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Archive for the ‘E. McGregor’ Category

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Un ritrovo di ex compagni di classe.

Nathan Zuckerman (David Strathairn) vi si aggira con un misto di disagio e riluttante curiosità.

L’immancabile teca con le foto e i trofei delle squadre di football.

Ricordi che affiorano.

Il sorriso dello “svedese”.

Lo “svedese”, Seymour Levov (Ewan McGregor). Il capitano della squadra di football. Bello, bravo, amato da tutti. Fidanzato con la ex Miss New Jersey.

L’uomo che più di tutti, avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. Essere qualsiasi cosa.

L’uomo a cui la vita aveva promesso tutto.

Alla riunione c’è il fratello dello svedese. Nathan chiede che ne sia stato di Seymour ma le risposte che riceve sono quanto di più lontano si possa immaginare dall’idea che si era fatto della vita di quel ragazzo incredibilmente promettente.

Comincia così un lungo flashback nell’America degli anni Settanta, dove la vita perfetta di Seymour e Dawn (Jennifer Connelly) viene travolta dall’imprevedibile evolversi degli eventi che vedono coinvolta la loro unica figlia, Merry.

Merry (Dakota Fanning) è un’adolescente irrequieta. Tormentata fin da piccola da una balbuzie dalle origini poco chiare e da una sensibilità acuta e a volte imperscrutabile, Merry soffre profondamente il contrasto tra la vita ordinata e tranquilla che conduce a Newark, nel New Jersey, e la vita che intravede nei servizi dei telegiornali, nelle notizie che arrivano da un mondo che pare scosso da energie inarrestabili e distruttive.

Merry si fa degli amici a New York. Amici che lottano. Che combattono il potere di un’America cieca, perbenista e fasulla. O almeno così dice (e crede) lei.

Merry non tollera quella che percepisce come indifferente apatia da parte dei suoi genitori – in particolare della madre – nei confronti di quello che accade nel resto del mondo.

I contrasti si inaspriscono. I legami si allentano.

Seymour e Dawn non sanno come relazionarsi con una figlia che appare loro sempre più estranea. Sono persone relativamente semplici. Attaccate a valori onesti e pieni di tutta quell’ottimistica fiducia così tipicamente americana.

E poi basta un giorno.

E salta tutto in aria.

Un distributore di benzina e tutte le loro vite.

La bomba esplode e Merry scompare.

Seymour e Dawn vengono catapultati in un inferno di attesa e incertezza.

Com’è possibile che sia stata Merry? Com’è possibile che la loro unica figlia, cresciuta nella bellezza e nell’amore, sia stata capace di un atto così folle?

American Pastoral è uno struggente requiem per il sogno americano che rimane attonito e pietrificato, mentre fissa impotente il proprio fallimento.

Tratto dall’omonimo romanzo di Philip Roth, che non ho letto e che dovrò recuperare quanto prima anche se, tutto sommato, una volta tanto non mi dispiace aver visto prima il film. Almeno non posso unirmi al coro di chi si lamenta perché il-libro-è-meglio.

Ora, conoscendo Roth, sono abbastanza certa del fatto che il libro sia dieci volte di più. Ma sono anche piuttosto convinta che quella di Ewan McGregor – alla sua prima volta come regista – sia un trasposizione di tutto rispetto, concentrata sul filone principale della vicenda, intelligente nel non perdersi nelle vicende scegliendo piuttosto di privilegiare il messaggio.

E il messaggio è lo sguardo struggente dello svedese, che sgrana gli occhi incredulo di fronte all’estraneità della creatura che ha generato.

Incarnazione di un America che non riconosce più i suoi figli, spaccata tra la generazione di chi ha lottato per una terra promessa e quella che riesce a vedere l’inganno al fondo di queste promesse.

L’America divisa tra un benessere invidiato dal mondo intero e le contraddizioni insanabili delle lotte per i diritti civili.

