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Archive for marzo 2014

Snowpiercer-locandina

E’ uno strano miscuglio, questo Snowpiercer, sia dal punto di vista della produzione sia per quel che riguarda la realizzazione. In parte coreano, in parte americano, basato sulla graphic novel francese Le Transperceneige, è passato quasi inosservato nelle sale a causa di uno scarsissimo lancio pubblicitario – dovuto non si sa se agli ennesimi intoppi di distribuzione o al fatto che le origini non hollywoodiane doc vengono un tendenzialmente un po’ snobbate. Ed è un peccato perché il risultato di questi abbinamenti insoliti è un film decisamente buono.

L’ambito è ancora una volta quello distopico. Siamo in un mondo post glaciazione globale, dove gli unici sopravvissuti vivono a bordo di un treno che gira intorno alla Terra senza mai fermarsi. All’interno di questo treno, la scala sociale si è sviluppata in lunghezza, seguendo l’ordine dei vagoni, dalla miseria della coda alla ricchezza dei vagoni di testa. Il sistema che si è sviluppato è di tipo totalitaristico e dalla coda del treno partono moti di rivolta che puntano alla Sacra Locomotiva, il motore di tutto, la chiave del loro riscatto e dell’uguaglianza sociale. Solo che, ovviamente, niente va come deve andare.

Nonostante la tematica comune a molta produzione hollywoodiana recente, il taglio del film è diverso sotto moltissimi aspetti. Si vede chiaramente l’impronta orientale del regista. Nei dialoghi, nel modo di sviluppare la storia, nel ritmo che, pur rimanendo sempre veloce e dinamico, non ha quella frenesia più tipicamente occidentale.

Nonostante la limitatezza dell’ambientazione, gli spazi angusti dei vagoni sono sfruttati egregiamente e l’azione, lungi dall’esserne limitata, risulta chiara e ben strutturata. Il principio è un po’ quello dei quadri di un videogioco, dove ogni vagone è un livello con una nuova incognita ed un aumento di difficoltà ma le idee per ogni passaggio sono ben organizzate e sfruttano completamente le potenzialità offerte dall’ambiente circostante.

Anche il cast è, a suo modo, insolito, a partire proprio da Chris Evans nei panni del protagonista. Si scopre, dunque che, oltre a fare il bellimbusto non eccessivamente furbo nei Fantastici 4 e in Capitan America, Evans sa persino recitare. Ok, niente di particolarmente sopra le righe, ma se non altro un’interpretazione espressiva e adatta al ruolo. Poi non riesco a togliermi del tutto l’idea che un buon settanta percento di questa nuova espressività sia dovuta alla barba che gli toglie parecchio di quell’immagine da bravo ragazzo americano, ma forse sono io che ho pregiudizi nei suoi confronti. E comunque è un fatto che quella barba è persino troppo curata per essere in coda al treno ma pazienza, non esageriamo con l’attenzione ai dettagli.

Oltre ad Evans abbiamo John Hurt, distrutto e malconcio in una parte relativamente piccola ma importante. E una Tilda Swinton quasi irriconoscibile tanto è imbruttita nei panni di un personaggio odioso al di là del sopportabile. Particina – anche in questo caso minima ma importante – anche per Ed Harris.

Ritmo buono, come dicevo prima, trovate interessanti, pochi cliché di genere pur non trascurando gli elementi canonici, decisamente vale la pena vederlo. Unica perplessità sul finale, che ho trovato forse un po’ troppo facile e poco approfondito, come anche credo che non avrebbe guastato qualche spiegazione in più sul treno e sulla locomotiva.

Cinematografo & Imdb.

