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Archive for the ‘M. Wahlberg’ Category

La storia – vera – del rapimento, a Roma nel 1973, di John Paul Getty III, nipote del celebre e ricchissimo magnate del petrolio John Paul Getty.

Di come l’avaro riccastro si sia rifiutato di pagare il riscatto, di come abbia lasciato che al ragazzo venisse tagliato un orecchio e di come l’ex nuora, Gail, sia stata costretta ad un’assurda corsa contro il tempo per cercare di mettere insieme i soldi per liberare suo figlio.

I tentativi inutili di comunicare con un uomo totalmente anaffettivo e impossibile da distogliere dal suo unico vero interesse: fare soldi. Le negoziazioni al telefono con i rapitori per avere più tempo.

Nessuno crede che Gail non abbia i soldi. Divorziata o meno, è pur sempre una Getty. Almeno in teoria.

Comincio a pensare di avere un problema con Ridley Scott. O forse è solo lo strascico dell’ultimo Alien (e di Prometheus) Non so. Sta di fatto che mi aspettavo qualcosa di meglio da questo film.

Tralasciando tutta la faccenda della scelta discutibile di sostituire Spacey a un mese dall’uscita, non è che si possano muovere delle reali critiche perché è tutto tecnicamente impeccabile. Ritmo, regia, interpretazioni.

Eppure manca qualcosa. Manca empatia. Manca coinvolgimento.

Le candidature ai Globes potevano anche starci ma va più che bene che siano andate a vuoto. Christopher Plummer, Michelle Williams, Mark Wahlberg sono sicuramente molto bravi ma – soprattutto la Williams e Wahlberg – mancano di un reale carisma. Non sono sufficientemente forti da tirarti dentro la storia.

Manca un ruolo forte, accentratore. Manca il vero volto del film.

Apprezzabile il fatto che non si sia lasciato tirare dalla facile via dei cliché sull’ambientazione italiana.

Nel cast anche Timothy Hutton.

In definitiva, moderatamente consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Il 20 aprile 2010 la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, di proprietà della Transocean e al servizio della British Petroleum, diventa protagonista delle cronache di tutto il mondo a causa di un incidente di proporzioni devastanti.

Peter Berg si attiene agli eventi e il materiale è tale che lascia poco spazio per ricamarci su.

Fin dall’inizio si capisce che la situazione è appesa a un filo. Le condizioni di lavoro non sono ottimali, i costi da tagliare o contenere, più importanti della sicurezza.

Soprattutto all’inizio, i tecnicismi abbondano e per chi come me non ha dimestichezza con il gergo e il funzionamento delle piattaforme petrolifere, buona parte dei nomi e delle procedure risulteranno comprensibili quanto un menù in aramaico. Quello che però non si perde mai di vista, neanche per un secondo, è il punto centrale e cioè che c’è qualcosa di profondamente sbagliato che si sta mettendo in moto.

Controlli che saltano e manutenzione resa impossibile dalle condizioni di deterioramento dell’attrezzatura. Un ritardo di 43 giorni da giustificare e l’esigenza di fare soldi che – banalmente quanto inevitabilmente – prevale su qualsiasi norma di buon senso o autoconservazione.

97 minuti di ritmo serrato, senza neanche un solo istante per prendere fiato. Saliamo su quella piattaforma e ne scendiamo distrutti, insieme ai protagonisti, senza aver tempo per nulla che non sia assistere attoniti e terrorizzati da una catena di eventi che precipita sempre più rapidamente, in una corsa folle verso la distruzione totale.

Le dinamiche relazionali sono ridotte all’osso e rimane l’essenziale. La struttura degli eventi prende forma autonomamente senza bisogno che venga puntato il dito e senza soffermarsi su eroismi inutili.

Un giro di giostra in un inferno galleggiante di fuoco, fango, acqua e petrolio.

Mark Whalberg nei panni di Mike Williams, il protagonista, a fianco di Kurt Russel (Jimmy), John Malkovic (Vidrine) e Kate Hudson (Felicia).

Un buon cast pulito e asciutto, senza sbavature e senza eccessi. Un ritmo adrenalinico e una storia che lascia increduli e stravolti.

Un caso che è subito diventato storia, come il peggior disastro ambientale della storia americana, con la morte di 11 persone, lo sversamento stimato di 60.000 barili di petrolio nelle acque del Golfo del Messico e un incendio che ha continuato a bruciare per 87 giorni, fino al collasso definitivo della piattaforma.

Un incubo dell’arroganza dell’uomo, relegato già al silenzio senza che nessuno abbia veramente pagato per gli errori commessi.

Un film interessante e decisamente al di sopra delle aspettative. Intelligente e non banale, nonostante la natura stessa dell’evento, per la sua spettacolarità, possa trarre in inganno e far pensare all’ennesimo cliché catastrofico.

Molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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E siamo a quattro.

Non che mi dispiaccia, sia chiaro. I Transformers sono un’altra saga che seguo piuttosto volentieri sostanzialmente perché è divertente e perché, diciamo le cose come stanno, Michael Bay gli action movie li sa fare.

Resta il fatto che, se appena uscita dalla sala la prima reazione è stata quella di uh-che-figata, più ci ripenso e più mi vengono in mente un po’ di osservazioni.

Prima di tutto, mi spiace che sia cambiato il cast. E questa è una cosa indipendente dall’esito del cambio. In generale, non mi piace quando mi cambiano i personaggi di una saga/serie, non so neanche io bene come chiamarla. E poi Shia LaBeouf e Turturro funzionavano bene. Nel terzo c’era già stato il cambio della gnocca di turno che dalla Megan Fox dei primi due era diventata Rosie Huntington-Whiteley e già avevo trovato la cosa fastidiosa perché, va bene che dobbiamo metterci la gnocca, ma non penso che provochi malattie terminali se anche la suddetta sa articolare qualche parola. Non che la Fox fosse chissà che cosa ma, oltre ad essere più adatta al ruolo, interpretava un personaggio, non stava solo lì a fare presenza come Rosie. C’era persino un vago tentativo di ironia nel personaggio di Megan. Parentesi. Che poi. 2010. Megan Fox molla i Transformers perché non vuole rimanere incastrata in un personaggio legato a un action movie precludendo i possibili sviluppi della sua carriera. 2014. Megan Fox interpreta April O’Neil, protagonista del nuovo remake delle Tartarughe Ninja. Chiusa parentesi.

In ogni caso, il nucleo del cast fino al terzo è rimasto stabile, tutt’al più con qualche aggiunta e, come dicevo, funzionava egregiamente.

Il fatto che in questo quarto episodio non ci sia più nessuno del vecchio cast ha come prima conseguenza il reset della trama. Non c’è più traccia di tutte le dinamiche preesistenti tra i personaggi. Ci sono ovviamente i riferimenti agli avvenimenti passati ma, oltre ad una nuova storia, vanno reimpostati tutti i rapporti e gli equilibri tra i protagonisti. Il che, in questo genere di film, porta quasi inevitabilmente ad un appiattimento. Non è che Whalberg e Tucci non funzionino. Ma non vanno oltre qualche scambio di battute divertente.

(Per carità, è anche comprensibile che LaBeouf si sia stufato di fare Witwicky – e che sia stato colto anche da improvvise esigenze di compensazione dato che, mollato Bumblebee, si è buttato subito su Lars Von Trier).

La trama, nel senso stretto della storia legata ad Autobot, Decepticon e tutta quella gente lì, vive di rendita sugli agganci agli avvenimenti passati mentre i personaggi, se vogliamo dire la verità, è come se non ci fossero.

Anzi. Avrebbero potuto benissimo non esserci. Non sono più quasi neanche un pretesto.

Il film è per due terzi abbondanti fatto di combattimenti tra Autobot, altri robot che fanno la funzione dei Decepticon e terzi pseudo-robot più evoluti (che sono poi quelli che saltavano fuori alla fine del terzo e che adesso non mi ricordo come si chiamano). Le dinamiche politiche e militari che portano agli scontri sono un po’ troppo affrettate e poco approfondite. Cade Yager (Whalberg), un inventore squattrinato, e sua figlia Tessa (Nicola Pelz) si trovano accidentalmente coinvolti nel casino per aver trovato Optimus Prime che, cinque anni dopo la battaglia di Chicago, non è più benvoluto sulla Terra ed è costretto a nascondersi con i suoi Autobot.

Il rapporto di coppia è sostituito tra quello padre-figlia con tutti i cliché del caso, anche perché poi si aggiunge uno sconosciuto bellimbusto nei panni del fidanzato di Tessa. E comunque non è che siano i cliché il problema. Non in film come questi. Ci sta che i personaggi siano modellati su alcuni macro-ruoli più o meno standard. E’ che il tutto poteva essere reso un po’ meglio. Ci sono un po’ di dialoghi divertenti ma niente di più. E, dal punto di vista dell’azione in sé, i tre, più che scappare mentre i robot se le danno di santa ragione, non è che facciano poi molto.

Stanley Tucci veste i panni di un industriale corrotto ma non troppo e riesce ad essere come sempre simpatico, dovunque lo piazzino.

Dal punto di vista tecnico è tutto ovviamente impeccabile. Mi è persino spiaciuto non essere andata a vederlo in 3D perché non sarebbe stato male.

I combattimenti sono spettacolari, articolati, lunghissimi ma, cosa più importante, sono coinvolgenti. Non annoiano (che dopo quella lagna di Godzilla son rimasta traumatizzata e sono ancora più sensibile all’argomento).

