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Archive for the ‘W. Craven’ Category

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Ultimo capitolo. Questa volta davvero.

E tutto sommato, pur essendo al di fuori della continuity in senso stretto, risulta meglio collegato a tutto il resto di alcuni dei capitoli precedenti.

A dieci anni esatti dal primo film, Wes Craven torna alla regia. In fin dei conti Freddy è una sua creatura e se bisogna dirgli addio, vuole farlo a modo suo.

Siamo fuori dall’incubo. Siamo nel mondo reale.

Heather Langenkamp – l’attrice che interpretò la Nancy dei primi Nightmare – è tormentata da strani sogni che hanno in qualche modo a che fare con Freddy e con il guanto artigliato di Krueger a cui suo marito – addetto agli effetti speciali – sta lavorando.

E poi ci sono i terremoti, un maniaco che continua a telefonarle imitando la voce di Freddy e Dylan, il figlioletto di Heather, che comincia a comportarsi in modo strano.

La serie di Nightmare è famosissima e Heather si trova spesso coinvolta in iniziative che vi ruotano intorno. Viene chiamata per un’intervista dove, a sorpresa, compare anche l’amico e collega Robert (Englund), conciato per l’occasione con i panni di Freddy.

Heather e Robert parlano e viene fuori che anche Robert ha degli incubi.

E poi arriva Wes.

Wes che propone ai suoi attori storici un ultimo film per chiudere in bellezza.

Wes che ha gli incubi più di chiunque altro.

Wes che sa che Freddy è venuto fuori dai suoi incubi e si è legato al film e sa che un ultimo film è l’unico modo per liberarsene.

Heather è incerta e incredula ma Dylan è sempre più strano e il confine tra ciò che reale e ciò che è finzione si assottiglia progressivamente.

Heather accetta di essere Nancy ancora una volta e così Robert e gli altri membri del cast.

Ognuno interpreta se stesso che interpreta il ruolo che aveva nei primi Nightmare.

Un film nel film. La figura di Freddy che buca lo schermo, che conferma la sua realtà, identificandosi come l’incubo che ha tormentato il regista che gli ha dato vita.

Freddy salta tutti i passaggi e diventa fisicamente reale.

Il meccanismo dei salti di livello è lo stesso degli altri film. Solo che qui fa un ultimo balzo ed esce dal copione.

Questo era l’unico film della serie che avevo già visto a suo tempo. Ricordo che mi piacque allora e confermo che mi è piaciuto ancora adesso, riguardandolo a distanza di anni.

Il presupposto di una realtà fatta a scatole cinesi e di una dimensione del sogno che coinvolge trasversalmente tutti i livelli è interessante e viene sfruttato bene, con un buon equilibrio tra la nuova storia e il divertimento di vedere la saga di Nightmare dall’esterno – Robert Englund in abiti civili, autocitazioni (in particolare nelle modalità delle uccisioni) e frecciatine (non poteva mancare quella in cui si commentava che il primo film era il migliore).

Nell’ultima parte la struttura diventa un po’ più standard, con la lotta con Freddy impostata in modo abbastanza classico e il solito splatter sempre rigorosamente di bassa categoria, ma il ritmo tiene e la trasformazione degli attori in personaggi avviene in modo fluido ed efficace.

Nel ruolo di Dylan, il figlio di Heather, c’è Miko Hughes, il bambino zombie di Pet Sematary – che evidentemente è cresciuto con un’alimentazione a base di horror.

Da vedere. Anche se non si sono visti tutti i capitoli intermedi.

Cinematografo & Imdb.

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Riemergo e ritorno come il buon Freddy in questo ultimo capitolo della saga. Almeno, l’ultimo strettamente legato alla continuity della storia originale.

Nel 1994 abbiamo ancora Nightmare – Nuovo incubo ma quello è un capitolo a parte. Una sorta di tributo di Wes Craven (che torna alla regia) alla sua creazione. E anche il suo modo di dirle addio. Ma di Nuovo Incubo parlerò poi. Ora torniamo a Freddy’s Dead – titolo per nulla rivelatore.

Anno 1991, regia di Rachel Talalay, che ha diretto due film in tutta la vita ma che aveva prodotto i capitoli 3 e 4 della saga di Nightmare e che probabilmente aveva voglia di divertirsi un po’ in prima persona a giocare con Freddy.