L’ipocrisia di fondo di uno stile di vita che deve essere raggiunto e mantenuto a qualsiasi costo.

L’agghiacciante consapevolezza di aver perso il controllo.

Di non averlo mai avuto, forse.

L’inganno del sogno, ma anche quello della rivoluzione, con i suoi fallimenti altrettanto clamorosi.

Non c’è salvezza per nessuno.

Non resta che contemplare il feretro delle proprie illusioni.

McGregor è perfetto per il ruolo di Seymour, con quel suo sguardo sempre un po’ ingenuo, sempre un po’ speranzoso e Dakota Fanning, sulla quale avevo qualche dubbio, è brava, in una parte non facile, soprattutto all’inizio.

Misuratamente simbolico, visivamente delicato e molto equilibrato da un punto di vista emotivo, American Pastoral è un ottimo film.

Cinematografo & Imdb.

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Questo lo aspetto veramente tantissimo.

Di e con Ewan McGregor, tratto dal romanzo di Philip Roth.

In uscita il 20 ottobre.

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Sul fatto che Jack Sparrow e Tim Burton si siano palesemente coalizzati per trasformare, negli anni, Johnny Depp in un randomizzatore impazzito di caricature mi sono già più volte dilungata.

Ed è innegabile che, quanto meno negli ultimi anni, ogni volta che Depp fa la sua comparsa si ha sempre l’impressione di vedere lo stesso personaggio con diversi abbigliamenti.

Sarà che il ruolo del pirata gli è rimasto particolarmente appiccicato addosso o sarà che tra i film più seri che ha fatto nel frattempo non ce n’è nessuno che sia stato abbastanza significativo da offuscare Sparrow/Richards…non saprei.

In realtà, pur ammettendo che questa percezione di Depp esiste e che quindi a qualcosa è pur dovuta, scorrendo la cronologia dei suoi film vanno spezzate un paio di lance in sua difesa.

Il primo Pirati dei Caraibi è del 2003 e se è vero che Jack Sparrow ci ha messo cinque secondi a radicarsi nell’immaginario collettivo, è anche vero che, da allora, Depp ha recitato in tantissimi altri film. E se non vogliamo prendere in considerazione quelli di Burton – tra i quali ci sono pur sempre quel capolavoro che è La fabbrica di cioccolato (2005) e quell’altro gran bel film che è Sweeney Todd – bisognerebbe di tanto in tanto ripensare a titoli come Secret Window (2003, sempre di Koepp come Mortdecai), Neverland (2004 – meravglioso) per il quale Depp fu anche candidato all’oscar come miglior attore protagonista, Nemico pubblico (2009 – non tra i miei favoriti ma comunque un bel film), nonché la partecipazione al Parnassus (2009) di Terry Gilliam.

Insomma, se proprio bisogna identificare un punto di inizio del (pur sempre relativo) declino, lo piazzerei piuttosto in concomitanza con l’Alice in Wonderland (2010) di Burton e non tanto per colpa dell’interpretazione, quanto più che altro perché è uno dei film in assoluto meno riusciti di questo regista – cosa che ha contribuito non poco a catalizzare l’attenzione sulla recitazione macchiettistica di Depp che, in mancanza di una struttura solida in cui inserirsi, risultava un po’ vuota, forzata e fine a se stessa. E che, anche in questo caso, gli è un tantino rimasta appiccicata addosso.

Poi, dopo Alice, c’è stato un Dark Shadow (2012) con Burton che però ha un po’ le caratteristiche di un interludio e, prima, due film come The Tourist (2010) e The Rum Diary (2011) che per quanto non brutti, non son stati nulla di particolarmente degno di nota e hanno contribuito a fossilizzare l’immagine di Depp.

Altra considerazione è che – anche se probabilmente la generazione che ha conosciuto Depp con Jack Sparrow questo lo ignora – nel 1998 Depp girava, sempre con Terry Gilliam, Paura e delirio a Las Vegas. L’ho rivisto da poco e il modo di recitare alla-sparrow c’era già tutto – senza contare il tuffo al cuore nel realizzare quale sia l’innegabile origine del video di Meds dei Placebo, ma questo è un altro discorso e io sto partendo per la tangente.

Anyway.

Con Mortdecai abbiamo di nuovo un Depp caricaturale e ammiccante, è vero, ma, onestamente, mi è un po’ spiaciuta l’accoglienza freddina che ha ricevuto questo film.

Tratto dal romanzo omonimo di Kyril Bonfiglioli (che non ho letto, per cui non posso fare paragoni), Mortdecai è una sorta di 007 in pantofole, tra vintage piazzato ai giorni nostri, intrighi di portata tutto sommato modesta e una consistente dose di humor, rigorosamente british.

Depp, come dicevo, ricorre di nuovo al suo repertorio di espressioni stralunate, facce buffe – corredate di baffi improbabili – e movenze da folletto maldestro ma, ad essere sincera, stavolta non l’ho trovato poi così esagerato. Anzi. E’ divertente. E, soprattutto, non è fuori luogo perché il film richiede un protagonista eccentrico.

La trama è discreta, senza particolari pretese ma efficace.

Accanto a Depp ci sono una bella e simpatica Gwyneth Paltrow, Ewan McGregor e un Paul Bettany curiosamente muscoloso per i suoi standard – tant’è che ho passato mezzo film pensando: ma guarda questo quanto somiglia a Paul Bettany! E’ solo più grosso. E vabbè.

E comunque Jock – il personaggio di Bettany – mi ha fatto morire dal ridere.

Morale. Non sarà chissà che cosa ma è un filmetto divertente e gradevole.

Cinematografo & Imdb.

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Tratto dal testo teatrale di Tracy Letts, Agosto, foto di famiglia, e sceneggiato per lo schermo dallo stesso Letts, I segreti di Osage County è di sicuro uno dei film più cattivi che abbia visto di recente.

Una famiglia che si trova improvvisamente riunita a causa della scomparsa del padre. Una madre, Violet, le sue tre figlie, Barbara, Ivy e Karen, ciascuna con la sua storia, la sua famiglia – o quel che per essa – al seguito.

Incontri, dopo lunghe distanze di spazi e di tempo. Ma non è un caso se quelle distanze esistono.

Si creano quelle dinamiche tipiche della convivenza forzata con persone con cui fondamentalmente non si ha niente a che spartire. O con le quali forse c’è troppo passato in comune.

Se già di per sé la situazione insolita amplifica ed esaspera tensioni preesistenti, la malattia di Violet, fa da catalizzatore per portare alla luce quello che nessuno vorrebbe vedere, in un tacito accordo per cui ognuno si accontenterebbe solo di recitare la propria parte in quella forzata commedia di riavvicinamento per poi tornare al non detto della propria esistenza.

Il tumore nella bocca di Violet, drammaticamente fisico e simbolico, la trasforma in una spietata bocca della verità che, in virtù della malattia, si arroga il diritto di deporre i filtri che tutti gli altri cercano disperatamente di tenere in piedi.

Si innesca una spirale per cui qualsiasi parola che va oltre la frase di circostanza è potenzialmente pericolosa.

Rancori covati per anni e mai sopiti. Segreti mai rivelati e un fondamentale, imperante egoismo.

La scena centrale del pranzo è magistrale, così come anche quella, sempre a tavola, tra Barbara, Violet e Ivy.

A dominare sono proprio i personaggi di Violet e Barbara, la figlia maggiore, rispettivamente Meryl Streep e Julia Roberts, entrambe candidate all’oscar (meritatamente, anche se probabilmente non lo vinceranno) ed entrambe veramente perfette nei loro ruoli di stronze che più stronze non si potrebbe immaginare. La parte di Violet, poi, è difficilissima e immensa. E la Roberts incazzata fa persino un po’ paura.

C’è anche Juliette Lewis, in una parte abbastanza in tono con i personaggi che si trova ad interpretare di solito, svampita e sostanzialmente in ritardo sulla sua vita.

Gli uomini sono di contorno. Sono inutili galli che si contendono un potere che di fatto non hanno. Sono piccoli accessori nelle vite di donne troppo forti, fredde o semplicemente ferite, per essere davvero raggiunte.

Se la parte di Chris Cooper – Charlie – ha comunque un suo spessore – il ruolo di Ewan McGregor – senza neanche un vago accenno di un monologo o di una battuta un po’ lunga – è veramente marginale.

C’è anche Benedict Cumberbatch, che al momento va tanto di moda sull’onda di Sherlock e che, fa una particina, dignitosa ma troppo piccola per poterne apprezzare le eventuali doti.

Le differenze con il testo sono minime. Sono sfruttate diverse ambientazioni esterne, e sono state tagliate alcune brevi parti da due o tre scene ma sostanzialmente la trasposizione è pressoché letterale.

Da vedere e da leggere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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Choose Life. Choose a job. Choose a career. Choose a family. Choose a fucking big television, choose washing machines, cars, compact disc players and electrical tin openers. Choose good health, low cholesterol, and dental insurance. Choose fixed interest mortgage repayments. Choose a starter home. Choose your friends. Choose leisurewear and matching luggage. Choose a three-piece suit on hire purchase in a range of fucking fabrics. Choose DIY and wondering who the fuck you are on Sunday morning. Choose sitting on that couch watching mind-numbing, spirit-crushing game shows, stuffing fucking junk food into your mouth. Choose rotting away at the end of it all, pissing your last in a miserable home, nothing more than an embarrassment to the selfish, fucked up brats you spawned to replace yourselves. Choose your future. Choose life… But why would I want to do a thing like that? I chose not to choose life. I chose somethin’ else. And the reasons? There are no reasons. Who needs reasons when you’ve got heroin?

Causa weekend trascorso tra i monti a passeggiare in mezzo ai colori che cambiano e a raccogliere castagne, non ho grandi news cinematografiche o editoriali da proporre. Ergo, ne approfitto per parlare di un film che venerdì sera mi sono trovata quasi per caso a rivedere dopo diversi anni.  

Trainspotting. Danny Boyle. 1996.

Quello che ormai si può dire “un classico”. Per lo meno per la mia generazione.

Ci sono anni destinati a rimanere particolarmente impressi nella memoria. Anni che in qualche modo non riuscirai più a dimenticare, anche se quello che sei diventato non c’entra più niente con chi eri allora.

Resta la domanda. Quanto conta la percezione? Quando si dice che un film, un libro, un disco hanno segnato un periodo, quanto ha a che fare questo con la percezione che di esso ha avuto la generazione in quel momento più ricettiva per gli stimoli forniti dalla produzione artistico/creativa ad essa contemporanea? Domanda oziosa? Forse.

