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Archive for the ‘D. Koepp’ Category

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Sul fatto che Jack Sparrow e Tim Burton si siano palesemente coalizzati per trasformare, negli anni, Johnny Depp in un randomizzatore impazzito di caricature mi sono già più volte dilungata.

Ed è innegabile che, quanto meno negli ultimi anni, ogni volta che Depp fa la sua comparsa si ha sempre l’impressione di vedere lo stesso personaggio con diversi abbigliamenti.

Sarà che il ruolo del pirata gli è rimasto particolarmente appiccicato addosso o sarà che tra i film più seri che ha fatto nel frattempo non ce n’è nessuno che sia stato abbastanza significativo da offuscare Sparrow/Richards…non saprei.

In realtà, pur ammettendo che questa percezione di Depp esiste e che quindi a qualcosa è pur dovuta, scorrendo la cronologia dei suoi film vanno spezzate un paio di lance in sua difesa.

Il primo Pirati dei Caraibi è del 2003 e se è vero che Jack Sparrow ci ha messo cinque secondi a radicarsi nell’immaginario collettivo, è anche vero che, da allora, Depp ha recitato in tantissimi altri film. E se non vogliamo prendere in considerazione quelli di Burton – tra i quali ci sono pur sempre quel capolavoro che è La fabbrica di cioccolato (2005) e quell’altro gran bel film che è Sweeney Todd – bisognerebbe di tanto in tanto ripensare a titoli come Secret Window (2003, sempre di Koepp come Mortdecai), Neverland (2004 – meravglioso) per il quale Depp fu anche candidato all’oscar come miglior attore protagonista, Nemico pubblico (2009 – non tra i miei favoriti ma comunque un bel film), nonché la partecipazione al Parnassus (2009) di Terry Gilliam.

Insomma, se proprio bisogna identificare un punto di inizio del (pur sempre relativo) declino, lo piazzerei piuttosto in concomitanza con l’Alice in Wonderland (2010) di Burton e non tanto per colpa dell’interpretazione, quanto più che altro perché è uno dei film in assoluto meno riusciti di questo regista – cosa che ha contribuito non poco a catalizzare l’attenzione sulla recitazione macchiettistica di Depp che, in mancanza di una struttura solida in cui inserirsi, risultava un po’ vuota, forzata e fine a se stessa. E che, anche in questo caso, gli è un tantino rimasta appiccicata addosso.

Poi, dopo Alice, c’è stato un Dark Shadow (2012) con Burton che però ha un po’ le caratteristiche di un interludio e, prima, due film come The Tourist (2010) e The Rum Diary (2011) che per quanto non brutti, non son stati nulla di particolarmente degno di nota e hanno contribuito a fossilizzare l’immagine di Depp.

Altra considerazione è che – anche se probabilmente la generazione che ha conosciuto Depp con Jack Sparrow questo lo ignora – nel 1998 Depp girava, sempre con Terry Gilliam, Paura e delirio a Las Vegas. L’ho rivisto da poco e il modo di recitare alla-sparrow c’era già tutto – senza contare il tuffo al cuore nel realizzare quale sia l’innegabile origine del video di Meds dei Placebo, ma questo è un altro discorso e io sto partendo per la tangente.

Anyway.

Con Mortdecai abbiamo di nuovo un Depp caricaturale e ammiccante, è vero, ma, onestamente, mi è un po’ spiaciuta l’accoglienza freddina che ha ricevuto questo film.

Tratto dal romanzo omonimo di Kyril Bonfiglioli (che non ho letto, per cui non posso fare paragoni), Mortdecai è una sorta di 007 in pantofole, tra vintage piazzato ai giorni nostri, intrighi di portata tutto sommato modesta e una consistente dose di humor, rigorosamente british.

Depp, come dicevo, ricorre di nuovo al suo repertorio di espressioni stralunate, facce buffe – corredate di baffi improbabili – e movenze da folletto maldestro ma, ad essere sincera, stavolta non l’ho trovato poi così esagerato. Anzi. E’ divertente. E, soprattutto, non è fuori luogo perché il film richiede un protagonista eccentrico.

La trama è discreta, senza particolari pretese ma efficace.

Accanto a Depp ci sono una bella e simpatica Gwyneth Paltrow, Ewan McGregor e un Paul Bettany curiosamente muscoloso per i suoi standard – tant’è che ho passato mezzo film pensando: ma guarda questo quanto somiglia a Paul Bettany! E’ solo più grosso. E vabbè.

E comunque Jock – il personaggio di Bettany – mi ha fatto morire dal ridere.

Morale. Non sarà chissà che cosa ma è un filmetto divertente e gradevole.

Cinematografo & Imdb.

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In uscita il 19 febbraio.

Regia di David Koepp, il che è più che buon segno.

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Mettere Stephen King su schermo è una di quelle cose che sono state fatte talmente tante volte da apparire persino ovvie. La realtà è che andare a pescare tra le storie del Re può rivelarsi una trappola bella e buona perché, se da un lato si ha la certezza di avere un materiale di partenza ricco e avvincente e una trama sviluppata, nella maggior parte dei casi, già quasi in modo cinematografico, d’altro canto se non c’è il supporto di un lavoro di sceneggiatura più che valido si rischia di perdersi in una miriade di dettagli che, se non sono scelti in modo oculato, risultano sconclusionati e fine e se stessi. O, peggio ancora (?) si rischia semplicemente di rendere il tutto mortalmente banale – che poi è un po’ quello che succede quando a scrivere le sceneggiature dei suoi libri ci si mette lo stesso zio Steve (che almeno uno ha la consolazione di constatare che a volte qualcosa viene male pure a lui – si veda, uno per tutti, Pet Sematary).

David Koepp prima che essere un regista è uno sceneggiatore (Carlito’s Way, Jurassic Park, La guerra dei mondi, Mission Impossible, Panic Room, tanto per dirne alcuni) e questo sicuramente ha deposto a favore dell’ottima riuscita della trasposizione.

Secret Window (2003) arriva da un racconto, Finestra segreta, giardino segreto,  contenuto nella raccolta Quattro dopo mezzanotte, del 1990. Siamo in quel filone kinghiano – che peraltro io amo moltissimo – che ha per protagonisti degli scrittori alle prese, in modo più o meno diretto, con i fantasmi del mestiere.

Non so bene come parlare della trama perché è molto a rischio spoiler.

Mort Rainey è uno scrittore affermato che sta attraversando un periodo di crisi a seguito della separazione dalla moglie. Si è da poco trasferito nella casa delle vacanze, un cottage piuttosto isolato sulle rive di un lago, e trascina le sue giornate in modo inconcludente tra un sonnellino e l’altro sul divano e poco convinti tentativi di rimettersi a scrivere.

Un giorno alla sua porta si presenta un inquietante individuo che lo accusa di aver rubato un suo racconto. Mort lo liquida sbrigativamente ma inutilmente.

Le accuse diventano più insistenti. Si trasformano in minacce e atti di intimidazione in quella che diventa una vera e propria persecuzione, mentre Mort cerca di districare la sua vita dagli strascichi di un divorzio che non riesce ad accettare, lo spettro di una precedente accusa di plagio (presumibilmente fondata) e – cosa più importante di tutte, una storia con un finale che deve essere assolutamente sistemato.

Johnny Depp – che qui ancora si meritava di esser stato nominato da Brando suo successore, prima di venire rapito dalla Perla Nera (che è dello stesso anno) – fantastico in un ruolo stralunato e un po’ surreale, nella sua vestaglia sgualcita e nei suoi abiti malconci che tiene su anche per dormire, perso in una dimensione di costante torpore, in un lungo sonnellino pomeridiano dal quale non riesce mai a svegliarsi del tutto. Realtà, sonno – ma non sogno. La storia che interferisce nella realtà fino ad essere essa stessa più reale di molte altre cose. La mente di uno scrittore, fertile ma non sempre controllabile. Fantasmi. Paure.

Horror nell’accezione più ampia e più inquietante del genere. Non il mostro sotto il letto o l’assassino fuori dalla porta. L’orrore che deriva dalle paure più profonde e più inconsce. Quelle che non confessiamo neppure a noi stessi. Quelle che si annidano nella parte più oscura di noi e si manifestano di fronte a uno specchio.

Ottimo anche John Turturro nei panni di John Shooter, l’accusatore squilibrato, dall’aspetto grezzo e dall’atteggiamento ottuso e folle di chi non vuole sentire ragioni.

Maria Bello nel ruolo di Amy, la ex moglie di Mort, è brava, forse fin troppo perché mi risulta antipatica come non mai.

C’è anche Timothy Hutton nel ruolo di Ted, il nuovo compagno di Amy, e, per chi ha familiarità con la filmografia kinghiana, è curioso vedere Thad Beaumont nel ruolo di un amante sfigato dopo averlo visto alle prese con la sua Metà Oscura (1992, G. A. Romero).

Colonna sonora di Philipp Glass.

Un gran bel film, tensione fino all’ultimo, finale cattivissimo e non scontato, momenti di ironia ben dosati. Piacerà anche a chi non è particolare amante né di King né dell’horror in generale perché più che i classici canoni di genere, mette al centro una storia avvincente e ben strutturata che procede spedita senza bisogno di interventi ad effetto.

Cinematografo & Imdb.

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