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Archive for settembre 2015

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Vocee…

Voceeee….

Frances!

Che vuoi?! Stavo già dormendo da un po’…aspetta un momento…

Cosa?

Da quando mi chiami per nome?

Da quando non rispondi benché ti stia urlando addosso da un po’…

Magari era voluto, il fatto di non rispondere. Ma non è questo il punto.

E quale sarebbe il punto?

Lo sai che non mi garba che usi il mio nome.

Sì, lo so. Però non capisco perché. E un nome bellissimo.

Sì, ma è mio.

E quindi…?

E la mia privacy?

Oddio, adesso chiamare qualcuno per nome è una violazione della privacy?

In un certo senso…

Ouf, quanto la fai lunga, tanto ormai ti ho chiamato. E l’hanno sentito tutti. E poi dovevo pur dirtelo una buona volta: ho anche parlato di te mentre non c’eri.

Adesso ti dai pure al pettegolezzo… Un momento…non avrai mica detto anche qualcosa riguardo al mio aspetto?

Beh, non in dettaglio, ecco.

Sii più precisa, grazie.

Non mi ricordo.

Cazzate. Ti ricordi benissimo.

Mah, potrebbe forse essermi accidentalmente scappato qualcosa riguardo alla tua natura…

Definisci ‘natura’.

Categoria di appartenenza…?

Hai detto a qualcuno che sono una scimmia?!

L’hai detto tu. Io non ho detto niente.

Che stronza che sei.

Guarda che tanto qualcuno in rete che lo sapeva c’era già.

Sì, ma non girava da queste parti. Qui ho una reputazione da difendere.

Certo. Immagino. Ma senti…io non ti avevo chiamato per questo.

Lo so. Mi avevi chiamato come al solito perché non sapevi come iniziare il post e stavi cazzeggiando.

In effetti…

Quanto sei prevedibile. Allora. Seguiamo la procedura standard. Qual è il film di stasera?

Self/Less

Di cosa parla il film di stasera?

Di Damian (Ben Kingsley). Che è ricco e potente. Al centro di un grande impero finanziario. Abituato ad avere tutto quello che vuole. Abituato anche ad essere solo.

E…

E Damian ha una figlia a cui tiene molto ma con la quale quasi non parla. Ha un collaboratore che è anche il suo unico amico. E ha un cancro che non gli lascia più molto tempo.

In modo apparentemente casuale viene a conoscenza dello shedding, una terapia medica d’avanguardia, nota solo a pochi, che consente il trasferimento della coscienza da un corpo vecchio ad uno nuovo, ufficialmente creato in laboratorio per questo scopo.

Padre di questa tecnologia è Albright (Matthew Goode), giovane brillante, che segue Damian nell’intervento e lo assiste nel periodo successivo per accertarsi che non ci siano effetti collaterali.

Un corpo nuovo, giovane e forte. La ricchezza di prima, sapientemente amministrata e trasferita. Una vita nuova di zecca.

Sembra tutto perfetto. L’unica cosa che il nuovo Damian (Ryan Reynolds) deve fare è ricordarsi di prendere qualche pillola.

Però. Una pillola dimenticata. Qualcosa che filtra dove non dovrebbe. Damian vede immagini che non capisce. Realizza di avere ricordi non suoi. Non capisce ma vuole seguire la pista che sembrano tracciare quei ricordi. E al fondo di quella pista c’è una realtà piuttosto diversa da quella liscia ed asettica che Albright gli ha venduto insieme alla sua nuova vita.

Non sembra male…

No, è quello che ho detto anch’io quando ho visto il trailer…peccato che poi non ci sia molto di più.

Dove si va a parare lo si capiva già tutto dal trailer. Il resto è riempito da un po’ di scene d’azione e di inseguimenti. Un po’ di dilemmi morali, una donna e una bambina da salvare, valori e una scala di priorità da riorganizzare. Niente di nuovo e niente di che.

Ben Kingsley fa da specchietto per le allodole e anche in questo caso, il trailer concentra il grosso delle scene in cui c’è lui, ma di fatto viene sostituito abbastanza presto. Ryan Reynolds non mi dice granché e fa il suo mestiere senza infamia e senza lode.

Nel complesso non è male e il ritmo scorre veloce ma Tarsem Singh – regista di The Cell (che prima o poi dovrò recuperarmi perché me lo ricordo come una cosetta interessante) e del Curioso caso di Benjamin Button, avrebbe potuto sforzarsi un po’ di più in originalità, tanto più che il tema e il presupposto potevano offrire anche dei buoni spunti.