Tanto per dare un’idea del panorama cinematografico, il 1996 è l’anno in cui Baz Luhrmann si cimenta in quel curioso (e secondo me ben riuscito nonostante il binomio un po’ sciatto Di Caprio/Danes) esperimento che è Romeo+Juliet; e’ l’anno di Rodriguez con Dal tramonto all’alba; di Io ballo da sola di Bertolucci (del quale continuo a pensare che l’unica cosa bella di tutto il film sia Liv Tyler); di quel film che personalmente ritengo bruttissimo (non è pigrizia lessicale, è proprio brutto) ma al tempo stesso da vedere che è Crash di Cronenberg; di quel capolavoro di tristezza che è Le onde del destino di Lars von Trier (non il suo più terribile ma sicuramente il suo più crudele); è anche l’anno di Larry Flynt di Milos Forman (il regista di Qualcuno volò sul nido del cuculo e de L’ultimo inquisitore)con tutta l’ondata di astio verso la povera Courtney Love ancora nel mirino di tutti quelli che l’accusavano della morte di Cobain; l’anno di Independence Day con il quale Roland Emmerich scopre il divertimento di distruggere la terra in grande stile (tanto che poi non riuscirà a smettere visti i vari The Day After Tomorrow e 2012); l’anno del primo Mission Impossible, che, anche se nessuno se lo ricorda, era pur sempre di Brian de Palma; l’anno di Woody Allen con Tutti dicono I Love You, non tra i miei preferiti, per la cronaca; di Scream di Wes Craven che un po’ fa sul serio e un po’ si prende in giro da solo ma intanto lancia una specie di nuova moda teen-horror; de La sindrome di Stendhal del nostro Dario Argento; di quel film stucchevole che è Striptease (Andrew Bergman) con Demi Moore, gravato da tutta la pesantezza della cappa di perbenismo moralista degli anni Novanta (un po’ la versione triste dell’attuale Magic Mike che, come livello, non sarà tanto più su ma almeno non pontifica ed è ragionevolmente divertente); l’anno di Alan Parker con Evita; di quella perla indimenticabile che è il Riccardo III di Al Pacino.

In mezzo a tutto questo Danny Boyle se ne esce con la trasposizione cinematografica del primo romanzo dello scozzese Irvine Welsh Trainspotting, del 1993. Diventa subito uno di quei casi in cui ad essere ricordato sarà prevalentemente il film. Uno di quei rari casi (come Fight Club di Fincher) dove la potenza visiva ed emotiva del film è tale da lasciare in secondo piano il libro.

We took morphine, diamorphine, cyclizine, codeine, temazepam, nitrazepam, phenobarbitone, sodium amytal, dextropropo xyphene, methadone, nalbuphine, pethidine, pentazocine, buprenorphine, dextromoramide, chlormethiazole. The streets are a wash with drugs you can have for unhappiness and pain, and we took them all. Fuck it, we would of injected vitimin C if only they’d made it illegal.

Ci sono tutti gli anni Novanta, inquadrati e impacchettati prima ancora di essersi conclusi. Cominciano a radicarsi le idiosincrasie e le nevrosi collettive che saranno amplificate e dominanti del decennio successivo. C’è un’ironia impietosa nel demolire ogni parvenza di credibilità delle strutture sociali e civili. Siano esse istituzionali o legate alla sfera affettiva. C’è un approccio dissacrante e distruttivo. C’è una leggerezza sfacciata e ostentata. Celebrazione e trionfo dell’autodistruzione – ma quale? Quella dell’eroina o quella del finale?

E ovviamente c’è l’Aids. Che andava tanto di moda negli anni Novanta. Capiamoci, non è che voglia sminuire la cosa in sé, ma è un dato di fatto che ogni decennio ha bisogno del suo Spettro da temere e (far finta di) combattere. Negli anni Novanta c’era l’Aids. Anche perché era la novità. Poi, quando non è stata più tale, hanno smesso tutti di parlarne. E non è che sia sparita. Semplicemente i malati di Aids non se li caga più nessuno. Non ci sono neanche più quelli che ti danno la coccardina rossa in giro per strada. Passata di moda. Passati oltre.

E poi c’è tutto l’aspetto grottesco surreale, con alcune scene ormai strafamose, da quella di apertura con Ewan McGregor che corre (con Lust for Life di Iggy Pop come colonna sonora), a quella della peggiore toilet di tutta la Scozia (tralasciando quella terribile di Spud), fino alla galleria di allucinazioni durante la crisi d’astinenza. E il personaggio di Begbie (Robert Carlyle).

C’è anche Irvine Welsh nei panni dello spacciatore Mikey.

You see if you ask me we’re heterosexual by default, not by decision. It’s just a question of who you fancy. It’s all about aesthetics and it’s fuck all to do with morality. But you try telling Begbie that.

Cinematografo & Imdb

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