Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘1925’ Category

perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato. La cuoca della signora Grubach, la sua affittacamere, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, quella volta non venne. Non era mai successo prima. K. aspettò ancora un poco, guardò dal suo cuscino la vecchia che abitava di fronte e lo stava osservando con una curiosità del tutto insolita per lei, ma poi, stupito e affamato insieme, suonò il campanello. Subito bussarono e un uomo che K. non aveva mai visto prima in quella casa entrò. Era slanciato ma di solida corporatura, indossava un abito nero attillato che, come quelli da viaggio, era provvisto di varie pieghe, tasche, fibbie, bottoni e cintura, e dava quindi l’impressione, senza che si capisse bene a che cosa dovesse servire, di essere particolarmente pratico. «Lei chi è?», chiese K. subito sollevandosi a metà nel letto. Ma l’uomo eluse la domanda, come se la sua comparsa fosse da accettare e si limitò a chiedere a sua volta: «Ha suonato?». «Anna mi deve portare la colazione», disse K. e cercò, dapprima in silenzio, con l’osservazione e la riflessione, di stabilire chi mai fosse l’uomo. Ma questi non si espose troppo a lungo ai suoi sguardi, si volse verso la porta e l’aprì un poco per dire a qualcuno che stava evidentemente subito dietro: «Vuole che Anna gli porti la colazione». Ci fu una risatina nella stanza accanto, dal suono non poteva essere sicuro che non venisse da più persone. Sebbene l’estraneo non potesse con questo aver appreso nulla che già non avesse saputo prima, disse a K. con il tono di una comunicazione: «È impossibile». «Questa sarebbe nuova», disse K., saltò dal letto e s’infilò in fretta i pantaloni. «Voglio un po’ vedere che gente c’è nell’altra stanza e che giustificazione mi darà la signora Grubach per questa seccatura». Gli venne subito in mente che non avrebbe dovuto dire questo a voce alta, e che in tal modo riconosceva all’estraneo un qualche diritto di controllo, ma al momento la cosa non gli parve importante. L’estraneo, comunque, l’intese così, perché disse: «Non preferisce rimanere qui?». «Non voglio rimanere qui né che lei mi rivolga la parola finché non si sarà presentato». «L’intenzione era buona», disse l’estraneo e aprì ora spontaneamente la porta. Nella stanza accanto, dove K. entrò più lentamente di quanto volesse, a un primo sguardo tutto pareva quasi immutato dalla sera prima. Era il soggiorno della signora Grubach, forse nella stanza stracolma di mobili, tessuti, porcellane e fotografie, c’era un po’ più spazio del solito, non lo si vedeva subito, anche perché il cambiamento principale consisteva nella presenza di un uomo, seduto vicino alla finestra con un libro da cui ora alzò lo sguardo. «Sarebbe dovuto rimanere nella sua stanza! Non glielo ha detto Franz?». «Ma lei che cosa vuole?», disse K., e volse lo sguardo dalla nuova conoscenza all’uomo chiamato Franz, che era rimasto sulla porta, e poi ancora all’altro. Dalla finestra aperta si vedeva di nuovo la vecchia che, con una curiosità veramente senile, si era adesso spostata alla finestra dirimpetto per continuare a vedere ogni cosa. «Insomma, voglio la signora Grubach…», disse K., e fece un movimento come per divincolarsi dai due uomini, che pure stavano distanti da lui, e andarsene. «No», disse l’uomo vicino alla finestra, gettò il libro su un tavolino e si alzò. «Lei non può andarsene, è in arresto». «Si direbbe proprio», disse K. «E perché?», chiese poi. «Non siamo autorizzati a dirglielo. Vada in camera sua e aspetti. Il procedimento è appena avviato, e lei saprà tutto a tempo debito. Vado oltre il mio incarico parlandole così amichevolmente. […]».

F. Kafka, Il processo, 1925

Annunci

Read Full Post »

Sono ostaggio di un mal di testa infernale (e, a quanto sembra, chimicamente inattaccabile) da ormai qualcosa come ventisei ore abbondanti e, per quanto continui a ripetermi che anche Virginia Woolf soffriva di emicranie, la cosa non sembra essermi di alcun conforto.

E cosa c’è di meglio da fare quando si ha mal di testa se non farsi venire la brillante idea di incominciare Dante’s Inferno sulla PS3 nuova di zecca?

Sì, ok, tralasciamo il fatto che sono come mio solito in ritardo di un po’ di anni sul resto del mondo, ciò non toglie che sia comunque un’attività che richiede il suo dispendio di energie.