Quindi me lo consigli o no?

Non te lo consiglio ma non te lo sconsiglio neanche. Chiaro no? Si può vedere un po’ a tempo perso.

Cinematografo & Imdb.

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S_11859_R_CROP Academy Award winner Ben Kingsley stars as billionaire industrialist Damian Hale in Gramercy Pictures' provocative psychological science fiction thriller Self/less, directed by Tarsem Singh and written by Alex Pastor & David Pastor. Credit: Alan Markfield / Gramercy Pictures

S_10749_R_CROP (l-r.) Madeline (Natalie Martinez) and daughter Anna (Jaynee-Lynne Kinchen) flee with Young Damian (Ryan Reynolds) in Gramercy Pictures' provocative psychological science fiction thriller Self/less, directed by Tarsem Singh and written by Alex Pastor & David Pastor. Credit: Alan Markfield / Gramercy Pictures

S_09872_CROP (l-r.) Albright (Matthew Goode) is confronted by Young Damian (Ryan Reynolds) in Gramercy Pictures' provocative psychological science fiction thriller Self/less, directed by Tarsem Singh and written by Alex Pastor & David Pastor. Credit:Alan Markfield / Gramercy Pictures

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Fari abbaglianti scavano il buio. Asfalto sale tra i castagni, sei chilometri oltre il paese. La strada di servizio per il ripetitore di Colle Torto.
All’ottavo tornante, una verrareccia si stacca sulla destra. Il motore scala. Le ruote sterzano. Un ventaglio di luce corre tra i cespugli.
Caprioli intenti a brucare sciamano verso il bosco
.
La sterrata attraversa il pascolo e raggiunge i ruderi di un casone.
Rovine recenti, finestre ancora intatte. Auto in circolo sull’aia in disuso. Paia di fari convergono al centro.

Esordio solista di Wu Ming 2 (dal collettivo Wu Ming – Luther Blissett, autore di Q, Altai, Manutuana, L’armata dei sonnambuli) pubblicato nel 2004 da Einaudi.

Ora, posto che il valore tecnico e stilistico di Wu Ming 2, come del resto di tutti gli altri, è cosa ampiamente consolidata e non è il caso di tornarci su, resta il fatto che questo libro mi ha lasciata piuttosto freddina.

E credo di aver anche individuato piuttosto rapidamente il motivo di questa freddezza.

C’è troppo.

Come anticipavo prima, stilisticamente è impeccabile. Una scrittura veloce, serrata, che tratteggia contesti e personaggi con poche linee essenziali e precise. Autentici lampi di genio e idee brillanti. Che però rimangono un po’ soffocate dal tentativo di dare vita ad un quadro troppo vasto. Non si riescono ad apprezzare appieno le trovate più interessanti perché sono subito sommerse da qualcos’altro. Non si riesce mai veramente ad entrare nella storia perché cambia troppe volte e in modo troppo frammetario.

E’ un susseguirsi di singole scene costruite egregiamente ma che non riescono a trasmettere una sensazione di unità. Non c’è omogeneità, non ci sono legami. Anche se da un punto di vista narrativo di fatto i legami ci sono perché non è che la trama abbia delle incoerenze. Solo che è talmente frammentata che perde efficacia.

Al centro c’è Marco Walden, aspirante supereroe troglodita.

Sullo sfondo c’è un piccolo paesino dell’Appennino.

E ci sono cacciatori, bracconieri, ecoterroristi.

Ci sono cantieri e ci sono cave abbandonate.

C’è una barista rabdomante con il suo San Bernardo e ci sono malavitosi albanesi alle prese con combattimenti clandestini. Soldi sporchi e un poliziotto fissato con il survivalismo.

E c’è un romanzo di fantascienza, di Emerson Krott, che si intitola proprio Guerra agli umani.

I riferimenti a contesti e situazioni reali nel nostro paese sono tanti e impietosi. Le frecciate precise e pungenti.

Non è male ma nel complesso mi ha lasciato un po’ il retrogusto di un’occasione mancata.

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le case e i loro dintorni. Per esempio, nella Settantesima Est c’è un edificio di pietra grigia dove, al principio della guerra, ho avuto il mio primo appartamento newyorkese. Era una stanza sola affollata di mobili di scarto, un divano e alcune poltrone paffute, ricoperte di quel particolare velluto rosso e pruriginoso che ricolleghiamo alle giornate d’afa in treno. Le pareti erano a stucco, di un colore che ricordava uno sputo tabaccoso. Dappertutto, perfino in bagno, c’erano stampe di rovine romane, molto vecchie e tempestate di puntolini scuri. L’unica finestra dava sulla scala di sicurezza. Ma, anche così, mi si rialzava il morale ogni volta che mi sentivo in tasca la chiave di quell’appartamento; per triste che fosse, era un posto mio, il primo, e lì c’erano i miei libri, i barattoli pieni di matite da temperare, tutto quello che mi occorreva (o così almeno pensavo) per diventare lo scrittore che volevo diventare.

In quei giorni non mi era mai venuto in mente di scrivere di Holly Golightly, e con ogni probabilità non ci avrei pensato nemmeno adesso se non fosse stato per una conversazione che ho avuto con Joe Bell, una conversazione che ha risvegliato tutti i miei ricordi di lei.

Holly Golightly era un’inquilina della vecchia casa grigia; occupava l’appartamento sotto al mio. Joe Bell invece era il proprietario di un bar all’angolo di Lexington Avenue, e lo è ancora. Tanto Holly che io ci andavamo sei, sette volte al giorno, non per bere qualcosa, non sempre almeno, ma per telefonare; durante la guerra era molto difficile ottenere un telefono privato. E poi, Joe Bell era bravissimo a trasmettere messaggi, il che, nel caso di Holly, non era un favore da poco, perché lei ne riceveva una quantità inverosimile.

Naturalmente, questo accadeva molto tempo fa, e fino alla settimana scorsa non avevo più rivisto Joe Bell. Avevamo contatti saltuari, e ogni tanto, quando mi capitava di passare per quel rione, mi fermavo al suo bar; ma, in realtà non eravamo mai stati grandi amici, se non in quanto eravamo entrambi amici di Holly Golightly. Joe Bell non ha un carattere facile, lo riconosce anche lui; perché è scapolo, dice, e soffre di acidità di stomaco. Chi lo conosce vi dirà che parlare con lui è una impresa. Impossibile, se non condividete le sue fissazioni, una delle quali è Holly. Ne ha altre: l’hockey sul ghiaccio, i cani Weimaraner, Our Gal Sunday (un radioromanzo che ha ascoltato per quindici anni), e Gilbert e Sullivan – sostiene di essere imparentato con uno dei due, non riesco mai a ricordare quale.

E così, quando martedì scorso, nel tardo pomeriggio, il telefono squillò e sentii: “Qui Joe Bell,” capii che doveva trattarsi di Holly.

T. Capote, Colazione da Tiffany, 1958

 

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Comunicazione di servizio: sparisco di nuovo per una settimana. Poi giuro che la smetto 🙂

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Allora. Parentesi che non c’entra un tubo col post.

Mi son finalmente decisa ad ascoltare Rebel Heart di Madonna.

…hem…scusa…

Uh, Voce! Da quanto tempo! Come mai da queste parti?

…avrei una domanda

Prego

No, perché forse ero sprofondata troppo in fondo e non ho sentito bene.

Cosa?

Cos’è che stai ascoltando?

Rebel Heart. L’ultimo album di Madonna.

E perché diavolo stai ascoltando l’ultimo album di Madonna? Mi pareva che l’avessi superata dai tempi di Frozen…

E infatti è così. Ma visto che ho il biglietto per il concerto di novembre mi pareva sensato sottopormi ad un rapido aggiornamento…

E…

E cosa?

Scusa, proprio mi sfugge.

Cosa?

Tu hai un biglietto per il concerto di Madonna?

Sì. Perché?

Eh, appunto. Perché?

Eccheppalle, ho già capito dove vai a parare.

No, è solo che…

Stai zitta. Viene a Torino. L’ultima volta che ci è venuta ero troppo piccola e i miei cambiavano canale per non turbarmi l’infanzia con le tette a punta che sfoggiava sul palco. E’ un pilastro del pop. E’ un’icona. Like a VirginMaterial Girl… Ha fatto di tutto, delle emerite schifezze e delle cose meravigliose come True Blue – e mi auguro che tu non abbia niente da obiettare su True Blue. In definitiva, secondo me merita di essere vista, dato che c’è l’occasione.

Non fiato.

Brava.

E com’è quest’ultimo album?

Tamarro. Totalmente, intrinsecamente e irrimediabilmente tamarro.

Ma almeno quelle vecchie ci sono in setlist?

Sì, tranquilla.

Ora posso parlare del film, dato che ti sei presa tutta la mia parentesi?

Torno nella mia scatola.

 

Il mai nato. Che in realtà sarebbe The Unborn, cioè il non-nato. Il mai non c’è e dà una connotazione che è addirittura un po’ fuorviante. Ma vabbé. Almeno non ci hanno aggiunto sottotitoli a caso.

Anche per questo diciamo grazie a Notte Horror.

Senza un motivo apparente, all’improvviso Casey comincia ad essere tormentata da incubi e strane visioni. Visioni che gradualmente sconfinano nella realtà. Strane coincidenze. Ricordi che all’improvviso chiedono un significato. Tracce da seguire. E un avvertimento.

Jumby vuole nascere adesso.

Mah. Non è brutto e un paio di spaventi te li fa anche prendere – o magari sono io che son particolarmente impaurita dai bambini assatanati, non so – però nel complesso non è niente di che.

La protagonista, Odette Yustman (intravista in Cloverfield) è plasticosamente gnocca e cammina come se avesse qualcosa di molto rigido che… ecco… diciamo che le ostacola la scioltezza del movimento (le scene dell’armadietto del bagno sarebbero anche interessanti se non fosse che paiono costruite ad arte per far ammirare la perfezione del suo culo).

La storia vorrebbe darsi un tono e cerca palesemente uno sbocco un pochino meno sfruttato nelle storie di fantasmi&co. Si rispolvera la figura del Golem, si ravana un po’ in ambito ebraico, finendo immancabilmente col tirare in ballo anche i nazisti, il tutto però in modo fin troppo superficiale per risultare organico e rendere efficace l’espediente.

C’è Gary Oldman che fa il rabbino e si cimenta pure in un esorcismo che si colloca decisamente al di sotto della media dell’esorcismo standard che ormai si trova bene o male in tutti i film a tema.

Devo dire che, a caldo, il mio giudizio era stato forse più indulgente ma nell’insieme l’impressione è che sia stato tirato via un po’ troppo di fretta. Anche per quel che riguarda il finale.

Cinematografo & Imdb.

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Caleb e Nathan. Un giovane brillante programmatore e un geniale scienziato-ricercatore-imprenditore-multimiliardario (in tedesco questa probabilmente sarebbe una parola unica).

Nathan vive lontano da tutto, in una enorme dimora-laboratorio supertecnologica. Conduce una vita di eremitaggio e di ricerca. Lavora a un progetto di massima segretezza. Un progetto che potrebbe cambiare la storia dell’umanità.

Caleb viene selezionato per trascorrere un periodo di tempo in questa dimora e per condurre un test sul risultato di questa ricerca misteriosa. Serve un elemento esterno.

Sostanzialmente Caleb deve interagire con Ava. Deve trascorrere del tempo con questa bellissima donna robot e valutare così l’effettiva natura e portata dell’intelligenza artificiale che si trova di fronte.

Intelligenza artificiale. Non esattamente una novità.

Intelligenza artificiale in sembianze di gnocca. Anche questo non pare proprio nuovissimo.

Eppure.

Eppure Ex-Machina non sa di minestra riscaldata.

Sì, ci sono molti degli elementi che sono arrivati a diventare canonici del genere attraverso una serie di illustri predecessori a partire proprio dal robot femmina di Metropoilis (Fritz Lang, 1972), passando per Blade Runner (Ridley Scott, 1982, basato su Il cacciatore di androidi di Philp K. Dick) e AI – Intelligenza Artificiale (Steven Spielberg, 2001), fino al recentissimo Her (Spike Jonze, 2013), che per dir la verità fa un’ulteriore passo oltre e libera l’intelligenza artificiale dal fardello delle sembianze umane. Però non ci sono le solite situazioni viste e riviste.

La condizione isolata di questa casa costituisce già di per sé una dimensione altra. Ex-Machina è un film quasi interamente incentrato sui dialoghi e sulla densità dei due (tre) protagonisti. Dialoghi fitti di riferimenti, significati, spunti per riflessioni a diversi livelli. Dialoghi impregnati di cultura, in senso intellettualistico, forse anche, ma soprattutto tanta, tantissima cultura pop (la citazione dei Ghostbusters mi ha stesa, non potevo crederci che l’avesse detta davvero, è il genere di giochino che mi diverto a fare io quando parlo, quello di piazzare espressioni qua e là che possono essere citazioni se dette col tono giusto).

Dialoghi che sfiorano tutto e non toccano niente. Massimi sistemi e dilemmi quotidiani.

Rapporto uomo-macchina ma, soprattutto, rapporto dell’essere umano con i suoi simili. E allora qual è il vero muro da abbattere? La prospettiva è incerta, si presta al capovolgimento. Le emozioni distinguono l’essere umano ma il balletto di seduzione non è quello che può sembrare. Le emozioni, in definitiva, sono lo scoglio da superare. Il mistero da risolvere. La variabile impazzita che però risulta fin troppo prevedibile. Fin troppo umana.

Ottimi gli interpreti. Oscar Isaac, Nathan, fisicamente inquietante proprio per la sua informalità che lascia intravedere un abisso di squilibrio appena al di sotto della superficie liscia come quelle della casa. Domhnall (che devo ancora capire come si pronuncia) Gleeson (sì, è il figliolo di Brendan, ed era pure Bill Weasley di Harry Potter), Caleb, spaesato e diffidente; pronto, ma forse non quanto gli piacerebbe pensare. E Alicia Vikander, Ava, un enigma dagli occhi dolci e imperscrutabili.

Da vedere. Assolutamente non banale.

Cinematografo & Imdb.

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Non sapevo che Ethan Hawke scrivesse prima di imbattermi in questo libro nel catalogo di Minimum Fax. E non nascondo che la mia prima reazione è stata di perplessità. Non so bene come spiegarlo. Una sorta di istintiva diffidenza probabilmente legata ai molti tentativi che saltano fuori di tanto in tanto di sfruttare la propria fama in un ambito per combinare qualcosa anche su altri fronti.

Riflessioni oziose, in ogni caso.

Ethan Hawke – prego, notare che sto correggendo il nome ogni volta che lo scrivo perché mi viene istintivamente Ethan Hunt, e son cose che dan da pensare – comunque, dicevo, Ethan Hawke è uno scrittore maledettamente bravo. Bravo in modo quasi irritante. In senso positivo, ovviamente.

Jimmy e Christy. Una relazione scombinata come ce ne sono tante. Un punto di stallo che può essere di svolta o di rottura.

A riassumerla, la trama di questo Mercoledì delle ceneri può sembrare anche banale. Una storia raccontata milioni di volte. Gli stessi argomenti, gli stessi cliché. E invece si rivela una sorpresa.

Jimmy e Christy non sono personaggi sopra le righe. Non sono eroi. Sono persone. Alle prese con le loro contraddizioni e con il monumentale compito di imparare a convivere con se stessi prima che tra di loro.

Quasi sempre riuscivo a godermi le persone solo da lontano. Apprezzare gli altri era facile, finché non me li trovavo troppo vicini […]

La bravura di Hawke sta nel riuscire a dire quello che prima o poi tutti provano o hanno provato senza farlo sembrare banale e ritrito. Ci si riconosce, in Jimmy e Christy, si finisce col sentirli affini, per un motivo o per l’altro.

Bravissimo anche nel rendere l’alternanza di punti di vista. Una continua altalena di prospettiva dall’uno all’altra in cui le voci di entrambi sono chiare, definite, reali. Non si sente mai la voce dell’autore dietro il pensiero dei due protagonisti. Si sentono solo loro.

Mercoledì delle ceneri è la storia di una relazione ma non è una storia d’amore. Non è sentimentale eppure sviscera e mette a nudo in modo quasi brutale la verità dei sentimenti, nel senso più ampio del termine. Una verità che non è luminosa e cangiante ma ha il color tortora smorto delle moquette dei motel. Ci sono un uomo e una donna ma non c’è maschile contrapposto al femminile. C’è un miscuglio caotico e struggente, attraversato da lampi di folgorante chiarezza. E’ il caos del Mardi Gras per le strade di New Orleans e la quiete dolorante del Mercoledì delle Ceneri.

Bellissimo. Devo procurarmi altri suoi libri.

Ma nell’oscurità di quella stanza di motel mi resi conto che, sposato o no, nessuno avrebbe mai potuto conoscermi del tutto: la parte più vera di me sarebbe rimasta sempre isolata e sola.

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