Ora, come si può vedere dalle mie recensioni dei film precedenti, ho sempre mantenuto un approccio piuttosto elastico nei confronti della costruzione della trama e dei collegamenti tra i vari episodi: siamo negli anni Ottanta e stiamo parlando di horror di serie c fatti principalmente per sfruttare al massimo la figura di Krueger, quindi è inutile stare a filosofeggiare tanto. Si crea il pretesto, lo si prende per buono e ci si occupa di aspettare che arrivi Freddy.

Però, all’inizio di questo sesto incubo devo dire che la mia elasticità ha vacillato.

Il pretesto è mal spiegato e, fondamentalmente, per la prima mezz’ora non si capisce un cazzo.

Cioè, non è che non si capisca quello che succede perché non c’è nulla di particolarmente complesso: si capisce chi è il primo protagonista, che Freddy ce l’ha con lui e lo sta manovrando e che gli incubi sono il passaggio. Ma questo è un po’ l’abc della serie quindi è scontato.

Quello che non è ben articolato è chi sia realmente il ragazzo. Per carità, poi, a tendere si chiarisce il collegamento, ma come inizio il raccordo è debole.

Siamo dieci anni dopo, non è chiaro se 10 anni dagli eventi del film precedente (Freddy bloccato dalla madre Amanda – più probabile) o 10 anni da quando Krueger è stato ucciso (quindi dal primo film). Ad ogni modo, a Springwood c’è stata una specie di epidemia di morti, suicidi e sparizioni di ragazzini e non ne è rimasto nessuno. O quasi.

Il nostro protagonista è l’unico ragazzo sopravvissuto e viene manovrato da Freddy per uscire da Springwood e portargli quello che vuole.

Non è che non funzioni di per sé, come pretesto. Solo non è ben rappresentato.

Detto ciò, il resto rientra in media.

Il ragazzo – John Doe (nome standard per chi è senza nome, perché lui non ricorda la sua identità) – finisce – in modo apparentemente casuale – in un riformatorio e si imbatte – sempre più casualmente – nella dottoressa Maggie Burroughs che – guarda un po’ – è tormentata da un incubo ricorrente.

Confronti di sogni, indizi, ricordi. E un viaggio a ritroso fino a Springwood, che è ovviamente l’origine di tutto.

Non avendo avuto successo con l’opzione rinascita nel film precedente, qui si gioca la carta ‘famiglia di Freddy’. E quindi parliamo di discendenza. Freddy aveva un figlio. Ma chi era?

E già che ci siamo, Freddy è stato anche un figlio, e quindi scaviamo un po’ nel suo passato.

Seppur un po’ traballante come la vecchia casa sgangherata di Elm Street, questo film nel complesso funziona ed ha diverse trovate interessanti.

Prima fra tutte, Alice Cooper nei panni del padre di Freddy.

Cameo di Johnny Depp, per chiudere il cerchio con il primo.

Un po’ meno splatter (per quanto splatter di quegli anni) e un po’ più di trucchetti, che adesso appaiono ovviamente datati, ma che per l’epoca non erano male. Nel quinto capitolo uno dei ragazzi veniva risucchiato in un fumetto e diventava un disegno, mentre qui ne perdiamo uno dentro un videogioco, con tutta una buffa parte di alternanza tra dimensione del gioco e dimensione reale con Freddy che manovra e massacra.

Il sesto film è anche quello che contiene la Terribile Scena Del Cotton Fioc.

No, non perdete tempo a googlarla, è una cosa mia. Ad un certo punto Freddy passa un cotton fioc da un orecchio all’altro di un ragazzo. Niente di che, in effetti, ma ricordo che vidi questa scena per caso in televisione negli anni Novanta e rimasi profondamente turbata. Un po’ magari era fuori contesto, un po’ sono io che ho la fobia degli oggetti infilati inappropriatamente negli orifizi – prima di cominciare con le battute, per fare un esempio, mi son quasi sentita male anche sulla scena del tamponamento del naso di Hilary Swank in Million Dollar Baby, con il super cotton fioc infilato a perdita d’occhio nel naso di Hilary.

Sta di fatto che ho superato indenne pure la mia fobia del Cotton Fioc e se questo nulla aggiunge alla recensione del film, pazienza.