Il risultato è che ho rischiato di inchiodarmi già al primo scontro con la Morte, salvo poi incazzarmi quando è comparso il messaggio che, parafrasando, diceva “non è il caso che ci passi tutta la sera, se non ce la fai cambia il livello di difficoltà”. Non sia mai. Ce l’ho fatta e sono riuscita a fare ancora un paio di salvataggi prima di arrendermi di fronte al fatto che mi si incrociavano palesemente gli occhi. Il mio mal di testa prospera ancora di più ma se non altro io sono soddisfatta delle mie imprese.

Sarei tentata di dilungarmi in commenti sulla grafica e le dinamiche di gioco ma sarebbe effettivamente prematuro quindi mi riservo la recensione per quando l’avrò giocato tutto.

Mi sono anche munita di Assassin’s Creed e Gods of War ma temo che per quelli attenderò serate più propizie.

Tutta questa premessa perché? Perché nel weekend non ho visto niente al cinema e ho rivisto di recente Shining, del quale vorrei parlare da più di una settimana ma temo che se mi ci mettessi adesso direi solo un mucchio di banalità.

Quindi mi limito all’incipit di un libro che amo moltissimo.

La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei.

Lucy ne aveva fin che ne voleva, di lavoro. C’era da levare le porte dai cardini; e per questo dovevano venire gli uomini di Rumpelmayer. “E che mattinata!” pensava Clarissa Dalloway “fresca, pare fatta apposta per dei bimbi su una spiaggia.”

Che voglia matta di saltare! Così si era sentita a Bourton: quando, col lieve cigolar di cardini che ancora le pareva di udire, aveva spalancato le porte-finestre e s’era tuffata nell’aria aperta. Ma quanto più fresca e calma, e anche più silenziosa di questa era quell’altra aria, di buon mattino; come il palpito di un’onda; il bacio di un’onda; gelida e pungente eppure (per la fanciulla di diciott’anni ch’ella era allora) solenne: là alla finestra aperta, ella provava infatti un presagio di qualcosa di terribile ch’era lì lì per accadere; e guardava ai fiori, agli alberi ove s’annidavano spire di fumo, alle cornacchie che si libravano alte, e ricadevano; e rimaneva trasognata fino a che udiva la voce di Peter Walsh: “Fate la poetica in mezzo ai cavoli?” – così aveva detto? – oppure: “Preferisco gli uomini ai cavolfiori” – aveva detto così? Doveva averlo detto una certa mattina a colazione, quando lei era uscita sul terrazzo…Peter Walsh! Sarebbe tornato dall’India quanto prima, a giugno o a luglio, ella non rammentava più, ché le sue lettere erano disastrosamente monotone. Erano i suoi motti che vi si imprimevano in mente; i suoi occhi, il suo temperino, il suo sorriso, la sua orsaggine e, quando milioni di altre cose erano interamente svanite – strano davvero! – poche parole come quelle a proposito dei cavolfiori.

In attesa che passasse il furgone di Durtnall, ella s’irrigidì un poco, sull’orlo del marciapiede. Una donna graziosa, la giudicò Scrope Purvis (egli la conosceva come ci si conosce tra vicini di casa a Westmister); aveva in sé qualcosa di un uccellino, della gazza, un che di verdazzurro, lieve, vivace, quantunque avesse varcato la cinquantina e fatto molti capelli bianchi dopo la sua malattia. In attesa di attraversare ella se ne stava là, dritta sulla vita, come appollaiata su di un ramo; e non lo vide neppure.

Poiché il semplice fatto di vivere a Westmister – da quanti anni ormai? più di venti – impone indiscutibilmente (Clarissa lo affermava), sia pur nel bel mezzo del viavai d’una piazza o destandosi all’improvviso la notte, una particolare calma, anzi solennità; una pausa che non si saprebbe descrivere; un sostar della vita (ma questo poteva ben essere il cuore, indebolito dall’influenza) nell’attimo prima che il Big Ben suoni le ore. Ecco il rintocco! Prima è un monito, musicale, poi l’ora, irrevocabile. I plumbei circoli si dissolvevano per l’aria. Poveri di spirito che siamo, pensava Clarissa, attraversando Victoria Street. Dio solo sa perché l’amiamo così, la vediamo così, perché ce la facciamo così, costruendola attorno al nostro io per poi scomporla, e ricrearla da capo a ogni momento; eppure l’ultima delle pitocche, i più sciagurati rifiuti umani seduti sui gradini delle porte (istupiditi dal bere) non farebbero altrimenti; e per quella precisa ragione non c’è né legge né decreto che possa domarli: perché amano la vita. Negli occhi dei passanti, nella foga del brulichio cittadino, nel muggito e nel frastuono; nel trapestio e nell’ondeggiar di carrozze, automobili, omnibus, furgoni, uomini-sandwich; nelle bande e negli organetti, nella nota trionfante e nello strano altissimo canto di un aereo che ronzava su in cielo era ciò che ella amava: la vita, Londra, e quell’attimo di giugno.

Mrs Dalloway, Virginia Woolf, 1925

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: