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Archive for the ‘A. Seyfried’ Category

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…ma se continui così, caro Gabriele, potrebbe anche succedere.

No. Decisamente e categoricamente no.

Guardiamo in faccia la realtà. Muccino Grande (in senso strettamente cronologico eh, non fraintendiamo, la cosa non è rigirabile come la faccenda del pennello cinghiale o quel che era) mi ha fregata con La ricerca della felicità (2006). Fregata non perché fosse un brutto film ma proprio per il motivo opposto. La ricerca della felicità era un gran film e mi piacque moltissimo. Proprio per questo sento periodicamente l’esigenza di concedere a questo regista il beneficio del dubbio andando a vedere cosa produce. Soprattutto quando c’è di mezzo un cast straniero – che è almeno garanzia di una soglia di recitazione standard che non mi provochi svariati attacchi epilettici come la maggioranza dei film recitati da attori italiani.

Nel 2008 vidi Sette Anime e ora non mi ci dilungo ma anche lì, no su tutta la linea. Non era drammatico. Di più. Era troppo in tutti i sensi e neanche uno positivo.

Poi nel 2009 ha tirato fuori Baciami ancora che ho accuratamente evitato in quanto sequel dell’Ultimo bacio che invece avevo visto anni addietro e avevo detestato con tutte le mie forze.

Nel 2011 è la volta di Quello che so sull’amore dove la presenza di Uma Thurman e Chaterine Zeta-Jones non è stata sufficiente a farmi superare la quantità di love che trasudava dal tutto.

E adesso arriviamo a Padri e Figlie. Come diceva già il proverbio (che devo pure averlo tirato in ballo di recente anche se non mi ricordo più per cosa)? Mi freghi una volta vergogna a te, mi freghi due vergogna a me. Ecco. Vado a vergognarmi.

Padri e Figlie non mi è piaciuto per almeno un milione e mezzo di motivi.

Non posso, in coscienza, dire che sia fatto male. Tecnicamente è piuttosto valido. Russel Crowe e tutta la banda del cast sono bravi – ma ha persino un che di scontato dire che Russel Crowe recita bene no?

Però non va. Non funziona. Non riesco neanche ad identificare esattamente cos’è che non lo fa funzionare. E’ sicuramente un problema di emotività. Ce n’è troppa ma soprattutto è espressa male. Forse è proprio questo uno dei problemi principali.

Al di là della solita storia strappalacrime, piena di disgrazie, di casi umani e di rapporti squallidi e insalvabili, c’è proprio un problema alla base nel modo di veicolare il dramma.

Un problema che è forse proprio – banalmente ma neanche poi tanto – a livello di copione.

Vedere Amanda Seyfried che nel mezzo di una sceneggiata degna dell’Ultimo bacio con il povero Aaron Paul inseguito per strada, si mette le mani nei capelli e grida ‘oddio cos’ho fatto?!?’ è qualcosa che va persino oltre la definizione di imbarazzante. Che lei ritenga di aver sbagliato a fare quello che ha fatto lo si capisce dalla situazione. Non devi farglielo dire.

Oppure.

Amanda Seyfried davanti a un juke box. Parte una canzone che le ricorda il padre – che a quel punto del film non è presente ma non si è ancora capito perché. Si sa che la canzone in questione le ricorda il padre perché meno di venti minuti prima c’è stata un scena del suo passato in cui la cantavano insieme. Amanda piange. E fin lì può andare. Amanda comincia a biascicare ad alta voce ‘mi manchi – mi manchi’ davanti al juke box. E questo no che non va bene. Non va bene per un cazzo. Le emozioni me le devi far provare. Non me le devi scrivere e sottotitolare. Non me le devi spiegare.

E’ possibile che a questo punto si debba aprire una parentesi su un eventuale problema di target. E questo è il momento in cui io appaio snob e antipatica. Io non lo so con certezza qual è il pubblico medio dei film di Muccino ma mentirei se dicessi che non me ne sono fatta un’idea. Ciò detto, è probabile che il pubblico cui Muccino si rivolge sia del genere che ha bisogno che lo stato emotivo del protagonista gli venga esplicitato a parole per capirlo così come ha bisogno che qualsiasi eventuale riferimento interno a particolari o dettagli gli venga segnalato peggio di un cantiere di notte in autostrada perché se ne accorga.

Non so. Forse mi sbaglio su questo punto, sta di fatto che il risultato è pessimo, quale che ne sia l’origine.

E non è neanche un problema di over-drama. Quello c’era in Sette Anime e si vedeva, però riusciva a coinvolgerti lo stesso.

Qui da un certo punto in poi mi sono resa conto che non sentivo più niente. Non ero minimamente partecipe di quanto succedeva ai personaggi. Proprio io, che sul tema dei padri sono ipersensibile, che ho pianto sulla Cenerentola di Kenneth Branagh e piango ancora adesso se mi metto a pensare per più di due minuti a McConaughey che lascia la figlia in Interstellar, ecco, mi son dovuta giusto spremere a forza due lacrimucce in un paio di momenti clou ma, davvero, mi ci son dovuta impegnare.

Poi vabbé, le dinamiche psicologiche sono abbastanza da manuale da supermercato. Amanda (il personaggio si chiama Katie) di fatto sta vivendo la mancata elaborazione di un trauma da abbandono ma è tutto articolato come una continua galleria di cliché sull’argomento (vogliamo parlare del rapporto con la sua paziente e della scena della bicicletta? No, non vogliamo davvero parlarne).

I cattivi sono tutti cattivi, i buoni sono tutti buoni. Caratterizzazione dei personaggi tirata via a grossi colpi d’ascia – il personaggio di Diane Kruger, poverina, è qualcosa di terribile – fossi stata in lei mi sarei rifiutata di pronunciare una frase sulle donne che, a differenza degli uomini, non possono vivere senza amore.

In generale, la mancanza di empatia per i personaggi, credo derivi dal fatto che non sono veri. Non sono onesti, non sono sinceri. Da cui la freddezza che trasmettono.

E comunque, sì, gli attori sono bravi, ma, allo stesso modo in cui un bravo regista riesce a farti recitare bene anche un cavolfiore, così un regista mediocre può sciupare anche la recitazione di un attore con i controcazzi. Russell è bravo, certo, ma è troppo enfatico e di certo è sotto la media.

Bella la struttura parallela tra passato e presente volta a far convergere i due filoni della stessa storia in un momento di chiarificazione finale e bella Amanda Seyfried. E bella New York. Ma per il resto è tutto un po’ uno spreco di risorse.

Cinematografo & Imdb.

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Tecnicamente è già lunedì ma dal momento che son le due di notte non riesco ancora a dire nulla sulla cerimonia degli Oscar che si sta svolgendo in questo momento – per ora ho solo qualche scorcio di red carpet con Quevenzhane Wallis vestita di blu e accompagnata da un cane di peluche, ma niente di più. Se riesco, seguirà aggiornamento durante la giornata, altrimenti domani resoconto completo dei vincitori.

Gambit. Come già anticipavo qualche settimana fa, remake dell’omonimo film del 1966, diretto da Michael Hoffman e sceneggiato dai fratelli Coen.

Londra. Un curatore di mostre (Colin Firth) dalle ottime capacità e dal grande amore per l’arte, vessato e umiliato dal suo datore di lavoro ricco, arrogante e spocchioso (Alan Rickman). Una cowgirl spennatrice di polli (Cameron Diaz). Un Maggiore in pensione dedito alla pittura. Una roulotte. Claude Monet e i suoi Pagliai. Un altro curatore di mostre dall’atteggiamento eccentrico (Stanley Tucci). Ah, già, dimenticavo. Un leone e qualche giapponese.

A questi ingredienti si aggiunga la summenzionata sceneggiatura dei fratelli Coen.

Si mescoli il tutto con una buona dose di umorismo se non proprio inglese quanto meno molto British-style e si ottiene una commedia gradevole e simpatica, dall’impostazione molto classica e dai tratti a volte persino un po’ retrò.

Basata fondamentalmente sullo schema della truffa da organizzare e mettere in atto, apre in diversi momenti alla commedia degli equivoci – la scena dell’albergo è spassosissima – con qualche ammiccamento all’aspetto sentimentale – senza però, per fortuna, indulgervi eccessivamente.

Colin Firth si dimostra ancora una volta attore estremamente adattabile alle parti più diverse, divertente e molto credibile nel ruolo, con quella sua espressione di chi non ha ancora capito bene dove si trova.

Cameron Diaz fa la matta ed è bella – forse persino un po’ troppo per il suo personaggio, ma non facciamo i pignoli – e brava.

Alan Rickman è assolutamente impagabile. I ruoli antipatici gli riescono sempre che è una meraviglia, con il suo repertorio di  espressioni più significative di qualsiasi copione.

E c’è anche Stanley Tucci, nei panni di un personaggio che si intuisce essere simpatico ma che in verità è discretamente massacrato da un doppiaggio eccessivamente caricaturale.

E’ un film divertente e leggero, senza grosse pretese ma con uno stile delicato, una trama che funziona e una struttura ben costruita.

I fratelli Coen si intuiscono nell’impostazione, anche se la loro impronta non è così dichiarata, non essendo loro alla regia.

Ho letto critiche che lo definiscono per certi versi superiore all’originale perchè più ironico e più dinamico. Sarei curiosa di recuperarmelo.

Cinematografo & Imdb.

E in attesa dei risultati, qualche sbirciata sul red carpet.

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Nevica, nevica e ancora nevica e, nonostante non si possa dire ad alta voce perché poi cominciano a piovere cazziatoni e accuse di irresponsabilità da tutte le parti – manco uno dicesse che gli piace rovesciare detersivo in mare nelle ore libere – la cosa mi mette estremamente di buonumore.

E poi, anche se normalmente qui sopra evito argomenti politico-religiosi, il mio buonumore non può che essere ulteriormente rafforzato dalla notizia delle dimissioni di questo losco individuo.

Per carità, sono perfettamente conscia che su questo fronte c’è poco da stare allegri comunque – non ho la benché minima fiducia che possa cambiare qualcosa nelle posizioni del Vaticano, se non eventualmente in peggio – ma sull’onda dell’entusiasmo – e al grido di “destabilizzazione” –  ho passato ben dieci minuti ad immaginarmi di aprire il giornale la mattina e cominciare a trovare notizie tipo l’approvazione della legge sui matrimoni e le adozioni per le coppie gay, e su tutta un’altra serie di questioncelle riguardanti i diritti civili, che si sa, son cose per chi non ci ha un cazzo da fare perchè le persone serie pensano a ben altro. Già.

Per la serie, immagino (appunto). Posso. Lo diceva pure George Clooney.

Almeno ancora per un paio di settimane scarse, poi si vedrà.

Non paga di tutta questa positività – e nemmeno un po’ della lunghezza di questa premessa rigorosamente fuori tema – ci mettiamo pure che sono riuscita a prendere i biglietti per l’ennesimo concerto.

Nel caso specifico si tratta di De Gregori al Teatro Colosseo qui a Torino il 4 aprile.

Penso sia ormai ufficiale. Da grande collezionerò concerti.

Il film.

Sono andata a vedere Les Miserables più per curiosità che non perché avessi effettivamente grandi aspettative. Non sono prevenuta nei confronti dei musical – mi piacciono abbastanza anche quando le musiche non sono esattamente del mio genere – ma l’ambientazione storica tendenzialmente non mi appassiona più di tanto.

In tutto questo ragionamento ho però trascurato un elemento essenziale. L’Ottocento.

Sono fatalmente affascinata da tutto quello che connota i romanzi ottocenteschi, non a caso tra i miei libri preferiti figurano i Buddenbrook (1901) e Cime Tempestose (1847). Non so neanch’io bene perchè, dal momento che normalmente non ho una sensibilità particolarmente incline ai romanticismi, ma sta di fatto che il classico polpettone romantico e melodrammatico, gravato di tutta la cupa pesantezza ottocentesca lo divoro che è una meraviglia.

Mi trovo quindi a stupirmi del perché io non abbia mai letto I Miserabili (1862) di Victor Hugo e mi ritrovi adesso nella ben poco lusinghiera condizione di volerlo leggere dopo aver visto il film. Penso che a questo punto aspetterò, così, tanto per non massacrare troppo la mia dignità. No, a parte le cazzate, non so perché non l’ho mai letto. Forse perchè è uno di quei testi che si danno per scontati perché le vicende sono bene o male note a tutti. Forse pigrizia. Morale, dovrò in qualche modo porvi rimedio.

Il film di Hooper (Il discorso del re) non è una trasposizione diretta del romanzo ma passa per la versione intermedia dell’opera teatrale di Claude-Michel Schonberg e Alain Boubil (1980 Parigi e 1985 in versione inglese per Broadway) il che lo rende più vicino ad un’opera vera e propria che non ad un musical tradizionale.

Al di là delle canzoni, non ci sono quasi dialoghi parlati ma sono tutti cantati. Motivo per cui, tra l’altro, avrebbero potuto tranquillamente risparmiarsi il doppiaggio di quelle sei o sette battute parlate e limitarsi a sottotitolarle mantenendo l’originale.

Anche la scenografia richiama visivamente tantissimo l’impostazione teatrale – bellissime le scene della barricata e gli innumerevoli riferimenti iconografici, primo fra tutti quello a La Libertà che guida il popolo di Delacroix, 1830 – che pare abbia proprio ispirato il corrispondente capitolo del testo di Hugo.

Gli interpreti. Bravi, bravi, bravi che di più non si può.

Anne Hathaway interpreta Fantine ed è presente per una parte molto breve ma lascia assolutamente senza fiato – ho veramente dovuto fare appello a tutto il mio autocontrollo per non cominciare miseramente a piangere dopo il primo quarto d’ora di film, ben conscia che in tal caso sarei arrivata alla fine ridotta ad un cencio da strizzare.

La sua I dreamed a dream è interpretata in modo perfetto sotto tutti i punti di vista e lei ha davvero una gran voce.

Hugh Jackman, Jean Valjean, si conferma un ottimo attore e l’interpretazione è impeccabile anche se ha una voce sicuramente non brutta ma neanche particolarmente notevole.

Russel Crowe è veramente molto adatto al ruolo di Javert e rende il personaggio estremamente interessante. Non mi piace per nulla la sua voce ma suppongo sia un problema mio e non un difetto suo.

Amanda Seyfried, Cosette. Mi è sempre piaciuta moltissimo ma non avevo idea (non ho mai visto Mamma Mia) che cantasse così bene e che avesse una così bella voce. Come timbro continuo a preferire la Hathaway, ma è veramente notevole.

Fantastica anche la piccola Isabelle Allen nei panni di Colette da bambina. Anche se io ho creduto fino alla fine del film che fosse la sorella minore di Dakota Fanning, tanta è la somiglianza.

Ci sono anche Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen che interpretano i coniugi Thénardier.

Se tutto il film è caratterizzato da un’estrema fedeltà al testo di base (pur con il tramite della trasposizione teatrale), i personaggi dei due locandieri sono forse quelli che più si discostano dai loro modelli letterari, risultando in verità fin troppo macchiettistici e un po’ fuori luogo. In particolare la Bonham Carter, per quanto brava e per quanto a me piaccia sempre molto, risulta un miscuglio di tutte le precedenti versioni di se stessa tra Sweeney Todd (la scena del pasticcio di carne) e Alice in Wonderland (il trucco della scena finale in cui piombano a casa di Marius sembra quello della Regina di Cuori).

In conclusione. Bello. Molto contenta di non essermelo perso.

Grandioso e imponente. Ricco di pathos ed emozioni struggenti come l’Ottocento giustamente richiede.

Cinematografo & Imdb.

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Un mondo dove tutti sono programmati geneticamente per smettere di invecchiare a 25 anni. Una volta compiuti si attiva un orologio inserito nell’avambraccio. Nell’orologio è caricato un anno. Parte il conto alla rovescia. Un anno di bonus per guadagnare altro tempo. Oppure morire, se l’orologio si azzera. Il tempo non serve solo ad allungare la vita ma è vera e propria moneta per acquistare qualunque cosa. C’è il ghetto, dove le masse fanno l’impossibile per guadagnare ore o giornate. Dove è condizione comune non avere più di un giorno o due sul proprio orologio. Ci sono i quartieri alti, dove i ricchi posseggono milioni di anni e vivono per sempre. Ci sono i guardiani del tempo. Che controllano che i flussi del tempo in circolazione. Se tutti avessero troppo tempo salterebbe il sistema. Ci sono le agenzie del tempo. L’equivalente delle banche, che custodiscono il tempo del mondo.

Sullo sfondo di questa distopia, Will Salas (Justin Timberlake – che nonostante i miei pregiudizi non se la cava poi male) si trova suo malgrado coinvolto in una serie di situazioni che lo porteranno a lottare, insieme all’ereditiera Sylivia Weis (Amanda Seyfried), per ribellarsi e cambiare il sistema.

L’idea di partenza (regista e sceneggiatore Andrew Niccol – The Truman Show, Gattaca, Simone, The Terminal) è valida e avvincente. La storia dei due protagonisti forse un filo più normale ma comunque ben rappresentata. Un film d’azione coinvolgente e ben strutturato dall’inizio alla fine. Cosa non poi così comune.

Qui e qui solite info.

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