Il film è lungo ma le tre ore passano senza pesare.

In definitiva vale la pena vederlo. E’ divertente. E gli Autobot sono sempre più fighi ad ogni versione (compreso Bumblebee che diventa ovviamente la nuova Camaro).

Viene, manco a dirlo, lasciata aperta la strada al seguito e spero solo che, se non rivoluzionano di nuovo il cast, nel prossimo curino un po’ di più i personaggi non metallici.

Cinematografo & Imdb.

TRANSFORMERS: AGE OF EXTINCTION

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TRANSFORMERS: AGE OF EXTINCTION

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E’ un periodo strano. Ho tantissime cose di cui vorrei parlare, film che ormai dovrò rivedere perché è passato già troppo tempo e libri che aspettano pazienti in qualche torre improvvisata e precaria. E non riesco a rispettare un programma neanche per sbaglio.

E poi sono anche di un umore strano.

E sono giunta alla conclusione che una delle cose che ultimamente mi infastidisce di più nella gente è la mancanza di entusiasmo. Non importa per cosa. L’incapacità di esaltarsi per qualcosa. L’omologazione di qualsiasi reazione emotiva in un appiattimento privo di picchi significativi. In entrambi i sensi. Perché non sta bene neanche disperarsi.

Poi io ho un’emotività completamente sfasata, questo è noto, per cui non faccio testo, però l’apatia mi fa decisamente orrore.

Anyway. Il film, che son quasi le due e anche se domani non si lavora perché qui a Torino è festa, mi sembra un’ora onesta per decidermi a darmi una mossa.

E venne il giorno, (2008), è l’ultimo film di Shyamalan che io ricordi effettivamente come tale. E mi è piaciuto veramente molto, nonostante l’accoglienza tiepida-tendente-al-freddo che gli hanno riservato pubblico e critica.

Rientra perfettamente in quel discorso che facevo qualche post fa di come questo regista si cimenti di volta in volta in generi che vanno di moda al momento – anche se il distopico da pandemia ormai è praticamente un evergreen piuttosto che una moda – e li rielabori in modo quanto meno inaspettato.

Gli elementi tradizionali ci sono tutti. L’evento catalizzatore della prima manifestazione di qualcosa che non va. Una sostanza diffusa nell’aria annulla il basilare istinto di conservazione dell’uomo e provoca invece impulsi suicidi. Episodi sempre più frequenti. Notizie discordanti. E’ un atto terroristico o c’è qualcos’altro?

Gruppo di protagonisti in fuga. Al centro una coppia (Mark Wahlberg e Zooey Deschanel). Insieme a loro, un amico (John Leguizamo) con la sua bambina.

Tutto come al solito, insomma. Con la differenza che è il modo in cui tutti questi elementi vengono gestiti a creare una distanza tra questo film e il filone cui pure appartiene.

Tanto per cominciare non ci sono grandi scene di massa. Non ci sono particolari effetti speciali – che normalmente sono il pane dei film di questo tipo. Sì, c’è un’attenzione visiva per i suicidi improvvisati che però è volta più a suscitare una reazione empatica di orrore per il significato del gesto che non per l’atto in sé. Gli svariati commenti su una presunta virata stilistica di MNS in direzione splatter lasciano abbastanza il tempo che trovano. Ci sono due o tre scene esplicite ma quelle veramente terribili si intuiscono solo. Lo splatter è un’altra roba. Attenzione visiva, dicevo, che è prima di tutto costruzione estetica delle scene di follia. Una per tutte, la sequenza degli operai che si suicidano buttandosi dal tetto è bellissima e terribile, perfetta in ogni dettaglio, dalla luce alla musica, per creare un fortissimo senso di malessere.

Anche la fuga dei protagonisti è canonica solo in superficie. Non ha un vero senso e lo sanno anche loro. E’ molto forte l’ambivalenza di significato che ruota intorno al protagonista e al complicato equilibrio con sua moglie. E’ una fuga da se stessi in cerca di una spiegazione che forse non c’è o più probabilmente non capiranno mai del tutto.

Finale arbitrario ma proprio per questo coerente con il presupposto.

L’ultima scena dei due protagonisti conferma in via quasi definitiva l’approccio metaforico mentre l’ultima scena del film è un tributo ai finali aperti dei classici del genere.

Ripeto, a me è piaciuto parecchio. E l’ho trovato terribilmente inquietante in questa sua apparente delicatezza. Ti suggerisce un orrore profondo, derivante dalla consapevolezza di non avere un nemico da combattere. Non c’è nessuno che vuole uccidere nessuno. Sono tutti soli contro se stessi.

Per certi versi è geniale.

Cinematografo & Imdb.

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