Verso la fine compaiono anche un paio di vecchi occhiali 3D e questo era legato ad un’altra curiosità: quando nel film venivano indossati gli occhiali era il segnale per gli spettatori in sala di indossarli a loro volta perché nell’ultima parte ci sono alcuni elementi in 3D.

Presente come sempre la filastrocca di Freddy anche se qui, una volta tanto, non viene storpiata dal doppiaggio perché non la si sente, la si vede solo scritta e quindi in originale.

Se non sbaglio penso sia il film della serie con il maggior numero di inquadrature di Robert Englund in versione umana pre-cicatrici, causa flash back sulla famiglia.

Nei panni di Maggie c’è Lisa Zane, sorella di Billy Zane (il cattivo del Titanic).

Ben piazzato qualche autoriferimento alle sorti di Freddy nel corso della saga e carini i titoli di coda con le scene più famose di tutti gli altri film.

Cinematografo & Imdb.

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FREDDY'S DEAD: THE FINAL NIGHTMARE, (aka NIGHTMARE ON ELM STREET VI), Robert Englund (back), Cassandra Rachel Friel, 1991. ©New Line Cinema

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Mah, non so.

Da un lato ho sentito parlare talmente male degli ultimi capitoli di Nightmare che mi aspettavo una schifezza colossale.

D’altro canto è pur vero che il livello va calando e quello che ci si ritrova per le mani con il 5° episodio è un tipico horror di serie C da riciclare in terza serata d’estate.

Diciamo che ormai almeno l’età gioca a suo favore.

Stiamo parlando dell’89 e, mal che vada, si indulge con tenerezza sull’ingenuità degli effetti e sugli abbinamenti di colori.

In definitiva non l’ho trovato così terribile. Posso affermare con discreta disinvoltura di aver visto cose di gran lunga peggiori e – aggravante – in tempi decisamente più recenti.

La trama è abbastanza collegata al filone principale e qui si sceglie la carta della rinascita-reincarnazione-possessione-del-nascituro, che non era ancora stata utilizzata e che comunque è un classico.

Freddy, che era stato messo fuori combattimento da Alice (sempre Lisa Wilcox) alla fine film precedente, trova il modo di tornare a infestare incubi e realtà reincarnandosi – sempre per vie oniriche (o almeno così pare) – in una nuova creatura data alla luce sempre da Amanda – la madre che viene introdotta sempre alla fine del quarto – che, per ragioni ancora da chiarire, è incastrata anche lei in una dimensione onirica ed è quindi raggiungibile dal beneamato figliolo.

Ok. Sì. E’ vero. Mi rendo conto anche mentre lo scrivo che a) non si capisce un cazzo e b) anche quel che si capisce è un po’ una cagata. Però a vederlo funziona meglio di quel che sembra a sentirlo.

E sì, non è proprio chiarissimo il passaggio tra Freddy vecchio, il mostriciattolo rinato e il Freddy che fa venire gli incubi al bambino – reale – di Alice, però vabbè, a grandi linee ci sta.

E poi c’è sempre la scusa del sogno, no?

Struttura slasher come sempre, con il gruppetto di amici decimati dagli incubi.

Alla fine il particolare di attribuire gli incubi al bambino che deve ancora nascere non era male e avrebbero pure potuto giocarlo un po’ meglio.

Regia di Stephen Hopkins che, manco a farlo apposta, come dicevo già qualche giorno fa, è proprio adesso nelle sale con Race. Immagino di dover supporre che le sue doti di regista siano migliorate un po’ nel corso dei ventisette anni che lo separano da questo Nightmare, che era poi il suo secondo film.

Per il resto, splatter di bassa qualità – ma questo è comune un po’ a tutta la serie, pessima storpiatura italiana come sempre del sottotitolo – l’originale è The Dream Child e mi sembra più che logico che in italiano diventi Il Mito. Parentesi. In italiano storpiamo i titoli tendenzialmente per spiegarli. Nel caso dei Nightmare quasi tutti i titoli originali erano più esplicativi delle versioni italiane che suppongo volessero essere più evocative, nelle distorte intenzioni di chi li ha scelti, ma, di fatto, sono solo fuori tema. Chiusa parentesi.

Ed ennesima storpiatura della filastrocca di Freddy – anche se su questo dettaglio dovrei andare a confrontare tutte le versioni originali perché qualche dubbio ce l’ho.

Carina la parte del tizio che viene risucchiato dai fumetti.

Da vedere in ogni caso. Per cultura.

