare sul fatto che, a monte, non si deve finire incastrati lì dentro.

Se anche è vera solo la metà delle cose che racconta, è comunque una storia che ha il suo perché di essere raccontata.

Nella seconda metà del libro ho faticato meno. Non so bene perché, forse avevo fatto l’abitudine a quello stile – pur trovandolo comunque pessimo – e il fastidio non interferiva più di tanto nell’impressione diretta sulle vicende. O forse perché il personaggio/narratore si evolve e, bene o male, interessa sapere cosa combina. Non so, sta di fatto che alla fine ero contenta di esserne uscita ma anche di aver resistito alla tentazione di lanciarlo in giro.

Grande pregio che assolutamente va segnalato è l’assoluta mancanza di sentimentalismi e di tentativi di catturare l’empatia o di imbeccare un giudizio. Pur con tutti i difetti di cui sopra, quella di Frey è una scrittura asciutta, lucida, quasi impersonale, che fa sì che venga scongiurato il rischio di ridurre il tutto ad una patetica confessione con intenti didascalici.

E poi è uno scorcio su una fetta di vita e di mondo che siamo abituati a credere di conoscere attraverso la sua (subdolamente mitizzante) versione hollywoodiana ma della quale in realtà non possiamo avere la minima idea. E’ uno spaccato di abisso. Quello materiale e chimico della dipendenza ma soprattutto quello psicologico, mentale. E’ uno squarcio chiaro e nitido su quanto possa essere pericolosa e letale la mente umana.

E questo è un aspetto che ho apprezzato molto, anche se rende tutta la faccenda ancora più faticosa da attraversare.

Poi, vabbé, ci sarebbe da scrivere un’altra mezz’ora di critiche sull’editing pressoché inesistente, vista la quantità di errori nei riferimenti e refusi disseminati un po’ ovunque – ma d’altronde è la Tea, non è che possa aspettarmi chissà che.

Strillo in copertina di B.E.Ellis. Sto cercando di rimuovere questo fatto (un giorno affronterò anche l’argomento io-e-i-miei-problemi-con-Ellis).

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