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3 maggio, Bistrita. Lasciata Monaco alle 20,35 del primo maggio, giunto a Vienna il mattino dopo presto; saremmo dovuti arrivare alle 6,46, ma il treno aveva un’ora di ritardo. Stando al poco che ho potuto vederne dal treno e percorrendone brevemente le strade, Budapest mi sembra una bellissima città. Non ho osato allontanarmi troppo dalla stazione, poiché, giunti in ritardo, saremmo però ripartiti quanto più possibile in orario. Ne ho ricavato l’impressione che, abbandonato l’Occidente, stessimo entrando nell’Oriente, e infatti anche il più occidentale degli splendidi ponti sul Danubio, che qui è maestosamente ampio e profondo, ci richiamava alle tradizioni della dominazione turca.

Siamo partiti quasi in perfetto orario, e siamo giunti a buio fatto a Klausenburg, dove ho pernottato all’albergo Royale. A pranzo, o meglio a cena, mi è stato servito pollo cucinato con pepe rosso, buonissimo, ma che mi ha messo una gran sete (Ric.: farsi dare la ricetta per Mina). Ne ho parlato con il cameriere, il quale mi ha spiegato che si chiama paprika hendl, e che, essendo un piatto nazionale, avrei potuto gustarlo ovunque nei Carpazi. Ho trovato assai utile la mia infarinatura di tedesco; in verità, non so come potrei cavarmela senza di essa.

Poiché a Londra avevo avuto un po’ di tempo a disposizione, mi ero recato al British Museum, nella cui biblioteca avevo compulsato libri e mappe sulla Transilvania: mi era balenata l’idea che avrebbe potuto essermi utile qualche informazione sul paese, visto che dovevo entrare in rapporti con un nobile del luogo. Ho scoperto che il distretto da questi indicato si trova ai limiti orientali del paese, proprio alla convergenza di tre stati, Transilvania, Moldavia e Bucovina, al centro della regione carpatica, una delle più selvagge e meno conosciute di Europa. Non sono riuscito a scovare su nessuna mappa o testo l’esatta localizzazione di Castel Dracula poiché non esistono carte di questo paese paragonabili alle nostre, edite dall’Ufficio Topografico Militare; comunque ho costatato che Bistrita, la città di guarnigione indicata dal Conte Dracula, è piuttosto nota. Riporto qui alcuni appunti da me presi in quell’occasione e che mi serviranno da promemoria quando racconterò del mio viaggio a Mina.

In Transilvania vivono quattro nazionalità diverse: al sud, Sassoni, cui si mescolano i Valacchi discendenti dei Daci; Magiari a ovest, e Szekely a oriente e a nord. Sto recandomi tra questi ultimi, i quali si affermano discendenti da Attila e dagli Unni. E può essere benissimo, perché quando i Magiari conquistarono il paese nell’undicesimo secolo, vi trovarono già stanziati gli Unni. A quanto ho letto, non v’è superstizione al mondo che non si annidi nel ferro di cavallo dei Carpazi, quasi fosse il centro di una sorta di vortice dell’immaginazione; se così fosse, il mio soggiorno può rivelarsi molto interessante. (Ric.: devo chiedere al Conte informazioni su queste genti).

Non ho avuto un buon sonno, benché il letto fosse abbastanza comodo, a causa di ogni sorta di strani sogni. Un cane ha ululato tutta notte sotto la mia finestra, e forse anche questo ha avuto effetto; o può darsi sia stata colpa della

paprika, tanto che ho bevuto tutta l’acqua della caraffa senza riuscire a estinguere la sete. Mi sono addormentato verso mattino, e mi sono svegliato a

un insistente bussare all’uscio, sicché penso di aver dormito sodo. Per colazione, ancora paprika, una specie di semolino di granturco che chiamano mamaliga, e melanzane ripiene di carne trita, un piatto eccellente che è detto impletata (Ric.: farsi dare anche questa ricetta). Ho dovuto sbrigarmi perché il treno partiva poco prima delle otto o meglio avrebbe dovuto, visto che, arrivato di corsa in stazione alle sette e mezza, mi è toccato aspettare in carrozza per più di un’ora prima della partenza. Ho l’impressione che, più si va a est, meno puntuali siano i treni. Chissà come funzioneranno in Cina?

Per tutto il giorno mi è parso che si andasse quasi bighellonando per un paese ricco di bellezze di ogni sorta. Di tanto in tanto si scorgevano villaggi o castelli in cima a erti colli quali si vedono in antichi messali; a volte procedevamo lungo fiumi e torrenti che, stando ai larghi argini di pietra su entrambe le rive, devono essere soggetti a violente piene. Occorre molta acqua, e rapinosa, per spogliare della vegetazione, come qui, la riva di un fiume. A ogni stazione, gruppi di gente, a volte vere folle, in costumi d’ogni sorta. Alcuni erano tali e quali i contadini su da noi o quelli che ho visto attraversando Francia e Germania, con corte giacche, cappelli rotondi e calzoni di stoffa tessuta in casa; ma ve n’erano altri assai pittoreschi. Le donne parevano graziose finché non le si vedeva da vicino quando ci si accorgeva che erano troppo larghe di fianchi. Tutte avevano grandi maniche bianche di questo o quel tipo, e la maggior parte di esse portavano cinture a bustino ornate di strisce di non so che tessuto, svolazzanti come i tutù delle ballerine sotto le quali però, com’è ovvio, portavano gonnelle. Più strani di tutti erano gli slovacchi, di aspetto più barbarico degli altri, con larghi cappelli da mandriani, ampi calzoni bianco sporco, camicie di lino bianco ed enormi cinturoni di cuoio alti una trentina di centimetri e ornati di borchie d’ottone. Portavano stivaloni in cui erano ficcati i calzoni, lunghe chiome e baffoni neri. Sono molto pittoreschi, ma nient’affatto tranquillizzanti. Visti su un palcoscenico, li si scambierebbe senz’altro per un’antica banda di briganti orientali, anche se, a quanto mi han detto, sono del tutto innocui e piuttosto timidi.

Il crepuscolo trapassava nella notte quando siamo arrivati a Bistrita, che è una vecchia città molto interessante. Posta com’è quasi sul confine – il Passo Borgo porta infatti da essa in Bucovina -, ha avuto un passato assai turbolento di cui conserva indubbie tracce. Cinquant’anni fa si è verificata una serie di grandi incendi che, per cinque volte di seguito, hanno prodotto terribili devastazioni. All’inizio del diciassettesimo secolo la città ha subito un assedio di tre settimane, e ha perduto tredicimila anime, agli stermini della guerra vera e propria sommandosi fame ed epidemia.

Il Conte Dracula mi aveva indirizzato alla locanda Golden Krone, che si è rivelato in tutto e per tutto vecchio stile, e con mia gran gioia perché, com’è ovvio, vorrei conoscere più a fondo possibile le usanze del paese. Ero evidentemente atteso perché sulla soglia sono stato accolto da una donna anziana dall’aria cordiale, con indosso il solito costume contadino: camicia bianca con un lungo grembiule doppio, davanti e dietro, di stoffa colorata e quasi troppo attillato per essere modesto. Al mio avvicinarsi, la donna ha fatto la riverenza e ha chiesto: “Voi Herr inglese?” “Sì” ho risposto “sono Jonathan Harker”. Lei ha sorriso e ha detto qualcosa a un uomo anziano in maniche di camicia bianca che l’aveva seguita, il quale è scomparso per riapparire subito dopo con una lettera:

Caro amico,

benvenuto nei Carpazi. Vi attendo con ansia. Dormite bene questa notte. Domattina alle tre parte la diligenza per la Bucovina, sulla quale è stato fissato un posto per voi. Al Passo Borgo sarete atteso dalla mia carrozza che vi condurrà da me. Spero che il viaggio da Londra sia stato buono, e che vi sia piacevole il soggiorno nel mio bel paese.

Il vostro amico

Dracula.

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Stavo spulciando la filmografia di Tony Scott e notavo alcuni collegamenti che, in effetti, avevo dimenticato. Per esempio, non mi ricordavo più che il regista di Top Gun fosse lo stesso di Miriam si sveglia a mezzanotte (altro film che ora ho improvvisa esigenza di rivedere). O che i boyscout a Tony devono stare proprio simpatici visto che dieci anni esatti prima di Spy Game, nel 1991, aveva girato L’ultimo boyscout con Bruce Willis. Son cose.

Scherzi a parte, io amo tantissimo questo film.

Mi rileggo le critiche di quando era uscito e, nel complesso, l’accoglienza era stata piuttosto tiepida. E se anche riesco a spiegarmi, in parte, i motivi di tale mancanza di entusiasmo – legata forse anche all’eccessiva facilità del binomio Redford-Pitt – resta il fatto che più lo rivedo e più lo trovo un gran bel film.

Costruito sull’alternanza di piani temporali, con la vicenda principale intervallata da continui flashback per dilatarne la durata, il film vede Nathan Muir, agente della Cia al suo ultimo giorno di lavoro prima della pensione, alle prese con un’unità di crisi legata alle sorti di Tom Bishop, suo ex pupillo, allievo e amico. Bishop – soprannominato il boyscout – è stato catturato in una prigione cinese. Si rischiano una crisi internazionale e un’inchiesta parlamentare. Serve materiale su di lui e Muir è fondamentale perché lo ha reclutato, lo ha formato, ci ha lavorato insieme per moltissimi anni.

Dai flashback emergono i tratti del panorama storico tra il Vietnam e il Libano, e, attraverso le missioni dei due agenti, si delineano i principali eventi che hanno connotato quegli anni.

Allo stesso tempo prende forma il legame tra i due uomini ed emergono le loro personalità, i loro caratteri e tutto quel fitto intreccio di eventi, in parte personali in parte professionali, che li legano e che preparano il terreno per la piega che prende la vicenda principale.

Montaggio rapido, colonna sonora particolarmente azzeccata, riprese veloci, estremamente dinamiche, il tutto contribuisce a rendere il film coinvolgente e il ritmo serrato. La costruzione della storia di per sé è impeccabile, con l’aumentare di piani coinvolti e di prospettive che si accavallano man mano che la situazione si complica. E’ un gioco nel gioco, quello che porta avanti Muir. Una corsa contro il tempo, perché la sua – ultima – giornata, è scandita dal conto alla rovescia che punta all’esecuzione di Bishop in Cina come criminale comune. Redford e Pitt sono una coppia fantastica e, sì, sarà forse ovvio giocare sul fatto che Brad, cinematograficamente parlando, è l’erede di Robert, ma resta il fatto che sono perfetti in due ruoli che ammiccano in parte al loro effettivo rapporto professionale e che rendono estremamente evidente quanto Pitt abbia preso dei modi, della gestualità, dello stile dell’altro.

E se, da un lato, il personaggio di Muir incarna forse in modo un po’ troppo convenzionale i tratti dell’agente segreto idealista e privo di ombre e di dubbi, è pur vero che questo aspetto rimane in secondo piano e non intacca la fluidità con cui scorre il film.

Nel cast anche Catherine McCormack e David Hemmings.

Cinematografo & Imdb.

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Non lo so. Sono abbastanza convinta che sia fatto più che bene e che Aronofsky possa addirittura aver schivato qualche cliché del genere catastrofico. Però non riesco a superare un’istintiva diffidenza. Dopo aver saccheggiato miti greci e tradizioni di ogni tipo si sono accorti che nella Bibbia ci sono un sacco di spunti catastrofici oltre all’ormai ipersfruttata Apocalisse…mah, probabilmente era fisiologico che accadesse e d’altronde i colossal a tema biblico sono stati fra i primi esemplari del genere. Però rimango perplessa, ecco.

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E’ a suo modo geniale, questo Her. E riporta prepotentemente l’attenzione su Jonze, rimasto un po’ ai margini del panorama cinematografico dai tempi del suo felicissimo esordio con Essere John Malkovich – che adesso, a pensarci, mi è venuta tantissima voglia di rivederlo.

La storia di per sé è semplicissima, e neanche poi così originale. Evoluzione di un’intelligenza artificiale e sviluppo di dinamiche relazionali pari a quelle umane, con le relative conseguenze per le persone coinvolte.

Nel caso specifico, si tratta di un sistema operativo personalizzato e programmato per apprendere, oltre che impostato in base alle presunte caratteristiche psicologiche dell’utente.

Theodore – da poco divorziato, profondamente solo, di mestiere autore di corrispondenza privata – lo installa e gli attribuisce una voce femminile. E, di fatto, non fa poi molto altro. E’ Samantha, da qui in poi, a fare tutto il resto.

Samantha che cresce, così come cresce il suo spazio nella vita di Theodore. Samantha che scopre emozioni, che vorrebbe avere un corpo. Samantha che non può smettere di evolversi, con tutto quello che ne deriva.

Un futuro diverso per pochissimi aspetti dal nostro presente, a far intuire che non è poi così assurdo o ipotetico ma è appena dietro l’angolo. La rappresentazione di quello che si intuisce essere lo step successivo della nostra attuale condizione di semi-dipendenza dagli svariati aggeggi tecnologici che ci trasciniamo appresso quotidianamente.

Alienazione e solitudine sono le parole chiave e sono rappresentate in modo struggente e perfetto da un Joaquin Phoenix che, in pratica, regge da solo tutto il film. La disabilità relazionale ed emotiva di Theodore è totale su tutti i fronti. Le due scene di sesso virtuale – oltre che essere (almeno la prima delle due con la faccenda del gatto morto) per certi versi divertenti – sono estremamente significative anche da questo punto di vista. Perché neanche la distanza data da una situazione virtuale è sufficiente a sanare l’impossibilità di un contatto di qualsiasi tipo.

La sensibilità di Theodore, il suo amore, quello che vorrebbe esprimere o trasmettere, tutto finisce in qualche modo sprecato, perché confluisce unicamente nelle lettere – personali e bellissime – che scrive per conto di gente che lo paga per questo.

E poi c’è Samantha.

E il confine, sempre più sottile, sempre meno identificabile, tra ciò che è reale e ciò che non lo è. La nozione stessa di realtà che vacilla.

Altro aspetto che ho particolarmente apprezzato è il fatto che la relazione vissuta da Theodore non viene presentata come un caso unico o anomalo ma come una condizione comune a molti utenti di questo Sistema Operativo e viene percepita dal contesto sociale semplicemente come una delle tante opzioni relazionali. Una cosa relativamente normale, insomma.

Bello anche il personaggio di Amy (Amy Adams), che fa in un certo senso da contrappunto femminile alle vicende di Theodore, mentre all’opposto c’è Catherine, l’ex moglie, una sempre bellissima Roney Mara ancorata saldamente ad una realtà fisica che pure non è sempre in grado di gestire.

Poetico, delicato, romantico senza mai essere stucchevole o eccessivamente sentimentale. Perfettamente equilibrato, lascia una sensazione di profonda nostalgia.

Da vedere assolutamente.

Unica osservazione, tanto per cambiare, per il doppiaggio. La voce di Samantha è di Scarlett Johansson e io sinceramente mi aspettavo la voce della Scarlett di Match Point o di Vicky Cristina, vale a dire di Ilaria Stagni, che ok, forse non sarà il massimo ma è comunque piuttosto azzeccata, soprattutto per parti che richiedano un certo quantitativo di sensualità. Qui le hanno appioppato Micaela Ramazzotti che, complessivamente, risulta abbastanza terribile. A parte le doppie a caso dovute all’immancabile accendo romano, credo che fondamentalmente non abbia chiara la differenza tra essere sexy ed essere oca. All’ennesima risata sfiatata o parlata strascicata in cui si mangia la metà delle parole io l’avrei disinstallata senza indugio.

Motivo per cui, se il personaggio di Theodore risulta estremamente coinvolgente, Samantha non suscita molta empatia.

Dovrò recuperarlo in originale quanto prima.

Cinematografo & Imdb.

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