Cinematografo & Imdb.

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E andiamo avanti. 1987, terzo capitolo. Regia di Chuck Russell.

Fin dai primi minuti, questo terzo film sembrava promettere meglio del secondo. E, in effetti, devo dire che ha mantenuto la sua promessa.

I guerrieri del sogno – una volta tanto non hanno stravolto il sottotitolo – rivitalizza l’idea originale e ci costruisce intorno una storia sorprendentemente coerente sia per la struttura dei richiami sia per le modalità.

Certo, dando un’occhiata al cast tecnico, è facile immaginare che abbia giovato alla buona riuscita dell’operazione il fatto che la tra gli sceneggiatori ci fosse lo stesso Wes Craven affiancato, tra gli altri, da Frank Darabont.

Una sorta di epidemia di suicidi colpisce gli adolescenti. Coloro che si salvano non vogliono più dormire e vengono ricoverati nella clinica del dottor Gordon. Il motivo per cui i ragazzi non voglio dormire sono gli incubi terrificanti. Incubi che, come emerge da alcune sedute di gruppo, sono più o meno gli stessi per tutti. E che, ovviamente, non sono soltanto sogni.

Ad affiancare il dottor Gordon arriva una nuova dottoressa. Giovane, neolaureata ma specializzata nei disturbi del sonno. Si chiama Nancy Thompson e fin da subito sembra avere idea – più di chiunque altro nell’istituto – di che cosa esattamente stiano parlando i ragazzi. L’uomo orrendamente sfigurato che sognano è Freddy Krueger ed è venuto per loro.

Ottima scelta l’aver ripristinato il meccanismo base sonno veglia con l’azione di Freddy nella dimensione onirica e le conseguenze che sconfinano nel mondo reale. Più coerente e meno arbitraria della derivazione del film precedente.

Il luogo del sogno è la casa di Elm Street, labirinto infernale in cui prendono forma le peggiori paure dei ragazzi che vi vengono attirati.

La protagonista è Kristen, una giovanissima Patricia Arquette che forse non avrei neanche riconosciuto se non avessi letto il nome.

Kristen è tormentata dagli incubi, come tutti gli altri. Quando Freddy l’ha colpita e lei ha apparentemente cercato di suicidarsi, stava costruendo il modellino di una casa dall’aria familiare e dalla porta rossa. Ma Kristen ha anche un potere particolare. Riesce a chiamare altre persone nei suoi sogni. Riesce e a comunicare con gli altri anche nella dimensione del sogno. Non è solo passivamente incastrata nell’incubo ma può interagire, può chiedere aiuto, può combattere.

Vengono anche forniti dettagli in più sul passato di Freddy.

Struttura da slasher, effetti speciali non eccessivamente scenografici e sempre piuttosto plasticosi ma tutto sommato ben ideati e quindi efficaci.

La parte migliore, visivamente, è senza dubbio quella nella casa, con le porte che si aprono su stanze mentali e gli spostamenti che stravolgono la logica razionale per sostituirla con la logica del sogno.

Ad interpretare Nancy è di nuovo Heather e Langenkamp e Freddy è sempre Robert Englund. Nel cast c’è anche un giovanissimo Lawrence Fishbourne – accreditato come Larry nei titoli di testa.

Cinematografo & Imdb.

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Robe a caso che non interessano a nessuno. Sono malamente andata in fissa per gli M83. Davvero. Non lo capisco neanche bene io perché. Devo solo aspettare che mi passi prima di comprare un cd (che presumibilmente ascolterei a ripetizione per un mese e poi mi dimenticherei di avere). Aspettare. Questa è la chiave. Non assecondare qualsiasi raptus pseudoadolescenziale mi colga. Possiamo farcela.

Sto finalmente arrivando alla fine di una raccolta di racconti di Carver che ho iniziato tipo due secoli fa. E non perché non mi piaccia ma perché i racconti sembrano fatti apposta per leggere altre cose in mezzo e i tempi si allungano. Almeno, io mi faccio sempre fregare da questo aspetto. Probabilmente anche questo è un problema solo mio.

L’altra settimana ho finito Breaking Bad. Doveva pur succedere, prima o poi. Mi ci vorrà un po’ per elaborare la perdita di una delle serie migliori di sempre.

Anche nell’ottica di rielaborare, mi son finalmente decisa a iniziare True Detective. Verrà il giorno in cui riuscirò a dire qualcosa di diverso da aaaaawwww! Ma non è questo il giorno.

Ho pure iniziato la seconda stagione di Sons of Anarchy e avrei lunghe dissertazioni in merito ai meccanismi di definizione di un antagonista, ma prima volevo fare un post decente sulla prima stagione e vorrei andare con ordine per non disturbare le mie tendenze compulsive.

E niente. Magari la smetto di cazzeggiare e arrivo anche al film.

Ebbene sì. Ormai sono avviata e quindi l’idea è quella di vederli (e propinarveli) tutti.

Nightmare 2 – La rivincita. La rivincita dddeche? Il titolo originale è A Nightmare on Elm Street Part 2: Freddy’s Revenge. Vendetta. Non rivincita. Non è una dannata partita a rubamazzo.

Regia di Jack Sholder, del quale credo di aver visto anche L’alieno del 1987 ma che non per questo risulta meno dimenticabile.

Il film è arrivato nel 1985, sull’onda del successo del primo Nightmare ed è tutto sommato un seguito che tenta di replicare il primo più che di aggiungervi nuovi sviluppi.

Stessi luoghi, cinque anni dopo. Stessa casa su Elm Street, che ovviamente conserva le tracce della sorte della povera Nancy Thompson. E, soprattutto, ne conserva pure il diario.

Altri adolescenti, altri incubi, ma il meccanismo di base è sempre lo stesso.  Con una variante. Freddy adesso può possedere un corpo come un demone in piena regola e si impossessa del povero Jesse Walsh che, prima di capire esattamente cosa gli sta succedendo, ha già fatto fuori qualcuno.

Accanto a lui c’è Lisa, la sua ragazza, interpretata da Kim Myers, nota (quasi) unicamente per la sua notevole somiglianza con Meryl Streep – cosa per la quale pare l’abbiano tormentata fino allo sfinimento con domande su eventuali (e inesistenti) legami di parentela.

A differenza del primo (e di molti altri film di Wes Craven, se è per questo) non è uno slasher perché non c’è un vero gruppo di partenza.

Effetti speciali sempre piuttosto plasticosi e tutto sommato meno creativi rispetto al capitolo precedente.

La faccenda della possessione non è una brutta idea ma visivamente è un po’ pasticciata, con Jesse che un po’ è lui, un po’ diventa Freddy, un po’ porta fisicamente Freddy dentro di sé. Finché si trattava di sogno che sconfinava nella realtà il passaggio tra l’assurdo e il reale era paradossalmente più plausibile. In questo modo si perde un po’ l’effetto straniante della dimensione onirica. Si perde la duplicità di piani e si rimane solo in una realtà in cui vengono fatte succedere cose soprannaturali. Che è ben diverso dal presupposto originario. E anche più banale.

D’altronde lo spirito di questo primo seguito pareva essere suppergiù quello di ‘abbiamo trovato un cattivo che ha avuto successo nel fare paura. Riutilizziamolo’.

Nel complesso però si fa guardare. Il ritmo è veloce e incuriosisce.

Freddy è sempre interpretato da Robert Englund, che sarà l’unico elemento del cast a non cambiare mai attraverso tutti gli episodi.

Cinematografo & Imdb.

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One, two, Freddy’s coming for you.

Three, four, better lock your door. 

Five, six, grab your crucifix. 

Seven, eight, gonna stay up late. 

Nine, ten, never sleep again.

E alla fine mi sono decisa a guardarmi il primo Nightmare.

Anno 1984. Titolo originale A Nightmare on Elm Street. Titolo italiano ovviamente cambiato. E sottotitolato. Nightmare. Dal profondo della notte. Mah.

E no. Nonostante la mia propensione per l’orrorifico fin dalla più tenera età (questo è il momento in cui la proprietaria del blog visualizza se stessa bambina in versione Mercoledì Addams – prego soffermarsi sull’immagine) non l’avevo mai visto. Nel ’94 vidi Nightmare – Nuovo incubo, conclusione della serie, di nuovo diretta da Wes Craven e tutto sommato piuttosto indipendente, posto che la storia di partenza e l’origine di Freddy la conoscono comunque un po’ tutti.

Lo so che è un po’ una porcata cominciare dal settimo film. A mia discolpa posso dire che: a) è colpa di Notte Horror (presumibilmente mi ci ero trovata davanti per caso); b) in realtà il settimo film è più un tribute che non un vero capitolo; c) non so cosa farci, per i film di Nightmare ho avuto un blocco per anni. E non è neanche che Freddy mi abbia mai fatto così tanta paura.

E’ tutta la faccenda del sogno, credo. E non solo perché quella è l’intenzione e quello è l’elemento scelto per spaventare.

Non ho mai avuto modo di confrontarmi su questo argomento ma, per quel che mi riguarda, sono piuttosto certa che c’entrino in qualche modo i miei disturbi del sonno.

Vi assicuro che per chi è soggetto ad illusioni ipnagogiche ed episodi di sonnambulismo, l’idea di rimanere incastrato nella dimensione onirica e non riuscire a tornare indietro è parecchio disturbante. Che poi, in realtà, questa è un’associazione che ho fatto relativamente di recente.

Nightmare, almeno per me, è terrorizzante molto più a livello di concetto, che non di rappresentazione in sé. E’ l’idea stessa alla base di Freddy che si radica nell’inconscio e nell’immaginario.

Anyway, lasciando da parte l’angolo dell’autoanalisi, la trama del film è piuttosto semplice. Un gruppo di ragazzi comincia ad essere tormentato da strani incubi. Incubi che, ad un certo punto, sembrano avere conseguenze nella realtà. Qualcuno comincia a morire. A tormentare i sonni di tutti è una misteriosa figura dal volto sfigurato. Ha un maglione a righe e un guanto le cui dita terminano in altrettanti rasoi.

Il mostro ha un nome, oltre che un volto. E’ il fantasma di un segreto custodito dai genitori dei ragazzi. Anni addietro era stato arrestato un feroce assassino di bambini, Fred Krueger. Dopo poco, però, a causa di un errore giudiziario, Fred viene rilasciato. I genitori, infuriati, linciano Fred e lo bruciano vivo. Da cui le cicatrici che sfigurano il suo volto.

Solo che Fred è tornato e cerca vendetta per quella giustizia sommaria.

Visivamente il film è molto datato. E’ un cult per la figura che ha creato ma è ormai quasi vintage per quel che riguarda effetti speciali e impostazione dei parametri per suscitare terrore. E’ così meravigliosamente anni Ottanta. Visto adesso, per molti aspetti è persino ingenuo. A volte anche buffo. So che Freddy verrà a tormentarmi nottetempo per questa affermazione ma, davvero, ci sono alcune scene in cui Freddy pencola qua e là o salta fuori come un pupazzo a molla da un angolo buio che più che spaventarmi mi hanno fatto sorridere.

Il motivo per cui, comunque, nonostante la sua età si avverta pesantemente, continua a funzionare, è, come dicevo prima, il presupposto alla base. L’idea di sfruttare la dimensione onirica come dimensione reale e a sé stante. Che non è come Dario Argento fa già da quasi un decennio, solo un trasportare nella realtà le logiche comportamentali del sogno per conferire alla realtà stessa una patina di irrealtà e di maggior vicinanza all’inconscio.

No. E’ ancora una cosa diversa.

E’ il presupporre un passaggio tra veglia e sonno. L’ingresso in una dimensione dove ad attenderti può esserci qualunque cosa perché c’è più di un modo per accedervi. Una dimensione che è reale al pari di quella del mondo di veglia. E a passare da una parte all’altra sono le conseguenze di quello che succede in sogno. Se muori nel sogno, muori nella vita reale. Se Freddy ti tiene di là, non ti sveglierai più. Se gli scappi, potrebbe seguirti fin da questa parte.

Da questo punto di vista la commistione e il contatto tra le due dimensioni è fatto molto bene e nei momenti cruciali mantiene sempre quel giusto livello di incertezza.

Dovrei mettermi seriamente a tirar giù una filmografia specifica sull’impiego della dimensione onirica nell’horror per avere un’idea più chiara delle tempistiche, ma sta di fatto che per gli anni Ottanta, quando è arrivato, Nightmare risultava comunque molto innovativo e molto spaventoso.

Cast tutto sommato anonimo. Unica nota di spicco è costituita dal nome di Johnny Depp, nel ruolo di uno dei ragazzini che ha costituito il suo esordio sul grande schermo.

A vestire i panni di Freddy è invece Robert Englund.

Cinematografo & Imdb.

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